31 ottobre 2007

Le Baladin andata e ritorno


Nella vita non si può sempre pianificare tutto. Non lo si può fare con i figli, non con l'innamoramento, neppure con il gusto, che può essere educato quanto si vuole ma le cui preferenze sono scritte probabilmente nel nostro stesso Dna. Ebbé, da parte mia non si può nemmeno pianificare quando salire in macchina e fiondarsi in quel di Piozzo, nella tana del Baladin e dell'ineffabile duo Teo-Lelio. Così, quando a Valentina è arrivata la telefonata di Teo, non ci abbiamo pensato su troppo e, consapevoli che il giorno dopo l'adrenalina delle consegne-articoli in scadenza ci avrebbe fatto vedere degli effetti psichedelici sul nostro portatile, abbiamo attraversato mezza Lombardia e le Langhe in poco più di due ore (San Tom Tom navigatore, protettore degli automobilisti, grazie).
Abbiamo messo piede a Casa Baladin, ultima in ordine tempo geniale pensata di Teo. Una grotta di Aladino dove lui ci ha messo i suoi tesori, scegliendo un oggetto per uno, dal baule Louis Vuitton anni '30 alle incensiere cinesi d'inizio secolo, condendo il tutto con selezioni di té che ti rilassano solo a pronunciarne il nome e, come dubitarne, con le sue birre eccezionali. Un gentiluomo presente alla serata ha giustamente definito Teo un "esteta" e mi ha fatto sentire un po' piccolo pensando che io l'ho definito invece il "Jim Morrison della birra artigianale italiana", vuoi per il carisma che lo segue come un ombra vuoi per il talento creativo. Come Morrison, Teo apre le porte della percezione. Lo fa con la birra. Anzi, con le birre come la nuova di zecca Erika che trovo personalmente una delle birre meno stancanti in assoluto. Pensando che si tratta di una specialità al miele non c'è che da inchinarsi. Profumata, con un bel taglio secco dato dai luppoli inglesi, lascia percepire il miele (di erica appunto) e la melata di abete (che gli conferisce lontani toni resinosi). Spettacolare, non esito a dirlo. Rimando a un'altra puntata l'assaggio dei vintage 2005 di Xyauyu "argento" e della sorella "rame". Chi le ha provate, non le scorda. Preferisco invece sottolineare l'esperienza di Casa Baladin: la stanza "africana" dove abbiamo dormito, i fumetti nostalgia, la vasca marocchina in rame, i profumi, diversi di stanza in stanza, il bagno turco (non testato ma sognato), la cucina di Fabrizio (promettente giovane chef spiritualmente affine a Teo), il pavimento indescrivibile per la mia incompetenza in materia, i colori, la marmellata di zucca spalmata sul burro di Normandia e pane fresco. La scoperta di un Teo morrisoniano ma anche "umanista" nel senso di uomo dai molteplici, e per me spesso insospettabili, interessi che ne fanno una persona attenta a ciò che lo circonda, con le antenne sempre tese a captare la minima vibrazione. Anche quando sembra perso per gli affari suoi o, parlando di una sua birra, sembra rivivere le stesse emozioni che deve aver provato la prima volta che l'ha assaggiata lui stesso. Credo sia forse proprio questo il suo segreto... Cioè che quando pensa a una birra non vede solo i luppoli, i malti e i tempi o le tecniche di produzione. No, vede soprattutto se stesso che si gode il prodotto finito e vive l'esatta emozione che desiderava provare quando la birra gli è venuta in mente.

15 ottobre 2007

Famolo strano


Tra gli assaggi estivi che mi hanno maggiormente colpito mi è tornata in mente una birra realizzata dal bellunese Arte Birraia già noto per la sua Ofen. Si tratta della Borlotta, acquistata in un supermercato di Agordo nel mese di agosto, provata "di corsa" durante l'ultimo Pianeta Birra grazie a un Kuaska che compariva e spariva sempre con una birra strana in mano, ma indubbiamente più meditata nel corso dell'ultimo assaggio. Che si è poi trasformato in una bevuta completa, fino al fondo della bottiglia. Che dire... Ero prevenuto, perché non mi era mai capitata tra le mani una birra ai fagioli, che saranno pur sempre quelli Dop di Lamon, vanto di quelle terre prealpine che circondano Feltre, ma pur sempre di fagioli si tratta... Invece, tanto di cappello al birraio. La Borlotta si lascia bere bene, non stupisce nè diventa una birra memorabile, ma l'ingrediente in più si lascia indovinare piuttosto facilmente senza diventare un aromatizzante che stravolge la birra stessa. Fin qui, dunque, tutto bene. Ma la Borlotta mi sembra possa anche avere il ruolo di introdurre un tema su cui varrebbe la pena di riflettere. A ogni corso di degustazione, a ogni convegno, a ogni chiacchierata tra appassionati e non, ribadisco (e non certo solo io) che il tratto distintivo delle birre artigianali italiane sono il loro legame con il territorio e la loro indubbia originalità. Birre con il miele, con le castagne (un vero e proprio filone quasi inesauribile), con i fiori, con il chinotto, con il tè, con le foglie di tabacco, con il mosto di Cannonau e via di questo passo. Bellissimo per chi si affaccia curioso in questo mondo, compresi chef e sommelier, un po' rischioso per chi questo mondo lo bazzica da anni. Due le perplessità di fondo: 1) non è che tutti questi aromi particolari servono magari a coprire eventuali difetti della birra? 2) non è che fare birre che rischiano di non sembrare birra sottintende a una qualche sorta di complesso di inferiorità nei confronti del vino?
E' questo forse ciò che richiede il mercato e, massì ci sta pure anche lei, la stampa. Entrambi sempre alla ricerca della novità stupefacente (non nel senso tossicologico) o del particolare che vale la pena raccontare con il rischio che tutto si trasformi nell'aneddoto curioso. Famolo strano dunque, a patto che sempre di birra si tratti che per natura e tradizione va bevuta con cognizione di causa ma non in bicchieri da rosolio. O meglio, può capitare, ma sarebbe un peccato che l'artigianale italiana diventasse solo una birra con il radicchio rosso di Treviso o la cipolla di Tropea... Insomma, una buona, semplice (?) pils, serve sempre.