30 novembre 2011

Ecco, io pure tengo il sondaggio...

L'Oliver Twist di Stoccolma (con "intruso")
Stimolato dalla visione di sondaggi altrui ho dedicato qualche minuto a sfrucugliare nelle pagine di gestione del mio blog per scoprire che, olé, la possibilità di pubblicare i sondaggi l'ho anche io... Per un nerd della rete quale ancora mi ritengo, e presumo che questa mia situazione personale durerà ancora a lungo, la trovo una cosa fantastica. Prima di tutto perché ho sempre trovato divertente partecipare ai sondaggi (solo quelli a risposta secca, è chiaro) e poi perché alcuni sondaggi raccontano certe cose meglio di tanti discorsi e dichiarazioni d'intenti. Il sondaggino proposto qui a fianco dovrebbe, nelle intenzioni, esserne un esempio... Indicare infatti la destinazione birraria preferita serve anche a indicare, almeno a grandi linee, quali stili di birra si amano maggiormente. Non solo, ma dalla scelta della città si possono anche desumere i locali birrari più famosi e preferiti. Ad esempio, se non si può fare a meno dell'Oliver Twist e dell'Akkurat si voterà Stoccolma, se invece trovate che il Moeder Lambic sia il nuovo faro illuminante dell'universo birra allora voterete Bruxelles.

L'esterno del Poechenellekelder a Bruxelles
Queste, almeno, le mie supposizioni perché il dibattito è ovviamente aperto. Ho deciso di escludere le località italiane e quelle americane, magari ci sarà un secondo sondaggio in futuro sull'argomento anche se le mete negli States potrebbero essere un po' fuori mano, e di lasciar tenere dentro solo le grandi città di riferimento. Prendendomi quindi il diritto di tralasciare piccoli villaggi inglesi o belgi con pub fenomenali. Il diritto, esatto... Perché se è divertente partecipare ai sondaggi è ancora più divertente organizzarli. Detto questo ricordo solo che si vota fino al 15 dicembre a mezzanotte e che si può votare una sola volta. Francamente, essendo la mia prima volta, non ne ho idea, ma così dovrebbe funzionare. Adesso mi manca solo fare la mia scelta. Se solo riuscissi a decidermi, ovviamente...

28 novembre 2011

Milanobevebirra

La batteria di spine dell'Hop
E dopo l'esperienza romana, adesso parlo di Milano visto che, nel giro di pochi giorni, ho bevuto in ben quattro locali. Un numero quasi straordinario per il sottoscritto che, di norma, arriva a sera piallato da ore di scrittura frenetica e, qualche volta, pure un po' nevrotica. Però le coincidenze questa volta mi hanno aiutato così, complice una serata sui Navigli per l'inaugurazione del nuovo ristorante di Gino Celletti, vera autorità in fatto di oli extravergine che vi consiglio di andare a trovare, eccomi a due passi varcare la soglia del Fun&Cool. Il locale, a dispetto dal nome un po' "surfista", coltiva una bella passione per le birre artigianali: alla spina erano presenti Bi-Du e Birrificio Italiano. Sembra essere ancora un po' in mezzo al guado (Red Erik in bottiglia), ma il desiderio di crescere c'è. Meriterebbe di essere supportato maggiormente dagli aficionados anche per dare un riscontro economico alle sue scelte ideali.
Dopo mesi da una promessa fatta su questo stesso blog ho invece rimesso piede all'Hop, "terra consacrata" delle craft beers sulla piazza milanese. Al bancone ho provato la H10OP5 del Bi-Du che non bevevo, credo, da un annetto buono. Non possedendo un computer al posto del cervello, posso dire con beneficio d'inventario, di averla trovata forse un po' meno "incazzata" dal punto di vista della luppolatura rispetto alla mia prima volta. Detto questo, è semplicemente magnifica. Due pinte una dietro l'altra mi capita solo in qualche locale londinese, per cui posso dire con assoluta certezza che mi è piaciuta senza se e senza ma. Perplesso invece di fronte alla Lampogna, sempre del Bi-Du: interessante assaggio, ma scevro da moti del cuore. L'Hop è ambiente essenziale ma accogliente, i piattini di assaggi serviti con la birra tenevano il passo come oggi a Milano è raro. Meglio stare su triangoli di pizza calda che avventarsi in paste e riso dal terrificante sapore cartonato o plasticoso...
Il BQ sui Navigli
Nuovo di pacca invece il Tizzy's N.Y. Bar&Grill. Si trova in Alzaia Naviglio Grande, 46 ed è l'invenzione di una giovane newyorchese trasferitasi a Milano come fotografa di moda e oggi titolare di un locale dove si spillano esclusivamente le birre della Brooklyn Brewery. Lager e East India Pale Ale alla spina, le due Local e, a breve, la Sorachi Ace e la Black Chocolate Stout. Birre a parte, i miniburgers sono davvero buoni e pertanto il Tizzy's si candida ad area nostalgica per tutti coloro che soffrono di lontananza dalla Statua della Libertà (io, ad esempio, provo dolore ogni volta che ricevo su Facebook un invito da parte del Blind Tiger...). Tuttavia, a dieci metri dieci dal Tizzy's c'è il BQ di Paolo Polli. Difficile quindi non rimbalzarci dentro vista la batteria di spine di ottimo livello. Il mio ultimo giro mi ha visto provare la Spaceman e la Burocracy di Brewfist, uscendone con l'idea che questo birrificio ha tutte le carte in regola per entrare stabilmente nell'Olimpo dei grandi.
Insomma, questa la mia mini-tournée meneghina un po' casuale e un po' voluta. Ora il mio obiettivo è arrivare puntuale all'evento dell'anno ovvero il compleanno dello Sherwood di Nicorvo. Girano voci di un imperdibile "sabba" birrario e, nebbia o non nebbia, andrò a fare i complimenti a Nino per la sua professionalità e la sua passione autentica. L'appuntamento con birre e birrai da tutta Europa è per l'11 dicembre, l'appuntamento con me stesso (per vedere se mi ritrovo) è invece per la mattina dopo...

26 novembre 2011

The 4:20 Experiment

L'interno del 4:20
La mia ultima spedizione lavorativa nella capitale, lo scorso 14 novembre, è iniziata con un certo numero di errori. Il primo è stato quello di prendere il trenino che da Fiumicino ti porta a Roma Termini. Inutile, come ho scoperto poi, perché se devi andare alla Città del Gusto, è meglio prendere un taxi direttamente dall'aeroporto. Il secondo errore è stato prendere un taxi all'uscita laterale della stazione e non, come faccio di solito, all'uscita principale. Nel momento in cui ho risposto "boh" alla domanda del tassista che mi chiedeva "via Enrico Fermi sta dalla parte dell'Eur?", ho capito di aver fatto una cazzata. La "tariffa fissa" millantata dal nostro era di 40 euro. Solo parlando con una collega, evidentemente più intuitiva di me, ho compreso che, in realtà, il tragitto valeva solo 16 euro.
Comunque, dopo aver intonato un canto di ringraziamento al servizio taxi della capitale, ho seguito la sfavillante finale del Premio Birra Moretti Grand Cru e in tarda serata ho raggiunto il mio albergo. Dieci minuti di riflessione per decidere se schiantarmi in branda e poi, guizzo inaspettato, altro taxi con la Brasserie 4:20 nel mirino.
Del locale avevo sentito parlare quasi allo sfinimento, così come avevo sentito parlare del suo vulcanico creatore, Alex Liberati,  e della sua formidabile selezione di birre. Che dire? Sono arrivato solitario come un ramingo e ho guadagnato un posto al bancone dove ho potuto cenare (morivo dalla fame e sedermi da solo al tavolo mi mette una certa depressione addosso). Quindi sono partito subito con una Gadds n°7, "pale bitter ale" a me sconosciuta e che ho trovato più che piacevole sebbene non da innamoramento fulminante. Sfogliando la carta delle birre ho potuto rendermi conto di cosa significa, letteralmente, “formidabile selezione". Birrifici neozelandesi, giapponesi, americani... Ho ritrovato perfino una mia vecchia conoscenza canadese, quel Dieu du Ciel che mi era sembrato il miglior produttore di Montreal. Insomma, una solida conferma alle voci che mi erano giunte. Una sorpresa invece inaspettata è stata la qualità complessiva della cucina. Ora, il 4:20 ha tutti gli elementi d'arredo per essere un pub sic et simpliciter: look da caverna, banco di spillatura dominante, semplici tavoli in legno, pubblico giovanile. Ma gli spaghetti cacio e pepe alla tripel rivelavano una mano non da pub (è un complimento). E sia dal punto di vista della sostanza sia da quello dell'estetica. Ottimi, a mio parere, e bella la presentazione, la spolverata di pepe sul bordo del piatto, e la scelta del piatto stesso. Estremamente convincente pure, anche se di dimensioni da "sepoltura", il Brownie alla Haandbryggeriet Imperial Stout e gelato ai due cioccolati. Un dolce-dolce che ti mette ko (da qui la definizione "sepoltura"), ma lasciandoti un sorriso di beatitudine in faccia.
Spillatura al 4:20
Tornando alle birre ho provato e trovato molto buona la Revelation Cat Ipa. Dovunque faccia le birre Liberati, non gli si può certo dire che non abbia fatto una scelta azzeccata. E altrettanto notevole la Imperial Stout dell'impronunciabile Haandbryggeriet, che ha segnato la mia breve storia di assaggi. Di certo c'è che al 4:20 conto di tornare in future trasferte romane (tassisti permettendo), senza per questo tradire le altre "urban legends"... Sono rimasto impressionato dai ragazzini che si avvicinavano al banco e chiedevano "una birra bella amara" oppure "me ne fai una così e una cosà". Niente nomi, niente marchi. Segno che se di feticismo birrario romano si deve parlare, forse non siamo ancora al livello degli ultras di una birreria piuttosto di un'altra. La mia è una considerazione parziale e limitata, sia chiaro. Potrebbe pure essere che ormai le birrerie presenti in questa nicchia di mercato sono talmente tante che a ricordarsele tutte per nome bisogna quanto meno essere stati, prima o in un'altra vita, dei collezionisti di francobolli. Accetto opinioni diverse e/o suggerimenti...
Quando infine sono uscito nella notte romana, in attesa del taxi, ecco alcuni tizi che si cimentano in un gioco che oserei definire da pub britannico very aged, oppure da crociera sul Nilo, fate voi. Ci provano gusto e ci metto qualche minuto a focalizzare che tra loro c'è pure Liberati. Sembra divertirsi sul serio. Ma mai quanto deve divertirsi con il 4:20....

22 novembre 2011

Il "gioco" della bottiglia

Il "gioco" della bottiglia
Beati gli ultimi. Arrivo adesso a commentare la nascita ufficiale della bottiglia, altrettanto ufficiale, di Unionbirrai per la "birra artigianale". Fuori tempo, lo so. Ma, oltre ai soliti motivi che già sapete e che non mi sembra il caso di ricordare per l'ennesima volta, il ritardo è imputabile a un periodo di tentennamento sulla posizione da prendere. Io so che, a differenza della maggior parte dei miei colleghi o pseudocolleghi, non vivo di certezze assolute e coltivo il dubbio come una piantina di basilico sul terrazzo (ovvero con costante apprensione).
La prima volta che ho visto il prototipo della bottiglia, credo fosse prima dell'estate, non mi aveva convinto granché. Mica per una questione di design, materia di discussione che lascio volentieri agli esperti. Per quanto mi riguarda mi basta che una bottiglia sia funzionale e assomigli a una bottiglia. Ricordo bene la piega psicoticocreativa che aveva preso certi grappaioli che si facevano disegnare delle bottglie-lampadario da brivido. Pertanto, bordolese o champagnotta, per me pari sono. Le mie perplessità riguardavano i veri motivi della bottiglia unica. Per carità, è il contenuto che conta, si dice sempre. Ma è una balla solenne. Tutto il nostro consumistico mondo si regge sull'immagine e anche i sostenitori della svolta pauperistica fanno delle scelte d'immagine. Eco-chic, green, recycle, chiamatela come volete... La bottiglia di vetro è un biglietto da visita che introduce il prodotto e ne trasferisce la prima percezione. Dalla forma della bottiglia si può già intuire la qualità presunta e la destinazione commerciale. Ergo, credo che ogni birrificio debba avere la sua. Possibilmente, ragionata sui due parametri (almeno sul secondo) che si vogliono possedere.
Le prime bottiglie Unionbirrai
Ma, perché c'è un ma, il vantaggio della bottiglia unica non mi sfugge. Un solo fornitore e una quantità maggiore dovrebbe abbattere i costi (da verificare prossimamente in che misura...) e quindi portare una boccata d'ossigeno a molti birrifici. E di questi tempi, di una boccata d'ossigeno abbiamo tutti bisogno. Dubito che la bottiglia unica faccia l'en plein ovvero che tutti, ma proprio tutti, l'adottino. Di conseguenza dubito che darà un contributo fondamentale all'immagine univoca della birra artigianale italiana, anche perché (oltre alle immaginabili, e importanti, defezioni) le etichette manterranno la loro personalità e il loro stile.
In conclusione, se la bottiglia è bella oppure brutta poco m'importa. Che diventi una sorta di codice identificativo della birra artigianale italiana ho seri dubbi. Che comporti un vantaggio economico per chi aderirà all'impresa mi sembra chiaro. Ecco, vista in questi termini, ovvero depotenziata da eventuali proclami, annunci di rivoluzioni copernicane e trattati faidate di estetica applicata, la bottiglia unica firmata Unionbirrai mi piace. Se vi sembra poco accontentavi. A me basta, scrivendo di essermi chiarito qualche dubbio...

18 novembre 2011

Vallonia gastronomica 2012

Art Nouveau a Bruxelles
Per quanto si possa diversamente immaginare, buona parte dei cosiddetti "eventi" ai quali i giornalisti "food&beverage" sono invitati si risolvono in qualche ora di noia distillata. Si salutano colleghi che non vedono l'ora di monopolizzare qualsiasi conversazione raccontando la loro brillantissima carriera (il più delle volte gonfiata ad hoc) e celebrare il loro "superomismo", si fanno gare di equilibrismo per tenere, in una sola mano, piattino, forchetta, bicchiere colmo e tovagliolino di carta, fondamentalmente si sta in piedi. Al massimo si tenta di fare due domande a qualcuno che non ha voglia di risponderti, magari uno chef pluristellato che ha appena installato lo sguardo di Maria Antonietta, quando ancora non le avevano dato la notizia che l'attendeva la ghigliottina.
Insomma, dico questo perché ogni tanto ho paura che l'esercito di futuri giornalisti, critici gastronomici, comunicatori che sta bussando alle porte del mestiere grazie alla moltiplicazione "modello conigliera" di corsi, master, contromaster, seminari e scuole per corrispondenza, non sappia bene a cosa sta andando incontro.
Copyright: Ufficio Belga per il Turismo
Tuttavia ci sono delle eccezioni. Ieri sera, ad esempio, era una di queste. Certo, il fatto che l'ente organizzatore (l'Ufficio Belga per il Turismo - Bruxelles e Vallonia) avesse con sé una nutrita pattuglia di birre deponeva già a suo favore. Aggiungiamoci una rassegna di formaggi (ottimi quelli di Chimay), un filetto di manzo (l'autoctono vallone Blanc-Bleu), cozze, patatine fritte, praline e gaufre (le migliori mai mangiate) ed ero già nella condizione di sopportare qualunque forma di Ego in libera uscita. La serata, passata tra un sorso di Cantillon Lambic Bio, uno di Taras Boulba, uno di Rulles Triple, uno di Chimay Reserve (un sacco di sorsi, insomma) e chiacchiere simpatiche portava con sé una notizia assai interessante. Ovvero che il prossimo anno, Vallonia e Bruxelles celebreranno la gastronomia locale. Il che significa certamente birre, cozze e patatine, ma anche tutta una serie di eccellenze meno note di questa terra. Come ad esempio i boudin. Il nome gentile non deve trarre in inganno, si tratta di sanguinaccio verso il quale io ho sempre dimostrato una certa freddezza (chiamiamola così) da quando una gentile signora dello Yorkshire decise di servirmelo a colazione in proporzioni da minatore gallese. Il boudin invece ha sapore morbido e gentile, in alcune versioni (ne ho provato uno amalgamato con uvetta) è quantomeno delizioso e, insieme al prosciutto delle Ardenne, dà un valore aggiunto al viaggio in Vallonia. Perché, d'accordo che alla maggior parte di chi legge questo blog le birre bastano e avanzano, ma spesso a furia di praticare una specie di "monoteismo" alimentare si corre il rischio di diventare degli integralisti fastidiosi fino all'ilarità (altrui). Se poi del "monoteismo" si comincia anche a scriverne, il passo verso la trasformazione nell'ennesimo clone del "io so io, e voi nun siete n'cazzo" (Marchese del Grillo docet) è questione di pochi secondi...

9 novembre 2011

Scozzesi a Milano...

Il salone del Marriott Hotel
Per la serie: se le idee sono buone, vanno avanti anche senza "padrini" e patrocini vari. Una serie a tiratura limitatissima in Italia dove nulla sembra muoversi senza avere conoscenze, amicizie, parentele, appoggi, tutele e via di questo passo. E' per questo che ho deciso di buttare giù due righe sul Milano Whisky Festival che si è concluso da un paio di giorni. Perché questa iniziativa è partita da due appassionati milanesi che l'hanno lanciata nel 2006 coinvolgendo aziende grandi e piccole, collezionisti e imbottigliatori e tutto quel variegato mondo che ruota attorno al whisky. Che tuttavia, quando hanno lanciato il festival, si poteva solo presumere che esistesse. Insomma, la loro è stata una bella scommessa, priva di benedizioni slowfoodiane o di qualsiasi altra associazione, ed è stata una scommessa vinta. Trecento persone nel 2006 ("più o meno i nostri amici", hanno detto gli organizzatori), oltre 1500 l'edizione 2010. Non si tratta di numeri monstre, sia chiaro, ma una crescita effettiva è sotto gli occhi di tutti.
Glenrothes Memories
Numeri a parte, il Whisky Festival ha molti pregi (tranne forse quello della location, il Marriott di viale Washington è davvero complicato da raggiungere con i mezzi pubblici): gente appassionata senza eccessi e isterismi, folla contenuta e pertanto atmosfera vivibile, prestigio assoluto di certe etichette e poi le birre. Esatto, un piccolo spazio l'anno avuto anche le birre e non solo per "parentela di malto", ma per via degli invecchiamenti in botti già destinate al whisky. Brewdog, Dark Island, Harviestoun Ola Dubh, Birrificio del Ducato. Un mix di Ales&Co. più "roncoliani" gestito da Stefano Allera, insomma. A me è piaciuta la Dark Island Reserve, solo a me però, e me ne sono pure pigliata una bottiglia. Birra impegnativa, non c'è che dire. All'inizio mi ha asfaltato la lingua ma, dopo un secondo o due, mi ha lasciato una positiva impressione di grande profondità, struttura, leggera astringenza. Comunque sia, una bottiglia basterà per una tavolata di amici.
Port Dundas e Bulghur
Devo ammettere comunque che, benché il festival mi sia piaciuto molto, di whisky in realtà ne ho assaggiati pochissimi. Colpa mia, colpa delle birre (alle quali mi sono invece dedicato con più dedizione), colpa delle quattro chiacchiere con Schigi e Stefano Ricci, ma alla fine ho provato solo due vintage di Glenrothes, distilleria dello Speyside alla quale sarò sempre grato per avermi fatto vedere di persona alambicchi e paesaggi mozzafiato. Un aspetto, non mi stancherò mai di ripetere, che tutte le distillerie dovrebbero coltivare con maggiore attenzione rispetto alle, comunque valide e interessanti, degustazioni milanesi.
E in tema di degustazioni, coincidenza astrale, eccomi due giorni dopo alla serata delle Special Releases organizzata da Diageo, gruppo che controlla, oltre alla beneamata Guinness, un pacchetto sfavillante di distillerie scozzesi. Quattro i single malt in degustazione (Talisker 18 anni, Port Dundas 20 anni, Rosebank 21 anni e Clynelish Distillers Edition) abbinati a piatti della cucina libanese. Abbinamenti perfetti e quasi stupefacenti (su tutti il Port Dundas con il Bulghur, piatto di grano tenero scuro cotto con verdure fresche e spezie dolci) e distillati fuoriclasse. Su tutti, a mio parere, svettava comunque il Talisker dagli unici profumi di torba e di alghe salate. Le stesse che avevo avuto modo di vedere quando ero stato sull'isola di Skye in visita alla distilleria. Che dire? Sarà un caso se ho un debole per i distillati che ho potuto bere sul posto?