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9 novembre 2011

Scozzesi a Milano...

Il salone del Marriott Hotel
Per la serie: se le idee sono buone, vanno avanti anche senza "padrini" e patrocini vari. Una serie a tiratura limitatissima in Italia dove nulla sembra muoversi senza avere conoscenze, amicizie, parentele, appoggi, tutele e via di questo passo. E' per questo che ho deciso di buttare giù due righe sul Milano Whisky Festival che si è concluso da un paio di giorni. Perché questa iniziativa è partita da due appassionati milanesi che l'hanno lanciata nel 2006 coinvolgendo aziende grandi e piccole, collezionisti e imbottigliatori e tutto quel variegato mondo che ruota attorno al whisky. Che tuttavia, quando hanno lanciato il festival, si poteva solo presumere che esistesse. Insomma, la loro è stata una bella scommessa, priva di benedizioni slowfoodiane o di qualsiasi altra associazione, ed è stata una scommessa vinta. Trecento persone nel 2006 ("più o meno i nostri amici", hanno detto gli organizzatori), oltre 1500 l'edizione 2010. Non si tratta di numeri monstre, sia chiaro, ma una crescita effettiva è sotto gli occhi di tutti.
Glenrothes Memories
Numeri a parte, il Whisky Festival ha molti pregi (tranne forse quello della location, il Marriott di viale Washington è davvero complicato da raggiungere con i mezzi pubblici): gente appassionata senza eccessi e isterismi, folla contenuta e pertanto atmosfera vivibile, prestigio assoluto di certe etichette e poi le birre. Esatto, un piccolo spazio l'anno avuto anche le birre e non solo per "parentela di malto", ma per via degli invecchiamenti in botti già destinate al whisky. Brewdog, Dark Island, Harviestoun Ola Dubh, Birrificio del Ducato. Un mix di Ales&Co. più "roncoliani" gestito da Stefano Allera, insomma. A me è piaciuta la Dark Island Reserve, solo a me però, e me ne sono pure pigliata una bottiglia. Birra impegnativa, non c'è che dire. All'inizio mi ha asfaltato la lingua ma, dopo un secondo o due, mi ha lasciato una positiva impressione di grande profondità, struttura, leggera astringenza. Comunque sia, una bottiglia basterà per una tavolata di amici.
Port Dundas e Bulghur
Devo ammettere comunque che, benché il festival mi sia piaciuto molto, di whisky in realtà ne ho assaggiati pochissimi. Colpa mia, colpa delle birre (alle quali mi sono invece dedicato con più dedizione), colpa delle quattro chiacchiere con Schigi e Stefano Ricci, ma alla fine ho provato solo due vintage di Glenrothes, distilleria dello Speyside alla quale sarò sempre grato per avermi fatto vedere di persona alambicchi e paesaggi mozzafiato. Un aspetto, non mi stancherò mai di ripetere, che tutte le distillerie dovrebbero coltivare con maggiore attenzione rispetto alle, comunque valide e interessanti, degustazioni milanesi.
E in tema di degustazioni, coincidenza astrale, eccomi due giorni dopo alla serata delle Special Releases organizzata da Diageo, gruppo che controlla, oltre alla beneamata Guinness, un pacchetto sfavillante di distillerie scozzesi. Quattro i single malt in degustazione (Talisker 18 anni, Port Dundas 20 anni, Rosebank 21 anni e Clynelish Distillers Edition) abbinati a piatti della cucina libanese. Abbinamenti perfetti e quasi stupefacenti (su tutti il Port Dundas con il Bulghur, piatto di grano tenero scuro cotto con verdure fresche e spezie dolci) e distillati fuoriclasse. Su tutti, a mio parere, svettava comunque il Talisker dagli unici profumi di torba e di alghe salate. Le stesse che avevo avuto modo di vedere quando ero stato sull'isola di Skye in visita alla distilleria. Che dire? Sarà un caso se ho un debole per i distillati che ho potuto bere sul posto?

1 giugno 2009

Speyside Break


Ogni anno, chissà poi per quale arcano motivo, non appena intravedo l'estate che si avvicina, il lavoro diventa frenetico al limite del parossismo. Quasi fosse un disperato colpo di coda per tenermi ammanettato al notebook. La notizia, ovviamente e di questi tempi, è positiva ma tra articoli da consegnare, la degustazione a Crema con l'Ais Lombardia sulle birre artigianali lombarde e i viaggi di lavoro a Cagliari e a Roma, sono state settimane intense e anche un po' schizofreniche. Se però dovessi scegliere "l'attimo fuggente" sarebbe senza dubbio quello che vedete in questa foto. Si tratta della mia mano (credetemi sulla fiducia), di un calice di Glenrothes Select Reserve e del panorama di un angolo dello Speyside scozzese. Visto dalla sorgente le cui acque compongono questo single malt "soffice" e setoso, comodoso mi verrebbe da osare. La camminata per raggiungere la sorgente è durata una buona mezz'ora, in salita, tra rovesci di pioggia ogni cento metri, più o meno, sguardi indagatori di cordiali bovini al pascolo, e profumi di trifoglio, erba bagnata e fiori. Un'aria pulita che a un milanese, per quanto d'adozione come me, comporta lievi giramenti di testa (troppo ossigeno evidentemente) e una degustazione finale che, d'un balzo, tra il lieve vento in faccia e l'arcobaleno spuntato in valle, si è iscritta di rigore come la più bella della mia vita. E con questa mossa, l'anfitrione della giornata, Ronnie Cox, è diventato il mio uomo di pubbliche relazioni preferito... Glenrothes, in tutta onestà, mi era piaciuto molto già a Milano, ma tutte le sensazioni provate in Scozia mi hanno messo in pace con me stesso. Talmente in pace che quando il mio notebook (quello di adesso è il netbook di riserva) ha ceduto di schianto, l'ho presa con filosofia. Nemmeno avessi fatto colazione con corn flakes e fiori di loto... Scotland forever!

11 aprile 2008

Dalla Zoobeer al Calvados


Ultimo post il 18 marzo? Cavoli, mi devo essere perso per strada... In realtà in questi giorni mi sono successe un sacco di cose che a riassumerle in un unico post rischierei di scrivere "Guerra e pace" e di attirarmi le illuminate critiche di colleghi che mi hanno sempre consigliato, sul blog, di essere stringato. Ma tant'è, provo a fare una rapida cronaca degli eventi che mi hanno maggiormente colpito in queste settimane. Inizio con l'apparizione di un piao d'ore in quel del Salone della Birra di Milano: con Valentina siamo capitati lunedì, giorno da operatori, e abbiamo scambiato quattro chiacchiere con alcuni birrai presenti. Il che è sempre un piacere, almeno per noi, ma piacere superiore è stato scoprire l'ultima chicca made in 32 Via dei birrai: il nome suona come Zoobeer, spero di non sbagliare, e Fabiano Toffoli l'ha inventata per un noto locale del trevigiano, il Nidaba. Ma è birra tanto elegante e raffinata che sarebbe un peccato circoscriverla ai tavoli del pur meritevole Nidaba. Aspettiamo e vediamo.... Altri assaggi che mi sono piaciuti, non che abbia bevuto tutto quello che c'era, sono stati la costante e beverina Backdoor Bitter dell'Orso Verde e dell'ormai lanciato, ma sempre spettinato tié, Cesare Gualdoni, la rinnovata Buena Suerte di quella leggenda che risponde al nome di Beppe Vento (mai trovato così tanto simpatico uno che mi è sempre sembrato così tanto diverso da me) e la Rebuffone di Maurizio Cancelli ex Babb oggi Manerba Brewery. Che dire, Maurizio è bravo, non si discute e a lui personalmente auguro di realizzare ogni suo sogno. Abbastanza criptico vero? Accontentatevi, per ora...

Dopo le birre artigianali però il mio ricordo si fa confuso: sono stato coinvolto da una girandola di viaggi lampo in Italia, agganciato dal settimanale Economy, quello di Panorama, per un servizio sul mercato del vino italiano proprio nel momento in cui L'Espresso lanciava la sua campagna all'urlo di "Velenitaly", intervistato da Radio Deejay che mi ha fatto parlare seriamente quando io mi ero preparato a rispondere alla solita ironia giocosa del duo Linus e Nicola e poi spedito in Normandia alla scoperta del Calvados con contorno anche qui di concorso barman. Il Calvados merita un post a parte, qui chiudo dicendo che ho scoperto un distillato (nella foto, la degustazione) che può riservare molte sorprese, soprattutto se affinato lungamente. E un sidro di pere da incorniciare, tenendo conto che io il sidro non l'ho mai amato troppo.... Ma, al prossimo post, confidando in un ritmo lavorativo un po' meno serrato.....

25 giugno 2007

Coffee Break


No, non si tratta della milk stout di Agostino Arioli. Birraio stimato e serio in un mondo che rischia, speriamo di no però, di diventare tutto lustrini prima del tempo (ma sull'argomento ritornerò a breve). Milk stout comunque che a me piaceva assai ma che credo abbandonata al suo destino da Ago (d'altro canto a uno che fa la Extra Hop si perdona questo e altro). Parliamo invece di caffè. Almeno proviamoci perché sull'argomento confesso di sentirmi un po' Socrate (il filosofo, non il calciatore barbuto) ovvero so di non sapere.
Sono reduce da un incontro organizzato da sempre-in-movimento Carlo Odello, del Centro Studi Assaggiatori, all'Iper Portello. Tema, appunto, il caffè. Sovraestrazione, tostature, lavato o meno, origine, arabica o robusta, colore della crema e sua "tessitura". Ecco che, dietro quello che reputavo un gesto tra i più automatici della giornata tipo, si apre un mondo. Il mio primo incontro professionale con il caffè è stato quando, anni orsono, ho scritto i testi per un sito aziendale (la Diemme Caffè di Padova). Al primo appuntamento ho rischiato la defenestrazione semplicemente perché alla domanda: "vuole un caffè?", io ho risposto con un cordiale "grazie, macchiato". Prima lezione appresa: il vero caffè si beve normale o ristretto, senza latte e possibilmente senza zucchero per non alterarne l'aroma. Qualsiasi altro intruglio andrà bene per il marketing ma è roba da signorina.
Lezione breve e non pedante dunque quella dell'Iper. Anche nel caffè le origini hanno un valore: il giamaicano è diverso dall'etiope, il brasiliano dal guatemalteco. Lino's Coffee Shop ha fatto la sua fortuna su queste, e altre, distinzioni. Oggi sembra che anche altre aziende ci stiano arrivando. E, a ruota, arriveranno i degustatori di caffè, i giornalisti specializzati in caffè, i master of food sul caffè e magari anche una bella fiera o salone a tema... Nel frattempo, io ora scruto con attenzione la mia tazzina, controllo se la crema vira al nocciola e se la sua consistenza-tessitura è lenta a sparire, capto i profumi di tostatura, ne giudico la complessità e la persistenza... Sto perdendo l'abitudine di ingollare il caffè e dimenticarmelo subito dopo e mi sembra una buona cosa. Attendo solo con ansia una lezione sulle sigarette. Con questa tecniche di degustazione sono sicuro che risparmierei una bella cifra all'anno...