6 maggio 2012

Teo vs Ago: l'intervista doppia...

Tempo di sperimentazioni qui a Birragenda. L'idea dell'intervista doppia ci scompifferava, a dire il vero, da un po' di tempo ma era sempre mancata l'occasione e, soprattutto, immaginavo che la cosa potesse funzionare bene solo in televisione (Le Iene docet). Tuttavia l'occasione della cotta insieme tra Teo Musso e Agostino Arioli mi sembrava troppo ghiotta per non provarci e allora eccola qui. La regola era che le domande fossero le stesse, i protagonisti sono stati intervistati separatamente.
Buona lettura...
Agostino Arioli
- Perché una birra insieme?
Ago: Perché Teo mi ha invitato (risposta concisa e lunga pausa, ndr.). Certo che c'è il gusto del confronto. Io non avevo pensato a una cosa del genere. Ci ha pensato lui e io sono stato contento di aver accettato l'invito. Sacrificando un impegno che avevo che a sua volta mi aveva costretto a sacrificare l'invito alla World Beer Cup di San Diego. Ma è stato un sacrificio che ho fatto volentieri: innanzitutto perché tutte le collaborazioni tra birrai sono delle occasioni di crescita, di scambio e di piacere. Poi Teo è sempre stato un amico per me, soprattutto agli inizi, ma lo è sempre rimasto... Ritrovare un amico e fare insieme a lui quello che ci piace maggiormente è quindi sempre un piacere per me...
Teo: Per me l'idea era quella di mettere insieme 30 anni di birra artigianale italiana (16 di Ago e 16 di Teo, ndr.). Far incontrare due storie, due filosofie, due pensieri diversi dopo tanti anni sarebbe stata una bella cosa. Dall'idea di fare una birra insieme siamo passati all'idea di fondere due filosofie in un unico prodotto. Bellissimo, molto stimolante ma anche molto difficile. Infine, questo nostro incontro è anche un modo per rispondere giocosamente al mondo degli appassionati che, in qualche modo, ha supposto una rivalità tra me e Ago, quando invece è tutto il contrario... Rivali proprio non lo siamo mai stati... Per giocare al massimo avrei voluto creare qui in birrificio una sorta di "ring" dove all'angolo di Ago ci stava la Tipopils e al mio la Super Baladin. Ci è mancato il tempo....
- Cosa invidi dell'altro?
Ago: La cosa che invidio di più a Teo è la sua energia, il fatto che è perennemente in movimento. Ma la parola "invidia" è oggi poco attuale per me. Ci sono stati dei momenti in cui invidiavo davvero la sua capacità di fare tante cose, il suo essere sempre così brillante. Ora più che altro ammiro la sua energia, ne sono incantato. Non si ferma mai, è sempre in movimento e tutte le idee che gli vengono in mente riesce a portarle avanti. Cazzo, un'energia incredibile. Questo aspetto lo ammiro molto...
Teo Musso
Teo: Guarda, penso di dire l'opposto di quello che ti ha detto lui (ride, ndr.). Io gli invidio il fatto di riuscire a stare fermo su una stessa cosa. Io so che non potrei mai essere come lui, ma ci sono dei momenti che gli invidio proprio questo suo lato del carattere, la sua solidità. Io ho un bisogno continuo di esplorare, muovermi...
- Una birra che ruberesti a Teo/Ago...
Ago: (lunghissima pausa, ndr.l). Guarda, rispondo solo per dovere d'intervistato. Perché, la cosa bella che c'è tra me e Teo è che facciamo birre molto diverse, ma anche molto complementari. Una linea di birre che comprendesse le mie e le sue sarebbe, non dico completa, ma straordinariamente interessante e variegata. Comunque ritengo che la birra più geniale di Teo sia la Xyauyù. Non è forse una birra che bevo spesso, ma quando me ne faccio un mezzo bicchiere godo...
Teo: Bah, ruberei naturalmente la sua birra simbolo, la Tipopils. Perché è in realtà una grande birra, sotto tutti gli aspetti. E' una grande pils, ma anche per il suo modo di comunicarla, la serietà nel comunicarla. Indubbiamente una grande birra...
- Dove sarai tra dieci anni?
Ago: Prima di tutto vorrei essere ancora sulla faccia della terra, con la mia compagna e mio figlio in Indonesia, però immagino che tu me lo chieda dal punto di vista professionale (ride, ndr.), e quindi ti dico che non c'è il minimo dubbio che vorrei essere ancora a fare birra. negli anni passati ho avuto dei momenti di dubbio ma oggi mi dichiaro felicemente birraio. Sono rilassato, non devo dimostrare niente a nessuno, lavoro il giusto. Fare birra è fantastico, ma vorrei migliorare sempre la mia produzione e realizzare qualche progetto che ho in cantiere. Sai, le mie birre richiedono degli anni per arrivare a maturità... Ah, e vorrei sempre riuscire a mantenere intatto il legame che ho con i consumatori...
Teo: Tra dieci anni non ne ho la più pallida idea (ride di nuovo, ndr.). No, in realtà, vorrei continuare a ricercare nuovi percorsi del gusto riuscendo però a mantenere questo dimensionamento. Di sicuro tra dieci anni avrò la cantina d'invecchiamento per le birre più figa del mondo! Ci sarà la possibilità di assaggiare Xyauyù di dieci anni di invecchiamento, posso immaginare già l'evoluzione, ma forse no, Forse i risultati saranno oltre l'immaginazione....

4 maggio 2012

The rumble in the jungle

Ago vs Teo: la foto simbolo (Ph. F. Mozzone)
La giornata del 30 aprile io l'ho vissuta come un vero e proprio evento. Come credo di aver scritto da qualche parte, non mi ricordo nemmeno più dove, la notizia dell'incontro-scontro tra Teo Musso e Agostino Arioli per fare una birra insieme mi era apparsa quasi poco credibile. Vero, i due si possono considerare, volenti o nolenti, i "padri nobili" della rivoluzione artigianal-birraria tricolore. Padri nobili ma anche padri diversi, per filosofia produttiva e filosofia commerciale. Diversi pure dal punto di vista caratteriale, comunicativo, di pura e semplice immagine. Anni fa li definivo "due occhi della stessa testa" ma pensavo agli occhi di David Bowie (che dovrebbero essere di colore differente, ma sembra sia una leggenda metropolitana). Comunque sia, questa loro reunion mi suonava come una jam session tra i Beatles e i Rolling Stones e la mia attesa saliva proporzionalmente all'avvicinarsi della data fatidica.
Il 30 aprile le colline attorno a Piozzo sono state sferzate da una pioggia insistente, costringendo il team del Baladin ad attrezzarsi per gestire tutta la giornata all'interno. Nessun problema. Era almeno un annetto che non bazzicavo da quelle parti e il birrificio l'ho visto trasformato: il capannone è stato dipinto a pié sospinto da Marco Bailone, l'artista che segue Teo da anni, trasformando una grigia sede produttiva in un colorato ambiente dove si lavora ma dove il pubblico si può trovare a proprio agio. Sala spedizioni, sala rifermentazioni, sala imbottigliamento (molto moderna e "aggressiva"), le botti per gli esperimenti e quella per il distillato di birra e infine il cuore pulsante con fermentatori da 130 ettolitri e tutto il resto. Difficile non restare impressionati pensando alla prima volta che ho conosciuto Teo almeno un decennio fa. Difficile anche stare dietro alla sua parlantina, a quel linguaggio che usa e che, con le parole, riesce sempre a disegnare una visione, un progetto nel quale, inevitabilmente, ti trascina. Agostino, da parte sua, sembra possedere maggiore concretezza, è didattico nei suoi ragionamenti e ti rendi conto che ogni frase che dice è stata meditata e ha un fondamento logico. Teo è l'elastico, Ago la fionda, Teo il politico, Ago il tecnico. Ma le metafore terminano qui. Che siano entrambi due dannatamente bravi birrai non ci piove e siamo d'accordo con Agostino quando ci fa pensare che le gamme del Birrificio Italiano e quelle del Baladin si potrebbero integrare quasi alla perfezione. Di sicuro, sarebbe una batteria fenomenale...
Agostino Arioli e Teo Musso
Ma parliamo dunque della birra in comune. Dire "in comune" forse non è del tutto esatto. Il progetto è un parto delle due menti, certo, ma la scelta sembra essere ricaduta più sulla strategia napoleonica del "marciare divisi per colpire uniti" piuttosto che su una classica collaboration brew. La birra finale, che ricadrà nello stile Imperial Russian Stout, sarà infatti figlia di un blend a sua volta figlio di due birre sviluppate singolarmente da Ago e Teo. Birre che potranno stare in piedi per conto loro e delle quali sono una parte confluirà nel blend Ago+Teo finale.
Insomma, i due protagonisti si sono spartiti i compiti con Agostino a disegnare la sua birra giocando forte sul fronte dei luppoli ("sopra le righe", per usare le sue parole), ma ricorrendo anche a un apporto interessante come l'uso di lamponi ("solo delle note"). Teo invece si è divertito con malti e lievito. L'assemblaggio, infine, è stato posto a maturare in botte, quasi 1500 litri, e in un'anfora da 150 litri.
Che birra salterà fuori? Boh è la mia risposta, sebbene la curiosità sia notevole sia per i "giocatori" in campo ma anche per il meccanismo produttivo complesso. Con quella dell'anfora che sembra proprio essere il nuovo trip dei birrai artigiani dopo le esperienze Cantillon e quelle di Leonardo Di Vincenzo.
Se il futuro di questa cotta straordinaria è nelle mani di Cerere, a me è rimasta la gioia di vedere due punti di riferimento assoluti della scena birraria italiana fianco a fianco, belli sorridenti, diversi sì, ma anche simili per molti versi. Nei prossimi giorni potrete leggere una specie d'intervista doppia ai due ma chiudo qui questo post per spiegare lo strano titolo che gli ho dato. Quando ho infatti chiesto che nome avrebbero dato alla birra (il blend intendo) non ho avuto risposte certe. Ci penseranno, ma a me è venuto subito in mente. "Rumble in the jungle" come il leggendario incontro di boxe tra Muhammad Ali e George Foreman tenutosi a Kinshasa nel 1974, incontro tra due grandi campioni, diversi per stile e carattere proprio come Teo e Ago, immortalati poi nel documentario When we were kings. Non so voi cosa ne pensate, ma a me piace un sacco...

20 aprile 2012

Birrificio, si spera, Yblon

Il logo del birrificio Yblon
Di questi tempi i miei sentimenti oscillano tra il nichilismo e il qualunquismo. Non ne sono fiero, sia chiaro. Ma vivere in Italia sta diventando sempre più complicato, frustrante, avvilente, deprimente. Non penso di essere una mosca bianca: basta leggere twitter o facebook, sempre più delle cartine di tornasole dell'aria che tira, per rendersene conto. L'allegra conduzione di vita della nostra classe politica, l'immutabilità delle facce in tutti gli schieramenti, l'uso personale del denaro pubblico e, allo stesso tempo, le incredibili giustificazioni date da questi elementi che a fatica si possono reputare membri del genere umano vanno di pari passo con uno Stato levantino, che sembra capace solo di asfissiare i piccoli mentre è completamente "zerbinato" di fronte ai grandi. Di là un certo Renzo Bossi che studia (?) a Londra (sembra) con i soldi dei rimborsi elettorali (ovvero nostri), di qua un ragazzino che aspetta oltre dieci anni per essere giudicato del furto di un ovetto Kinder, di là un imprenditore proprietario di televisioni e di media che diventa premier, di qua un imprenditore che fa fatica ad arrivare a fine mese e mica perché è un incapace, ma perché massacrato a ripetizione da leggine e normative applicate con la sagacia di un cinghiale che si vede circondato dai cacciatori.
Una delle birre dell'Yblon
Birragenda non è un blog politico, né lo vuole essere. Anche se parlare di birra di questi tempi potrebbe sembrare una perdita di tempo di fronte all'immensità del disastro che è stato perpetrato ai nostri danni. Che si perpetra ancora e che, con molta probabilità, si perpetrerà anche in futuro. Tuttavia, Birragenda si occupa di birra, nel senso più ampio del termine, e pertanto si occupa dei problemi che alcuni piccoli produttori si trovano a lamentare. Se non altro, cerca di essere una microscopica cassa di risonanza.
Perché fa male, fa incazzare, leggere che Jurij Ferri sembra a volte non poterne più. Perché ho il sospetto che dietro le "filippiche" di Bruno Carilli ci sia un malessere vero. E sono convinto che, se si facesse un sondaggio, dal mondo dei piccoli imprenditori della birra si leverebbero solo lamenti e urla di guerra. L'ultimo mi è arrivato oggi e riguarda un birrificio di cui ho solo sentito parlare, ma che non conosco personalmente. Si tratta del siciliano, di Ragusa, Yblon. Giornalisticamente parlando, dovrei scriverne solo dopo aver sentito "l'altra campana", ma dubito che la storia sia frutto dell'immaginazione. Non ne trovo i motivi.
Ordunque, il racconto che fa l'Yblon è inquietante ma, a mio avviso, tristemente rappresentativo di alcuni degli aspetti più drammatici in cui versa l'Italia. Il comunicato stampa è lunghino, ma non mi sono sentito di tagliarlo o di riassumerlo. Va letto per intero e meditato. Alcuni passaggi sfondano il senso del ridicolo, ma la sostanza non fa ridere per niente. Un ultimo avvertimento: se lo leggete dopo aver visto una puntata di Report, Servizio Pubblico o, anche, Le Iene, lo fate a vostro rischio e pericolo...

“Impresa e burocrazia. Il caso del Birrificio Yblon”

La storia del marchio Yblon è complessa e travagliata. Racconta della determinazione di un gruppo di giovani imprenditori ragusani ostacolata, come spesso accade, dalle cavillose procedure burocratiche italiane e dalla scontata esigenza di rispetto delle leggi, che però devono potersi interpretare con elasticità per non divenire barriere insormontabili.
La società Yblon nacque lo scorso anno dall’idea di realizzare una nuova ricetta di birra artigianale. Come iniziare? Come ovvio, dalla struttura: bisogna trovare i locali, acquistare i macchinari e testare la ricetta prima di poter dare inizio alla produzione.
Così, trovata la sede, il gruppo inizia i lavori di ristrutturazione dei locali e acquista i macchinari. In attesa che il cantiere si completi, il gruppo Yblon, che non ha intenzione di perder tempo, si  organizza per iniziare a testare la ricetta e per mettere in produzione un primo lotto, appoggiandosi ad un birrificio della provincia già fornito di tutte le autorizzazioni possibili.
Quest’ultimo, prima di iniziare la collaborazione con Yblon, si rivolge all’agenzia di dogana di Pozzallo, che come unica istruzione dà disposizioni sulla registrazione delle materie prime in entrata e su quella della merce prodotta in uscita.
Intanto, i titolari del gruppo Yblon decidono di attivare l’impianto pilota nella propria sede, che ancora è un vero e proprio cantiere, per testare (con cotte da 15/20 litri) le ricette che in seguito sarebbero andate in produzione presso le strutture dell’altra azienda. Sperimentare una ricetta, come è facile intuire, è un passaggio fondamentale per assicurare al consumatore finale un prodotto di qualità.
Il 24 giugno, però, una visita a sorpresa dell’agenzia di dogana di Siracusa, dispone il sequestro delle attrezzature ancora scollegate, dell’intero immobile ancora in costruzione e dell’impianto pilota. L’accusa è di produzione clandestina, nonostante i funzionari della dogana abbiano constatato di trovarsi in un cantiere. La presenza dell’impianto pilota funzionante, dei fermentatori in plastica, di qualche vecchia bottiglia e di due sacchetti di malto forniscono prove sufficienti per l’accusa.
“Durante le fasi di archiviazione dei materiali - raccontano i titolari del gruppo – ci è stato chiesto più volte di illustrare le fasi di lavorazione della 'distillazione' della birra e, in merito alla decisione di produrre la nuova ricetta presso un altro birrificio, ci sono state poste domande del tipo ‘Ma com’è possibile che un birrificio concorrente produca per voi?’ e anche ‘Ma non è controproducente per voi dare la vostra ricetta ad un concorrente?’. Da restare allibiti !
A questo punto il gruppo Yblon si trova costretto ad avvalersi di un legale che dopo un mese riesce ad ottenere il dissequestro dei locali, ma non dell’impianto pilota e dei fermentatori che rimangono per il magistrato un mezzo con il quale nei mesi successivi l’impresa avrebbe potuto continuare la sua “attività illecita”; impedendo così  la continuazione dei lavori di sistemazione degli impianti (gas, vapore, acqua e via dicendo).
Oggi, a distanza di otto mesi dal sequestro, gli impianti sono ancora bloccati, le bottiglie sequestrate, anche se prodotte legalmente sotto la licenza del birrificio partner, sono scadute e quindi invendibili.

Birrificio, si spera, Yblon.    

6 aprile 2012

An interview with Jeff Evans

Jeff Evans
Jeff Evans è uno dei più autorevoli beerwriters britannici, con un impressionante curriculum a partire dagli anni Ottanta quando ha iniziato a scrivere professionalmente di birra. E' stato editor della Good Beer Guide del Camra, la "bibbia" dei migliori pub inglesi, ha scritto diversi libri (sette edizioni della Good Bottled Beer Guide, A beer a day, The Book of Beer Knowledge e il recentissimo e-book Beer Lover's Britain). I suoi articoli appaiono sulle principali riviste in lingua inglese, da All about beer a What's Brewing dal Morning Advertiser a Class. Infine è chairman all'International Beer Challenge di Londra e giudice in diversi concorsi birrari. Incluso, recentemente, quello di Birra dell'Anno. Jeff è molto interessato alla realtà artigianale italiana, mi è capitato di fargli da driver qualche anno fa in visita ad alcuni birrifici del nord Italia, e sono quindi felice di poter pubblicare qui una breve intervista proprio sulla realtà artigianale tricolore vista attraverso i suoi occhi... e il suo palato. L'intervista è pubblicata in inglese, spero non sia un problema per nessuno.
In rete, potete trovare Jeff Evans, i suoi libri e le sue recensioni, su InsideBeer.
M.M.


You experienced judging at Birra dell'Anno this year, but this is not your first time sampling Italian micro brews. So, what's your overall opinion of the average quality of the Italian craft scene?

It's like the craft beer scene in every country: there are good experiences and not so good experiences. But I find it very exciting. The best Italian beers are up there with the best in the world. There's no doubt about that. Italy has some very accomplished and innovative brewers. I think it possibly comes from being a nation that has not given up on the simple pleasures of taking time over preparing and enjoying food and drink. The wine influence always strikes me as being very important, too.

Strength and weakness of the Italian craft beer. What's your opinion?

It's still a very young sector and people are still learning. There will be a shake out of breweries in time, with those that are not up to scratch leaving the business and those that are good going from strength to strength. That's what has happened in the UK and in the US. Apart from the natural talent and keenness to learn of your brewers, one of the biggest assets is probably the huge competition from wine. This means that brewers have had to compete at the highest level right from the start in order to gain public acceptance as producers of a quality, gourmet product.

Baladin, Italiano, Ducato... Are any "new" Italian microbreweries that impressed you lately?

There are so many new breweries that it is now difficult to keep up. The well-established breweries still set the standard but I know from the results of Birra dell'Anno that there are plenty of challengers now. In addition to the names you mention, I am always impressed with Toccalmatto. Their beers always do well in the International Beer Challenge. At Selezione Birra, they had a one-off saison called Oceania, brewed with New Zealand hops. It was excellent, full of zesty citrus flavours but with the quenching dryness of a Belgian saison.

How do you consider the Italian craft beers in the British market? Do you think they have a chance for success in a traditional beer market like UK?

In the traditional UK beer market no, but the UK beer market is changing fast. We now have lots of specialist beer bars and specialist beer shops, where customers are happy to pay more for exotic beers of high quality. That's where I see the Italian craft beer imports sitting. There are certainly some beers that would prove popular on draught (Tipopils, for example), but it'll mostly be high-end, well-presented bottled beers that will succeed. Sales will not be huge but there will be a market for them as the word goes around that Italian craft beer is something to seek out. What will help is the excellent packaging. Many of the Italian beers just look so classy and inviting.

Last, but not least. Are you planning a "brew-visit" to Italy soon? Which micros would you like to see?

I'm afraid I can't see me getting to Italy for a while but I've promised Giovanni Campari at Ducato and Bruno Carilli at Toccalmatto that I will visit them one day. I hope it will be sooner rather than later. And I'm always open to invitations!

2 aprile 2012

Dentro lo Zythos Bierfestival...

Premessa importante: io allo Zythos Bierfestival non sono mai stato. Ergo, teoricamente, non dovrei parlarne... Il caso vuole però che, un paio di settimane fa, fossi stato invitato a fare un breve ma intenso viaggio stampa a Lovanio e a Beersel e che, la prima sera, fosse stato organizzato una sorta di "pre" Zythos a uso e consumo di una pattuglia di giornalisti arrivati dall'Italia, dalla Spagna e dall'Inghilterra.
Ho quindi avuto modo di conoscere e scambiare due parole con Yannick de Cocquéau, uno dei componenti del "board" dello Zythos, vale a dire un membro del comitato organizzatore. A lui ho chiesto lumi su alcuni aspetti organizzativi partendo dal presupposto, confermatomi da Yannick, che di italiani allo Zythos se ne sono sempre visti parecchi e che, da quest'anno, il festival avrà come sede proprio la città di Lovanio. Una location strategica per diversi fattori: in primo luogo Lovanio è facilmente raggiungibile in treno direttamente dall'aeroporto di Bruxelles (in 15 minuti circa), in secondo luogo Lovanio è città universitaria quindi con una vita serale-notturna intensa e vivace, punteggiata di locali dove incontrarsi davanti a una birra e con un'ottima e diversificata ricettività alberghiera.
- Allora Yannick, diamo un po' di numeri allo Zythos...
«Innanzitutto il festival è nato nove anni fa per promuovere le birre belghe. La scorsa edizione ci sono state circa 10mila persone. Quest'anno, con la sede a Lovanio, ne aspettiamo almeno 15mila. Ci saranno 96 stand per circa 104 birrerie. Tutte le trappiste, tranne Westvleteren ma, per la prima volta, le birre di St. Bernardus»
- Chi viene allo Zythos?
«Beh, innanzitutto belgi ovviamente. Ma abbiamo molta partecipazione dalla Francia, dall'Olanda e dall'Italia. Tanto che il nostro sito è presentato anche in italiano»
- Quanto costa entrare allo Zythos?
«L'ingresso è gratuito, con cauzione per il bicchiere, e lo staff è composto da volontari. Lo Zythos Bierfestival ha un board organizzativo permanente di circa dieci persone. Durante il festival i volontari sono circa 250. All'ingresso si possono acquistare i token per la birra: un token vale 1,40 euro. I soldi vengono ripartiti in questo modo: sull'incasso la piccola birreria può trattenere fino a 80 centesimi per token, la grande fino a 70 centesimi. Nulla vieta comunque che il partecipante possa trattenere meno, concedendo una percentuale superiore all'organizzazione»
- Cosa significa "birreria piccola", "birreria grande"?
«Il confine tra le due è determinato dalla produzione: più o meno di 750 ettolitri l'anno»
- Perché andare allo Zythos?
«Perché è una vetrina importante per conoscere le birre del Belgio, perché molte birrerie aspettano lo Zythos per presentare nuovi prodotti e sottoporli al giudizio degli appassionati, perché partecipano piccoli produttori spesso ancora poco noti e... perché ci si diverte!».

29 marzo 2012

Una giornata al Vinitaly


Una giornata, ecco, perché a Verona una giornata basta e avanza. Andiamo con ordine. Partenza da Milano Centrale in treno perché l’esperienza, vado a Vinitaly dal 2000 (che culo, eh?), m’insegna che parcheggiare fuori dalla Fiera è come giocare a Tetris. Ci metti del tempo a trovare l’incastro giusto poi, quando provi ad andartene, ti chiedi perché non ti sei portato con te Guerra e Pace, che hai ancora un paio di capitoli da leggere…
Il treno si affolla sempre più. Davanti a me un collega di quelli simpatici, che non se la tirano, che non si sono esaltati con Twitter e con Facebook, che non credono di essere i Messia dell’Aglianico. Insomma, merce rara. Ma la carrozza, all’ultima fermata prima di Verona Porta Nuova, è stipata. Mi guardo in giro e incrocio sguardi poco rassicuranti. C’è voglia di bere. E parecchia…
Dalla stazione alla fiera si va a piedi, così possiamo incrociare i bagarini che vendono sottocosto i biglietti d’ingresso. Penso che se hai fortuna, a Vinitaly al massimo incontri Piero Antinori, mica Bruce Springsteen… Dentro una calca pazzesca, un popolo in cammino, gente che trinca dappertutto, cercando comunque di darsi un contegno ovvero socchiudendo leggermente gli occhi, inspirando dal bicchiere come un bloodhound, prendendo un piccolo sorso, assumendo il volto di uno che cerca di calcolare la trigonometria dei tannini e concludendo con un “buono, buono davvero”.
Ma siamo solo alle prime ore. La Fiera Internazionale del Vino è comunque già in tilt. I cellulari sono in affanno, il wifi collassa probabilmente sotto le raffiche di tweet (al 99% condensati di fuffa e onanismo digitale) targati Vinitaly o Vinitaly2012. Decido di fare quello per cui sono venuto. Mi butto su Agrifood e sullo spazio dedicato alle birre artigianali, organizzato da Luca Grandi e Officina Eventi (ovvero quelli che fanno Birra Nostra a Padova). L’idea della concentrazione in un unico spazio piace. È sul perché essere a Vinitaly che si registrano pareri discordanti: entusiasti (Birrificio Elav), soddisfatti (Birra del Borgo), perplessi (Birrificio Italiano), sereni (Birra Baladin), decisamente scontenti (Tenute Collesi) . Leonardo Di Vincenzo mi racconta l’esperienza della birra “etrusca” elaborata a sei mani con Sam Calagione e Teo Musso (e la collaborazione dell’archeologo molecolare Patrick McGovern). Ingredienti “archeologici” come il grano Saragolla, miele di castagno, rosa canina e millefiori, nocciole, melograno, resina d’albero, uva passa e, ovviamente, luppolo e malto d’orzo. Al momento sta fermentando in anfore di terracotta a Borgorose ed è inutile dire che non vedo proprio l’ora di assaggiarla…
Teo Musso, Agostino Arioli ed io (courtesy Luca Grandi)
Tuttavia non è questa la notizia clou della giornata, quanto piuttosto l’annuncio della collaboration brew tra Agostino Arioli e Teo Musso. La notizia me la passa Agostino con la solita flemma che lo contraddistingue. A me che sgrano gli occhi pensando a un’iniziale presa per il culo, risponde il suo sorriso. Poi arriva Teo e la conferma definitiva: appuntamento al 30 aprile all’Open Day di Piozzo.
E così eccoli lì i due (anche in foto grazie a Luca Grandi). Pronti al concerto che nemmeno i Rolling Stones e i Beatles hanno fatto insieme. Maradona e Platini che giocano insieme (altra bella metafora made in Schigi). Qualunque cosa verrà fuori dalla collaborazione, in termini di comunicazione la “strana coppia” ha fatto centro. E, per dirla tutta, se la comunicazione fosse un loro ben preciso intento, chi se ne frega. A me incuriosiscono molto queste collaborazioni, soprattutto se arrivano da birrai diversi e dal carattere ben preciso. Schigi e Carilli, tanto per non far nomi. Ma anche un Beppe Vento e Dano del Troll. E mi piacerebbe pure vedere robe strane tipo Leonardo Di Vincenzo e Fabiano Toffoli, Nicola Perra e Renzo Losi, Fabio Brocca e Jurij Ferri… Fantascienza? Forse sì, però…

22 marzo 2012

Visions of Brewfist

Lo so, sono sparito dalla circolazione per qualche giorno e ho pure ritardato a pubblicare gli ultimi commenti relativi all'IBF ma, capitemi, avevo una rivista in chiusura e sto recuperando per consegnare un altro lavoro, a sfondo belga diciamo così... Tuttavia, ora che mi trovo a Lovanio per lavoro, provo a buttare giù qualche riga sull'inaugurazione del locale bandiera del Brewfist ovvero il Terminal 1 di via Ferrari a Codogno. Pur non potendo vantarmi di essere un globetrotter della birra artigianale italiana, ci tenevo molto a presenziare al debutto in società di quello che ritengo essere il birrificio del momento. Sicuramente la rivelazione 2011 insieme a Extraomnes. Di Pilato e Maiocchi mi avevano convinto fin dai primi, casuali, assaggi; mi era piaciuta anche la loro immagine, o meglio l'immagine trasferita dal loro sito, tanto da convincermi a coinvolgerli nella serata "Birra.com" che avevo organizzato alla Triennale di Milano più o meno un mese fa. Un tono leggero, vagamente ironico, con un pizzico di insolito understatement, per delle birre costruite solidamente e di notevole affidabilità sul medio-lungo periodo mi fanno pensare che il Brewfist non sia una meteora nel sempre più affollato firmamento artigianal-birrario nazionale. E "l'acquisto" recente di Alessio Allo Gatti, che dove è andato ha sempre fatto grandi cose, è una conferma ulteriore delle intenzioni serie dei ragazzi di Codogno...
Andrea Maiocchi al lavoro
Il locale mi sembra molto ben piazzato come location a livello strategico: tanto per dire, il mio navigatore non aveva identificato la via con precisione, ma in pochi minuti mi ci sono trovato davanti lo stesso. L'arredamento con bancone a isola centrale è convincente anche se eliminerei il parcheggio aereo per le bottiglie di distillati sopra la testa (saranno anche comode, ma a me fanno un po' bar-tabacchi). Bella la mega-lavagna con l'elenco delle birre a disposizione, mi ricorda i pub americani, ambiente nel complesso un po' spoglio e freddino, ma giudicare un locale appena aperto è come prevedere a quale corso di laurea si iscriverà un bimbo delle elementari.
Buono l'hamburger, soprattutto in una serata inaugurale, e perfette le birre assaggiate. Jale a parte che, personalmente, non mi ha emozionato tanto. Sicuramente non tanto quanto la Burocracy o la Spaceman in versione Dry Hop, delle due la mia birra "per tutta la sera" resta comunque la prima, o la Fear...
In buona sostanza e per quanto sia difficile giudicare un posto al suo debutto, credo che il Terminal 1 si candidi con autorevolezza a diventare un punto di riferimento birrario per la zona. E un valido motivo per andare a Codogno. Del resto, fino al 16 marzo scorso, non ne conoscevo altri...

11 marzo 2012

Italia Beer Festival Milano - Un minireport...

Il logo dell'IBF
Se Paolo Polli non si fosse lanciato come un falco nel mercato della birra artigianale italiana, intuendone le potenzialità e "cavalcando la tigre" con piglio imprenditoriale, sarebbe stato un buon vigile urbano... Vederlo infatti smistare le persone all'ingresso dell'Italia Beer Festival, in corso fino a stasera a mezzanotte agli East End Studios di via Mecenate, e organizzare le code per i gettoni con un piglio da comandante di nave (e non sto pensando a Schettino) aveva un che di sorprendente... Mi ha fatto tornare in mente i tempi andati quando, conosciuto l'uomo da poco, lo ascoltavo paziente e un po' perplesso descrivermi la tappe future della sua ascesa a protagonista, anche discusso, della nostra nicchia... I primi tempi, il Polli, sembrava un po' come il mercante nel tempio, alle prese con Gesù che lo voleva scacciare tra gli apprezzamenti silenti o rumorosi degli apostoli... Le urla e gli strepiti sono andati via via scemando: in parte perché il piccolo mondo della birra artigianale lo ha, in qualche modo, digerito e in parte, o soprattutto, perché in molti si sono accorti che, in termini di organizzazione e di business, l'uomo ha delle indubbie capacità.
Lo dimostrano i suoi BQ, i locali dove ormai bevi delle birre di produttori che sembrava si sarebbero voluti far crocifiggere pur di non dargliele, lo dimostrano i suoi IBF e lo dimostrano i suoi corsi dove insegnano docenti anche di altre associazioni (e io mi ricordo i tempi dove o facevi gli uni o facevi gli altri, pena scomunica e successiva lapidazione virtuale...). Vabbé, così va il mondo e il racconto, oggi, della settima edizione dell'IBF Milano, la sua prima creatura e forse quella di maggior successo, è il racconto di una folla casinista e assetata che accetta la coda alla cassa, la successiva coda per i gettoni e un pigia pigia di dimensioni da prato di San Siro quando suonava Vasco. Tutto pur di bere l'ultima novità di "casa Vento" alias Bi-Du o la Zest di Extraomnes in versione "real". Io ho fatto la mia comparsa il venerdì sera. Ho seguito la presentazione della Tainted Love, brewcollaboration tra Tocalmatto ed Extraomnes (per la serie "se non lo vedo, non ci credo"), ricavandone un'impressione estremamente convincente (il bouquet è clamoroso, forse solo un pelino "acerba" al palato); ho provato la Ten Ten del Bi-Du, esaltante nella sua "asfaltatura" luppolosa (per riassestarmi ho dovuto subito afferrare una Ley Line); ho trovato una morbida e avvolgente Magnus del Croce di Malto e una pregevolmente aromatica Temporis. Gli assaggi sono poi proseguiti con una convincente Caterpillar dei ragazzi di Brewfist, che lo ammetto sono i miei preferiti del momento, una Zona Cesarini in versione Randall, tanto di cappello, e una Blond di Extraomnes, che è sempre un gran bel bere. In mezzo molti incontri con chiacchiere urlate nei padiglioni auricolari per tentare di sovrastare il concerto rock che andava in onda in mezzo alla "piazzetta" degli Studios. A tal proposito io voto contro tutto il casino che mi impedisce di capire cosa ho nel bicchiere e, soprattutto, chi ho di fronte, ma immagino di dovermi adeguare... Per il resto, onore e merito a Paolo Polli e ai suoi futuri, immaginifici, progetti. Ai quali, fosse anche una stazione spaziale dedicata alla birra artigianale italiana, prometto fin d'ora di credere.

8 marzo 2012

Così parlò Monetti - In merito a Birra dell'Anno e Selezione Birra

Qualche giorno fa, reduce da Rimini, ho inviato una piccola intervista a Simone Monetti, direttore operativo di Unionbirrai. In parte perché, non avendo vissuto in prima persona il concorso sentivo il bisogno di ascoltare una voce "ufficiale" e in parte perché avevo qualche dubbio da togliermi. Simone, reduce anche lui dalla trasferta riminese (molto più impegnativa per lui sotto tutti i punti di vista), mi ha risposto. E quindi, eccola qui....
M.M.

Un Simone Monetti in versione birraria...

448 birre iscritte, 85 birrifici, 32 giudici. I numeri rivelano che Birra dell'Anno è in costante crescita di adesioni... Che riflessione puoi fare in proposito e come valuti la qualità del lavoro della giuria quest'anno?

Ovviamente siamo molto soddisfatti dei numeri che il nostro concorso ormai riesce a ottenere. Il prestigio di un contest come Birra dell'Anno si costruisce sul numero di iscritti, sulla qualità dell'organizzazione in generale e della giuria in particolare. Per quest'ultima direi che l'edizione 2012 è stata di gran lunga la migliore in termini di bontà delle condizioni di lavoro, attestatesi su ottimi livelli, come confermato dai feedback più che positivi fornitici dai giudici.

Inutile negarlo: a Birra dell'Anno sono mancate delle adesioni importanti di noti birrifici italiani. Ti senti di dire qualcosa a quelli che hanno scelto di non partecipare?

Credo che la scelta di non partecipare al concorso sia assolutamente legittima, ci mancherebbe altro.
Il nostro obbiettivo è di avere sempre più birre in gara portate dal più alto numero di birrifici possibile. Questo perchè Birra dell'Anno, abbinato a Selezione Birra, non è solo una gara, è una occasione unica di crescita culturale del nostro movimento. E una vetrina internazionale di importanza enorme, cosa che andrebbe maggiormente valorizzata.


Il caso che forse ha più fatto discutere ovvero la categoria delle Ipa... 62 birre iscritte e niente medaglia d'oro... Si poteva concederla secondo te?

Non ho motivi di pensarla diversamente dal tavolo dei giudici che ha preso questa decisione.
Mi sento però di impegnarmi a fornire una spiegazione dettagliata dell'accaduto ai partecipanti: visto che si voleva mandare un monito ai birrifici italiani, è indispensabile che questa diventi una fase costruttiva.

Andiamo sul personale: gira voce che non sei più il presidente di Unionbirrai, ma resti il direttore operativo. Andrea Sclausero è il nuovo presidente... Ci spieghi cosa è successo?

Molto semplicemente io ho assunto ad interim l'incarico, ma sono stato e resto il direttore operativo di Unionbirrai. Attualmente la carica è sulle spalle di Andrea Sclausero, che è l'unico vicepresidente rimasto nel consiglio e che rimetterà il suo mandato per scadenza dei termini durante la prossima Assemblea che si terrà tra la fine di aprile e l'inizio di maggio.

Selezione Birra 2012 è in archivio. Gli artigiani sono sempre più protagonisti. Cosa vorresti "realizzare" a Rimini Fiera l'anno prossimo?

Riteniamo indispensabile creare maggiori interazioni con le associazioni internazionali, con cui già siamo in ottimi rapporti tramite Ebcu e i giudici di Birra dell'Anno. I contatti in questo senso non sono solo ovviamente di tipo culturale, ma trainano in effetti anche i rapporti commerciali con l'estero.

29 febbraio 2012

Selezione Birra 2012 - Gioia e dolori...

A tu per tu con Mike Murphy (Courtesy Ph. Emanuela Marottoli)
Il medico era stato chiaro: "Con il tipo di influenza che ha preso, io la sconsiglierei di andare a Rimini prima di lunedì". In poche parole era la mazzata finale sulle mie ambizioni di giudice al concorso Birra dell'Anno prima, e di visitatore della fiera poi. Tuttavia, considerato che il mio livello di collera per essermi ammalato la mattina stessa della mia discesa in terra di Romagna stava pericolosamente superando i limiti dell'umana tolleranza (soprattutto quella di mia moglie), eccomi prendere il treno e varcare l'ingresso di Rimini Fiera la domenica mattina. In me una sensazione contrastante: da un lato la gioia di esserci (quella del 2012 è stata la mia quindicesima fiera consecutiva, non male a dire il vero) e dall'altra la sottile malinconia di avere solo poche ore e di sapere già di non riuscire a fare tutto quello che avrei voluto.
Queste righe servono quindi anche a chiedere scusa a tutti quelli che non sono riuscito a salutare o a coloro a cui ho dedicato troppi pochi minuti. Ho avuto tempo di partecipare al dibattito sulla "Birra artigianale all'estero" e a quello sulla "Birra artigianale". Entrambi organizzati da Interbrau all'interno della rassegna Birramoramento. A tal proposito devo fare i complimenti allo staff Interbrau: l'allestimento a "modello diffuso" è stata una scelta vincente rispetto al "modello Fort Apache" di precedenti edizioni. Non solo per la percezione effettiva di una proposta birraria davvero impressionante per qualità e diversificazione, ma anche per la possibilità molto più immediata ed "open" di poter assaggiare birre diverse e dialogare con i rispettivi produttori. Che l'azienda padovana stia crescendo anno dopo anno è sotto gli occhi di tutti: sottolineo in velocità l'ingresso delle birre del buon Moreno Ercolani nel loro portafoglio...
In merito ai convegni mi sembra di poter dire che c'è stata una discreta affluenza, stante i ritmi vorticosi della fiera e del fatto che i più preferiscono assaggiare e chiacchierare piuttosto che ascoltare un dibattito. Sul tema dell'export mi sono sentito in dovere di sottolineare la notizia distorta resa pubblica da Coldiretti, che citava un +20% della birra italiana sul mercato UK. Il 20% è un risultato ascrivibile alla performance della sola Nastro Azzurro, marchio del gruppo Birra Peroni, a sua volta di proprietà Sab Miller, multinazionale con quartier generale a Londra. Il risultato è quindi loro, spacciarlo come "trionfo della birra italiana" mi è sembrato quantomeno fuorviante...
Sul fronte degli assaggi un disastro totale: ma nel senso che non ho assaggiato praticamente nulla e su quello che ho bevuto non ho niente da dire, considerato il mio raffreddore e il mio mal di gola.
Ergo per me una fiera sottotono e una visione parziale (ho messo piede solo nello spazio dedicato ai birrifici artigianali e in quello di Interbrau) che tuttavia è stata molto positiva. Sul resto ho solo delle sfocate istantanee di stangone bionde in microvestitino di lamé dorato. Forse certe cose a Rimini non cambieranno mai.
Infine, rientro apocalittico con regionale "fintoveloce" per Bologna, mancata coincidenza con il FrecciaRossa delle 19.35, ritardo di un'ora del FrecciaRossa successivo per via di un "finto suicidio" (questa l'ho saputa il giorno dopo) sui binari. Bellissimo osservare che già alle 20 la stazione di Bologna Centrale è morta come un cambio diligenze sperduto nel Texas di fine '800. L'Italia è davvero un "grande" Paese. Tuttavia se fosse un "piccolo" Paese sarebbe meglio. Potremmo tutti girare in bici e risparmiarci la solita "lotteria" di Trenitalia...

25 febbraio 2012

Birra dell'Anno 2012 - I Risultati

Birra dell'Anno 2012
Vabbé, visto che la mia esperienza a Birra dell'Anno è stata una "non esperienza", certo che pigliare un influenza con febbre a 38 lo stesso giorno in cui devi scendere a Rimini con altri colleghi di giuria è la "madre di tutte le sfighe", provo a dare i risultati del concorso al volo pensando che altri, oltre a me, non siano a Selezione Birra a godersi la premiazione live....
E allora spariamo subito la notizia bomba: il nuovo "birrificio dell'anno" è il Birrificio Italiano. Arioli & Co. tornano così a sedersi sul trono che avevano già conquistato nel 2007 grazie al dominio quasi assoluto nella categoria "Birre alla frutta" con la vittoria della Scires e il secondo posto per la Cassissona, ma anche con la medaglia d'argento nella categoria "Birre chiare, basso grado alcolico, di ispirazione tedesca" per la Tipopils, un bronzo alla B.I. Weizen e infine l'argento tra le "Birre Acide" per la BRQ SC3.
Complimenti dunque al Birrificio Italiano che conferma il suo ruolo da protagonista sulla scena nazional-artigianale. Per la serie "quanto tempo è passato" mi diverte sottolineare che, nel 2007, Birra dell'Anno poteva contare su 12 giudici contro i 31 (32 se ci fossi stato anche io) di quest'anno. Indubbiamente un concorso che cresce...
Ma ecco la classifica ufficiale distribuita da Unionbirrai, categoria per categoria....
Categoria 1 (Birre chiare, basso grado alcolico, di ispirazione tedesca)
1) Slurp! (Soràlamà)
2) Tipopils (Birrificio Italiano)
3) Levante (Statalenove)
Categoria 2 (Birre ambrate e scure, basso grado alcolico, di ispirazione tedesca)
1) La Nera (Rienzbrau)
2) Scubi (Birrone)
3) Rust (Doppio Malto Brewing Company)
Categoria 3 (Birre ad alto grado alcolico, di ispirazione tedesca)
1) Finitor (Rienzbrau)
2) Lambrate (Birrificio Lambrate)
3) Titanbrau Rossa (Birrificio Artigianale Sanmarinese)
Categoria 4 (Birre a basso grado alcolico, di ispirazione anglosassone)
1) Haraban (Foglie d'Erba)
2) Sunflower (Birrificio Valcavallina)
3) 24K (Brewfist)
Categoria 5 (Birre luppolate, di ispirazione angoloamericana)
1) Non assegnato
2) Dude (Bad Attitude)
3) Freewheelin' Ipa (Foglie d'Erba)
Categoria 6: (Birre ad alto grado alcolico, di ispirazione angloamericana)
1) Pomposa (Birrificio Emiliano)
2) Rossa del Gallo (Birrificio Sant'Andrea)
3) Abboccata (Birranova)
Categoria 7: (Birre scure, basso grado alcolico, di ispirazione angloamericana)
1) Turner (La Piazza)
2) 2 Cilindri (Birrificio del Forte)
3) Sally Brown (Birrificio del Ducato)
Categoria 8: (Birre scure, alto grado alcolico, di ispirazione angloamericana)
1) Montinera (Piccolo Birrificio Clandestino)
2) Imperiosa (Birrificio Civale)
3) Two Penny (Bad Attitude)
Categoria 9: (Birre ad alto grado alcolico, di ispirazione angloamericana)
1) Xyauyu 2008 Riserva Teo Musso (Le Baladin)
2) La Prima Luna (Birrificio del Ducato)
3) Geisha (Birrificio Troll)
Categoria 10: (Birre con frumento maltato, di ispirazione tedesca)
1) Charlotte (BiRen)
2) Brass Weiss (Doppio Malto Brewing Company)
3) B.I. - Weizen (Birrificio Italiano)
Categoria 11: (Birre chiare, basso grado alcolico, di ispirazione belga)
1) Fog (Birrificio Sant'Andrea)
2) Gassa d'Amante (Birrificio del Forte)
3) La 68 (Birrificio Math)
Categoria 12: (Birre chiare, alto grado alcolico, di ispirazione belga)
1) Tripè (Birrificio Lariano)
2) 3-Tre (Birrificio F.lli Trami)
3) Caliban (Birrificio Endorama)
Categoria 13: (Birre scure, alto grado alcolico, di ispirazione belga)
1) Magnus (Croce di Malto)
2) Moresca (Rubiu)
3) Grostè (Birrificio F.lli Trami)
Categoria 14: (Birre con spezie e/o cereali)
1) Saison (Vecchia Orsa)
2) Zucca Baladin (Le Baladin)
3) Bianca (La Petrognola)
Categoria 15: (Birre affumicate)
1) Preda (Statalenove)
2) Wedding Rauch (Birrificio del Ducato)
3) Fermentum 1111 Invernale Rifermentata (Piccolo Opificio Brassicolo del Carrobiolo)
Categoria 16: (Birre affinate in legno)
1) Pietra (La Gastaldia)
2) Sedicigradi (Birra del Borgo)
3) Terre (Le Baladin)
Categoria 17: (Birre alla frutta)
1) Scires (Birrificio Italiano)
2) Cassissona (Birrificio Italiano)
3) Rosa! (Via Priula)
Categoria 18: (Birre alla castagna)
1) Norma (Birrificio San Michele)
2) Castagna (Birrificio Artigianale La Fabbrica)
3) Pitruc (La Birra di Meni)
Categoria 19: (Birre acide)
1) Birra Madre (Birrificio Menaresta)
2) BRQ SC3 (Birrificio Italiano)
3) La Luna Rossa (Birrificio del Ducato)
Categoria 20: (Birre al miele)
1) Martellina (Mostodolce)
2) FatAle (Birrificio Lungo Sorso)
3) Nardons (La Birra di Meni)

Prendete il tempo necessario per digerire i risultati. Mi stupisce soprattutto vedere non assegnato il primo posto nella categoria delle Ipa, che immaginavo affollata e "rissaiola" come non mai visto il successo stratosferico dello stile. Prendere una decisione simile, e "scomoda", dovrebbe mettere in luce il valore della giuria... Compliments!
Curiosità: Birrificio Amiata non ha partecipato?
Ultima riflessione in libertà: vedere una birra di Agostino al secondo posto nella categoria "Birre Acide" è un altro indizio che forse i Maya hanno davvero imbroccato la profezia....

21 febbraio 2012

Ready, steady, go!

Pronti, via. L'edizione 2012 di Selezione Birra è ormai alle porte. Giovedì inizieranno gli assaggi delle birre che partecipano al concorso Birra dell'Anno, per il quale ringrazio gli organizzatori che mi hanno voluto per il secondo anno consecutivo tra i giudici. Concorso che vede la partecipazione di 85 birrifici, 449 birre e 32 giudici (con nomi internazionali di tutto rispetto). Dispiace per alcune assenze blasonate. Non ho molta voglia di entrare nelle discussioni in materia, credo che qualsiasi concorso abbia dei margini di miglioramento, ma credo ancora di più che quello promosso da Unionbirrai resti un'occasione importante di confronto, un'opportunità di comunicazione (per chi vince) e una piccola leva di marketing. La mia piccola esperienza personale dello scorso anno mi ha insegnato che essere costretti a scrivere un minirendiconto da far pervenire ai birrai comporta un allungamento dei tempi di degustazione improponibile per una manifestazione che deve concludersi nello spazio di due giorni. Sono anche abbastanza convinto di non essere in grado di dare consigli a un birraio su questioni tecniche (ma parlo per me, tutti gli altri giudici forse sì) e sono convinto che il concorso vada preso per quello che è: una gara dove si vince o si perde, senza drammi e, possibilmente, senza trionfalismi. Insomma, l'agone di Birra dell'Anno non è il Colosseo o il Maracanà.
L'homepage di Birramoramento.it
Detto questo, ripeto senza alcun desiderio di rinfocolare polemiche, credo valga la pena segnalare anche il fitto programma di incontri che prende il nome di Birramoramento. Un'idea targata Interbrau che affronta diverse tematiche interessanti mettendo a confronto quasi tutti i protagonisti del firmamento artgianalbirrario nostrano e non solo. Si comincia sabato 25 alle 11.30 con Italian Beer Blogger, ovvero la comunicazione newmedia in materia birraria con Alessio Leone, Nicola Utzeri, Andrea Turco, Marco Pion e Alberto Laschi. Alle 16 va in scena E-Commerce: l'evoluzione della gestione. Titolo vagamente da fantascienza, per un progetto che Interbrau ha messo a punto da poco ma che rivela, per non essere il primo, la crescente importanza delle vendite online per le aziende.
Domenica 26 il programma si fa "maratona". Alle 11.30 sono chiamati a parlare di Birra artigianale all'estero Teo Musso, Leonardo Di Vincenzo, Rino Mini e il sottoscritto. Alle 14 tocca alla "madre di tutti gli argomenti" ovvero La Birra Artigianale con Simone Monetti, Maurizio Zecca, Anna Managò e Luigi "Schigi" D'Amelio. Prenderà forma la definitiva definizione di "birra artigianale"? Chi vivrà, vedrà. Breve pausa e alle 16.30 Alessandro Bonin racconterà del 150° anniversario della nascita di Chimay, la storica birra trappista sembra avere in serbo una bella sorpresa nei prossimi mesi.
Lunedì 27 alle 11.30, infine, si affronta il complesso tema della Distribuzione delle birre artigianali in Italia. Ne parleranno Bruno Carilli, Paolo Polli, Moreno Ercolani e Stefano Baldan. A seguire, ore 14.30, le Birre Estreme con Kuaska, Giovanni Campari, Agostino Arioli, Steve Grossman e Hans-Peter Drexler.
Che dire... Tanti momenti importanti, tanti argomenti scottanti. Personalmente mi farebbe piacere poterli seguire tutti perché sono abbastanza convinto che emergeranno parecchi spunti almeno di riflessione. Il problema sarà quindi quello di capire quanto tempo mi rimane per fare quello che in Fiera mi piace di più: ovvero chiacchiere random con bicchiere in mano... A questo proposito suggerisco agli organizzatori di sostituire le classiche bottigliette di acqua che si piazzano davanti a chi parla con calici di birra prontamente rifornita da volenterosi collaboratori... Se qualcuno facesse delle foto, le immagini sarebbero certamente meno noiose e più consone agli argomenti affrontati....

20 febbraio 2012

Il Circo Barnum della comunicazione enogastronomica

Vecchia locandina del Circo Barnum
Il titolo di questo post è rimasto "steso al sole", come il bucato, per qualche giorno. Il titolo mi è sembrato azzeccato da subito, ma sul contenuto avevo molti dubbi, consapevole, come ancora sono, del rischio di farmi un bell'autogol. Tuttavia la lettura di qualche articolo come quello di Valerio Visintin e la serata in Triennale a chiacchierare di Birra Artigianale Italiana e New Media, si sono rivelati stimolanti a sufficienza per farmi rompere gli indugi e dedicare qualche minuto a delle riflessioni sull'argomento "la comunicazione del cibo, del vino e della birra al giorno d'oggi". Innanzitutto Circo Barnum perché? Perché l'idea del circo come insieme variegato di talenti acrobatici, fenomeni, "da circo" appunto, e freak mi sembra ben descrivere un ambiente che si è tramutato in pochi anni in una specie di giungla con pochi animali predatori e un numero quasi infinito di prede. L'allargamento della comunicazione, intesa nel senso più ampio possibile, a tutti è sicuramente sinonimo di democrazia oltre che di modernità. Ma se alla seconda non ci si può opporre, è nella prima definizione che si deve indagare. Internet è stato ed è tutt'ora il detonatore di spazi d'informazione diversissimi. Come ha scritto recentemente qualcuno "qualunque sia il vostro hobby, per quanto peculiare possa essere, troverete qualcuno in rete che lo condivide". Non fa una piega. Il problema sta, però, nell'hobby. Mi spiego meglio: la moltiplicazione dell'hobby "enogastronomico" ha lanciato in rete migliaia di "hobbisti" (e ci tengo a chiarire che, la mia, non è una definizione spregiativa) che scrivono di tutto e di più. Alcuni di questi hobbisti sono autorevoli, molti altri fanno semplicemente casino. In rete capita di trovare perle come questa, dove si rivela ai lettori che il marchio di birra Heineken è nato a Vienna... Non è l'unica, ma non è tanto l'errore che mi colpisce, quanto le dimensioni del fenomeno che sta impazzando con fenomeni di "groupismo" evidenziati con acuta ironia da Visintin, e sensazione che chiunque, ma proprio chiunque, possa scrivere di cibo, vino e birra. Verità internettiana che, tuttavia, mi provoca scene di ilarità isterica quando il mio beneamato Ordine dei giornalisti mi spiega le sue battaglie per la salvaguardia dell'ordine stesso, per il rigore elvetico nell'ammissione all'albo e per la tutela dei freelance sottopagati. Ecco, capitolo freelance. La situazione mi tocca, grazie a Dio, relativamente, ma il problema è serio. Con l'esercito di hobbisti (e qui metto dentro anche sommelier, chef, uffici stampa, PR, responsabili marketing) pronto a tutto pur di poter pubblicare qualche riga sulla tal birra, tal vino o tal ristorante, gli unici che si fregano le mani sono gli editori. Editori che, considerata l'offerta mastodontica di collaboratori, non hanno che l'imbarazzo della scelta e stipulano retribuzioni da fame (quando le stipulano) ben sapendo che per un collaboratore che, logorato, si ritira, ce ne sono altri venti pronti a prendere il suo posto.
Il nuovo giornalista italiano
Direte voi: "è la concorrenza, ragazzo" oppure "internet è democrazia" o qualsiasi altra baggianata che vi può venire in mente. Ma, a parte il fatto che il problema non riguarda solo la rete ma pure i cartacei, le conseguenze sono serie: non solo la sempre più prossima impossibilità a fare solo e semplicemente il mestiere di giornalista (che dovrebbe essere una delle garanzie d'indipendenza di pensiero), ma pure il totale vassallaggio dei giornalisti nei confronti degli editori e degli editori nei confronti degli investitori. Il primo si traduce in tempi di lavoro strettissimi, con ovvie ricadute sulla qualità complessiva del lavoro, il secondo si traduce, beh lo sapete anche voi in cosa si traduce...
Per la serie "casi personali": a me è capitato recentemente di fare un pezzo per la nota rivista Maxim. Bella, patinata, etc... Mi è stato commissionato un pezzo "vino-birrario" con deadline letterale (nel senso che era talmente breve da rischiare l'ictus). Fatto, non pagato, collaborazione morta nel silenzio (nel senso che non l'ho interrotta io) e proseguimento dei pezzi vino-birrari con altra firma. Oppure ci sono le guide di settore che ti pagano 36 euro netti a recensione di ristorante. Il problema è che giustamente ti chiedono di mantenere l'anonimato. Quindi tu paghi un conto da 200 euro per ricavarne 36. Rosso Malpelo era meglio retribuito.
Casi estremi ma indicativi della situazione attuale. Una bolgia dantesca dove, certo, un giorno saranno solo i migliori a sopravvivere (speranza alla quale mi aggrappo anche io), ma che si può confutare semplicemente ricordando che un hobbista ha, quasi sempre, un lavoro vero con il quale si mantiene e la delizia della scrittura enogastronomica come piacevole passatempo. Ergo, il suo passatempo lo coltiva fino alla fine.
Mi fermo qui. La lunghezza di questo sfogo è già eccessiva. Tralascio volutamente il fenomeno dei viaggi stampa con giornalisti pensionati da anni e giornalisti che sanno già di non scrivere una riga sul viaggio stesso. Tralascio le figure proteiformi di chi scrive di prodotti che vende, o di chi recensisce in base alla pubblicità, o di chi scrive da giornalista, ma scrive anche da ufficio stampa e sempre della stessa cosa. In qualche caso comprendo i colleghi. A fine mese ci si deve arrivare tutti. I colleghi però. Ovvero chi fa del giornalismo la sua principale attività economica. Adesso, davvero, scusate. Mi vado a rileggere gli ultimi tariffari con le retribuzioni minime fissate dall'Ordine. In confronto i comici di Zelig sono tristi come delle lapidi....