29 ottobre 2010

On the road...

Rapido giro nel Nord Est per due visite previste da tempo. La prima è stata a Duino Aurisina, a due passi da Trieste, dove si trova la Birreria Bunker gestita con grandi capacità da Danijel Lovrecic. Danijel è un po' che lo conosco, ha saputo fare del suo locale una meta sicura per gli appassionati. Ottima scelta di birre e cucina di territorio interpretata con le birre (come la jota, tradizionale minestra triestina, con Duchesse de Bourgogne). Al suo invito per una cena con birre abbinate alla cucina slovena non abbiamo saputo dire di no. E per fortuna, posso dire a posteriori. Perché altrimenti non avrei avuto modo di provare i notevolissimi piatti di Uros Stefelin (mancano degli accenti ma non so come fare), giovane chef del ristorante dell'Hotel Triglav di Bled. Il menu comprendeva, cito le mie preferenze, un fantastico Carpaccio di cervo su terrina di fegato d'oca con scaglie di tartufo abbinato alla Silly Pils, un indimenticabile Brodo di castagne con risotto nero e filetto di branzino, abbinato alla Maredsous 6 e infine, mai provato prima, il Muflone cotto nella birra con una pallina di gelato alla barbabietola, abbinato alla Achel Brune. Il piatto migliore della serata, davvero straordinario. Se la cucina slovena è anche questa, allora tanto di cappello (odio dire "chapeau", fa troppo "Dolce&Gabbana")...
Danijel Lovrecic e Uros Stefelin
Serata successiva invece tutta dedicata alla nuova avventura di Denis Calzavara, già storico elemento chiave del Voodoo Child Pub di Caltana. In pochissimo tempo Denis ha messo su un locale a Camposampiero, in posizione strategica tra Padova, Treviso e Venezia. Si chiama Beer House e si trova in via Visentin 31. Una sessantina di posti a sedere, birre in bottiglia selezionate (così a memoria Brewdog, Sierra Nevada, St. Peter's, Dupont, Girardin, Cantillon...) e Augustiner (più altre) alla spina. Cucina alla birra semplice ma di grande soddisfazione (i ravioli al sugo di cervo alla Gouden Carolus erano spettacolari), e una piccola, ma promettente, cantina dove far maturare qualche birra che merita. Se siete in zona vi consiglio di farci una tappa, Denis è davvero bravo e merita il successo.
La cantina del Beer House

24 ottobre 2010

Il Salone del G(i)usto...

Giornata di sabato interamente dedicata al Salone del Gusto a Torino. Arrivati verso le 13 abbiamo incredibilmente trovato un parcheggio sicuro e gratuito. Il che ci ha messo nella giusta disposizione d'animo per varcare le soglie del Lingotto. Molta gente, come ricordavamo da esperienze precedenti ma nessun congestionamento drammatico tra gli spazi espositivi e le bancarelle di olive ascolane. Ogni volta che ci torno il Salone mi appare come un entusiasmante farmer's market di dimensioni notevoli. Ci si diverte, si fanno acquisti e si incontrano facce amiche. D'accordo, su qualche stand continuo a nutrire delle perplessità, ma ormai mi sono convinto che Terra Madre costituisca lo spazio filosofico-politico di Slow Food e il Salone invece una food hall dove trovi birra, formaggi, salumi, carni, spezie e via dicendo... Onestamente, abbiamo saltato con rammarico la gran parte dello spazio food (guadagnando però la gratitudine imperitura del nostro portafoglio). Certo, la colatura di alici calabrese l'abbiamo pagata qualcosina in più rispetto a quando la compriamo al food store della Rinascente, ma volete mettere l'emozione di comprarla al Salone? I prezzi, quindi, non sono vantaggiosi, in compenso si incontra un sacco di gente. Egoisticamente, mi è dispiaciuto non vedere una piazza, o via, o viale o chiamatela come vi pare, della birra. Avere tutti i birrifici concentrati facilita le visite e si risparmia sulle suole delle scarpe ma, a detta di molti di loro, la cosa non ha guastato. Massimo Versaci ha ritenuto giusto il posizionamento nella sua Liguria (la birra artigianale è in effetti anche espressione del territorio) e gli affari per molti sembrano anche essere andati meglio. Cosa da non sottovalutare visti i costi di affitto degli stand (tra i 2500 e i 3000 euro se non sbaglio)....

Fausto Marenco e Massimo Versaci di Maltus Faber

Prima tappa quindi da Massimo e Fausto dove abbiamo trovato una Tripel in forma eccellente. Ne avremmo bevuta di più se non fosse stato per l'apparizione improvvisa di Kuaska che ci ha spostato in quel del Birrificio San Paolo di Torino dove presentava l'ultima nata dei birrai Graziano e Maurizio ovvero l'Ipè Harvest 2010, prima birra italiana prodotta con luppolo, varietà Cascade,  impiegato ancora umido e coltivato in Liguria. Birra senza dubbio notevole che tuttavia ho sbagliato a bere rapidamente, senza accorgermi forse di tutte le sue potenzialità aromatiche che, a detta dei vicini, emergevano prepotenti dopo qualche minuto. Io invece, dopo qualche minuto, avevo finito il bicchiere...
Kuaska, Graziano e Maurizio
Archiviata comunque l'esperienza ho cercato di accellerare i tempi saltando così al Baladin che custodiva in barrique una versione di Terre e una di Lune, le sperimentazioni avviate in Cantina Baladin qualche mese fa. Troppo presto, francamente, per dare dei giudizi. Lune era un qualcosa di indefinibile, mentre Terre (da barrique da vini rossi), era già più evoluta, promettente come un neo acquisto nelle amichevoli estive. La Riserva 2008 di Xyayu, invece, splendida. Con tutte le complesse e ampie sensazoni che ho imparato ad apprezzare in questa geniale creatura di Teo. Visto che si stava da Teo abbiamo pensato bene di fare tappa dal suo "compagno di merende" (in senso buono e newyorchese), al secolo Leonardo di Vincenzo. Affascinante la sua L'Equilibrista, una birra champagne estremamente elegante e raffinata. Molto contento di essere riuscito a provarla, anche se avrei detto che le uve impiegate sarebbero state di una varietà a bacca bianca e non di Sangiovese.
Per non stare solo in Italia abbiamo deciso di andare a trovare l'amico Lorenzo Fortini e il suo fantastico "temporary pub" firmato Ales&Co. Qui stazionava Alessandro Coggi e, visto il successivo via vai di facce note, era lecito sospettare la qualità delle birre in offerta. Tanto che al bancone di Ales&Co. siamo rimasti praticamente imbullonati per quasi quattro ore tra assaggi di Brewdog, credo quasi tutte, intervallate da assaggi di ostriche britanniche (mai pensato che potessero essere così buone), salami e formaggi polacchi. Il gentile signore di Brewdog di cui, comprensibilmente visto il tasso alcolico in aumento, non ricordo il nome (chi vuole può aiutare perché lo vedete nella foto qui sotto) ha stappato e spillato di tutto.
Natascia Tion, Alessandro Coggi e Michael Cameron di Brewdog
I ricordi si soffermano sul fatto che adoro come al solito le Brewdog, chiamiamole così, normali ma sono rimasto estasiato di fronte alla Abstrakt 04, una birra quasi masticabile fatta impiegando cocco, peperoncino e caffè. Io l'ho trovata semplicemente sontuosa e bene è andata anche, subito dopo, con la Abstrakt 03 giustamente rinfrescante con una nota evidente di lampone e di mela. Dagli americani ho fatto semplicemente un salto, senza assaggiare nulla, ma rimpiangendo il fatto che appena due settimane fa ero a sole due miglia dalla Lagunitas Brewery, a Petaluma che è a un tiro di schioppo da San Francisco. Due chiacchiere con birrai di passaggio (Michele Barro) e poi si tornava in Piemonte per provare con soddisfazione l'ultima nata dei Borio Brothers (la risposta birraria a Brooks Brothers?) e un paio di produzioni di Birra Pasturana davvero interessanti (soprattutto la Filo di Fumo, di cui ho apprezzato la mano leggera e l'indiscutibile eleganza).
E, infine, sperando di non aver dimenticato nulla (ma è possibilissimo), "ultimo ballo" dal rinnovato BiDu. Ovvero, a mio avviso, una sicurezza di tutto relax perchè, a memoria, non mi ricordo di aver mai bevuto una birra del Beppe cannata. Tra l'altro la presenza al suo fianco dei nuovi soci (Marco e Nino) fa ben sperare anche dal punto di vista della reperibilità e dello sviluppo. Perchè questo è senza dubbio un birrificio che merita di crescere. La H10Op5 l'ho trovata francamente un filo meno aggressiva del consueto, ma sempre una birra da bere con gioia, in quantità e senza sofismi inutili. Bene così, adesso si tratta solo di continuare...

Birragenda "necessita" delle birre di Beppe Vento

Questa, insomma, la nostra giornata al Salone. Non ho molta voglia adesso di trarre morali su un evento che comunque mi piace, mi permette di incontrare amici e professionisti che stimo, togliermi qualche sfizio gastronomico e fare molte chiacchiere utili. Confesso che all'uscita eravamo quasi tentati di trovare un alberghino per la notte per bissare la mattina successiva. Mi dispiace solo, e mi scuso pubblicamente, con chi avevo promesso di passare a salutare e non ci sono riuscito (gli interessati sanno di chi parlo), faccio ammenda ma alla fine ero un po', come dire, "piallato". Vorrà dire che mi toccherà aspettare Pianeta Birra a febbraio. O meglio, Selezione Birra come più opportunamente, ahimé, sembra l'abbiano chiamato...

20 ottobre 2010

And so this is... Eataly

L'ingresso
Il titolo va letto con nella mente la musica di "Happy Xmas (War is over)" di John Lennon. Ordunque, siamo alla fine capitati a Eataly New York di persona. Dopo averne sentito parlare enne volte e dopo averne parlato anche noi qui. La prima impressione conferma l'idea che mi ero fatto ovvero che si tratti di una geniale, efficiente e, vista l'affluenza, molto probabilmente remunerativa trovata commerciale di Farinetti. Lo spazio è strategicamente posizionato a due metri dal Flatiron Building e a due passi dalla 5th Avenue ergo frotte di turisti di passaggio e newyorchesi in abbondanza pronti a celebrare i fasti del Made in Italy. Perché di Made in Italy si tratta anche se si potrebbe discutere a iosa di luoghi di produzione e di definizione stretta del Made in Italy. Di certo, Eataly è un'ambasciata italiana non ufficiale: produzioni a tiratura limitata, quanto limitata è da vedere, insieme a produzioni industriali. La pasta Latini e la pasta Barilla, gli aceti artigianali e gli aceti Ponti, le birre Baladin e Birra del Borgo (ma anche di Beba, di Montegioco, di Grado Plato...) e le birre Moretti. Uno scandalo? No, perché come avevo sostenuto in un post precedente se vuoi fare le cose in grande devi muoverti in grande. Un supermercato, ma anche un ristorante e una pizzeria (Rossopomodoro non il micropizzaiolo di Fuorigrotta), che deve macinare numeri e fatturato (ho provato a immaginare il costo dell'affitto ma non ci sono riuscito) non credo possa stare in piedi a lungo con le microproduzioni artigianali che, ribadisco, per essere anche eticamente corrette (come in qualche caso si sostiene) non dovrebbero comunque attraversare l'Atlantico per sbarcare negli Usa.
Lo spazio della birra è la celebrazione dei fasti di Teo Musso e Leonardo Di Vincenzo, immortalati in altrettanti manifesti. Un chiaro segno che la personalizzazione, nel food, è vincente. Se i grandi chef ormai sono considerati delle star perchè non i birrai, gli allevatori di suini allo stato brado, i formaggiai d'alpeggio, etc...
My pride is Lurisia

I'm also in love with Eataly

E' vero, resto un po' perplesso, a leggere che l'orgoglio di Teo sono le birre Lurisia. E idem a vedere il volto di Sam Calagione, anche lui immortalato come i nostri due alfieri italici. Che il concetto Made in Italy sia stato esteso anche a tutti gli italoamericani? Ma nel suo specifico cartellone c'è, nero su bianco, la risposta alla mia domanda "Perché le birre di Calagione e non, che so, Cilurzo?". " La risposta, la potete leggere qui sotto, all'ultima riga.
A noi piace tanto!
Comunque, sul fatto che Eataly sia una vetrina prestigiosa nella piazza, altrettanta prestigiosa, di New York City credo ci sia poco da discutere. Come direbbero gli americani "business is business" e Eataly lo è. Fino a che punto staremo a vedere, ma sospetto che le cose andranno bene per Farinetti e soci. Avevano capitale (molto) da investire e lo hanno fatto in maniera intelligente. Da imprenditori previdenti quali, tutti, sono. Onestamente, da italiano in vacanza, mi sono divertito di più a girare tra i banchi di Dean & De Luca, gastronomia boutique (vietato fotografare!) dove compaiono molti prodotti italiani, insieme a salsine americane per barbecue da mille e una notte. Ma, se fossi americano a stelle e strisce possibilmente discendente da una delle famiglie sbarcate dalla Mayflower, a Eataly ci andrei volentieri. A livello comunicazione e marketing il gioco è pressoché perfetto. Prodotti tricolori, ambiente italian style anche nei giornali, schermo al plasma collegato alla Stampa di Torino (e quale altro quotidiano avrebbero dovuto scegliere), bancomat firmato Unicredit. In più, ospitate regolari per i grandi chef di casa nostra (quando sono passato io era in corso Identità New York, emanazione di Identità Golose Milano, con la presenza di Bottura, Cedroni e il firmamento dei cuochi di grido della Penisola). Gli americani si divertiranno parecchio, chi avrà i soldi per comprare comprerà (a Manhattan non ci dovrebbero essere troppi problemi) per la soddisfazione di tutti: proprietari, partner, aziende grosse e piccole, giornalisti italiani inorgogliti e, magari, ospitati nella Grande Mela a spese dell'organizzazione (non era purtroppo il mio caso). D'altro canto, il messaggio finale del foodstore farinettiano è di una chiarezza d'intenti lampante.
D'accordo, ma Eataly is truly Italy?
Decidete voi se si tratta di una verità inconfutabile o... di una "minaccia".

18 ottobre 2010

Back with a World Champion

Ohibò, avevo pensato di riprendere la scrittura del blog con un report birrario Made in Usa pescando a scelta tra lo stupefacente Toronado di San Francisco, le meraviglie delle birre hawaiane di Kona Brewing, e di Maui Brewing, il sorprendente Father's Office di Santa Monica e il rumoroso, ma avvincente, The Gingerman Pub di New York. E invece, i casi della vita, scrivo di vino anzi di sommelier perché in attesa di acchiappare il volo che, purtroppo e con sofferenza, ci ha riportati sull'amaro suolo natio ho praticamente sbattuto contro il giovane Luca Gardini, noto come sommelier del ristorante Cracco di Milano e fresco trionfatore del campionato mondiale di sommellerie. Con Luca ci conosciamo da anni e, senza inutili piaggerie, di lui ho sempre apprezzato la freschezza, la spontaneità e il fatto di non tirarsela come potrebbe. Di lui invidio peraltro la giovane età e il cursus honorum quasi inquietante: a 22 anni è il campione italiano dei sommelier, a 28 l'europeo, a 29 il mondiale. Così, in scioltezza. E in mezzo l'Oscar del Vino 2005, il titolo di Ambasciatore del Metodo Classico nel Mondo... Prima di salire in aereo ci facciamo un paio di birre e proseguiamo su questa strada anche durante il volo. Niente vino, che forse in questi ultimi mesi a Luca potrebbe anche essergli uscito dagli occhi...

"In effetti", ha confessato, "se di norma assaggio tra i trenta e i quaranta vini alla settimana, per prepararmi al concorso ne provavo una trentina... al giorno! Più le ore dedicate allo studio, anche della lingua inglese, che si sono aggiunte al solito lavoro".
Ma come si svolge un campionato mondiale di sommelier?
"Si parte con una prova scritta: cinquanta domande aperte da concludere in un'ora (in lingua inglese). Poi ci sono tre vini da degustare davanti alla commissione (2 scritti e 1 orale), per uno di questi vini va trovato anche l'abbinamento, e infine c'è la prova di decantazione di un rosso dove si giudica lo stile, la classe e l'eleganza del sommelier". Luca ha sbaragliato tutti facendo praticamente l'en plein di risposte corrette, azzeccando le annate dei vini e comportandosi con la classe innata che possiede e lo stile messo a punto da Cracco, ma anche all'Enoteca Pinchiorri in precedenza.
Quando hai bevuto il tuo primo vino?
"A tredici anni, ma per nove anni ho studiato violino e forse, dovessi tornare indietro, non lascerei quella strada. Anche mio padre (Roberto Gardini, campione italiano sommelier nel 1993) non l'aveva mandata giù al tempo, ma il vino mi ha obbiettivamente dato molte soddisfazioni".
Come negarlo. Ma, a 29 anni, adesso cosa ti resta da fare o da vincere?
"Forse nulla. Ma tra un mesetto mi rimetto a studiare e ad assaggiare. In questo lavoro non ci si può riposare sugli allori. Poi, chissà, al futuro ancora non ci penso. Sono contento come sto...".
Incredibile Gardini. Ha sempre l'argento vivo addosso, una vitalità che non so mai se dipenda più dal fatto di essere d'origini romagnole, dall'età o dalla determinazione assoluta nel voler essere il migliore. Forse un mix di tutte e tre le cose, in effetti.
Mentre parliamo, sorseggiamo Heineken gentilmente offertaci dalla Delta Airlines. Luca stupisce anche per questo. Può passare da un Romanee Conti a una birra senza problemi, senza elucubrazioni inutili e senza troppi preconcetti. Mi piace anche per questo, a dirla tutta.

17 settembre 2010

Perché do ragione a Farinetti

Eataly New York
Arrivo buon ultimo, spero però non fuori tempo massimo, sulla querelle Eataly New York e Birra Moretti, più che adeguatamente sviluppato da Cronache di Birra qualche settimana fa. L'argomento è senza dubbio interessante, considerata anche la mole di commenti, e mi sembra valga la pena espandere qui qualche riflessione che avevo già postato su CdB. Parto subito con il dire che non mi sento proprio di attaccare Oscar Farinetti, geniaccio commerciale come se ne vedono pochi in Italia. L'uomo ha saputo annusare benissimo l'aria che tirava, e nel Piemonte slowfoodiano tira più forte che da altre parti, ci ha investito credo parecchi soldi e ha tirato fuori dal cilindro la carta vincente, in Italia non so fino a che punto ma all'estero senza dubbio. Se all'estero siamo conosciuti per la moda, vabbé anche per la mafia e per il nostro divertente quanto inquietante Presidente del Consiglio, lo siamo anche per il cibo. In Italia si mangia e si beve bene, questo è il refrain, poco importa se poi gli inglesi concludono il pranzo con un cappuccino e tutti insistono a mangiare le tagliatelle alla bolognese che sono una colossale balla. Il food italiano tira ed ecco allora arrivare Eataly che è una sorta di Unieuro in versione gastronomica con l'aggiunta, a me pare, di una fondamentale benedizione slowfoodiana. Il che aiuta parecchio visto che l'associazione fondata da Petrini (onore al merito e incommensurabile stima) è, volenti o nolenti, la portaerei della gastronomia italiana con sedi universitarie, casa editrice, presidi, master e tutto il resto. Tuttavia, se Farinetti fa Eataly vuole evidentemente fare una cosa che produca business (altrimenti i dipendenti non sarebbero tali ma degli eroici volontari). Ovvero la "baracca" che sembra un vero e proprio grattacielo, deve stare in piedi. Almeno. Per farlo ha bisogno di partner commerciali affidabili, con volumi importanti visti gli spazi e la presumibile affluenza nei vari Eataly sparsi nel mondo, partner quindi che difficilmente possiamo considerare artigianali se per artigianali intendiamo produzioni limitate, seguite passo a passo e di persona dal produttore. Quelle, che ci sono a Eataly non vi è dubbio, servono per dare qualcosa in più, la ciliegina sulla torta. Ma solo con quelle non so quanto si possa andare avanti e far funzionare una macchina che non è una Skoda ma più un Mercedes. E allora largo a Birra Moretti e Lavazza che fanno spina dorsale, ma spazio anche a Baladin e Birra del Borgo che sono i preziosi ossicini... Fin qui, secondo me, non fa una piega il progetto visto che già al Lingotto la birra alla spina era di Forst e non, che so, del Bidu. E' un progetto commerciale che però fa bene anche ai piccoli e allora tanto di guadagnato. Quello che stona semmai è l'aura di santità che circonda sempre e comunque quello che fa Slow Food e Farinetti, almeno fino alla nascita di Eataly New York. E' come se la gente avesse aperto gli occhi improvvisamente. Al Salone del Gusto io ho sempre visto pastifici enormi e nessuno ha mai messo in discussione la loro presenza. Strano no? Se si vuole contestare radicalmente l'operazione Farinetti e Birra Moretti perchè il Baffo è industriale e ormai in mano olandese, si deve farlo, appunto radicalmente, fino alle estreme conseguenze. Ovvero, visto che a Eataly Grande Mela ci sta anche un birraio americano perché non un birraio olandese (forse siamo tutti un po' italiani dentro). E ancora, se si vuole tanto parlare di artigianalità, di terra, di microproduzioni, di qualità, perchè diavolo esportiamo le birre artigianali negli Usa su aerei che contribuiscono a inquinare il pianeta? Perché dobbiamo mangiarci i nostri peperoni e non quelli, che so, del Perù e poi spediamo mozzarelle per ogni dove? Autarchia, ci vuole. Ognuno si mangia e si beve quello che si produce nell'arco, facciamo, di cento kilometri. E basta. Ma considerato che l'export alimentare pesa parecchio sulle sorti economiche del nostro strampalato Paese, forse è meglio di no. Forse è meglio continuare a esportare mozzarelle e caffè, pasta e birra. E allora, scusate, un applauso per Farinetti. Che magari non ci salverà dal male, ma dal fallimento forse sì.

26 agosto 2010

Comunicare la mozzarella?


"Due ragazzi, freschi di laurea in scienza delle comunicazioni, sono venuti da me a Torino. Chiedevano lavoro. Gli ho detto: qui non ho niente, ma sto aprendo un grande complesso a New York. Emporio dell'alta qualità alimentare e sette ristoranti. Mi serve qualcuno che sappia fare la mozzarella a mano. Se imparate, il posto è vostro. Sono partiti di corsa: li ho mandati ad Andria, sono lì da due mesi". Dichiarazione di Oscar Farinetti letta ieri sulle pagine del Corriere della Sera in un articolo molto interessante sulla prossima apertura di Eataly nella Grande Mela. Due considerazioni veloci... Ma Eataly NY non doveva aprire i battenti i primi di agosto? Seconda considerazione un filino più importante: laurearsi in scienza delle comunicazione oggi, in Italia, ha ancora un senso? Che fine fanno i laureati di Pollenzo e di Colorno, e tutti quelli che finiscono il "leggermente" costoso corso di giornalismo enogastronomico made in Gambero Rosso? Ovviamente il tutto ritenendo che un'esperienza, anche facendo mozzarelle a mano, a New York non l'avrei buttata via nemmeno io e che Farinetti mi sembra essere uno dei pochi imprenditori gourmet con una visione ampia e strategica del futuro...

19 agosto 2010

Assaggi di Ferragosto


Si può star lontani dalle birre? No, assolutamente no. Sono qui, quasi nascosto in un paesino del Bellunese ma ad Alleghe c’è un brewpub a pochi passi dagli impianti di risalita che da anni fornisce due birre, una chiara e un’ambrata, normalmente discrete. Normalmente perché due giorni fa ci sono tornato e l’impressione è stata deludente: la chiara quasi imbevibile, con delle evidenti note lattiche, l’ambrata appena un filino meglio, ma caramellosa e quasi stucchevole. Lasciate a metà entrambe con un po’ di rammarico. È invece andata meglio con la Birra di Fiemme (www.birradifiemme.it), recuperata in un supermercato di Agordo dove solitamente trovavo le birre di Arte Birraia. La loro chiara Fleimbier nel bicchiere forniva una bella schiuma bianca e compatta, persistente oltre le più ottimistiche speranze. Profumi gradevoli e delicati, di fiori inizialmente ma, dopo qualche secondo, mi è sembrato di cogliere anche un fruttato leggero, che ricordava un po’ le pere e una punta di ananas. Una birra semplice indubbiamente, ma ben fatta, che si lascia bere e che lascia un retrogusto piacevolmente luppolato. La seconda, la Weizenbier, è più anonima; si presenta bene per aspetto e schiuma, ma i profumi sono come trattenuti e si deve aspettare qualche minuto per accorgersi del fruttato e dei cenni di spezie. Vale l’assaggio certamente, ma la Fleimbier invece merita la bevuta "ripetuta". Il che, nel clima di molleggiato relax che contraddistingue questo agosto, me la fa preferire.

5 agosto 2010

Il libro fantasma


Lo stacco netto dal blog, dagli articoli e da tutta una serie di altre cose è stato dettato da felici motivi personali (ebbene sì, mi sono sposato) ma, visto che siamo ancora in ballo a Milano, ne approfitto per sintetizzare l'avventura di un lavoro annunciato su Facebook e che sembra essersi smarrito per cause indipendenti dalla mia volontà. Ovvero il libro dedicato alla birra che chiudeva la collana I love Vino, realizzata dal Gambero Rosso in collaborazione con Food Editore e in uscita, un lunedì dopo l'altro, in allegato alla Gazzetta dello Sport. Lo scorso 19 luglio, il libro in edicola è risultato pressoché introvabile, solo qualche sparuta copia per chi fin dall'inizio aveva deciso di fare tutta la collana e io stesso ne ho ricevuto due copie direttamente dall'editore. Le cause del fenomeno sembrano imputabili a problemi legati alla distribuzione, all'intasamento delle edicole di allegati di tutti i tipi ma anche, sicuramente, allo scarso successo ottenuto dalla collana stessa. Nascondersi dietro un dito mi pare ipocrita. Visto che non è una tragedia di dimensioni inaffrontabili, magari il volume sarà ripubblicato in futuro per le librerie ed è già oggi acquistabile online su www.store.gazzetta.it), mi rimane la riflessione che forse tutta questa pubblicistica "enogastronomica" possa avere in qualche modo stancato. Troppe trasmissioni a tema, troppi interventi estemporanei di chef ed esperti, troppe riviste di settore, montagne di libri di ricette e chissà cos'altro. Mentre la nostra nicchia vola alto verso le vette estreme della cultura gastroenobirraria, la gente normale continua ad andare in trattoria tenendo d'occhio i prezzi e bevendo meno. Sbagliano loro o magari stiamo sbagliando qualcosa noi?

21 luglio 2010

Fotografa una Forst!


Il panico dell'ultimo minuto è una condizione credo molto diffusa nell'ambiente lavorativo giornalistico. Quando collaboravo con i quotidiani era una conditio sine qua non; oggi mi capita spesso. Ma nel panico dell'ultimo minuto si possono fare grandi cose, avere l'ispirazione migliore. Quella magari vincente. E allora, benché rimangano solo dieci giorni alla conclusione del concorso "Forst Reporter" vi rimpallo l'idea di partecipare all'iniziativa lanciata dalla beneamata birreria di Lagundo. In palio una settimana di soggiorno in Alto Adige, uno skipass per Merano 2000 e relativa visita alla Birreria Forst. Tutte le indicazioni le trovate su http://www.forstreporter.it/; la scadenza è il 31 luglio. Le foto, che devono ritrarre una birra Forst riprendendo lo stile della recente campagna televisiva e stampa, saranno giudicate da una giuria di qualità. A me sembra un'iniziativa simpatica, come mi sembrava simpatica la campagna lanciata qualche mese fa. E se durante la visita guidata dubito mancheranno le degustazioni, credo anche che, nel caso non siate sciatori, lo skipass avrete modo di barattarlo facilmente con enne boccali di Sixtus...

18 luglio 2010

I tre luppoli


La pubblicità l'avevo vista di sfuggita in televisione. Esempio perfetto di come stia tirando in Italia il mito dell'artigianalità, della cura estrema del prodotto, del "questo l'ho fatto io" come un vetusto giochino della Settimana Enigmistica. La Splugen ai tre luppoli. Bella davvero. Un po' come le merendine fatte con la marmellata delle albicocche appena colte dall'albero, le verdure innaffiate ogni santo giorno da un sorridente ometto, e via di questo passo... Mi aspetto a breve la carne in scatola di angus scozzese o di bruna alpina e il tubetto spalmabile di tonno rosso in via di estinzione. Ma non voglio qui aprire una discussione sulla liceità, o almeno sulla veridicità, di queste tecniche di comunicazione. La pubblicità di per sè è esaltazione, credo che 50 anni di televisione siano stati chiari in questo senso. No, qui mi interessa capire perchè se proprio si deve fare 30, non si possa fare poi 31. Ovvero, se mi pubblicizzi una birra ai 3 luppoli, perché non mi dici di che luppoli stiamo parlando? Sono convinto che l'italiano medio non abbia molto l'idea di cosa sia il luppolo, ma se almeno vogliamo affascinarlo con cose strane, facciamo i nomi... Invece in controetichetta niente di niente. Con il risultato che il profano resta nel dubbio che i tre luppoli siano magari proprio tre di numero e quello appena più scafato si vede confermare il sospetto che sia solo una trovata pubblicitaria. Tra l'altro fatta male....

21 giugno 2010

Birra e comunicazione



Mi è piaciuta fin da quando mi è stata proposta, da Lorenzo Bottoni di Bad Attitude (http://www.badattitude.ch/), l'idea di partecipare all'incontro sul tema "Birra e comunicazione" insieme a Davide Bertinotti, Agostino Arioli, Paolo Polli, Laurent Mousson, Tony Manzi, Antonio Simonetti, Luca di Birrophilia e Davide de La Bussola della Birra. Onestamente ho fatto del mio meglio per arrivare puntuale, sebbene tra Venezia e Milano la batteria della mia auto avesse deciso di smettere di collaborare, ma alla fine sono arrivato.

Argomento interessante, che per molti aspetti sento mio (non in esclusiva comunque...), e che mi sembra solo sia arrivato tardi sul tavolo delle discussioni. Non faccio qui la telecronaca del dibattito: non ho preso appunti, chi c'era lo sa meglio di me e ho visto altri report in giro per la rete. Piuttosto provo a puntualizzare alcune cose che forse ho detto e altre su cui ho sorvolato (complice anche un'ottima Bootlegger).


Allora, punto primo: bravo Lorenzo a sollevare l'argomento, che semmai andava già affrontato anni fa. Ovvio che ognuno è libero, nel suo mestiere, di fare quello che gli pare (tranne nuocere agli altri) tanto le conseguenze le paga lui. Osservo solo che certi birrifici, dalla nascita, si sono sempre orientati alla comunicazione. Altri meno. Mi sembra anche di poter dire che chi ha comunicato più efficacemente è oggi più conosciuto di chi non lo ha fatto. Ne deduco che comunicare è importante. Per tutti. Almeno per chi vuole uscire dal giro, benché affollato, dei soli appassionati. Punto secondo: se comunicare è importante perché a molti birrifici non sembra fregargliene niente o pochissimo? Domanda che mi pongo spesso, alla quale non trovo risposta e che risolvo passando ad altro (birrificio). Esempio concreto: sono stato tampinato per mesi da un birrificio artigianale che voleva proporsi per un articolo. Tanta passione, tanto entusiasmo, nessuna birra da provare e niente in bottiglia. Io su certe riviste scrivo solo di birre in bottiglia, perchè quei lettori sono interessati alle bottiglie. Non alla spina. Torto o ragione è così. E quindi, al momento, devo passare. Per settimane invece cerco di avere info e/o bottiglie da un altro birrificio perchè mi piacerebbe scriverne e non ottengo risposta. Nessuna illazione: nessun birrificio artigianale mi ha mai pagato per scrivere. Io me li cerco e io ne scrivo. Assumendomi la responsabilità delle scelte. Sta di fatto, comunque, che certi birrifici comunicano, altri no. Alcuni comunicano per altre vie rispetto a quelle che batto io, la carta stampata. E' una scelta legittima ovviamente, ma che non posso dire, a mio modo di vedere, accorta. Soprattutto quando non costa niente.

Terzo punto: come comunicare, ammesso che si voglia farlo. I corsi di degustazione, almeno quelli validi, vanno benissimo perché fanno proseliti, gli eventi pure, le associazioni sono meritevoli quando animate da spirito costruttivo, il passaparola e l'opera di alcuni, ancora troppo pochi, publican sono cose fantastiche. Poi ci sono i blog, i forum e la stampa ma se si sente il bisogno di parlare di comunicazione un problema ci deve essere. E, a mio avviso, risiede nei birrifici che da un lato sono poco organizzati o sensibili alla cosa, dall'altro non vogliono investire un euro su un ufficio stampa (anche collegiale) e quando va bene si affidano a qualche amico volenteroso. Forse è il caso di accorgersi che siamo usciti dalla fase pionieristica-entusiastica della birra artigianale italiana e siamo entrati nel pieno del gioco. Fatto di un mix di concorrenza e di professionalità, di qualità e costanza della produzione e di marketing (brutta parola ma necessaria), di (ancora più brutto magari) capacità di vendersi. Che non significa necessariamente prostituirsi, ma semplicemente tenere presente che per vendere beni "superflui" cioè non necessari al sostentamento umano, e la birra come il vino ne fanno parte, bisogna anche saperli raccontare. In una parola, comunicare.

8 giugno 2010

Ma dai, la birra al ristorante...


Ne avevo sentito parlare un paio di mesi fa, delle Menabrea Top Restaurant, ma ancora non ho avuto modo di assaggiarle. E così, comunque, ecco altri due arrivi nel sempre più affollato, di birra, canale della ristorazione. E' certamente un segno dei tempi e sembra davvero un'altra era geologica quando nei ristoranti appena appena blasonati, a volte semplicemente pretenziosi, a chiedere una birra si veniva guardati come marziani. Quando il miglior risultato possibile era vedere l'impassibile sommelier frugare vigorosamente nel fondo del cassetto refrigerato per estrarne una lager industriale. Portandola poi al tavolo con una certa riluttanza. L'estate scorsa mi è capitato di cenare alla Madonnina del Pescatore di Senigallia, quella del talentuoso Cedroni, aprire la carta dei vini e beccarmi una minilista d'apertura dedicata alle birre. Prima ancora avevo visto servire, da Cracco a Milano, una birra senza esitazione alcuna. Anzi raccomandata dal bravo sommelier. Che cosa è successo in questi ultimi tempi? E' successo che tutti si sono accorti delle birre artigianali italiane e a furia di parlarne, per la novità indubbia, si è creata una moda. E quando una cosa diventa di moda crea proseliti, suscita l'imitazione, viene insomma cavalcata come una tigre (sebbene di piccole dimensioni). Così allora Assobirra si è messa in scia, ha stretto accordi con associazioni di cuochi, i Jeunes Restaurateurs d'Europe, e con guide di settore, più o meno tutte, che a loro volta hanno iniziato a premiare le cosiddette "tavole della birra" stimolando ancora di più gli chef a prestare attenzione al fenomeno. Che ovviamente non poteva fermarsi alle birre artigianali, ma è finito per traslocare alle specialità belghe, a qualche arrembante americana, fino alle birre create apposta per la ristorazione. Sulle quali si può discutere certamente, ma che non si possono arrestare. Era francamente prevedibile, come è prevedibile che alcuni piccoli birrifici artigianali si mettano a fare qualche birra per grandi distributori o per grandi produttori, fino al momento in cui un grande si "farà" il suo piccolo birrificio personale, affidandogli ovviamente le birre creative, quele a tirtura limitata. E quelle di cui volentieri parlano i giornali. C'è poco da lanciare scomuniche e c'è da diffidare da chi indossa la veste del supremo magistrato contro questa presunta invasione. Anche le vecchie e storiche bottiglierie si sono viste in breve tempo accerchiate dai modaioli winebar. E adesso siamo, più o meno tutti, dei sommelier. E' la democrazia applicata al bere, è il libero mercato delle bottiglie. Che tuttavia trova adeguata compensazione nel discernimento personale. E nell'educazione al gusto.

19 maggio 2010

Scotland Forever


Una quattro giorni di Edimburgo intensa, con finale al cardiopalma grazie alla simpatica nuvola vulcanica che scorrazza per i cieli d'Europa e che ci ha costretto a percorrere on the road tutta la Gran Bretagna per trascorrere una notte in bianco all'aeroporto di Gatwick e, da lì, saltare sul primo aereo per Milano. Ma a parte questo, Edimburgo è sempre stranamente affascinante. Sarà il contrasto tra l'austerità dei suoi palazzi e la cordialità degli abitanti, sarà che la Scozia si è distinta negli ultimi anni per le sue birre di notevole spessore. E allora l'elenco è abbastanza lungo: una Harviestoun Bitter&Twisted al Guildford Arms, una Deuchars Ipa all'Oxford Bar (grazie Vale per aver letto tutti i libri di Ian Rankin!), e poi una Brewdog Trashy Blond e una Brewdog The Physics, una Caledonian 80, una Cairngorn Trade Winds, una Lomond Gold e una Directors Courage, una Harviestoun Schiehallion e una Isle of Skye (non ci fanno solo il Talisker) Hebridean Gold. Insomma, se qualcuno mi pagasse delle corrispondenze (possibilmente alle cifre britanniche e non a quelle italiane) il pensiero di restarmene in terra scozzese si sarebbe fatto ancora più insistente. Difficile fare una classifica personale: a parte una prima Deuchars Ipa fuori forma, la seconda era da podio. Ma entrambe le Brewdog le ho trovate splendide, ritemprante la Caledonian 80 ed estremamente interessanti sia la Schiehallion, la lager di Harviestoun, sia la Trade Winds (mai bevuta prima). Il primo posto però va alla Bitter&Twisted che, non sarà tanto professionale, ma andava giù come acqua di fonte. Straordinarie tutte comunque, nella loro semplicità e nella loro bevibilità. Senza alchimie, senza pensieri, senza voli pindarici di degustazione paranoica. Nella valigia piena come un uovo sono riuscito a infilare tre pezzi: il libro "Beer Hunter, Whisky Chaser", dedicato a Michael Jackson, e due Harviestoun Ola Dubh, la Special 30 Reserve e la Special 40 Reserve. Prima o poi mi terranno il cuore in caldo. Che si sta già raffreddando per il fatto di essere tornato.

9 maggio 2010

Birre in corso...


Per la serie: se non trovi la birra artigianale, sarà lei a trovare te. Che il fenomeno dei microbirrifici fosse in forte espansione lo sapevo da tempo, come tutti, ma andare a fare due passi in corso Buenos Aires la domenica pomeriggio in coincidenza di non so bene quale fiera e ritrovarsi a bere birra italiana di piccoli produttori, francamente non me lo sarei aspettato. Alcune bancarelle sono state una tentazione impossibile da contrastare. Così dopo aver incredibilmente ritrovato un altoatesino dal quale facciamo acquisti quando siamo in montagna e aver comprato leberkase e carne salada, da lui, ma in ordine successivo pure testaroli, uova d'oca, prosciutto d'oca, un caprino erborinato da paura, eccoci di fronte a due birre di riso del Birrificio Vallecellio, nel vercellese. Formato da mezzo litro, 6 euro cadauna. Passo. Pochi metri più avanti ecco il Birrone, zona vicentina, dove la SS 46 non mi convince del tutto, ma si lascia bere. E allora, visto che 3 bottiglie da 0,33 viaggiano a 8 euro, incamero anche la Brusca e la Punto G, nome che è tutto un programma. Vedremo, ma ho apprezzato la dicitura "mantenere in frigorifero" sull'etichetta. Onesti. Altri dieci metri e vado quasi a sbattere contro una minibaita del Teddy Bier, micro trentino di cui non avevo mai sentito parlare. Mi incuriosisce la loro porter Tinera. Invece la trovo inquietante e da dimenticare. Peccato, perché mi si stronca l'entusiasmo e lascio perdere anche la Meppler, ale aromatizzata con la mela. Arriva infine la pioggia di questa primavera così scozzese, ma almeno fossimo in Scozia dannazione, e si torna a casa. La prossima volta però che qualcuno mi chiederà dove si può trovare la birra artigianale, non avrò esitazioni. Dappertutto: nei locali, nei ristoranti, nei supermercati e negli ipermercati, alla Metro, in corso Buenos Aires... Ogni tanto i vecchi tempi mi sembrano proprio quello che sono: vecchi.

6 maggio 2010

Forst, la nuova campagna


E' simpatica la nuova campagna pubblicitaria della Birra Forst. La si vede in televisione, ma anche sulla carta stampata, e gioca su quelli che sono i requisiti classici della birra altoatesina che, dalle sue parti, ha percentuali di mercato bulgare. I bicchieri di Forst che sembrano vivere tra torrenti e boschi innevati sono in linea con la fabbrica di birra più bella d'Italia. La prima volta che ci sono stato ero rimasto sbalordito dalla cura per i dettagli: i vasi di gerani fioriti alle finestre, addirittura le sbarre all'ingresso dei camion in legno intagliato. Tocco femminile forse, ma anche scelta di trasmettere naturalità e piccole dimensioni. Piccole fino a un certo punto ovviamente, perché la Forst oggi fa 700mila ettolitri all'anno e con la nuova sala cottura, la cui inugurazione è prevista per la primavera prossima, si arriverà a 900mila. Numeri di tutto rispetto benché molto lontani dai traguardi delle majors italiane. Tre settimane fa sono stato a Merano e ho fatto una scappata a Lagundo per provare la birra della casa, che si beve solo lì, e una letteralmente fantastica "crema alla birra". Una specie di "passato" che considero tra le migliori ricette birrose provate negli ultimi mesi, insieme al Birramisù di Claudio Sadler. Confesso di avere un piccolo debole per la Forst, mi piacciono quasi tutte le loro birre (in primis la Sixtus e la Pils), stimo la serenità e la competenza di Antonio Cesaro, il loro ex mastro birraio ancora in pista per diffondere il "verbo" della birra e sono rimasto impressionato, durante la presentazione milanese alla stampa della nuova campagna, dalla classe e dal fascino della signora Margherita Fuchs von Mannstein. Vera first lady della birra italiana.

4 maggio 2010

Teo va in barrique


Tanta gente, molti birrai (Montegioco, Orso Verde, Scarampola), volti noti (Paolo Massobrio, Luca Giaccone, Oscar Farinetti, Walter Massa) per l'inaugurazione della Cantina Baladin in quel di Piozzo sabato scorso. L'ultima, chissà però per quanto, "follia" firmata Teo Musso, il sempre più adrenalinico birraio delle Langhe che non pago della linea bibite Baladin (la cedrata e il ginger sono dannatamente buoni) ha deciso di inoltrarsi, almeno a me così pare, in una specie di giungla impenetrabile, senza bussola e armato solo di machete. Le 160 barrique sono lì dove qualche anno fa si celavano i tank con le cuffie, la sala antistante è invece una riproduzione della cucina della vecchia casa di Teo, impilate una sull'altra in ordine di tre. I nomi sono tra quelli più noti del mondo vinicolo italiano. Così a memoria Sassicaia, Antinori, Donnafugata, Caprai, Walter Massa, Felluga, Monterossa, Cottanera, Cantine del Notaio, insomma una specie di nazionale del vino. In queste barrique Teo affinerà due birre: Terre nelle botti che hanno tenuto vino rosso, Lune nelle botti che hanno visto maturare vino bianco. Ma la distinzione non è così semplice. Come evolverà la stessa birra in un barrique del Mille e una notte piuttosto che in quella del Sassicaia? Come incide il Nero d'Avola rispetto al blend di Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc su una birra che, quando vedrà la luce ovvero nel 2011, avrà circa 9% vol? Teo è sicuramente avvinto da questa nuova strada e promette di dedicarsi alla cantina per parecchi mesi in maniera quasi esclusiva. Che sia un percorso innovativo mi appare chiaro perché qui non si tratta solo del legno in senso generale, ma di quel legno specifico... In più le birre dovranno essere sottoposte al vaglio della cantina che ha messo a disposizione le botti, un altro potenziale ostacolo da superare... Ma ho visto Teo al settimo cielo per la sua cantina e per questa nuova avventura e, visti i suoi precedenti, non me la sento proprio di scommettergli contro...

19 aprile 2010

BlogDilemma...


Allora, qualche tempo fa ho deciso che i commenti dovessero essere moderati dal sottoscritto. In parte per evitare facili insulti da chi non ha nemmeno le palle per presentarsi di persona, ma soprattutto perché un mio vecchio post, dove parlavo di un libro di Rudi Peroni, è stato preso letteralmente d'assalto da spammatori incomprensibili. Il ritmo è di un paio alla settimana. Ora, mi tocca subire la presenza in mail di questi "commenti" ma, d'altro canto, avendo moderato il dibattito sono nelle condizioni di poterli rifiutare. Al costo, è ovvio, di entrare nel blog e cliccare su "rifiuta il commento". Ergo, lascio tutto come prima e commento libero per tutti oppure filtro ogni santo giorno o quasi? Non è un quesito esistenziale, me ne rendo conto. Ma pensare che il post su Peroni si avvii a battere tutti i record, numerici, di commenti mi inquieta un po'...
Accetto suggerimenti, ma anche risposte alla domanda: che cosa c'è in Peroni che attira così tanto lo spam internazionale?

14 aprile 2010

Santo subito!


Non ho idea di quanti publican ho incontrato nella mia "carriera", di buona parte ho perso praticamente il ricordo, qualcuno l'ho eliminato volutamente dai ricordi, altri invece mi hanno insegnato qualcosa anche se, le distanze e la vita, non mi hanno permesso di rivederli più spesso. Uno però in particolare è per me una specie di icona del publican perfetto, nel senso che se qualcuno volesse aprire una birreria dovrebbe prima andare a studiarselo per qualche sera, ed è Manuele Colonna, titolare del Ma che siete venuti a fa' di Roma. A dire il vero, la prima volta che l'ho visto non mi sembrava molto rassicurante. Non era tanto il capello lungo, quanto l'indiscutibile competenza che, molto spesso nell'ambiente eno-birro-gastronomico, diventa arroganza e fanatismo patologico. Vederlo al lavoro però mi ha fatto cambiare idea. Colonna conosce le birre, in maniera quasi enciclopedica ma allo stesso tempo profonda, e su questo non ci sono dubbi. Ma ha la straordinaria capacità di avvicinare alla complessità del mondobirra anche chi non va oltre la "bionda". Sa spiegare, fa provare, non cade dall'alto e non fa sentire il peso dei suoi enne assaggi fatti in giro per il mondo. Questo è l'aspetto, al di là di quanto possa essere bravo a spillare e delle chicche che tiene alla spina, che di lui mi ha più colpito. E che mi fa dire che uno come lui andrebbe utilizzato in versione "master" per futuri gestori. Non ho idea se possa essere d'accordo, anzi presumo proprio di no, ma io continuo a consigliare a tutti un pellegrinaggio in via Benedetta. E pellegrinaggio mi sembra proprio il termine più preciso da usare.

31 marzo 2010

1001 beers you must try before you die


Dopo averci lavorato alacremente sotto la canicola della scorsa estate è finalmente uscito questo compendio sulle 1001 birre da provare nella vita(vabbé, prima di morire ma non credo vada inteso alla lettera). Libro ideato, curato e coordinato dal giornalista inglese Adrian Tierney-Jones (www.maltworms.blogspot.com) con la collaborazione di numerose firme del settore: da Jeff Evans a Conrad Seidl, da Joris Pattyn a Evan Rail, da Randy Mosher a Laurent Mousson. Le collaborazioni italiane, oltre alla mia, sono state di Eugenio Signoroni e Stefania Siragusa. Le recensioni tricolori sono circa una quarantina con quasi tutti i microbirrifici più noti segnalati, con una o più etichette. Quella nella foto è la copertina del volume che ho acquistato in Feltrinelli, ma la copertina può cambiare e così il titolo (che nell'edizione americana diventa "you must taste" invece di "you must try" - non chiedetemi perché). Quello che non cambia sono invece i contenuti. Sicuramente un lavoraccio, soprattuto per aver dovuto scrivere direttamente in inglese, ma il risultato a me pare più che buono. Poi si sa, le recensioni sono sempre opinioni non vangelo.

12 marzo 2010

Questione di etichetta


Nella plaga semidesertica di Pianeta Birra, brillava lo spazio della birra artigianale, con i suoi protagonisti, noti e meno noti. Un pacchetto notevole di spunti giornalistici se non fosse che, a Rimini, passo la maggior parte del tempo a salutare volti noti, almeno per me, e fare chiacchiere, anche da cortile lo ammetto. Quindi ho trovato molto interessante la conferenza organizzata dal Mobi per presentare l'iniziativa Birra Chiara. Ovvero, per farla breve visto che la notzia è stata ampiamente riportata sul web, la richiesta di etichette più trasparenti e informative quindi non solo rispettose delle indicazioni previste dalla legge, ma anche più ricche di "contenuti utili" per il consumatore. Premesso che ogni produttore fa quello che gli pare, dopo aver almeno rispettato gli obblighi di legge, sono assolutamente convinto che le istanze del Mobi vadano in questo senso non solo accolte, ma anche sostenute. Ritengo che le informazioni aggiuntive (in termini di ingredienti, di tpo di produzione, etc...) siano la prima e immediata risposta alla recente curiosità del consumatore generalista nei confronti dell'universo birra. Una curiosità che è stata il terreno fertile del successo di molti birrifici artigianali e, in un ottica di mercato complessivo, del significativo trend di crescita delle birre cosiddette speciali che, fino a qualche anno fa, sembravano in crisi di ossigeno. Insomma, le informazioni più chiare che chiede il Mobi sono a mio avviso le stesse che potrebbe, e dovrebbe, chiedere un gestore consapevole, chiamiamolo così, un sommelier, un titolare di enoteca o di bottega gourmet, un ristoratore (ma anche un pizzaiolo). Quale sarà la risposta? Tutto sommato credo, e spero, positiva. Per quanto il convegno non fosse particolarmente affollato, i birrai artigianali dovrebbero immaginare che questa è una strada giusta da percorrere per dare forza alla propria impresa. Privi delle risorse delle multinazionali, necessarie per far crescere il brand nella percezione collettiva, si deve per forza lavorare sulla specificità e riconoscibilità delle loro birre. E questo lo si fa anche aggiungendo qualche informazione in più sull'etichetta.