9 marzo 2010

Il lavoro degli altri


Tre post in due giorni... Wow, si vede che non ho un cazzo da fare... Invece pur con l'acqua alla gola per correre dietro agli editori che si svegliano sempre all'ultimo momento eccomi qui a sfogare un po' di bile su chi, e Dio solo sa quanto sia diffusa questa cosa oggi nel nostro settore, ritiene non solo di saper fare divinamente il proprio lavoro. Ma pure il tuo! Ah, ne ho proprio le palle piene di spremitori d'uva che sanno l'italiano come Biscardi, di formaggiai convinti di aver scoperto il Caglio Santo, di birrai che imbroccano una birra sì e otto no però ti vengono a spiegare come si deve scrivere e magari anche quanto o dove... Mi ricordo anni fa un tizio che faceva bruschette, bruschette eh mica chissà cosa, che aveva una segretaria che una volta era stata maestra elementare, la quale aveva il compito di "passare" i publiredazionali che, in un momento di raro masochismo, avevo deciso di accettare di scrivere. Una tragedia, i pensieri e le frasi ridotti allo stato espressivo semilarvale di un fanciullo in fase di sviluppo, concetti degni di un ET "io telefono casa" che riscuotevano le lodi del neanderthaliano bruschettaro. Ho sempre cercato, sbagliando, di rispettare il lavoro altrui e di capire quando il mio giudizio aveva il senso dell'esperienza acquisita o era semplicemente una mia impressione personale. In sostanza, comprendere la differenza che passa tra il giudizio di un competente e quello di uno zotico appena sbarcato sulla Terra. Ma, evidentemente, ho sbagliato... Molto meglio imbracciare il fucile e sparare al bersaglio grosso, stroncare un po' a destra e un po' a manca, tanto per fare rumore e vedere l'effetto che fa... Il mio sogno nel cassetto? Leggere un publiredazionale sulla bruschetta scritto dalla maestrina senza penna rossa: "La bruschetta è buona. La bruschetta fa bene. Comprate la nostra bruschetta. La bruschetta la trovate a...". Oggesù, perchè non intuisco mai le potenzialità da romanzieri di successo planetario, quando le incontro?

Il miglior panettone di Natale


Allora, punto primo: ho sempre preferito il pandoro al panettone. Saranno le origini venete o che altro, ma così stanno le cose fin dall'infanzia. Punto secondo: resto sempre un po' perplesso di fronte alle produzioni extrabirrarie artigianali. Siano esse marmellate, gelatine, biscotti, pane, formaggi, jeans o profumi per l'ambiente. Anche se in qualche caso mi sono dovuto ricredere. Ma mai tuttavia come per questo panettone firmato Le Baladin. Semplicemente superlativo! Negli stessi giorni avevo speso oltre 10 euro per un panettone Loison, marchio molto gettonato tra i critici gourmet, rimanendone fondamentalmente deluso. Ora, d'accordo che non conosco il prezzo del "Panettoladin", ma morbidezza, gusto e profumi erano indimenticabili. Tanto è vero che lo segnalo e ne scrivo, in mostruoso ritardo, a marzo (ma mi è capitato di rivedere la foto per caso facendo ordine sul desktop).

8 marzo 2010

Assaggi al BQ


Questo pomeriggio abbiamo rotto gli indugi e abbiamo deciso di fare un salto al BQ per l'ultimo scampolo di Italia Beer Festival che si è svolto nello spazio di via Losanna. La scusa di passare anche all'Esselunga della zona è miseramente naufragata con la scomparsa dell'Esselunga stessa (cosa che mi ha fatto capire che era un po' di tempo che non bazzicavo da quelle parti), ma le due ore passate al BQ mi sono servite per assaggiare qualcosa in ordine sparso e soprattutto riflettere sul fatto che agli operatori (un po' pochini nel tempo passato nel locale) forse non è che gli frega poi così tanto della birra artigianale italiana. Sicuramente molto meno di quanto, noi appassionati del settore, siamo portati a pensare. Il che fa sorridere pensando al pathos che si respira in rete ma anche nelle fiere (tipo Rimini), ma fa quasi piangere se si pensa al mercato reale, alle sue problematiche (qualità, costanza, prezzi, logistica, distribuzione, etc...). Comunque, dovendo poi recarci per davvero all'Esselunga, ho deciso di provare come prima birra la tanto reclamizzata, quasi famigerata, La Trenta del duo Polli-Trentalance (ma soprattutto del birraio che materialmente la fa). Beh, a me è piaciuta. Davvero. L'aroma era fresco e rinfrescante, aveva delle note intriganti che mi ricordavano l'uvaspina, in qualche maniera l'anguria (!), un sentore di menta bianca. In bocca il luppolo era preciso, gradevole, un taglio secco e pulito, persistente. Buono, insomma. Sono passato poi alla Schwarz del Birrificio Henquet che ho trovato discreta, molto beverina. Insomma, senza gioie e senza dolori. Infine, ho trovato alla spina la Rude Boy del Birrificio Toccalmatto. Premetto che le etichette del Toccalmatto, a mio gusto personale, sono le più belle oggi in circolazione in Italia, e che le ultime loro birre assaggiate mi avevano proprio convinto. Non è stato invece così per la Rude Boy, molto bella al naso con una pazzesca nota di arancia e una sottolineatura speziata, ma dall'amaro eccessivamente brutale in bocca, con un retrogusto che mi ha ricordato il chinino e la cicoria. Davvero un po' troppo per i miei gusti.

24 febbraio 2010

Satellite Birra


Un unico giorno dedicato a Pianeta Birra è davvero poco per esprimere un giudizio definitivo. Lo dico come premessa perché non vorrei passare per l'inquisitore di turno che spara sentenze senza avere una conoscenza approfondita dell'argomento (attività molto in voga nella rete...). Tuttavia dopo tanti anni di frequentazione riminese è difficile non accorgersi dei cambiamenti radicali in quella che era una volta la manifestazione principale, e imperdibile, del settore birrario nel suo complesso. Spariti i grandi gruppi, ormai forti del loro network distributivo, la fiera per operatori è diventata un accampamento riservato agli artigiani italiani, a qualche media azienda tedesca e al distributore-importatore Interbrau che sembra avviarsi sulla strada del "re dei piccoli". Di per sé la cosa non è triste (per rispondere al commento di Stefano) perché Rimini è sempre stata un'occasione di incontro, di amici che rivedi con grande piacere, di spunti giornalistici interessanti (da birrifici e birre da scoprire a temi caldi come il disciplinare Mobi sulle etichette che mi sembra un'iniziativa intelligente e meritevole di spazio sulla carta stampata di settore). Per cui, Rimini è ancora una fiera da non perdere. Tuttavia non si può negare che la sua rappresentatività è ormai ridotta ai minimi termini. Almeno dal mio punto di vista che è quello di uno che si deve occupare del mercato birrario italiano, delle sue prospettive, della sua evoluzione. Una fiera che mi rappresenta il 2% del mercato è una fiera senza senso, da "divieto di sosta", tanto per riprendere la foto qui sopra. Mancano del tutto gli interlocutori, oltre alle minigonne delle standiste, motivo per cui la maggior parte dei giornalisti si è autodirottato al Mia (nel quale io non ho mai messo piede, ma non è un vanto...). Insomma, più che Pianeta Birra, Satellite Birra. Per molte cose simile ad altre fiere o festival della birra che ci sono in giro per l'Italia. Certo a Rimini l'albergo lo trovi anche il giorno prima, una bella commodity pensando che per Vinitaly la prenotazione va fatta con mesi d'anticipo altrimenti ti ritrovi in una camera vista lago di Garda. Ma è questo il plus che fa una grande fiera? Lo spazio artigianale, quello che ho girato maggiormente, mi è piaciuto (a parte la benedetta sala degli incontri) ma vorrei sapere quanti contatti "utili" sono stati fatti dai produttori... Qualcuno è stato abbastanza positivo ma altri mi hanno semplicemente risposto che Rimini è bella, che ci sono affezionati, che si spende poco, che si rivedono gli amici.... Tutto fantastico, ma questo fa crescere il settore o, più biecamente, la loro attività? Io me lo chiedo...

23 febbraio 2010

La prima volta


La prima volta che scendo a Rimini in treno. La prima volta che vado e torno in giornata. La prima volta che resto basito vedendo che la fiera si è "accorciata" fisicamente. La prima volta che non devo scrivere nessun articolo per nessuna rivista. La prima volta che i miei colleghi in sala stampa mi dicono: "siamo qui più per il Mia". La prima volta che Pianeta Birra mi sembra l'Interbrau Beer Festival. La prima volta che vedo uno stand dove la birra la devi pagare. La prima volta che un convegno con personaggi famosi della scena birraria internazionale più un giornalista profondo conoscitore della birra italiana (sic), salta per totale assenza di pubblico. La prima volta che trovo l'immagine "istituzionale" (quella nella foto) davvero orrenda. La prima volta che vedo lo stand di Villacher affollato. E' proprio vero. C'è un prima volta per tutto.

18 febbraio 2010

La patatina tira...



Prendo spunto da una recente Notizia del giorno, newsletter quotidiana di Paolo Massobrio, dove viene riportato un commento poco lusinghiero di Aldo Grasso all'apparizione di Gianfranco Vissani quale testimonial di una linea di patatine "gourmet". Tanto per intenderci, di quelle fritte e insacchettate. La cosa mi ha prima di tutto fatto tornare in mente una foto (eccola) che avevo fatto un paio d'anni fa, o forse tre, in un bar tabacchi di Siviglia. Le patatine, quella volta, le "certificava" nientepopodimeno che Ferran Adrià, ovvero la leggenda della cucina iberica e più volte consacrato miglior chef del mondo.

13 febbraio 2010

Cenare al Lambrate


L'ultima volta al Lambrate è stato un paio di settimane fa, più o meno, per la presentazione pubblica della nuova Imperial Ghisa, al debutto ufficiale dopo un anno di maturazione. Gran cerimoniere il solito, sempre brillante, Kuaska per una birra che mi ha convinto davvero parecchio. Bassa fermentazione, quasi 100 Ibu, prevedibili note di caffè e di liquirizia, ma anche prugna e (considerazione molto personale) quel profumo che avverto quando cucino alla piastra il radicchio rosso tardivo di Treviso. In bocca molto morbida e, per i suoi 8,5% vol, davvero scorrevole. Ma se il Lambrate ultimamente mi sembra non stia più sbagliando una mossa (ottima l'Ortiga e meravigliosa la Ligera) non ero "pronto" per l'agnello preparato per l'occasione da Davide Danko Sangiorgi in collaborazione con un amico di cui non ricordo più, sorry, il nome. Beh, quello in primo piano nella foto è stato l'agnello più fantasticamente buono che mi sia capitato di assaggiare negli ultimi due anni (tour dei ristoranti dell'Alpago - dove un eccellente agnello è di casa - inclusi). Cottura perfetta, morbido al punto giusto e godurioso in tutto e per tutto. Per un paio di giorni mi sono tenuto in tasca l'anice stellato come promemoria.
Ieri poi sono tornato al Lambrate con amici. Ho capito che l'agnello era una special guest (ma spero davvero di essere smentito), però lo stinco che me lo ha sostituito non lo ha fatto troppo rimpiangere. Insomma, a parte i timpani seriamente compromessi dopo due ore di full immersion nel brewpub, devo dire che la cucina del Lambrate mi ha favorevolmente impressionato. Per quello che ho provato, ovvio. Ma è stato bello capire che oltre sulle birre, la tribù, come la chiama Kuaska, sta crescendo anche sul versante gastronomico. D'ora in poi, si potrà smettere di vivere di solo happy hour...

10 febbraio 2010

Mi chiamo Name, Nick Name


Che cosa fantastica la rete. Internet intendo, ovviamente. Per me che ormai vivo nel panico degli scaffali stracolmi di libri in procinto di crollare e seppellirmi, il magico mondo del web è una costante tentazione. Blog, siti, forum e wikipedia: basta un pc, ti colleghi e via. Risolvendo tutti i tuoi problemi di spazio. Cerchi un informazione e la trovi. Trovi spesso anche il suo contrario, a dire il vero. Ma vuoi mettere? E' democrazia allo stato puro, stupefacente nel senso tossicologico del termine. Chiunque può dire la sua, senza limiti, senza regole, senza conseguenze (quasi sempre). E poi soddisfa la sottile, ma nemmeno tanto, voglia di protagonismo che c'è in ognuno di noi. Meglio di lei c'è solo la televisione, ma quella evidentemente è per pochi, raccomandati o bionde siliconate. La rete invece non fa differenze e accetta tutti come nemmeno l'arca di Noè. Trovati un argomento e spara la tua opinione www. E se ti va metterti addosso un'aura da castigamatti ti puoi pure scegliere un bel nickname, coprirti di mistero e lanciarti nella nobile arte del giudizio apocalittico. Davvero fantastico. Tutto merito della buonanima di Andy Warhol che profetizzò dieci minuti di celebrità per tutti. E tutti quanti lo abbiamo preso in parola. Me compreso, naturalmente. Però, perché c'è un però, se c'è proprio una cosa che trovo insopportabile della rete è questo utilizzo del nickname. Ok per quelli che ormai sono più conosciuti per il nick che con il proprio nome (gli esempi non mancano), ma perchè diavolo tutti gli altri devono nascondersi dietro un soprannome? Abuso di letture di supereroi Marvel da piccoli? Per non parlare poi dei commenti anonimi... In realtà questo sembrerebbe contraddire la mia teoria del desiderio di protagonismo, ma in realtà no, perché il desiderio di protagonismo si ammanta, dietro il nick, di una discreta perversione. Con il nick, insomma, la libertà di pensiero assume sfumature onanistiche. Comunque, sono convinto che il mio sia solo un nuotare controcorrente su un fiume sbarrato da una diga. Faticoso e pure inutile.

8 febbraio 2010

Di corsa...


Ho mollato questo blog al suo destino per più di un mese e quasi non mi ricordavo più la mia password d'accesso. Che devo fare. Quando inizio a pensare che sia solo una perdita di tempo, arriva qualcuno che mi sprona a scrivere, ma in questo periodo manca proprio il tempo necessario. E non solo per questioni lavorative. Tuttavia alcune cose che posso scrivere qui non potrei pubblicarle da nessuna altra parte per cui prometto di riprendere con una certa frequenza (sicuramente non quotidiana comunque...). Avrei alcuni libri da consigliare, qualche serata birraria da raccontare, molte opinioni da esprimere perché, lo ammetto, quello della birra artigianale è un mondo sempre pieno di sorprese (qualcuna poco piacevole). Poi è in vista l'appuntamento riminese ovvero "Satellite Birra", chiamarlo Pianeta mi sembra davvero troppo, dove sarà rappresentato ancora una volta il 2% circa del panorama birrario nazionale (alla faccia della rappresentatività) e allora non potrei davvero trattenermi. Oddio non voglio che pensiate che odio Rimini o la sua Fiera. Sono dodici anni ininterrotti che ci vado e i primi tempi ho lavorato come una bestia ma mi sono anche molto divertito. A ben pensarci, negli ultimi anni ho lavorato invece pochissimo ma forse mi sono divertito di più e allora, penserete voi, che mi lamento a fare? Il problema è che nella birra, bene o male, ci lavoro e a fine mese non posso solo contare le risate. Detto questo, non sono stato a Birra Nostra versione padovana, il primo anno di Rovigo era da mettersi a ridere in maniera isterica tanto il flop era assordante. Forse a Padova è andata meglio, ma 10-100-1000 fiere della birra faranno bene o male al settore? Ogni tanto me lo chiedo... Comunque segnatevi anche Birra e Dintorni dal 14 al 17 febbraio in quel di Erba (http://www.ristoexpo.com/), i birrifici sono una garanzia e il collega che l'organizza pure. Se non altro le occasioni non mancano. Tuttavia, ripeto, quanto siano utili in termini di contatto di lavoro (non solo insomma per dare da bere agli assetati) mi piacerebbe proprio saperlo. Ma forse ai birrifici basta anche questo: ovvero farsi conoscere, fare "cassetta" (come mi spiegava un birraio una volta) e ritrovarsi tutti insieme. Almeno per ora. E per ora, vi saluto. Soprattutto i 14 lettori fissi, ma pure i vari spammatori che stanno tenendomi informato su varie amenità: dalle pilloline blu che cambierebbero la mia vita a dove acquistare il miglior prosciutto iberico ('azz, adesso che l'ho citato mi sa che ritornano all'assalto...).

30 dicembre 2009

Messaggio di fine anno



Il messaggio di fine anno, tranquillizzo subito tutti, non lo farò io. Solo che in questi giorni ho letto un passo da Vino al Vino di Mario Soldati che mi ha colpito e mi è rimasto dentro. Mi sembrava bello condividerlo. Eccolo dunque:


"La verità è che, in fatto di gusto, nessuno potrà mai sostenere che la maggioranza abbia necessariamente ragione. Nemmeno in politica è così. Infatti, che la maggioranza abbia sempre ragione non è, contrariamente a quanto si crede, la base della democrazia: ma soltanto il suo ideale, il suo miraggio. La base della democrazia è un'altra, più complicata, più delicata, più radicata nel cuore dell'uomo: è che gli inconvenienti di un regime politico autoritario sono, o presto o tardi, tali e tanti che è più saggio per i popoli affidarsi alle decisioni di una maggioranza, che abbia torto, piuttosto che alle decisioni di una minoranza, che abbia ragione. In ogni modo, questo, ovviamente, non è il caso del vino. Giacchè la minoranza, sempre più esigua, che difende il vino genuino e instabile, non pretende affatto di governare i consumatori e i produttori, nè di proibire il vino troppo lavorato e troppo stabile: si limita a compiangere codesta maggioranza e a consigliarle di convertirsi, per il suo bene. Nel vino, come nella cucina, può succedere che il parere di una persona sola sia più giusto del parere di milioni di persone".
Se volete, potete sostituire la parola birra alla parola vino. Buon 2010 a tutti...

11 dicembre 2009

Qui es in caelis...


Lo confesso, non ho mai dato di matto per il miele. Non mi è mai piaciuto spalmato su una fetta di pane (preferisco di gran lunga burro e zucchero), nè lo uso per addolcire bevande calde. Al massimo, come rimedio della nonna, ne mescolo un cucchiaio con rum e latte bollente quando sono raffreddato. Forse dipende dal fatto che non ho mai provato un grande miele. Invece lo scorso anno, nel girone dantesco e milanese dell'Artigiano in Fiera, mi sono trovato a tu per tu con Andrea Paternoster, apicoltore nomade e artefice dei Mieli Thun (http://www.mielithun.it/), che conoscevo solo indirettamente per le birre (Erica di Le Baladin, Utopia di BiDu e Troll) che impiegano alcuni dei suoi mieli. Con lui, cucchiaino dopo cucchiaino, ho visto la luce (in stile Jake Blues) e ho capito le differenze tra un miele di girasole (il preferito della Vale) e quello d'edera, tra quello di cardo (letteralmente fantastico) e quello di timo. Mi si è aperto un mondo di profumi e di dolcezze, di consistenze diverse. Una goduria pazzesca, senza mezzi termini e che volevo rendere pubblica. Soprattutto, ho scoperto che il mondo dei mieli è affascinante, ricco di sfumature, fatto di sano lavoro manuale (la definizione "artigianale" mi ha un po' stufato), di pazienza e di intuizione geniale. Quindi conoscere Paternoster (se riflettete sul cognome, si capirà anche il titolo forse un po' criptico di questo post) è stato proprio un bel regalo. Tanto che, quest'anno in fiera, l'acquisto di mieli Thun è stato paragonabile a quello di un malato cronico di bronchite...

9 dicembre 2009

Un po' di numeri


Al Simei, l'esposizione milanese di macchine e tecniche vitivinicole, si va, almeno nel mio caso, perché si deve. Poi magari si trova pure qualcosa di curioso e di interessante, ma ahimé tutto quello che riguarda chimica e tecnica, macchinari e utensili, mette sempre in difficoltà i miei neuroni. Così sono stato contento, dopo essermi sciroppato una dissertazione sui tappi, essermi fatto coinvolgere dalle linee di imbottigliamento viaggianti (nel senso che arrivano con un tir attrezzato e fanno tutto o quasi loro) e aver quasi masticato un'etichetta biodegradabile, nel leggere un dossier Birra preparato da qualche ufficio fieristico su basi e dati elaborati dalla solita "miniera" Beverfood, catalogone imprescindibile anche se dal prezzo che intimorisce.
Andando rapidi e saltando le mega-acqusizioni mondiali, si scopre che quattro gruppi (Heineken, Sab-Miller, AB-Inbev e Carlsberg) controllano oltre il 65% dei volumi totali, che le birre cosiddette "standard" valgono il 51% del mercato, che la birra più esportata in Patria in assoluto è la Beck's, seguita dalla Ceres e dalle birre dell'olandese Bavaria. Si scopre anche che i birrifici artigianali valgono tutti insieme oltre 150 mila ettolitri, un risultato insperabile fino a qualche anno fa, ma distante anni luce dagli oltre 5 milioni di ettolitri prodotti da Heineken e anche dai 500 mila che sembra valere la Ceres, in tutte le sue varianti.
Ogni tanto questa cifre me le vado a rileggere, un po' per mantenere i piedi per terra e un po' per considerare che il mercato della birra si sta in qualche modo "divaricando": da un lato percentuali, marchi e volumi, dall'altro nicchie, prodotti e bottiglie. E ciò, francamente, mi sembra meglio oggi di ieri. La scelta si è ampliata a dismisura, il consumatore è mediamente cresciuto, un comparto non cannibalizzerà l'altro, nemmeno se qualche grande gruppo deciderà, e non è detto che non succeda prima o poi, di "comprarsi" una birreria artigianale "da vetrina". Insomma, c'è spazio per tutti nel mercato italiano e ancora tanto da conquistare. Soprattutto per i più piccoli che, forse, l'unico pericolo che possono correre è quello di inerpicarsi troppo sulla vetta dell'eccellenza, vera o presunta che sia, dell'immagine e del prezzo. Il mercato è sempre una piramide. Stare in vetta è bellissimo, non c'è dubbio, ma in vetta la superficie calpestabile è alquanto limitata.

11 novembre 2009

Beer Lover's Britain



Per tutti coloro che, come me, si sono innamorati della birra sorseggiando una pinta ambrata in un pub caldo e fumoso in terra d'Inghilterra, spillata a forza di bicipite da un signore brizzolato e rubizzo, standosene poi appoggiati a bancone come un cavallo alla staccionata... ecco l'ultimo lavoro, in ordine di tempo, di Jeff Evans, una delle firme d'Oltremanica più note in materia birraria. Serio, curioso, competente, Jeff ha la capacità di raccontare con brio l'argomento che affronta, senza sbilanciarsi in giudizi apocalittici e senza mettersi al centro dell'attenzione. A mio avviso sono parametri che aggiungono ulteriore valore al suo lavoro. Detto questo il suo Beer Lover's Britain è un e-book rintracciabile e scaricabile dal suo sito (www.insidebeer.com) per 5.99 sterline (fate voi la conversione in euro, please...). Il contenuto è un compendio esaustivo e chiarificatore del mondo anglosassone della birra passando in rassegna produttori e stili, pub e retail, cultura e storia. Insomma, un volumetto agile a mio avviso da non perdere. L'unica controindicazione è che la voglia di acchiappare un volo per la terra d'Albione diventerà quasi insopportabile ma, arrivati al punto, basterà votarsi a Sant'Easyjet... Per quanto invece riguarda Jeff Evans , rumours lo danno in arrivo a febbraio a Pianeta Birra in veste di giurato alla prossima Birra dell'Anno organizzata da Unionbirrai...

7 novembre 2009

Lunedì a Golosaria...


Parte oggi l'edizione milanese di Golosaria, l'evento culturale e gastronomico firmato dal Club di Papillon guidato da Paolo Massobrio (http://www.golosaria.it/), all'Hotel Melià in via Masaccio. Ve lo comunico per due motivi, anzi tre: il primo è che l'occasione sembra interessante per conoscere produzioni artigianali di qualità, dai salumi ai formaggi, dai dolci alla pasta. Fare qualche assaggio e scambiare le proprie impressioni con i produttori (annunciata anche la presenza del grande Lelio Bottero allo stand delle Fattorie Fiandino). Il secondo motivo è perché ho sempre trovato il Golosario (al maschile) una delle guide più utili e interessanti del panorama librario enogastronomico con il merito ulteriore di aver considerato le produzioni di birra artigianale in tempi non sospetti, ovvero prima che il fenomeno esplodesse e diventasse, con tutti i pro e contro, una moda. Infine, il terzo motivo è che l'ultimo giorno di Golosaria, lunedì 9 alle ore 11, andrà in scena Teo Musso in un incontro a tre (ovvero Paolo Massobrio e il sottoscritto) sullo stile de "Il senso della vita" ossia una decine di foto che ripercorrono la storia di Teo e del Baladin, commentate da lui medesimo e intervallate dall'assaggio di tre birre: nell'ordine Super Baladin, Xyauyu e Open. Chi vuole partecipare può iscriversi gratuitamente all'evento, scaricando l'invito dal sito di Golosaria... Vi aspettiamo!

26 ottobre 2009

Il Big Bang della birra italiana?


Ho dato, ahimé, buca al Milano Whisky Festival e ne provo ancora rimorso. In compenso sabato mattina, pur ingannato dalla bastardissima sveglia del mio cellulare che non ha suonato, mi sono fiondato in quel di Pombia per seguire, per la prima volta nella mia vita, l'annuale convegno che in qualche modo celebra la scoperta del famoso, almeno dovrebbe essere tale, bicchiere in argilla contenente resti di pollini di cereali e di luppolo trovato nella tomba identificata 11/95 di un'antica necropoli pombiese databile attorno al VI secolo avanti Cristo. Una testimonianza importante, che certifica la presenza di una cultura brassicola in pianura padana prima che vi arrivassero i Romani e che getta una nuova luce sull'Italia "Paese del vino". Il tema del convegno di quest'anno aveva però a che fare con un'altra bevanda fermentata dal sapore antico, ovvero l'idromele. Tra i relatori il soprintendente per i Beni Archeologici della Liguria, Filippo Maria Gambari, Davide Bertinotti, che ha avuto il merito aggiuntivo di aver preparato una birra al miele, il "mitico" Tullio Zangrando, la ricercatrice Sabina Rossi e Franco Thedy, patron di Birra Menabrea (li vedete tutti nella foto). Sono rimasto affascinato da Gambari e le sue parole su tombe celtiche e usanze antiche, non per niente mi sono sciroppato in età adolescenziale Il Signore degli Anelli, divertito dagli aneddoti di Zangrando, ancora una volta stupefatto dalla competenza di Davide e infine intrigato dal lavoro meticoloso della dottoressa Rossi. Su tutto comunque, mi rimane in testa quel bicchiere d'argilla, un vasetto in realtà, che ho anche comprato (una replica ovviamente).

21 ottobre 2009

Ultimi assaggi...


Visto che passo la maggior parte del mio tempo ammanettato al notebook tentando di accontentare gli editori che mi rincorrono per gli articoli, editori che a mia volta poi devo rincorrere per i pagamenti, spezzo il ritmo stappando qualche birra e godendomela senza tante paturnie descrittive. La birra mi piace e, raggiunta una certa quantità, mi rende più fluida la scrittura e più chiara la mente. Detto questo vado a memoria sulle ultime birre che mi hanno piacevolmente impressionato e che, a dirla tutta, mi dispiace di aver terminato. Al primo posto ecco allora la Utopia 2009 prodotta in collaborazione tra il Bi-Du e il Troll, con miele di rododendro firmato Thun. Tanto di cappello a Dano e Beppe: profumi avvolgenti e fruttati, perfetto equilibrio in bocca, una birra goduriosa per la quale avrei francamente strizzato il vetro vuoto cercando di carpirne l'ultima goccia. Ho anche tirato il collo alle due irlandesi dell'isola di Aran ovvero la Rùa e la Bàn della Arainn Mhòr Brewing Company. Le avevo esportate dall'ultimo blitz a Dublino e le ho trovate gradevoli e non impegnative, abbastanza almeno da giustificarne il passaggio in valigia. Più che discreta infine la Gotha dell'Hibu, che sto bevendo adesso, per la struttura e il finale che ricorda la liquirizia dolce. Il tenore alcolico a quest'ora del giorno lo avverto pertanto torno rapidamente a scrivere quello per cui mi pagano. Forse.

9 ottobre 2009

Amor di Borgotaro


Sarò per sempre debitore a due miei cari amici, Giacomo e Marika, per questa scoperta dolce fatta a Borgotaro, provincia di Parma, dove i funghi porcini regnano sovrani. In misura tale da far dimenticare tutto il resto... Ma dopo una cena che avrebbe fatto scappare a gambe levate Jane Fonda, un peccato trent'anni fa ma oggi più che accettabile, ho avuto modo di azzannare una pasta dolce chiamata Amor e composta da due sottili cialde di wafer ripiene di una crema burrosa da svenimento. Qualche ricerca in rete e ho scoperto gli ingredienti del ripieno ovvero burro, zucchero, uova, farina, latte e mandorle tritate. Una goduria senza se e senza ma. Ne avrei fatto fuori un vassoio anche a costo di sentire il mio colesterolo saltare l'ostacolo dell'umana tollerabilità. Restringimento delle arterie a parte, l'Amor sembra essere di importazione svizzera (come le Ricola) e borgotarese solo d'adozione. Ma chissenefrega, è un dolcetto superlativo. Tanto inoffensivo alla vista e per le dimensioni, quanto in grado di dare assuefazione al primo morso. Di questi tempi, poi, c'è bisogno più che mai di dolcezza.

1 ottobre 2009

Benvenuto Torrone


Un paio di settimane fa ho accettato di fare un educational un po' fuori dai soliti giri, che sono più o meno tutti all'insegna delle bevande alcoliche e, con Valentina, ho fatto rotta per Cremona, patria del violino e del torrone. Ho accettato in primo luogo perché chi mi ha invitato è un buon amico e in seconda battuta perché, fin dall'infanzia, il torrone era per me il dolce più significativo del Natale. Da rosicchiare con la pazienza di Giobbe o da riempirsi le guance come un criceto, andava bene tutto. Mandorle o nocciole, ricoperto di cioccolato o tradizionale. A me, il torrone è sempre piaciuto fin troppo. Come mi ha sempre detto il mio dentista. Ma tra una visita all'azienda Rivoltini, artigianale modello zia-buona-molto-ben-organizzata, e alla Sperlari, formulauno profumata al miele e alle mandorle, ho semplicemente perso la testa. Ho agguantato dove ho potuto, ho annusato fino a intasarmi gli alveoli (sempre meglio che le mie maledette Camel comunque) e mi è sembrato di tornare infante ovvero quando sognavo, come in un racconto di Calvino (se non sbaglio...), di restare chiuso per una notte in una pasticceria.

Emozioni a parte, ho scoperto che di varianti il torrone è ormai ricco. Quelli già detti va bene, ma si fanno torroni con pistacchi, castagne, i canditi della cassata siciliana, aromatizzati al limoncello, con la panna cotta, con il nocino e via di dolcezze caloriche ma, ammettiamolo, consolatorie come mai di questi tempi. A Cremona il torrone va in scena a metà novembre circa (http://www.festadeltorronecremona.it/), per una manifestazione di piazza che l'anno scorso ha visto passare circa 100 mila persone per sgranocchiarsi in letizia torroni cremonesi, ma anche sardi, veneti, piemontesi, siciliani, calabresi, campani e spagnoli. Credo di essermi fatto prendere un po' la mano perché, tra un morso e l'altro, ho pensato che sarebbe una bella cosa dare da bere a tutti i torronedipendenti d'Italia e perché non provare con la birra artigianale... Ma quali birre abbinare ai diversi torroni che, pur giocando molto sull'ingrediente fondamentale che è il miele, offrono sensazioni diverse a seconda delle diverse declinazioni? Qualche suggerimento? Qualche birraio interessato a raccogliere una sfida che, male che vada, comporta assaggiare del buon torrone? E visitare Cremona, che è una gran bella cittadina. E suonare uno Stradivari al chiar di luna. No, quello non ve lo faranno fare. A meno che non sia di torrone pure quello.

30 settembre 2009

Back to Birra e Vino


Terminata la lettura del libro di Charles Bamforth, Birra e Vino, posto qui qualche impressione visto anche l'interesse condiviso con Arzaman, Luca e Tony. Allora, confesso innanzitutto che i romanzi di Don Winslow sono andati via molto più velocemente, ma Birra e Vino non è stato nemmeno come affrontare l'Ulisse di Joyce. Qualche perplessità, comunque, me l'ha lasciata. A parte l'errore, spero di traduzione e/o di ubriachezza, di definire il luppolo un cereale (per due volte a pagina 35), tutto l'impianto risente di una visione molto industriale nella fabbricazione della birra che rispecchia le esperienze dell'autore, ma anche un po' di spocchia verso i piccoli artigiani considerati dei dilettanti allo sbaraglio. Quello che per la grande azienda è vanto, leggi uniformità di prodotto nei secoli dei secoli, per l'artigiano è iattura. Io francamente credo ci sia spazio per tutti e che un mercato maturo possa offrire buone chance ai grandi, questo è abbastanza ovvio, ma anche ai piccoli...

Al libro però, un merito lo attribuirei ed è quello di rivendicare un po' di orgoglio alla categoria birra, cercando di metter in luce tutti i passaggi complessi della produzione e dando fiato alle possibilità di abbinamento, alla cura nel servizio e sottolineando la medesima dignità della birra verso il vino. Tralasciando naturalmente le battute verso quest'ultimo... Un po' tristanzuole...

11 settembre 2009

International Beer Challenge a Londra


Una toccata e fuga in quel di Londra con la consueta depressione al rientro in Italia. L'occasione mi è stata data dall'International Beer Challenge dove ho svolto (spero bene) il compito di giudice, unico italiano insieme ad Agostino Arioli. La mia prima esperienza in un concorso internazionale è stata intensa e vibrante, soprattutto perché queste sono occasioni dove ovviamente si assaggia molto ma si impara ancora di più. Il fatto poi di essere stati praticamente imbullonati per tutto il tempo al White Horse ha reso la cosa ancora più entusiasmante perché pur testando una cinquantina di birre, da leggere lager fino a impegnative wood aged, farsi una pinta in piedi appoggiati al bancone del bar è per me la sensazione più gratificante. Ergo, serata prima del concorso a bere al WH, giornata successiva spesa in assaggi, finale con ultimi giri di pinte e trasferimento finale al The Rake, piccolo ma sapiente pub in Borough Market per passare in rassegna quasi tutte le birre di Brewdog con finalone di due diverse annate di Tokyo. Fantastico tutto, anche l'allarme antincendio suonato alle due di notte nel mio alberghino di Fulham Broadway. Infine qualche considerazione anche per spiegare la foto scelta: gli assaggi erano tutti naturalmente alla cieca; provare diverse categorie senza delle nette interruzioni (impossibili per questioni di tempo) facilita le prime birre della categoria "superiore" (ovvero dopo tante lager, alcune davvero acquette, la prima bitter ale mi è sembrata paradisiaca); gli assaggi del mio tavolo si sono conclusi, lo abbiamo saputo solo dopo, con tre annate diverse della famosa o famigerata Utopias di Samuel Adams (la foto) che, a onor del vero, non mi ha entusiasmato follemente. La bottiglia è da scaffale dei memorabilia su questo non discuto, ma mi è sembrata un po' sbilanciata, "violentemente" alcolica, troppo muscolare... Insomma, non la mia birra anche se, in una versione, un ritorno di aromi vanigliati era senza dubbio interessante...
Di Brewdog invece parlo bene: Punk Ipa, Edge e Trashy Blonde erano eccellenti, della Tokyo onestamente ho apprezzato di più la vecchia annata perché mi sembrava più fine e austera, più completa. La nuova Tokyo alla spina l'abbiamo ordinata in bicchieri da assaggio ovvero un terzo di pinta allo stratosferico costo di 6 sterline l'uno. Non male, no? Se adesso Agostino aumenta i prezzi al Birrificio sapete da dove gli è venuta l'idea... ;-)