Sarà mai possibile? Uno fa seimila kilometri per aria, attraversa un oceano, si becca una temperatura artica da -18°, è costretto a comprarsi un berretto di lana terrificante, per poi trovarsi di fronte Teo Musso? Capirete che essendo affascinato da lui solo in termini birrari, il gioco non valeva la candela. Ma il Teo che ho incontrato a Montreal, stato del Quebec, parlava francese. Anche Teo presumo parli francese, ma questo era più basso, i capelli più lunghi e soprattutto si chiama Jean-Francois Gravel, il che depone a suo favore nel caso ci si confonda. Ma il suo brewpub, Le Dieu du Ciel! (www.dieuduciel.com) è, a mio avviso, la stella più brillante del notevolissimo firmamento birrario di Montreal. Magari farò una seconda puntata sull'argomento, ma per ora accontentatevi di sapere che in questo locale annidato in una stradina appena fuori dal centro storico, si fa per dire, della città, si fa sul serio. Dopo aver rimesso in moto la mia circolazione sanguigna e recuperato l'uso dei sensi, ho avuto la possibilità di cimentarmi nell'assaggio delle birre che erano a disposizione alla spina (in un giorno qualunque e senza essermi presentato). Ovvero 14 bicchieri, che vedete anche nella foto, tra blanche, ale, stout, bitter, american pale ale e tutta una ruota di spezie e fantasia che, appunto, mi ha ricordato il nostro celebre artigiano langarolo. Non le riporto tutte, ma solo quelle che mi hanno colpito maggiormente: ad esempio la incantevole Rosée d'hibiscus, una blanche aromatizzata con fiori d'ibisco, quelli che servono per fare il karkadè, oppure la Route des épices, un'ambrata al pepe gradevolmente percepibile sulla lingua e poi al palato non appena deglutita. E ancora ho trovato eccellente la Vaisseau des songes, una India pale ale spillata a pompa rigenerante e da bere senza limiti (anche perché noi si girava a piedi!) e la Blanche du Paradis dalle note di agrumi dolci e un finale delicatamente speziato. Un gradino sotto, ma siamo sul soggettivo, la Rigor Mortis, brune d'abbazia con note di frutta esotica (datteri e fichi) che all'inizio t'inganna con la sua bevibilità poi, dopo qualche minuto, ti stende. E a pensarci anche il vero rigor mortis arriva dopo qualche tempo... E infine la Charbonnière, ale ambrata fumée, molto particolare e forse solo leggermente sbilanciata, appunto, sul fumée; la Corne du Diable, apa pungente e secca; la Paienne, una ale chiara ben equilibrata, e la Déesse Nocturne, una stout morbida che si potrebbe bere anche a colazione... in abbinamento ai Gran Turchese!
28 dicembre 2007
10 dicembre 2007
Perché?

Ogni giorno mi frullano nella testa delle domande, a volte mi sembra intelligenti a volte idiote, alle quali comunque non so dare risposta. Arrovellandomi sull'interrogativo ho pensato di dare loro libero sfogo pubblicandole in questa che vorrei fosse una nuova minirubrica. Le domande sono di varia umanità, non necessariamente legate al mondo della birra, del vino o della gastronomia, ma semplici punti interrogativi ai quali, magari, qualcuno vorrà dare risposta. Ecco allora il primo quesito.
Perché in Italia è così forte e affermato il "principio dell'ereditarietà" ovvero perché nel nostro Paese così tanti fanno lo stesso mestiere dei padri o dei nonni?
9 dicembre 2007
Cavalcare l'onda

Immersione in apnea come nemmeno Maiorca in quel dell'Artigiano in Fiera a Milano. Bellissime scene bibliche da attraversamento del Mar Rosso, full contact in senso buono con migliaia di persone annaspanti e acquirenti, tentazione di mettersi a "pogare" per vedere, come direbbe Jannacci, l'effetto che fa. Campionati del mondo di assaggio gratuito in onda come un reality show. Imperdibile, come esperienza sociologica e dal punto di vista della psicologia delle masse. Ma anche sotto il profilo birrario, ovviamente se no che scrivo a fare... Nel "big bang" consumistico meneghino un pensiero affiora in superficie come una bolla d'aria, appunto, di Maiorca: ma quanti italiani si sono messi a fare birra "artigianale" negli ultimi due anni? Tanti, forse troppi. Vabbé che lo sport nazionale sul suolo patrio non è il calcio ma la "salita sul carro del vincitore", ma qui si sta esagerando. Anche perché se mi fai una birra doppio malto, di stile trappista, a bassa fermentazione; forse non hai proprio inquadrato bene l'argomento... Ma la proliferazione è il segno evidente che la birra artigianale tira, per quanto ancora magari non si sa, ma come qualche anno fa tutti aprivano pub irlandesi senza nemmeno aver messo piede a Dublino o senza saper distinguere una stout da una lager, oggi vai di produzione faidaté che, in qualche caso, dovrebbe anche rimanere legata al consumo "faidaté". Mi consolo pensando a due incontri casuali e fortunosi nel grande sabba: il primo con l'Orso Verde alias Cesare che mi ha proposto la sua Rebelde, una ale che per la grafica penso piacerebbe molto al subcomandante Marcos o ai compagni di Sendero Luminoso, ma che a me è piaciuta più semplicemente per il suo corpo notevole garantito però da un grande equilibrio e aromaticità. Credo una strong ale davvero interessante che ti affascina per i profumi e poi ti schiaffeggia, con simpatia, con la sua tempra. Consolatorio anche lo step dal Vecchio Birraio, storico brewpub veneto che continua a convincere con la sua profumata e dissetante Sausa pils, ideale per sconfiggere la calura amazzonica provata in fiera. Insomma, due soste rinfrancanti anche in senso psicologico. Perché il problema, quando le onde si ingrossano e si moltiplicano, non è riuscire a cavalcarle tutte, ma solo saper selezionare e scegliere l'onda giusta...
5 dicembre 2007
Ben Hur a Lurago Marinone
Sì, il paragone mi sembra più che giustificato. Altre pellicole hanno vinto tanto nella notte degli Oscar, ma accostare Agostino Arioli a Gandhi (mi sembra un buon ragazzo, ma non così buono...) o al Titanic (di certo non gli auguro di affondare...), non mi sembrava davvero il caso. Meglio dunque, il Ben Hur mascellare e driver di quadriga interpretato da Charlton Heston. Perché Agostino, novello Ben Hur, ha impresso le mani e il volto sull'ultima edizione del Campionato dedicato alle birre artigianali firmato da Unionbirrai. Cinque targhe al merito più, quella di maggior valore, di birreria dell'anno sono un risultato che premia a mio avviso non solo una selezione vincente di birre portate all'occhio, al naso e al palato della giuria, ma anche una figura di primo piano del panorama artigianale italiano. Magari low profile, a volte persino un po' troppo secondo i parametri della stampa, Agostino è persona vera, che sa trasferire passione autentica per il lavoro che ha scelto di fare, in tempi in cui un birraio artigianale si doveva chiedere se sarebbe durato un anno o giù di lì. Testardo nelle sue convinzioni, come tutti quelli che hanno del talento, impareggiabile a farti venir voglia di bere una birra semplicemente vedendo la sua faccia quando si prende il primo sorso di Tipopils, tecnico e professionale come pochi. Quando qualche collega cerca di farmi ammettere che i birrai artigianali sono tutti un po' poeti e un po' ribelli (tanto per addolcire la pillola...) o mi metto ad argomentare punto su punto o, più semplicemente, gli dico di andare a parlare con Ago. Forse nemmeno lui è consapevole di quanto positiva sia la sua persona per l'intero movimento e di quanto bene faccia all'esterno il suo raziocinio, la sua cura maniacale per gli ingredienti e la sua filosofia di lavoro. Ai quali però si deve aggiungere una gran bella dose di creatività. Già perché di Ago si rischia di parlare troppo spesso della sua bravura tecnica, verità incontrovertibile, e troppo poco della sua fantasia che l'ha portato, per primo in Italia, a fare una birra "champagne" come la Cassisona, una milk stout, oggi purtroppo scomparsa, come la Coffee Break, o una real ale alla cannella. Lato della sua personalità, e lo dico anche a me stesso, che sarebbe bene tener maggiormente presente... Per ora, Ago Ben Hur, goditi tutti i meritati successi di quest'anno e continua a fare le "facce del primo sorso" che ti vengono così bene...
23 novembre 2007
The Rat Pack
Sono due giorni che penso a che titolo dare a questo post e non ne ho trovato uno originale come vorrei fossero tutti quelli dei miei post. Poi mi sono ricordato del leggendario Rat Pack ovvero Frank Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis Jr e Peter Lawford. I quattro nella foto non credo siano all'altezza del "pacchetto" storico in termini di sciupafemmine ma come bevitori se la possono giocare. E poi, quando mai avrei potuto titolare in questo modo se non per questo quartetto che in tre serate ha toccato con mano bicchieri e realtà di Lambrate, La Ratera, Birrificio Italiano, Bidu e Le Baladin. Eccoli dunque: da sinistra Tim Hampson, chairman della British Guild of Beer Writers, editor dell'ultimo libro di Michael Jackson, giornalista su What's Brewing, Daily Telegraph, Beers of the World, Jeff Evans, autore della Good Bottled Beer Guide del Camra, Adrian Tierney Jones, autore del Big Book of Beer, e me medesimo, nel disperato tentativo di tirare indietro lo stomaco nel momento del flash. Dal piccolo tour tra Lombardia e Piemonte traggo solo alcune conclusioni ricavate osservando le reazioni dei beer writers britannici e ascoltando le loro considerazioni: 1) la scena artigianale italiana è tra le più interessanti in Europa, se non la più interessante 2) il tratto comune dei nostri produttori è l'incontenibile passione, interpretata da volti e filosofie diverse. Molte birre assaggiate, numerose quelle che hanno lasciato il segno: la Ligera e la Brighella del Lambrate, la Tipopils e l'Extrahop del Birrificio (ma i colleghi hanno definito un capolavoro l'Amber Shock di Agostino), la Artigianale e la Jehol del Bidu, la Elixir e la Xyauyù del Le Baladin (ma è piaciuta molto anche la Noel). E ovviamente la cucina della Ratera, all'avanguardia negli abbinamenti e nella cucina con la birra. Bravi tutti i protagonisti italiani, per quanto e come hanno saputo comunicare, e bravi i giornalisti inglesi che non hanno smesso un attimo di prendere appunti. E, ah già, di svuotare bicchieri su bicchieri. Gran lavoratori questi inglesi, sempre pensato...
16 novembre 2007
Birre da dimenticare
Forse mi sto abituando troppo bene, soprattutto pensando che nel giro delle ultime tre serate ho bevuto Lambrate, Birrificio Italiano, BiDu e Le Baladin, ma il mio incontro, causa lavoro, con delle birre in arrivo dal'America Latina è stato memorabile, in senso negativo... Girando nei negozi alimentari per stranieri, qui a Milano, ho fatto una piccola scorta di Poker, dalla Colombia, Presidente, dalla Repubblica Dominicana, Cusquena dal Perù, Pilsener dall'Ecuador. Dovendo scriverne, dovevo naturalmente assaggiarle... Poi questi negozi mi affascinano semre molto, si trovano salse e ingredienti introvabili altrimenti al supermercato: dalla yuca a tutta il necessario per fare piatti indiani, cinesi e messicani. Compresi dei pesci surgelati che non oso comprare perchè li ho visti tutti, vivi, negli acquari o nel corso delle immersioni... Ma le birre, quelle non potevo davvero esimermi e allora via con la Club Colombia, miserevole acquetta al sapore di mais dolce, e la Poker, non sono riuscito a finirla nemmeno a temperatura "ghiaccio", salvata in corner solo la Pilsener peruviana, anche perché in una squadra di brocchi uno scarso è il migliore. Tutte birre comunque fatte di riso e mais, che l'orzo lo vedono con il binocolo e il luppolo, boh, probabilmente è presente sotto forma di estratto. Che dire? Il mondo della birra è bello perchè è vario anche se, in casi come questo, mi sembrava addirittura leggermente avariato...
11 novembre 2007
Patente di Guida

Un paio di anni fa ho avuto la brillante (è un eufemismo) idea di pensare e progettare una guida alle migliori birrerie d'Italia, edita poi dal Touring Club Italiano. Sorvolo sulla nascita e lo sviluppo di tale progetto editoriale, il primo del genere in Italia, mi incuriosisce invece sfogliare un altro volumetto edito dal Tci ovvero Birra e birrerie dove compaiono 100 locali d'eccellenza, 400 birrerie e ristoranti, e 84 tra microbirrifici, brewpub e beershop. Totale: 584 segnalazioni. Il "vecchio" Birrerie d'Italia segnalava circa 750 locali. Una delle due: o in due anni il panorama birrario è entrato in una grave recessione, oppure qualcuno ha tirato i remi in barca. Applausi (altro eufemismo) però per i 100 locali d'eccellenza dove non compaiono posti come il Birrificio Italiano, il Le Baladin, la Birreria Cornale e l'elenco potrebbe continuare. Chissà, forse al Baladin si beve davvero male, vero che vende le sue birre perfino a New York, ma gli americani, si sa, di birra non capiscono nulla. E al Birrificio Italiano? Come giudicate le birre di Agostino Arioli? Scarsine?
In compenso le eccellenze di questa guida (?) sono ricolme di ambasciatori d'Orval (uao!), belgian beer expert (urca!), accademie e università della birra. Mancano però a mio avviso i cavalieri del santo sepolcro della Guinness, le valchirie della pils, i nani della Chouffe e i gran ciambellani della doppio malto con avvitamento. Peccato, proprio per questo mi viene da dire: Birra e birrerie? Bel tentativo, ma non tutti quelli che decollano poi sanno volare....
8 novembre 2007
Il Novello è uno sbadiglio?

Ed eccoci arrivati a novembre, mese del debutto del primo vino dell'anno, il Novello. Anzi no, scusate, del secondo vino dell'anno perché il primo (ne abbiamo parlato lo scorso anno) è già negli scaffali dei supermercati da almeno una settimana. Perché parlare dunque di Novello? Beh, innanzitutto perché è il modo di inaugurare una mia nuova blog-categoria ossia quella dedicata al vino e da qualcosa dovevo pur iniziare. E poi perché il Novello è un vino che mi ha sempre affascinato nel senso che non ho mai capito che cosa ci si possa trovare in un vino che, opinione personale, si assomiglia un po' tutto. Profumi di viola e vinosi si colgono sia che il Novello provenga da uve Teroldego sia che arrivi dritto dritto dall'Aglianico, dalla Corvina o dal Merlot. La macerazione carbonica è dominante e disintegra, sempre a mio avviso ok?, tutto quello che vi è di particolare in uno specifico vitigno. Dove sta il problema allora? Che il Novello ormai sta segnando il passo, ogni anno è una "lieve" contrazione, ogni anno i produttori calano perchè probabilmente non ci credono più nemmeno loro e lasciamo perdere i ristoratori, alcuni dei quali menano addirittura vanto di non servire Novello sulle loro tavole. Un amico viticoltore, lui ancora ci crede, della zona del lago di Garda mi ha detto che qualche anno fa i produttori erano circa una ventina, quest'anno solo sette. Lieve calo della produzione? Boh... Magari, dopo la botta con l'iceberg, anche il capitano del Titanic ha detto: "stiamo lievemente affondando....".
Non ce l'ho con il Novello sia chiaro ma, visto che di vino monoprofumo e monogusto si tratta (c'è chi lo fa meglio e chi peggio, ma il discorso non cambia), si tratta di saperlo comunicare bene. Ai cugini francesi basta urlare "vive la France" che va tutto bene, noi invece che ci siamo sparati con l'archibugio da una collina all'altra fino a un secolo fa ci perdiamo per strada. I francesi fanno il loro Beaujolais con un vitigno, il Gamay, con il quale altrimenti pulirebbero le piastrelle della cucina, ma lo esportano in Giappone sulle ali nientepopodimeno che dell'Alitalia (che quando vuole vola, eccome...). Noi italiani invece ci facciamo una fiera a dir poco inquietante, una sboccatura con stelline e divetti, e poi via con gli assaggi a torpedoni del dopolavoro ferroviario e scolaresche di istituto alberghiero in gita di piacere. Dopo di che, ognuno per la sua strada. I produttori hanno ragione a fare Novello, soprattutto perché ne fanno lo stesso numero di bottiglie che gli vengono richieste, ma così non si crescerà mai.... Il lieve calo, diventerà una lieve slavina, poi un lieve crollo e infine una lieve sepoltura... Tutto lieve ovviamente. Soluzioni possibili allora? Magari un solo vitigno, il più rappresentativo dell'Italia intera (Sangiovese?), e una promozione unitaria, italiano-tricolore, soprattutto all'estero (l'ideale sarebbe farlo viaggiare sulle ali di Air France...) come il vino nuovo che arriva dal Bel Paese.... E' una soluzione meramente di marketing, me ne rendo conto, e potrebbe anche essere quella più sbagliata in assoluto, ma il Novello, così come è ora, a me personalmente fa solo sbadigliare....
31 ottobre 2007
Le Baladin andata e ritorno

Nella vita non si può sempre pianificare tutto. Non lo si può fare con i figli, non con l'innamoramento, neppure con il gusto, che può essere educato quanto si vuole ma le cui preferenze sono scritte probabilmente nel nostro stesso Dna. Ebbé, da parte mia non si può nemmeno pianificare quando salire in macchina e fiondarsi in quel di Piozzo, nella tana del Baladin e dell'ineffabile duo Teo-Lelio. Così, quando a Valentina è arrivata la telefonata di Teo, non ci abbiamo pensato su troppo e, consapevoli che il giorno dopo l'adrenalina delle consegne-articoli in scadenza ci avrebbe fatto vedere degli effetti psichedelici sul nostro portatile, abbiamo attraversato mezza Lombardia e le Langhe in poco più di due ore (San Tom Tom navigatore, protettore degli automobilisti, grazie).
Abbiamo messo piede a Casa Baladin, ultima in ordine tempo geniale pensata di Teo. Una grotta di Aladino dove lui ci ha messo i suoi tesori, scegliendo un oggetto per uno, dal baule Louis Vuitton anni '30 alle incensiere cinesi d'inizio secolo, condendo il tutto con selezioni di té che ti rilassano solo a pronunciarne il nome e, come dubitarne, con le sue birre eccezionali. Un gentiluomo presente alla serata ha giustamente definito Teo un "esteta" e mi ha fatto sentire un po' piccolo pensando che io l'ho definito invece il "Jim Morrison della birra artigianale italiana", vuoi per il carisma che lo segue come un ombra vuoi per il talento creativo. Come Morrison, Teo apre le porte della percezione. Lo fa con la birra. Anzi, con le birre come la nuova di zecca Erika che trovo personalmente una delle birre meno stancanti in assoluto. Pensando che si tratta di una specialità al miele non c'è che da inchinarsi. Profumata, con un bel taglio secco dato dai luppoli inglesi, lascia percepire il miele (di erica appunto) e la melata di abete (che gli conferisce lontani toni resinosi). Spettacolare, non esito a dirlo. Rimando a un'altra puntata l'assaggio dei vintage 2005 di Xyauyu "argento" e della sorella "rame". Chi le ha provate, non le scorda. Preferisco invece sottolineare l'esperienza di Casa Baladin: la stanza "africana" dove abbiamo dormito, i fumetti nostalgia, la vasca marocchina in rame, i profumi, diversi di stanza in stanza, il bagno turco (non testato ma sognato), la cucina di Fabrizio (promettente giovane chef spiritualmente affine a Teo), il pavimento indescrivibile per la mia incompetenza in materia, i colori, la marmellata di zucca spalmata sul burro di Normandia e pane fresco. La scoperta di un Teo morrisoniano ma anche "umanista" nel senso di uomo dai molteplici, e per me spesso insospettabili, interessi che ne fanno una persona attenta a ciò che lo circonda, con le antenne sempre tese a captare la minima vibrazione. Anche quando sembra perso per gli affari suoi o, parlando di una sua birra, sembra rivivere le stesse emozioni che deve aver provato la prima volta che l'ha assaggiata lui stesso. Credo sia forse proprio questo il suo segreto... Cioè che quando pensa a una birra non vede solo i luppoli, i malti e i tempi o le tecniche di produzione. No, vede soprattutto se stesso che si gode il prodotto finito e vive l'esatta emozione che desiderava provare quando la birra gli è venuta in mente.
15 ottobre 2007
Famolo strano
Tra gli assaggi estivi che mi hanno maggiormente colpito mi è tornata in mente una birra realizzata dal bellunese Arte Birraia già noto per la sua Ofen. Si tratta della Borlotta, acquistata in un supermercato di Agordo nel mese di agosto, provata "di corsa" durante l'ultimo Pianeta Birra grazie a un Kuaska che compariva e spariva sempre con una birra strana in mano, ma indubbiamente più meditata nel corso dell'ultimo assaggio. Che si è poi trasformato in una bevuta completa, fino al fondo della bottiglia. Che dire... Ero prevenuto, perché non mi era mai capitata tra le mani una birra ai fagioli, che saranno pur sempre quelli Dop di Lamon, vanto di quelle terre prealpine che circondano Feltre, ma pur sempre di fagioli si tratta... Invece, tanto di cappello al birraio. La Borlotta si lascia bere bene, non stupisce nè diventa una birra memorabile, ma l'ingrediente in più si lascia indovinare piuttosto facilmente senza diventare un aromatizzante che stravolge la birra stessa. Fin qui, dunque, tutto bene. Ma la Borlotta mi sembra possa anche avere il ruolo di introdurre un tema su cui varrebbe la pena di riflettere. A ogni corso di degustazione, a ogni convegno, a ogni chiacchierata tra appassionati e non, ribadisco (e non certo solo io) che il tratto distintivo delle birre artigianali italiane sono il loro legame con il territorio e la loro indubbia originalità. Birre con il miele, con le castagne (un vero e proprio filone quasi inesauribile), con i fiori, con il chinotto, con il tè, con le foglie di tabacco, con il mosto di Cannonau e via di questo passo. Bellissimo per chi si affaccia curioso in questo mondo, compresi chef e sommelier, un po' rischioso per chi questo mondo lo bazzica da anni. Due le perplessità di fondo: 1) non è che tutti questi aromi particolari servono magari a coprire eventuali difetti della birra? 2) non è che fare birre che rischiano di non sembrare birra sottintende a una qualche sorta di complesso di inferiorità nei confronti del vino?
E' questo forse ciò che richiede il mercato e, massì ci sta pure anche lei, la stampa. Entrambi sempre alla ricerca della novità stupefacente (non nel senso tossicologico) o del particolare che vale la pena raccontare con il rischio che tutto si trasformi nell'aneddoto curioso. Famolo strano dunque, a patto che sempre di birra si tratti che per natura e tradizione va bevuta con cognizione di causa ma non in bicchieri da rosolio. O meglio, può capitare, ma sarebbe un peccato che l'artigianale italiana diventasse solo una birra con il radicchio rosso di Treviso o la cipolla di Tropea... Insomma, una buona, semplice (?) pils, serve sempre.
3 settembre 2007
Triste ripartenza
Dopo il lungo silenzio estivo, avrei voluto tornare a scrivere di qualche esperienza fatta, di qualche locale visto e di qualche birra assaggiata. Invece il corso della natura mi obbliga a rendere omaggio a Michael Jackson che se ne è andato qualche giorno fa, lasciando stupiti tutti quelli che lo conoscevano di persona o di fama perché, sì, lo sapevamo che era malato ma una fine così rapida, cavoli, chi se l'immaginava... Michael Jackson era semplicemente il più bravo di tutti noi che scriviamo di birra. Non sempre il primo che parte è il migliore, lui sì. Non solo perché aveva una conoscenza mostruosa dell'universo mondiale, ma perché sapeva scrivere bene. Era bello leggerlo nella sua scorrevolezza e nella sua ironia. Ricco di informazioni, ma anche di aneddoti, di osservazioni sulla natura umana. Un grande giornalista, prima ancora che un grande conoscitore. La prima volta che lo incontrai era un Pianeta Birra di inizio anni 2000. Lo accompagnavo in giro tra gli stand, doveva voleva andare lui, ma ogni volta era bloccato dai produttori per fare un assaggio della loro birra e una foto ricordo. I ragazzini, negli affollatissimi corridoi della fiera, lo fermavano per chiedergli un autografo. Sembrava di girare con la Madonna di Pompei e il primo a stupirsi era proprio lui. Pensava che lo avessero confuso con qualcun altro. La sera siamo andati a cena in un ristorantino. Bevemmo vino. Michael era interessato a tutte le tradizioni enogastronomiche italiane, dal rito dell'aperitivo alla grappa. Entrambi in crisi sentimentale finimmo la serata in macchina davanti all'albergo a raccontarci le rispettive pene amorose. Non eravamo e non siamo diventati amici, questo è chiaro, ma la sua umanità mi lasciò il segno. Nessuna prosopopea, niente paternalismi, nessun tentativo di abbagliare o educare il giovane alle prime armi. Sapendo che qualche giorno dopo sarei andato a New York mi diede qualche buon indirizzo e qualche contatto. Tutte le volte che lo rividi successivamente ci metteva qualche secondo per focalizzarmi, poi però si ricordava tutto e, sebbene negli ultimi tempi sembrasse sempre più appannato, gli bastava mettere il naso su un bicchiere di birra o di whisky per incantare con la lucidità e la fantasia delle sue descrizioni. Mi mancherà. Molto.
3 luglio 2007
Il valore della birra

In Italia la birra costa cara. Lo dicono un po' tutti. I consumatori, che a Milano pagano normalmente almeno cinque euro per un mezzo litro o per uno 0,4, le aziende che non capiscono come un fusto da 30 litri che loro vendono a circa 75 euro o anche meno faccia fatturare a un gestore di locale circa 450 euro. Lo dicono recentemente anche giornalisti, blogger, opinonisti e chiunque abbia una tastiera e una connessione internet. Lo dico anche io, se è per questo. Pesano le accise che sono state aumentate innumerevoli volte nel corso degli ultimi due anni, in una sorta di sperequazione con il vino che, a memoria, è ad "accise zero". Probabilmente è un discorso politico perché la lobby dei produttori vinicoli pesa a livello elettorale, quella della birra no. E allora per la legge non scritta che chi non conta, o non protesta, paga ecco che la birra in Italia si è fatta salata. Non è l'unica ragione ovviamente, perché quello del ricarico è un argomento che esce dalle accise per entrare nelle scelte dei gestori. Spesso misteriose.
Ma nella polemica sul prezzo della birra si è aperta la sottopolemica del prezzo della birra artigianale. Ma come, ci si chiede, i prezzi del vino sono giustificati da costi d'impianti, andamento climatico, invecchiamento in legno (che significa a livello economico immobilizzazione del capitale), etc... per la birra artigianale invece che ci vuole? Acqua, luppolo, lievito, malto d'orzo e qualche spezia magari... Risultato: scandalo se una 0,75 di birra artigianale costa 10 euro.
Onestamente non comprendo. Sui costi del vino posso essere d'accordo, almeno su certi vini, anche se dubito che Gaja e Dal Forno si facciano pagare solo le materie prime e il tempo. Ma sulla birra artigianale proprio no. Su un prodotto artigianale io pago anche la creatività, l'originalità del prodotto. Se a un mastro birraio gli viene l'idea di mettere le more del gelso nella birra e il risultato è eccellente io non pagherò solo la birra e le more, pagherò anche l'idea che è venuta in mente a lui e, con tutta probabilità, solo a lui. E magari solo 10 euro, non i 300 dell'Amarone di Dal Forno. Non si può pretendere che al vino si applichi un ragionamento e alla birra un altro. Non solo; il prezzo finale è determinato dai costi di produzione, da quelli di marketing e di comunicazione, dalla creatività appunto e dalla richiesta di mercato. E' la vecchia legge della domanda e dell'offerta. Tornare a discuterne mi sembra quantomeno ridicolo. E considerare la birra solo come l'addizione di più ingredienti mi sembra altrettanto ridicolo. Un po' come pensare che una statua di marmo scolpita da un celebre artista debba costare solo il peso del marmo stesso.... Forse però, tutta la polemica risiede nel fatto che qualcuno ancora non vuole riconoscere alla birra la dignità che merita.
25 giugno 2007
Coffee Break

No, non si tratta della milk stout di Agostino Arioli. Birraio stimato e serio in un mondo che rischia, speriamo di no però, di diventare tutto lustrini prima del tempo (ma sull'argomento ritornerò a breve). Milk stout comunque che a me piaceva assai ma che credo abbandonata al suo destino da Ago (d'altro canto a uno che fa la Extra Hop si perdona questo e altro). Parliamo invece di caffè. Almeno proviamoci perché sull'argomento confesso di sentirmi un po' Socrate (il filosofo, non il calciatore barbuto) ovvero so di non sapere.
Sono reduce da un incontro organizzato da sempre-in-movimento Carlo Odello, del Centro Studi Assaggiatori, all'Iper Portello. Tema, appunto, il caffè. Sovraestrazione, tostature, lavato o meno, origine, arabica o robusta, colore della crema e sua "tessitura". Ecco che, dietro quello che reputavo un gesto tra i più automatici della giornata tipo, si apre un mondo. Il mio primo incontro professionale con il caffè è stato quando, anni orsono, ho scritto i testi per un sito aziendale (la Diemme Caffè di Padova). Al primo appuntamento ho rischiato la defenestrazione semplicemente perché alla domanda: "vuole un caffè?", io ho risposto con un cordiale "grazie, macchiato". Prima lezione appresa: il vero caffè si beve normale o ristretto, senza latte e possibilmente senza zucchero per non alterarne l'aroma. Qualsiasi altro intruglio andrà bene per il marketing ma è roba da signorina.
Lezione breve e non pedante dunque quella dell'Iper. Anche nel caffè le origini hanno un valore: il giamaicano è diverso dall'etiope, il brasiliano dal guatemalteco. Lino's Coffee Shop ha fatto la sua fortuna su queste, e altre, distinzioni. Oggi sembra che anche altre aziende ci stiano arrivando. E, a ruota, arriveranno i degustatori di caffè, i giornalisti specializzati in caffè, i master of food sul caffè e magari anche una bella fiera o salone a tema... Nel frattempo, io ora scruto con attenzione la mia tazzina, controllo se la crema vira al nocciola e se la sua consistenza-tessitura è lenta a sparire, capto i profumi di tostatura, ne giudico la complessità e la persistenza... Sto perdendo l'abitudine di ingollare il caffè e dimenticarmelo subito dopo e mi sembra una buona cosa. Attendo solo con ansia una lezione sulle sigarette. Con questa tecniche di degustazione sono sicuro che risparmierei una bella cifra all'anno...
22 giugno 2007
Cucina d'autore... alla birra

Articolo pubblicato su BarBusiness di maggio. Ma il posto e i due "pards" che lo guidano, Marco e Salvatore, sono un punto di riferimento per tutti coloro che hanno a che fare con la birra. Per questo motivo, senza indugio ulteriore visto che il pezzo è lunghetto assai, ecco quello che penso della Ratera.
Da BarBusiness, maggio 2007
Una sfida coraggiosa, una pazzia vera, un’intuizione geniale. Forse La Ratera di Milano è tutte e tre le cose messe insieme. Certo che, in un Paese che ha decine di cucine regionali diverse, popolato da un nugolo di chef innovativi e da un numero superiore di quelli “della tradizione”, pianificare razionalmente una cucina interamente dedicata alla birra, ovvero a una bevanda di cui pochi compatrioti ancora conoscono le meraviglie, potrebbe essere letteralmente da camicia di forza. Invece quella portata da Salvatore Garofalo ha le maniche slegate, con braccia e mani che si muovono rapide a fare listarelle di verdure, sfilettare un dentice, impastare il pane, soffriggere e via di questo passo… Salvatore ha 38 anni e un curriculum di tutto rispetto: scuola alberghiera ed esordio ai fornelli a 17 anni, esperienze a Milano da Pietro Leemann e da Sergio Mei, poi a Erbusco da Gualtiero Marchesi e a Cassinetta di Lugagnano da Ezio Santin. «Tutte esperienze preziose», commenta adesso, «che mi hanno arricchito moltissimo, culturalmente e tecnicamente. Devo molto soprattutto a Leemann che mi ha insegnato il giusto approccio verso la cucina e alla filosofia che ci sta dietro; mi ha fatto capire che non ci si deve mai sentire soddisfatti e che ogni piatto è perfezionabile. E poi a Ezio Santin, da lui ho capito che cosa vuol dire semplicità e l’importanza della ricerca della materia prima, non fine a se stessa, ma come mezzo per arrivare all’essenza del sapore». Fantastico, verrebbe da commentare, ma cosa ci fa un personaggio del genere tra bottiglie di lambic del Payottenland, belghe d’abbazia, rauchbier tedesche e birre artigianali italiane? «Perché in Italia, a certi livelli è praticamente un territorio inesplorato», risponde con entusiasmo, «e c’è quindi il gusto di essere dei pionieri. Poi la differenza, in cucina, con il vino è abissale: la birra conferisce una maggiore personalità al piatto e lo spettro degli aromi è molto più ampio e diversificato rispetto al vino». E su questo non ci sono dubbi, in effetti, considerato che tra l’acidità aromatica di un lambic a fermentazione spontanea e una stout realizzata con fave di cacao ci sono decine se non centinaia di birre dai profumi e sapori diversi: birre al miele e birre affumicate, birre aromatizzate per infusione con foglie di tabacco toscano e birre maturate in legno, birre di frumento e birre al farro o al grano saraceno. Insomma, una ruota dei sapori talmente ampia che si potrebbe andare avanti dei mesi senza ripetere lo stesso piatto o lo stesso gusto. «Infine», riprende Garofalo, «ammetto anche che della birra mi piace l’approccio più informale da parte della clientela, nel vino c’è un po’ troppo snobismo». Si commetterebbe un errore però se si pensasse che Salvatore Garofalo sia un integralista. La Ratera non è un covo di “pasdaran” della birra, più semplicemente è una curiosità gastronomica che bisognerebbe togliersi almeno una volta nella vita. «Poi io non voglio banalizzare la cucina alla birra, non mi interessa semplicemente dimostrare che ogni piatto che proponiamo vede la birra tra gli ingredienti, anche se è vero che abbiamo avuto interi menu con la birra. Ma ogni piatto è studiato e provato e, spesso, prima di vedere la luce, certe ricette si affinano per settimane, fino al risultato voluto o che a noi sembra ideale». La ricchezza aromatica della birra, a volte, può anche essere una bella difficoltà, la nota amara che ne caratterizza una bella percentuale non è semplice da “addomesticare”. «È difficile dire che cucina faccio», continua Garofalo. «Faccio una cucina contemporanea, dove la ricerca della materia prima conta davvero tantissimo, dove la stagionalità dei prodotti è fondamentale. So bene che quest’ultima cosa è un fattore mentale più che tecnico, perché oggi si può avere tutto rapidamente e nelle massime condizioni di freschezza da tutto il mondo, ma per me è così. Io faccio la spesa e preferisco scegliere alimenti, ma anche oli o aceti, che siano biologici. Il pane lo facciamo in casa e il menu cambia anche ogni giorno. Il che vuol dire che preferisco avere una carta più limitata ma sempre diversa piuttosto che riproporre piatti che magari hanno già avuto un buon successo». Siamo, par di capire, ancora nella fase dello stimolo, se non della provocazione, perché comunque una cucina creativa, moderna e italiana, che prendesse così a cuore le potenzialità della birra ancora non l’avevamo vista dalle nostre parti. E quindi, par sempre di capire, la clientela va incuriosita, “educata”, conquistata… Pur odiando gli elenchi, pensiamo che qualche piatto possa incuriosire anche così, nero su bianco. Eccolo dunque servito: insalata alla Rosé de Gambrinus, Stilton, crostini di pane all’aglio e acciughe; corzetti liguri alla Westmalle Dubbel con pesto di noci, pinoli e maggiorana; filetto di maiale all’Aventinus con salsa di mandorle e pepe di Sechuan. Tra i dolci, la cassata alla Isaac e il cilindro dolce alla Montagnarde. Anni luce di lontananza da quella che si potrebbe presumere, a patto ovviamente di non conoscere La Ratera e Salvatore, sia la cucina alla birra ovvero manzo alla stout e carbonade flamande. Il suo gazpacho di pomodori verdi alla fiabesca Orval, birra trappista leggendaria anche per l’aneddoto che la lega a Matilde di Canossa e un anello d’oro ripescato da una trota “salterina”, con calamari ripieni di panzanella di pane integrale e burrata è invece un piatto estivo delicato e di immediata freschezza, di moderna tonalità cromatica, il verde quasi psichedelico dei pomodori, e perfetto equilibrio di sapori.
Se Garofalo è comunque il deus ex machina della via italiana alla cucina alla birra, Marco Rinaldi, l’uomo che ha creato La Ratera, ne è certamente il mentore più appassionato. Spillatore perfezionista e un po’ maniacale, ma nel senso buono del termine, ha scommesso sulle birre artigianali di qualità in tempi non sospetti e anche le sue scelte all’estero rivelano gusto e olfatto scrupolosi. Ha lavorato insomma su basi già molto buone, basti pensare che chi non sa spillare o conservare adeguatamente una birra può farle gli stessi danni di un sommelier che conservasse del Barolo vicino a un termosifone, ma il “tarlo” di un’alta cucina alla birra gli rodeva dentro da un bel po’. «Forse l’idea della Ratera così come è oggi», spiega, «l’ho sempre avuta in testa. Ma mai come in questi anni, alle migliori birre straniere, si sono affiancate numerose ed eccellenti produzioni italiane, il che ha creato le condizioni ideali per sperimentare una cucina di alto livello che fosse innovativa ma, allo stesso tempo, vera e concreta». Il suo locale è suddiviso su due piani, a piano terra c’è il banco di spillatura e qualche tavolino per chi non vuole cenare ma non sa rinunciare a una birra ben spillata, sopra invece la sala ospita appena trenta coperti in un ambiente dalle tonalità calde e rilassanti. Il lunedì sera è il giorno ideale se ci si vuole concentrare al massimo sulle creazioni di Salvatore, mentre gli amanti del jazz, altra passione di Rinaldi, devono solo consultare il programma o fare una telefonata. In estate si sfrutta anche il dehor esterno, ambita soluzione “di riserva” per chi ancora si ostina a fumare.
È così dunque che, a due passi dal parco di Trenno, è sorto un laboratorio, è il nostro sincero augurio, di sicuro avvenire. Certo, tutti i pionieri pagano lo scotto di non avere nessuno da seguire e la conversione degli avventori di una birreria a un ristorante alla birra, la distinzione è più di notevole di quello che si potrebbe pensare, non è sempre facile o priva di intoppi. Di lavoro, soprattutto sulla comunicazione e sulla selezione della clientela, ce n’è ancora da fare; ma è un discorso di priorità: contano di più le materie prime o una pubblicità azzeccata? Saremo di vecchio stampo ma, visto che al ristorante ci andiamo per mangiare più che per contemplare gli altri commensali o i quadri alle pareti, noi votiamo in scioltezza le materie prime. E con la stessa disinvoltura, votiamo Salvatore e Marco.
Se Garofalo è comunque il deus ex machina della via italiana alla cucina alla birra, Marco Rinaldi, l’uomo che ha creato La Ratera, ne è certamente il mentore più appassionato. Spillatore perfezionista e un po’ maniacale, ma nel senso buono del termine, ha scommesso sulle birre artigianali di qualità in tempi non sospetti e anche le sue scelte all’estero rivelano gusto e olfatto scrupolosi. Ha lavorato insomma su basi già molto buone, basti pensare che chi non sa spillare o conservare adeguatamente una birra può farle gli stessi danni di un sommelier che conservasse del Barolo vicino a un termosifone, ma il “tarlo” di un’alta cucina alla birra gli rodeva dentro da un bel po’. «Forse l’idea della Ratera così come è oggi», spiega, «l’ho sempre avuta in testa. Ma mai come in questi anni, alle migliori birre straniere, si sono affiancate numerose ed eccellenti produzioni italiane, il che ha creato le condizioni ideali per sperimentare una cucina di alto livello che fosse innovativa ma, allo stesso tempo, vera e concreta». Il suo locale è suddiviso su due piani, a piano terra c’è il banco di spillatura e qualche tavolino per chi non vuole cenare ma non sa rinunciare a una birra ben spillata, sopra invece la sala ospita appena trenta coperti in un ambiente dalle tonalità calde e rilassanti. Il lunedì sera è il giorno ideale se ci si vuole concentrare al massimo sulle creazioni di Salvatore, mentre gli amanti del jazz, altra passione di Rinaldi, devono solo consultare il programma o fare una telefonata. In estate si sfrutta anche il dehor esterno, ambita soluzione “di riserva” per chi ancora si ostina a fumare.
È così dunque che, a due passi dal parco di Trenno, è sorto un laboratorio, è il nostro sincero augurio, di sicuro avvenire. Certo, tutti i pionieri pagano lo scotto di non avere nessuno da seguire e la conversione degli avventori di una birreria a un ristorante alla birra, la distinzione è più di notevole di quello che si potrebbe pensare, non è sempre facile o priva di intoppi. Di lavoro, soprattutto sulla comunicazione e sulla selezione della clientela, ce n’è ancora da fare; ma è un discorso di priorità: contano di più le materie prime o una pubblicità azzeccata? Saremo di vecchio stampo ma, visto che al ristorante ci andiamo per mangiare più che per contemplare gli altri commensali o i quadri alle pareti, noi votiamo in scioltezza le materie prime. E con la stessa disinvoltura, votiamo Salvatore e Marco.
Maurizio Maestrelli
21 giugno 2007
Nostalgia Canaglia

Il Manifesto non è mai stato la mia lettura preferita, ma devo ammettere che, in quanto a titoli, è spesso geniale (vedi l'esempio qui a lato). Ho appena terminato di leggere 1977, libricino di Lucia Annunziata su un anno importante per l'Italia e non certo per il fatto che si era nel mio decimo anno di vita. Gli anni di piombo non posso dire di averli vissuti in maniera estremamente consapevole. Ricordo vagamente i telegiornali che sembravano talmente un bollettino di guerra da risultare, per un bambino di dieci anni, un po' noiosi, ricordo il clima pesante in classe quando ci fu spiegato che era stato rapito Aldo Moro, ma ricordo anche il gol di Bettega al Mondiale in Argentina. Insomma, niente esperienze drammatiche anche perché, in quinta elementare, non ci si prendeva a sprangate e risultava difficile fare molotov con le bottigliette dei succhi di frutta. Così ho letto avidamente e agilmente il libretto (rosso?) dell'Annunziata: che bei tempi, che bei ricordi... E le occupazioni, e il "dagli al fascista", e il "buttiamo fuori Lama dall'università", e le manifestazioni rompivetrina e brucialamacchina... Tutto addobbato del "come eravamo": belli, sani, desiderosi di cambiare il mondo.... E poi: Cossiga ancora scritto con la K e le due esse come il famigerato corpo d'assalto tedesco, la borghesia stupida, il Pci vecchio e stupido.... Bah, io sono uno stupido figlio degli anni Ottanta, la triste generazione purtroppo dei Drive In e dei paninari, ma ho sottolineato poche cose nel libro. Uno: La rivoluzionaria Annunziata è stata nel frattempo anche presidente della Rai (se non è un covo reazionario quello....). Due: D'Alema faceva politica già trent'anni fa (tutta una vita) ed era già il capo (nominato dall'alto) della Fgci (che non è la federazione gioco calcio). Tre: la mitologica Rossana Rossanda a una giovane Annunziata, giornalista Manifesto al tempo, che si avviava verso l'ennesima manifestazione disse dolcemente (è proprio scritto così) di non bruciare troppe macchine. Ripeto: disse dolcemente di non bruciare troppe macchine. Chissà cosa dissero quelli a cui la macchina era stata bruciata..... Inutile dire che, ieri come oggi, i borghesi veri e ricchi parcheggiano in garage. Ma forse nel 1977 non lo sapevano....
14 giugno 2007
Mistero Brakspear
Piccolo quesito per gli appassionati birrofili. Ma l'inglese Brakspear non aveva chiuso i battenti? Lo chiedo perché un paio di settimane fa, di passaggio dal negozio di Flavia Nasini A tutta birra (http://www.atuttabirra.com/) sono incappato in due etichette della piccola birreria di cui Camra e What's Brewing avevano annunciato la chiusura con demolizione e successiva costruzione di hotel, residence o qualcosa del genere... Che dire? Assaggiata la Organic non l'ho francamente trovata molto emozionante con un equilibrio decisamente sbilanciato verso il dolce per una stucchevolezza che mi ha lasciato un po' perplesso pensando, che so, all'ottima Old Man Ale della Coniston Brewery per non parlare della Bitter di Ridgeway. A proposito di Ridgeway, il suo mastro birraio è quel Peter Scholey che era in forza alla Brakspear prima del suo "funerale" nel 2002. Quindi? Sull'etichetta della Triple da 7,2% vol compare la firma del'head brewer ovvero T.R. Moss (mi sembra di capire... quel R. Moss però mi fa venire i brividi pensando al mascellone di Beautiful...). La proverò a breve, ma il dubbio rimane... Se qualcuno ha la soluzione è pregato di farsi avanti. Sì, lo so, Internet è ampia e dovrei provare a cercare di svelare l'arcano da solo. Ma, allora, che diavolo ho creato a fare questo blog?
11 giugno 2007
Tra Torrechiara e il Po

Ancora eventi birrari. Ormai quasi con cadenza settimanale. Birra di Marca a Mogliano Veneto con i birrifici della provincia, credo quella a più alta densità italica, e poi ArteBirra Pasturana. In mezzo il Panil Day e un Po di Birra. C'è da perderci la testa ma, in fondo, è un segno dei tempi. Ladies and gentleman, la birra artigianale è di moda... Ne prendo atto e valuto rapidamente pro e contro. Pro: aumentano le persone che iniziano a distinguere una weizen da una blanche e ne capiscono il perché; riprendono vigore le birre chiamate genericamente "speciali" che una volta servivano a completare la gamma centrata solo sulle lager; crescono le opportunità commerciali per i piccoli birrifici, anche grazie alla curiosità e alla maggiore apertura di enoteche e ristoranti. Contro: i brewpub e i micro aprono quasi come funghi più per aver fiutato il business che per passione vera; i giornalisti iniziano a scatenarsi sull'argomento, poco importa se non ne sanno niente o se, capita, non gliene frega niente; si moltiplicano gli esperti di settore e, per converso, i veri esperti fanno l'errore si sentirsi sotto assedio e, istericamente, proclamano il loro diritto di poter essere gli unici a parlare. Morale: ben venga la moda, sapendo che magari sarà passeggera e approfittatene birrai cercando di intuire quale evento vi è utile e quale no, parlate con i giornalisti anche se poco sanno di birra. Alcuni giornalisti, ho già avuto modo di dirlo, sono un po' come le locuste: arrivano, mangiano e se ne vanno. E' quando stanno mangiando che li deve prendere. Sarà triste e ingiusto, ma è la stampa, bellezza (battuta non mia).
Ma il post doveva parlare di tutt'altro, su questi argomenti generali ci ritornerò sopra. Invece la giornata Panil è stata da incorniciare. La sagoma del castello di Torrechiara (dove hanno girato alcune scene di Lady Hawke con Michelle Pfeiffer) è imponente come al solito, Renzo Losi un geniale "paracadutista" della birra. Nel senso che lui si lancia e nessuno, forse nemmeno lui, sa se il paracadute si aprirà o meno. Ma volete mettere l'adrenalina, e il senso di meraviglia quando si apre? Così per le sue ultime creature, la Black Oak e la Divina, il mio primo pensiero è stato "o mio Dio...". Non vedevo aprirsi il paracadute. Poi la Divina soprattutto, la prima birra a fermentazione spontanea prodotta da un micro italiano, si è aperta in profumi fortemente agrumati (le caramelle charms al limone secondo me, la macedonia cinese secondo Valentina che ha riscosso maggior consensi) e di esteri che lasciavano percepire una nota dolce quasi nascosta al naso. Non alla bocca però dove era percepibile insieme a una leggera astringenza per una birra molto fresca e godibile a mio avviso. Paracadute, insomma, aperto. "Semplici" applausi a scena aperta invece per le sue Barriquee con la mild che si dimostrava a dir poco sontuosa con una delle migliori torte al cioccolato mangiate negli ultimi anni (ristorante da Gardoni, Torrechiara).
Il giorno successivo invece, gita sul Po grazie all'originale idea di due circoli birrari (ebbene sì, ci sono anche quelli adesso... mai sentito parlare invece di circoli vinicoli...), uno di Parma e uno di Mantova. Birre di ottimo livello, Beppe Vento insieme a Leonardo Di Vincenzo mi sembrano i produttori più creativi del momento, ma due menzioni (solo per motivi di spazio): la prima va alla A.F.O., Ale for obsessed, del nuovo Birrificio del Ducato di Roncole Verdi (mio paesino del cuore per motivi gastronomici inconfessabili) e la seconda invece per Michele Montani dell'imminente Birrificio Freccia credo di Mantova. La sua ale ha profumi netti e complessi, un ottimo retrogusto e un finale persistente. Il ragazzino promette bene e la direzione va verso l'alto come la freccia del nome. Avendo solo 19 anni farà birra, almeno mi auguro, per i prossimi 50. E, me lo auguro di nuovo, anche quando questa moda sarà passata.
6 giugno 2007
Giacomo Tachis, uomo del vino

Ancora da Vie del Gusto, ancora un enologo ma in formato "long playing" ovvero senza tagli redazionali, ecco il frutto dell'intervista a Giacomo Tachis. O meglio, delle numerose piccole interviste-colloqui con questo enologo-mito in realtà umanissimo, profondo, ironico e mai autoreferenziale. Ho iniziato con un po' di tremore nelle gambe e oggi sto leggendo, da bravo scolaro, testi di Burgundione da Pisa, più relazioni e interventi di Tachis stesso. Me li ha mandati lui e gliene sono grato, farò del mio meglio per farli diventare miei. Che cosa mi è rimasto impresso di una persona ormai trattata più come un santone, una leggenda, una reliquia? La sincerità e un certo sprezzo per i tanti balletti da Folies Bergeres che si vedono nel vino. Lunga vita a Tachis, eroe del tempo in cui il vino parlava di vino. E gli uomini del vino parlavano poco.
Da Vie del Gusto, giugno 2007
«Il vino? È stata la cosa che mi ha dato da mangiare…». Già dalla prima dichiarazione l’alone quasi mistico che lo circonda è abbattuto. Ma se a farla è proprio il diretto interessato, si capisce subito che ci deve essere sotto qualcosa d’altro. Giacomo Tachis è una delle persone più rispettate nel mondo del vino, carico di elogi, di riconoscenza, di appellativi che avrebbero fatto piacere a un antico imperatore romano. A lui, però, no. «I giornalisti scrivono un sacco di cavolate, accendono degli inutili riflettori su una professione che non è diversa da tante altre; io ho solo fatto del vino», taglia corto. Certo, gli dobbiamo riconoscere noi che siamo giornalisti, del grande vino. I nomi sono tutti stampati nella mente non solo degli addetti ai lavori: Tignanello e Sassicaia, ormai li conoscono tutti. Ma è confortante sapere che, in un mondo dove apparire è più importante che essere, l’uomo che più di tutti potrebbe addobbarsi di presunzione e di retorica, parla semplice e chiaro. «Gli enologi dovrebbero soprattutto avere sensibilità e cultura, nel senso più ampio del termine, altrimenti rischiano solo di copiare o di essere dei semplici “mescolatori di vino”, come si è soliti dire. Devono studiare e ricercare, guardando ai risultati concreti e non a quello che scrivono riviste e guide». Piemontese di nascita, toscano d’adozione, Giacomo Tachis ha studiato ad Alba e ricorda molto bene i tempi duri del suo esordio. Il che probabilmente gli consente di guardare con un certo distacco alla gloria attuale. «Amavo studiare, ma ho cominciato enologia perché un cugino di mia madre poteva aiutarmi ad inserirmi nel mestiere. Poi la cosa non si è realizzata e ho dovuto sbarcare il lunario cercando prima un impiego in una cantina spumantistica piemontese e poi in un’azienda liquoristica. È stato un mio professore, che mi stimava, a segnalarmi la possibilità di venire in Toscana a lavorare». La sua storia è talmente nota che è quasi inutile riproporla qui: l’incontro con la famiglia Antinori prima, e con Incisa della Rocchetta poi, hanno cambiato per sempre la sua vita. «Ma quando sono andato in pensione», commenta oggi, «avrei voluto tagliare del tutto con il vino. Purtroppo non ci sono riuscito». Il purtroppo non è tutta la verità, perché Tachis possiede il “daimon” del vino e benché i suoi interessi culturali si ramifichino in campi diversi, dall’archeologia alla musica, è proprio nel vino che essi trovano espressione. Non a caso, dopo aver chiuso la sua esperienza in Antinori, accetta una consulenza in Sicilia e una in Sardegna. «Amo le isole, ne sono rimasto completamente affascinato benché», osserva con ironia, «io non sappia nuotare e mi accontenti di camminare sulle rive. Ma la loro storia, la loro cultura sono state per me un richiamo irresistibile». Sarà stato forse un caso che la riscoperta della qualità del vino siciliano è coincisa con la discesa di Tachis nell’isola? Meglio non chiederlo a questo enologo schivo che, se sente odore di piaggeria, tende a innervosirsi. Preferisce citare Goethe, Burgundione da Pisa e Pier de Crescenzi che segnalare dei vini che ama. «Ma, sia chiaro», conclude, «io il vino l’ho sempre amato e rispettato, le mie scelte sono sempre state dettate dal cuore e, soprattutto, dal gusto». Anche adesso, che si gode un po’ di pace e di tempo libero nella sua casa in Toscana, «preferisco vivere vicino a un albero che vicino a un palazzo», è il cuore e il gusto che gli consigliano le letture preferite, le consulenze da accettare, gli interventi pubblici da tenere. E forse è questo il suo messaggio più importante: cuore e gusto dovrebbero governare le scelte di tutti. Anche quando si tratta di vino.
Maurizio Maestrelli
4 giugno 2007
Degustando s'impara

Mi sono reso conto che le iniziative dedicate alla birra che mi vedono, a vario titolo, coinvolto sono più frequenti di quanto io riesca ad aggiornare il blog. Un problema non da poco che risolvo però in modo "gordiano" pensando che A) sono pagato per scrivere sui giornali e non sul blog B) non mi sembra che appena posto qualcosa si radunino adunate oceaniche di persone per leggere quello che mi passa per la testa oppure ho vissuto. Un pizzico di cinismo (A) e un pizzico di realismo (B) non guastano mai e sono merce rara. Soprattutto nelle lande italiche. Facciamo allora un passo indietro, più o meno di una settimana, e andiamo alla serata maceratese di degustazione birre (inglesi di Lorenzo Fortini alias Terza Cerchia) e formaggi (idem). Inutile dire quanto sia le une sia le altre fossero di assoluta bontà: provate se vi capita lo Shropshire Blue e la Thomas hardy's giovane, è abbinamento orgasmatico e il modo migliore per far fuori una Thomas Hardy's che meriterebbe sempre un adeguato invecchiamento in cantina. Se non trovate lo Shropshire, tentate con uno Stilton. Davvero godurioso. ma, al di là appunto della bontà da leccarsi i baffi, la serata marchigiana (ideata dagli amici de www.ilportaledellabirra.net) è stata un'interessante occasione per constatare come il fascino birroso stia contagiando persone che fino a qualche anno fa non si sarebbero viste nemmeno portate in catene. Un bel segno indubbiamente. Il giorno successivo è stato invece quello della presentazione a Milano della Pilsner Urquell alle redazioni di Condè Nast. Qui l'elemento da sottolineare a mio avviso è lo sforzo di grandi aziende come Peroni di promuovere i loro prodotti attraverso le degustazioni e non solo con campagne pubblicitarie in grande stile. Parlare di birra in quanto prodotto "alimentare" con caratteristiche specifiche, ingredienti che cambiano di birra in birra, tecniche di produzione e diversi tipi di fermentazione. Quello che una volta insomma, almeno da noi, era un linguaggio per iniziati o per confraternite. Morale della favola: sta arrivando l'onda della birra, la gente sulla spiaggia è curiosa e pronta a confrontarsi con tipologie e aromi, luppoli e malti. E noi? Noi, stiamo passando la cera sulla tavola da surf...
19 maggio 2007
Numeri

Qualche giorno fa, una persona mi ha fatto sapere che sono molto più bravo a scrivere di vino che di birra. L'altro ieri un'altra persona, sorridendo amichevolmente, mi ha detto che di birra non scrivo molto. Sono perplesso. I giudizi vanno ascoltati sempre, buoni o cattivi che siano. Ma ci si deve anche riflettere sopra, prima di cadere nel rischio dell'autoesaltazione o nella depressione post scriptum. La prima persona ha anche aggiunto che però di birra ne so un casino, forse gli faccio addirittura impressione. La seconda non ha aggiunto niente. Se scrivo bene o male francamente non lo so. Su quanto scrivo ne ho invece l'assoluta certezza. Ho fatto i conti (con la calcolatrice del pc ovviamente, in matematica al liceo non andavo mai oltre la linea di galleggiamento). Ergo, nel mese di aprile ho picchiettato per 41.000 (quarantunomila) volte la tastiera del computer per articoli riguardanti la birra. Tanto? Poco? Decidete voi, io so solo che è stato per articoli diversi e giornali differenti. Solo la tastiera era la stessa e, incredibile ma vero, anche le dita.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)