27 luglio 2008

Message in a bottle


Alé, è fatta... Domani si parte e per circa dieci giorni il portatile sarà spento e il cellulare altrettanto. La mia vacanza estiva è all'insegna della dissolvenza. Ovvero sparire, staccare, decongestionare il cervello dal troppo lavoro e dalle numerosissime parole inutili ascoltate, lette e, qualche volta, scritte. Negli ultimi tempi il blog ne ha risentito, ma ho letto tutti i commenti e ringrazio davvero tutti uno per uno, se non altro perché ogni tanto, anche se gli aggiornamenti sono scarsi, passate di qua a farvi un giro... Tra una serata Affligem in Toscana e un viaggio alla scoperta del Cognac, questi sono stati mesi di duro lavoro... Ma il mio settore, dopotutto, mi piace. Certo ogni tanto qualche incazzatura ci sta, ma credo che sia così per tutti, in modo particolare quando leggo vere e proprie farneticazioni, sproloqui da guru e pseudo-guru del mangia e bevi, stillicidi di mail e messaggi su forum (il che mi fa sospettare che ci siano dei lavori che lasciano enorme tempo libero a tali protagonisti del dibattito gratuito via internet), giudizi sommari e fucilazioni pubbliche... Con il contraltare di pochissima umiltà, quasi nulla ironia e totale, quasi un vuoto cosmico, autoironia. Anche per me parlare di vino, di birra e di alimentare in genere è una cosa seria, anzi credo soprattutto per quelli come me che ci campano "sia una cosa seria", ma i toni apocalittici, le scomuniche, gli insulti mi danno ultimamente il voltastomaco....
Ergo, la dissolvenza. Dieci giorni dieci, più o meno, e poi si riparte con il lavoro. Bevete delle buone birre ovvero, in ultima analisi, quelle che vi piacciono davvero....

7 luglio 2008

Una birra buona e giusta


Titolo "petriniano", nel senso di CarloSlowFood, per questo rapido post scritto di getto dopo aver provato un paio di Birra Dolomiti, la nuova creatura voluta dalla, a me assai cara, Birreria Pedavena. La birreria mi è cara perché sosta eletta sul percorso che mi porta tra le montagne dell'Agordino che frequento da ormai trent'anni (oddio, 'sta cosa fa molto "Vecchio dell'Alpe") e mi è cara perché sarebbe stata una vera tristezza vederla chiudere i battenti per sempre. Il posto è rigenerante, meta allo stesso tempo di motociclisti in pelle nera e tenere famigliole in gita domenicale, una conferma che la birra sa unire anziché dividere, e poi la Centenario l'ho sempre gradita molto... Ma il merito di questa nuova produzione è quello di utilizzare l'acqua dei monti delle vicinanze, con l'orzo nuovamente coltivato nel Parco delle Dolomiti Bellunesi. Nuovamente perché, in realtà, l'orzo si coltivava da sempre nei paraggi anche perché la saggezza contadina aveva fatto comprendere che questo cereale, e non il frumento, meglio si prestava al terreno e al clima delle Prealpi. Tuttavia il dio commercio si era imposto con probabili vantaggi iniziali ma successiva, logica, crisi. Oggi invece la birra in questione è sinonimo di un progetto intelligente, rivolto a riqualificare il territorio e, soprattutto, l'attività umana in una logica imprenditoriale che non snaturi la vocazione locale. Un bel giro di parole per dire che si possono fare delle cose sensate senza dover ricorrere a progetti faraonici... La birra, del resto, non è niente male: un bel corpo equilibrato, i giusti profumi, una bevibilità piacevole. A pensarci bene, la prossima volta in quel di Pedavena, potrei anche tradire la mia Centenario... Per rendere il prodotto completamente italico manca allora solo il luppolo; la strada presa è quella buona, ancora un piccolo sforzo e ci siamo... Come direbbero gli inglesi: support your local brewery!

1 luglio 2008

Sì, viaggiare...


Una delle cose più invidiate dai miei amici non di settore, al secondo posto dopo la ferrea convinzione che io trascorra la maggior parte delle mie giornate bevendo gratis, è il viaggio stampa. Leggenda vuole che i giornalisti scorrazzino come cavallette impazzite lungo tutta la Penisola sorseggiando vini autoctoni e non, masticando produzioni casearie rare e sostando con occhio languido nei pressi di una Berkel. Oppure, sempre aggratis, cenando in ristoranti Michelin per poi stramazzare un po' inebetiti a bordo piscina o sotto i massaggi di una girl asiatica da sogno. Non escludo che per qualche collega possa anche essere così. Ma non sempre e non tutti. Capita invece di essere coinvolti in una fiera locale, magnificata dagli organizzatori come uno scrigno ancora da aprire, e ritrovarsi poi tra stand di istituti di bellezza, banche regionali, produttori di pannelli solari e via di questo passo... Niente da dire su queste encomiabili attività, ma per un giornalista enogastronomico quale mi ritengo ancora di essere, è davvero poco... Se ci aggiungiamo una sfilza di proclami, da parte delle autorità politiche, dall'onorevole di turno al consigliere di quartiere, benedizioni ecclesiastiche, riflessioni di funzionari regionali, tutti rivolti all'ormai quasi stantio motto "valorizziamo il territorio" e poi il territorio non te lo fanno praticamente vedere perché ti coinvolgono in degustazioni a tavolino organizzate in strategica quanto drammatica concomitanza. Beh, ci sarebbe da aprire un bel dibattito.... Come si valorizza un territorio se le visite nelle aziende del territorio stesso sono previste durante l'assaggio dei vini in concorso? Perché si devono ascoltare ore di parole al vento e poi, alla verifica dei fatti, il tutto sembra un bel buco nell'acqua? Quattro produttori di vino fanno una fiera? Se è così, aspettiamoci di assistere e di essere invitati a fiere ogni giorno... Io apprezzo la buona volontà, ma di questi tempi i risultati, e anche i metodi, devono sempre giustificare i costi... Altrimenti.... Però, una cosa la devo ammettere, in quattro giorni di fiera a bordo piscina ci sono stato una mezz'ora buona. Cavoli, adesso sì che mi sento un uomo da invidiare....

16 giugno 2008

Siamo tutti sommelier


Ebbene sì, dopo tre corsi, spalmati nell'arco di quasi sette anni, una frattura al piede e vicissitudini varie ho varcato anche io la soglia della sommellerie italiana. Un traguardo al quale tenevo molto, se non altro perché nella vita ho iniziato molte cose ma altrettante le ho abbandonate a metà strada. Questa con l'Ais era invece una partita che volevo chiudere a tutti i costi, se non altro per orgoglio personale. Ma soprattutto perché sono convinto che parte fondamentale di un giornalista specializzato sia la preparazione e l'aggiornamento professionale. Probabilmente la mia è una strada in controtendenza rispetto a tanto pressapochismo che permea il mondo della scrittura "di tema", ma adesso mi tengo stretto il mio diploma e il mio tastevin con una certa soddisfazione. Ed è anche stato bello vedere quanta passione vera c'è nel mondo del vino, sia da parte di sommelier professionisti come l'adrenalinico Luca Bandirali, presidente lombardo dell'Ais, e Fiorenzo Detti, simpatico burbero a capo della delegazione milanese, per me due fari che mi hanno orientato e stimolato, sia tra i consumatori consapevoli che, per fare i corsi, impiegano quel loro tempo libero che potrebbero dedicare alla famiglia o alla poltrona preferita. Una bella boccata di ossigeno tra le paturnie dei talebani del vino, i pasdaran del so tutto io, e gli pseudomaestri in libera circolazione.

28 maggio 2008

Tra la weizen e la bock


Rapido post per commentare e ricordare la serata Made in Lambrate di qualche giorno fa per la presentazione della nuova birra. Rilassante e divertente, era un po' che latitavo da queste improvisazioni birrarie, causa lavoro, e partecipare mi ha ricordato perché mi è sempre piaciuto frequentare gli artigiani della birra italiana. Ok, è vero, perché il più delle volte quando li conosci non comprendi più come facciano a realizzare delle birre praticamente perfette, ma quello che mi "rilassa" maggiormente è la loro serenità. Il più delle volte, quando mi confronto con dei produttori alimentari, in generale, mi devo subire lunghi monologhi sulla loro eccellenza, sul loro spirito di ricerca da benedettini, sul fatto che loro, e solo loro, sono illuminati dalla scienza e dall'arte. Ormai scafato al settore, nicchio sempre e guardo al sol dell'avvenire, ma con i nostri birrai non mi ci devo nemmeno mettere. Caso pratico: al Lambrate presentavano la 366, birra assai buona a mio avviso, ricca di profumi di caramello, anzi di caramella mou (quelle della Elah che masticavo nella mia infanzia), una banana appena nascosta, e poi molto bevibile, rinfrescante, insomma più una weizen che una bock. Nel dibattito successivo, appunto se si trattava di una weizenbock, di una weizen che tirava a una bock o di una bock che avrebbe voluto essere una weizen, emergeva lampante la dichiarazione del birraio che suonava pressapoco così: "A noi è venuta in questo modo!". Fantastico, benedetta sincerità.... E poi che c'è di male a dirla, la birra per essere buona lo era davvero, ma la frase non rivela pressapochismo solo libertà di espressione, quella che hanno i nostri birrai artigianali, quella che dovrebbero avere tutti i produttori alimentari, lasciando poi i consumatori a decidere. Senza farsi troppe seghe mentali sulle categorie, sottocategorie e alberi genealogici vari....
P.S. Sto ancora cercando Beers of the World. Abbiate fede.

6 maggio 2008

Milano da bere


Il blog zoppica e purtroppo non ci posso fare nulla. Ahimé, sono un mercenario (definizione non mia) e scrivo per guadagnarmi da vivere, altrimenti farei altro. Ma la notizia mi pareva carina e non potevo non rilanciarla su queste pagine. Se non altro perchè ci ho messo la zampa e, si sa, ogni giornalista è un pizzico narcisista. Allora, copertina dell'ultimo numero di Beers of the World, rivista birraria internazionale e assai patinata (decidete voi se è un complimento oppure no) con "striilo" in copertina "Milan Beer Guide", fatica stampata di Adrian Tierney Jones, uno dei tre giornalisti inglesi che l'anno scorso hanno fatto visita ad alcuni brewpub e micro del nord Italia: nell'ordine il Lambrate, il Birrificio Italiano, il Bidu e Le Baladin. Su Teo era già uscita una paginata su What's Brewing qualche mese fa (merito di Jeff Evans), ma questo reportage di Beers of the World ha il merito di riassumere l'esperienza itinerante dei tre sudditi della Corona. Nelle foto compaiono alcuni componenti dello staff del Lambrate, chi spilla le birre all'Hop e il quadro generale è assai positivo a conferma che i sorrisi dispegati dai colleghi non erano, pe fortuna, di mera circostanza. Io, nella veste inconsueta di suggeritore non scrittore, mi sono trovato abbastanza bene. Chi avrà la possibilità di leggere il pezzo saprà esprimere il suo giudizio. Nel caso, più che probabile, che io sia l'unico abbonato alla rivista posso inviare scansione dell'articolo....

11 aprile 2008

Dalla Zoobeer al Calvados


Ultimo post il 18 marzo? Cavoli, mi devo essere perso per strada... In realtà in questi giorni mi sono successe un sacco di cose che a riassumerle in un unico post rischierei di scrivere "Guerra e pace" e di attirarmi le illuminate critiche di colleghi che mi hanno sempre consigliato, sul blog, di essere stringato. Ma tant'è, provo a fare una rapida cronaca degli eventi che mi hanno maggiormente colpito in queste settimane. Inizio con l'apparizione di un piao d'ore in quel del Salone della Birra di Milano: con Valentina siamo capitati lunedì, giorno da operatori, e abbiamo scambiato quattro chiacchiere con alcuni birrai presenti. Il che è sempre un piacere, almeno per noi, ma piacere superiore è stato scoprire l'ultima chicca made in 32 Via dei birrai: il nome suona come Zoobeer, spero di non sbagliare, e Fabiano Toffoli l'ha inventata per un noto locale del trevigiano, il Nidaba. Ma è birra tanto elegante e raffinata che sarebbe un peccato circoscriverla ai tavoli del pur meritevole Nidaba. Aspettiamo e vediamo.... Altri assaggi che mi sono piaciuti, non che abbia bevuto tutto quello che c'era, sono stati la costante e beverina Backdoor Bitter dell'Orso Verde e dell'ormai lanciato, ma sempre spettinato tié, Cesare Gualdoni, la rinnovata Buena Suerte di quella leggenda che risponde al nome di Beppe Vento (mai trovato così tanto simpatico uno che mi è sempre sembrato così tanto diverso da me) e la Rebuffone di Maurizio Cancelli ex Babb oggi Manerba Brewery. Che dire, Maurizio è bravo, non si discute e a lui personalmente auguro di realizzare ogni suo sogno. Abbastanza criptico vero? Accontentatevi, per ora...

Dopo le birre artigianali però il mio ricordo si fa confuso: sono stato coinvolto da una girandola di viaggi lampo in Italia, agganciato dal settimanale Economy, quello di Panorama, per un servizio sul mercato del vino italiano proprio nel momento in cui L'Espresso lanciava la sua campagna all'urlo di "Velenitaly", intervistato da Radio Deejay che mi ha fatto parlare seriamente quando io mi ero preparato a rispondere alla solita ironia giocosa del duo Linus e Nicola e poi spedito in Normandia alla scoperta del Calvados con contorno anche qui di concorso barman. Il Calvados merita un post a parte, qui chiudo dicendo che ho scoperto un distillato (nella foto, la degustazione) che può riservare molte sorprese, soprattutto se affinato lungamente. E un sidro di pere da incorniciare, tenendo conto che io il sidro non l'ho mai amato troppo.... Ma, al prossimo post, confidando in un ritmo lavorativo un po' meno serrato.....

18 marzo 2008

Vacanze Romane - Secondo Tempo


Dunque, dunque. Il secondo tempo di un film dovrebbe essere in crescendo, dovrebbe svelare qualche "segreto" e avere un lieto fine. Ok allora, se l'intervallo è durato venti metri, il crescendo è assicurato dall'incontro con (il) colonna più importante di Roma dopo (la) colonna Traiana. Se la seconda è affollata di figure scolpite di legionari e di barbari, il locale del primo è affollato di accaniti bevitori e, quello che fa la differenza, da persone in grado di discernere quello che stanno bevendo. Un caso raro, rarissimo, da meritare un educational per esperti o sedicenti tali, insomma per tutti i cosiddetti "professionisti" della birra. Di Manuele Colonna, gran timoniere del Ma che siete venuti a fa', al di là della sua enorme competenza birraria, mi ha colpito lo stile. Sa parlare di birra senza tirarsela e senza cadere dall'alto, sa portare il cliente casuale a bere robe da iniziati come lambic giovane alla spina o porter americane, ha l'intelligenza, non solo commerciale, di far assaggiare i prodotti agli indecisi, è riuscito a stringere attorno al suo locale un gruppo di "discepoli" senza per questo trasformarlo in una "loggia" per adepti. Nella mia carriera, ormai decennale, di giornalista "della birra", di gestori così ne ho incontrati pochissimi. Forse li posso contare sulle dita di una mano. E allora sarebbe quasi tempo perso descrivere quanto mi ha colpito questa o quell'altra birra, mi interessa maggiormente sottolineare che se di Colonna ce ne fossero di più, la cultura della birra in Italia sarebbe qualche anno luce avanti. E, bando alle ciance, gli italiani berrebbero più birra. Al Macche la media invernale è di 30 fusti alla settimana, in estate si arriva a 50 fusti. E non si tratta di birre da bere e dimenticare, né di quelle con le quali ti sbronzi e ti butti via. L'ultimo mio assaggio era la Mikkeler Black Hole, fantastica indubbiamente, ma non esattamente da bere a galloni. Almeno a mio avviso. Ma senza arrivare a queste vette, il Macche ha dodici-dico-dodici spine tra artigianali italiane, specialità belghe, americane, tedesche e danesi. Una grotta di Aladino che fa dei numeri impressionanti. Ma il fattore X non è tanto la scelta delle birre, quanto lo stile di Colonna. Come sempre, e come ho imparato da tempo, è il gestore che fa la differenza. E una differenza non da poco. Colonna è la risposta a tutti i gestori che mi hanno sempre detto che birre senza supporto di marketing non si vendono. Per anni le mie argomentazioni erano lunghe e teoriche, ora ho la risposta sintetica. Grazie Manuele.

17 marzo 2008

Vacanze Romane - Primo Tempo


Vacanze è un termine da intendersi per eccesso, ma il titolo mi piaceva. In realtà il mio tempo libero nella capitale è stato ridotto a circa otto ore, trascorse però in uno spazio ancora più limitato ovvero quella ventina di metri che separa, in via Benedetta a Trastevere, il Bir & Fud dal Ma che siete venuti a fa'. Ora, passare otto ore in venti metri fa un po' Alcatraz a dire il vero, ma lo spazio ridotto è stato ampiamente compensato dalla qualità di quello che ho bevuto e mangiato e dalla compagnia. Trastevere è un po' la Temple Bar romana, quasi un mondo a parte, tra turisti appena scaricati dal torpedone e romani veri. Arrivo con un trenino stile "i guerrieri della notte" da Monte Mario e mi accingo a raccogliere la sfida dei due chilometri da fare a piedi per giungere in piazza Trilussa e da lì, in via San Benedetta. Ma subito due controllori ai quali ho chiesto la direzione da prendere mi dicono "ma so du chilometri..." con tale perplessità che decido di prendere il tram. Penso che a Milano, mi avrebbero semplicemente detto "sempre dritto" e buonanotte al secchio.
Ma non è di questo che devo parlare adesso. Piuttosto del personaggio in foto e delle sue numerose virtù: da quelle di schiantatore di cuori femminili, spesso inconsapevole, a quelle di birraio di talento fulminante. Fulminante perché Leonardo Di Vincenzo, mente creativa di Birra del Borgo, ha avuto un avvio nel mondo della birra artigianale degno di una start up. Dalle prime bottiglie homemade ai premi, all'export, al ristorante Bir & Fud. Un decollo verticale stile Sea Harrier. Al Bir & Fud si beve solo ed esclusivamente birra, acqua minerale se siete in punizione e non osate chiedere coca cola, limonata o caffè. Le pizze costituiscono la spina dorsale del menu, ma chi pensasse alla banale "pizza e birra" merita la scomunica. Il Vaticano d'altronde è vicino... La mia "patate e salsiccia", tanto per annullare le sedute di Pilates che non ho mai fatto, era un armonia di sapori: patate dop e salsiccia d'Ariccia, località laziale che sa come trattare i maiali. Il trittico di supplì ha poi cancellato il luogo comune che avevo su questa specialità: presentati con non comune senso estetico, rivisitati con estro creativo. Le birre meritano poi un capitolo a parte: la ormai nota KeTo Reporter di Leonardo è la "quadratura del cerchio" ovvero quel tanto strana, foglie di tabacco toscano in infusione non sono proprio un'ideuzza qualsiasi, che serve per attirare l'attenzione, ma bevibile in quantità senza dover per forza di cose spaccare il capello in quattro sulle molecole che si percepiscono all'olfatto. Grande birra, quasi un classico. E che dire della Reale Extra? Gran bel bicchiere da luppolodipendenti, profumi e persistenza rimangono impressi nella memoria. Anche qui, senza nulla togliere alla straordinaria bevibilità... Finale con Rosé de Gambrinus alla spina: straordinaria non c'è dubbio per quanto non sia la "mia" birra. Il giusto viatico per compiere quei venti metri che mi separano dal Ma che siete venuti a fa'.
Fine primo tempo. Intervallo.

2 marzo 2008

I presenti alzino la mano (sinistra)


Serata per reduci quella di giovedì sera al Birrificio Italiano di Agostino Arioli e soci. E' stato bello rivedere dopo praticamente solo poche ore alcuni volti incrociati rapidamente nel calderone di Pianeta Birra, all'inizio sembrava quasi di assitere al riposo dei "guerrieri". Ma la presenza di Eric Wallace della Left Hand Brewing Company con le sue birre e l'anteprima della nuova ale di Agostino, passata quasi sottocoperta per evitare di rubare la scena all'amico americano, valeva il viaggio in quel di Lurago Marinone. Menu ad hoc con abbinamenti molto ben mirati a partire dal gamberone "palestrato" con crema di patate allo zenzero ed erba cipollina in accompagnamento alla Juju Ginger di Eric anch'essa aromatizzata allo zenzero. Facile penserete voi: zenzero di qua e zenzero di là... Sbagliato perché spesso la ripetizione o l'aggancio di un ingrediente creata un effetto "kalashnikov" che ti stende per esagerazione. Quindi bravo allo chef del Birri (Stefano Arioli, fratello di Ago) per aver centrato la giusta misura. A seguire un vera e propria sinfonia per il palato con l'incontro tra la Black Jack Porter e il tortino di pasta sfoglia e funghi porcini; a mio avviso il meglio del meglio della serata. Tris di formaggi (ricotta ossolana d'alpeggio affumicata, toma ossolana d'alpeggio, cremificato verde di capra) con l'affumicata Goosinator Doppelbock; sempre a mio avviso vince la toma, ma solo perché il cremificato era da perdere i sensi e funzionava assieme alla birra solo se accompagnato dal pane a stemperarne il carattere. Ma, onestamente, come si fa a stemperare il carattere di un erborinato così eccellente? Penultimo step infine con il polpettone di carne e Imperial Stout. Ora, il polpettone a me fa venire in mente Nonna Papera o un buon modo per sucidarsi (tipo mi lego il polpettone al collo e mi butto nel fiume), ma quello del Birri era straordinario per aromi e consistenza e l'Imperial la birra più buona in assoluto della serata (oh, a mio avviso s'intende...). Una birra "nightcap", di quelle che ti mettono a letto con il sorriso estatico sulle labbra...
Finale quindi con il flan al cioccolato fondente con zabaione alla milk stout e, ovviamente, Milk Stout. Insieme mi hanno ricordato il Milky Way, barretta di cioccolato molto gettonata durante le vacanze in Inghilterra. Conclusioni: grandi abbinamenti che confermano la regola che le birre possono entrare a testa alta nelle cene degli italiani, attendo al varco il prossimo polpettone; Eric è un birraio di grande talento ed estro creativo e, infine, sono proprio belli questi rendez vous dopo le fiere dove sei talmente schizzato che non riesci a stare più di due minuti con nessuno. Purtroppo.

28 febbraio 2008

Stessa spiaggia, stesso mare


Ed eccoci qui di ritorno da Rimini (quello nella foto è l'ingresso in fiera, non al Caesar's Palace di Las Vegas). Ancora una volta, vivi. Il che non è poco visto la nebbia incredibile che è calata durante la quattro giorni adriatica. Sabato sera ad esempio, io e Valentina abbiamo accettato un invito a cena a Bertinoro e il percorso in macchina è stato a dir poco onirico con unico salvagente il navigatore che mi avvertiva delle curve e degli incroci. Ma la nebbia si è fatta sentire anche dentro la fiera: poche idee e confuse. Solita accozzaglia di ragazzini sbronzi, mamme con passeggino in gita domenicale e via dicendo con controlli alle porte quantomeno discutibili, della serie ti blocco l'operatore e lascio passare la banda di unni. A un distributore di birra arrivato dal Belgio e munito di biglietto è stato chiesto il biglietto da visita per confermare la sua attinenza al settore, e il bello è che il biglietto da visita è stato chiesto anche alla moglie...

Sorvolo sulle assenze (Peroni, Heineken, Guinness, Warsteiner) e sulle perplessità di alcuni presenti che probabilmente l'anno prossimo daranno buca (Forst, Menabrea, Radeberger, Carlsberg...) e a proposito di "buchi" che dire del "black hole" del padiglione con cavallo di cartapesta, divanetti sparsi e megaschermo made in Pineta di Milano Marittima? Boh, come boh anche per il venditore di arancini, quello di marzapane siciliano... Ho l'impressione che di questo passo Pianeta Birra 2009 rischi di assomigliare sempre più a una cronoscalata per ciclisti non dopati....

Ma veniamo davvero al bello ovvero gli artigianali in fiera. Solita atmosfera vivace, solito scambio di assaggi, con qualche iniziativa concreta come il Consorzio e molte birre in splendida forma. Tra gli assaggi che sono riuscito a fare, classifica quindi parziale, quella che mi ha colpito maggiormente è stata la BB10 di Nicola Perra, seguita dalla Farrotta di Jurij Ferri e dall'ultima versione di Lurisia di Teo Musso (il numero non mi viene in mente adesso...). La maglietta più bella della fiera senza dubbio quella di Giorgione da Roma (nome da pittore, fisico da tank, spirito alla John Belushi); la battuta migliore quella di Beppe Vento riferita a Cesare dell'Orso Verde: "E' un periodo che Cesare si pettina con i raudi"; la scena più bella e incredibile due tizi che in un bar della fiera bevevano Wuhrer in lattina; l'autodefinizione da consegnare ai posteri, sempre Beppe del Bi-du "sono un minimalista grunge". Così dopo Teo Jim Morrison, ecco Beppe Kurt Cobain, adesso si accettano candidati per Raul Casadei...
Che dire infine. Che Pianeta Birra perde pezzi, questo è poco ma sicuro. Che i birrai artigianali sono sempre più una certezza e che se proprio un difetto glielo vogliamo trovare è in termini organizzativi e di promozione dell'immagine. E che in fondo vale la canzone di Edoardo Vianello anni Sessanta: stessa spiaggia, stesso mare. Sottotitolo: per quest'anno non cambiare. Ecco appunto: per quest'anno... E il prossimo?

12 febbraio 2008

All'anima dell'animella


Una domenica a pranzo a mangiar frattaglie... Insieme a Valentina e con la cocker sotto il tavolo... Che dire, quale senso del buon gusto ci ha spinto a stringere i denti su cuore di vitello, rognoni, nervetti, animelle, fegato grasso e creste di gallo? Detta così potrebbe sembrare che il ristorante fosse gestito dalla famiglia Addams con tanto di Lerch (chiamatooo?!) in veste di maitre e invece ci trovavamo in quel di Badoere, provincia di Treviso, una bellissima piazza tonda come il cerchio di Giotto e un portico dove si nasconde, da tre anni e mezzo circa, il ristorante Dal Vero il cui chef è un ex macellaio specialista nel preparare, appunto, frattaglie in un modo tale che verrebbe da dimenticare per sempre il filetto. Un'esperienza voluttuosa tra il cuore crudo e marinato, il cui profumo ha solleticato il cocker solitamente sonnacchioso, e un eccelso hamburger di animelle con uovo tiepido e scaglie di tartufo (nella foto). E pensare che le animelle erano il tormento della mia infanzia. Tutto il menu degustazione, costo 65 euro, è andato via come una sciata in neve fresca. Da ripetere senza dubbio anche per la beccaccia lasciata lì sulla carta con mille rammarichi... Ma una riflessione si rotola nel mio cervello: saper valorizzare così bene materie prime normalmente buttate nel secchio è onore e merito del talentuoso giovane chef. E allora conta più la materia prima o il cuoco? Domanda che fa pari con quella che ricorre in Formula Uno (più il pilota o la macchina) e nel mondo del vino (più il vigneto o la cantina). Risposte?

1 febbraio 2008

G-Astronomy Domine


Se Heston Blumenthal (nella foto) avesse praticato la sua arte nel Medioevo, l'avrebbero con tutta probabilità messo sul rogo. Insomma, al posto di cucinare, sarebbe stato cucinato. Era quello che pensavo l'altro ieri mattina seguendo la sua performance a Identità Golose, congresso di cucina d'autore che è andato in scena a Milano. Quello che pensavo in realtà lo pensavo a bocca aperta. Lo stupore per il racconto dello chef britannico del The Fat Duck, tra video girati in Oman alla ricerca degli aromi "magici" (nel senso dei Re Magi) e "fumi" al profumo del Natale a casa dal nonno, del suo piatto "Oro, incenso e mirra" mi ha rivelato un artista nel senso più completo della parola. Prima di varcare la soglia del palazzo ex Borsa, confesso che avevo qualche timore di assistere a una pirotecnica girandola di "seghe mentali", tra voli pindarici all'insegna del "sotto il vestito, da chef, niente" e invece... Invece ho avuto la chance di afferrare l'estro creativo di un genio che non è quello di fare la prima cosa che ti viene in mente, ma di concepire un'idea e di concretizzarla seguendo un percorso logico, fatto di ricerche, di tentativi, di errori anche. Tutto per offrire sensazioni che non gratifichino il palato, troppo facile, ma anche il tatto, la vista, l'odorato, il cervello... Dopo di lui, Cracco, che è un talento della Madonna, o della Madonnina fate voi, ma che dopo il Blumethal-show, sembrava "quasi" normale... Non è vero, ovviamente, ma perchè da noi non si fanno trasmissioni televisive come quella proposta da Blumenthal e dalla Bbc. Perché dobbiamo morire con la Clerici, la sfida delle massaie e le maledette tagliatelle di Nonna Pina?

29 gennaio 2008

Aspettando Pianeta Birra


Manca meno di un mese, ma Rimini si sta già stagliando all'orizzonte. Pianeta Birra è quasi alle porte. La mia prima impressione, detta come va detta, è che più che un pianeta, quello che sta per bussare alle porte sia semplicemente un satellite. Dimensioni più contenute, vistose assenze, tutto reso poco visibile dalla manciata di coriandoli in faccia rappresentata dagli eventi collaterali, dai "fuorilafiera" e chi più ne ha più ne metta. Ma leggendo l'elenco attuale degli espositori non rieesco a leggere nomi come Heineken, Peroni, Guinness, Warsteiner, Inbev ovvero, fatemi fare due conti così al volo, il 60% del mercato italiano. Il mercato della birra è assai più concentrato di quello del vino ma è come se a Vinitaly non si presentassero, di botto, Antinori, Frescobaldi, Zonin, il Gruppo italiano vini e via di questo passo. Non è un discorso di qualità o di quantità, solo di rappresentatività. Ma staremo a vedere, mi consolo con le presenze annunciate e con il programma di Unionbirrai che si preannuncia scoppiettante come al solito. Per chi fosse interessato segnalo "Agli albori della birra artigianale in Italia", sabato ore 11 padiglione C3, una bella occasione per darsi una rinfrescata sulle artigianali che hanno fatto la storia, e continuano a farla tuttora. Nel pomeriggio dello stesso giorno, ore 16 medesimo padiglione, "Birre di vino", inconsueto vernissage per birre che hanno a che fare con il vino. Ci saremo io, Kuaska e soprattutto l'enologo Pietro Boffa, della valdostana Les Cretes. Lunedì 25, ore 11.30, segnatevi "L'eclettismo delle birre in cucina" sempre con Lorenzo e Salvatore Garofalo, brillante chef della Ratera di Milano. Infine, ma è su invito, "Valorizzare il prodotto artigianale", sempre lunedì ma alle15.30, con Teo Musso e Agostino Arioli. Varrebbe la pena ascoltarli. Che dire di più? Le conclusioni le tireremo dopo essere ripartiti dal Pianeta che, visto da qui, sembra raggrinzirsi di anno in anno ma che, almeno per ora, rimane un appuntamento indispensabile.

18 gennaio 2008

Todos periodistas


In Morte nel pomeriggio Hemingway riportò una frase comune che gli appassionati di corrida usavano per definire i toreri brocchi ovvero quelli che, al momento della stoccata finale, invece di infilzare il toro nel punto giusto lo "spadavano" un po' dappertutto. "Todo toro", ironizzavano gli appassionati alla tauromachia, ossia tutto l'animale è toro. Inutile dire che la battuta non era un complimento. Così non vuole essere la mia "todos periodistas" ovvero "tutti giornalisti" nel duplice senso che lo siamo tutti e che chiunque lo può diventare. L'immagine è avvilente ma, mentre cerco di buttare giù delle riflessioni per un amico che insieme ad altri ha un bel progetto in mente, è l'unica che mi martella in testa. Il che mi fa correre il rischio che più di una riflessione le mie parole possano assomigliare a un travaso di bile. Mi sembra allora più opportuno lasciarle qui sul blog, a ondeggiare come panni stesi. Perché il problema è sempre lo stesso: la professionalità intesa non solo come conoscenza dell'argomento, ma anche come tecnica (o mestiere chiamatelo come volete) ed economia (nel senso di fonte di reddito). Invece qui mi sembra che funzioni questo sistema: hai bevuto mille birre nella tua vita? Scrivi un articolo sulle birre. Hai partecipato a dieci edizioni di Cantine Aperte? Bene, sei il titolare della rubrica "Enoturismo". Hai fatto i tre corsi Ais? Ok, sei il mio wine columnist. E via di questo passo. Sai scrivere? O beh, chi non sa scrivere oggi in Italia? A parte la sparuta percentuale di analfabeti, tutti scriviamo e leggiamo, ergo siamo tutti giornalisti e scrittori. Il problema è solo trovare l'editore che ci pubblichi. E di editori di questo tipo se ne trovano a ogni angolo.

E allora, direte voi? E allora provate a pensare se il mio amico barista che vende il caffè a 1 euro a tazzina si trovasse a fianco uno che il caffè lo vende gratis solo perché ha un altro mestiere e il barista, lui, lo fa per hobby? La prenderebbe bene?

Poi ci sono quelli, e magari fanno pure parte della categoria "todos periodistas", che fanno le pulci ai giornalisti veri per la loro sudditanza alle aziende, per il fatto che sono uffici stampa e critici allo stesso tempo... Tutto giusto, naturalmente. Ma quando l'ambiente è così inquinato devi trovare un modo per tenere la testa fuori "dall'acqua". Anche perché gli editori sanno che un "todo periodista" costa meno, lo sostituisci più facilmente, tanto lo fa per diletto o per vanagloria, e per uno che smette ne trovi altri dieci pronti a sostituirlo. Che sia l'editore, il mestiere del futuro?

10 gennaio 2008

Una draga a Praga


Bere come una draga, dalle mie parti, significa bere senza limiti. A parte ovviamente il limite del suolo quando si crolla. Il fisico e un minimo di senso di responsabilità mi impedisce di praticare questo tipo di attività, ma una delle definizioni che ho amato di più sulla birra l'ha scritta James Herriot, scrittore veterinario dello Yorkshire, che parlando di real ale riferisce che "bere significa massiccia ingestione di birra. Whisky, gin, cocktail, tutto il resto non è che vanità". Bellissimo, secondo me. Ma a Praga ho rischiato più volte il punto di non ritorno. In un blitz organizzato con Pilsner Urquell a ottobre, noi giornalisti eravamo trascinati come agnelli sacrificali da un punto all'altro dell'azienda perennemente con un boccale in mano. Conferenza stampa un boccale, attesa prima del giro guidato un boccale, sosta per visione documentario storico un boccale, pranzo con il mastro birraio "enne" boccali. Pensavo fosse un'esagerata manifestazione di ospitalità ceca. Ma mi sono ricreduto quando sono tornato, con Valentina e amici, a dicembre. Da U Fleku non facevi in tempo a sederti che ecco arrivare il boccale, alla Tigre d'oro (molto raccomandata per l'atmosfera) l'omino ci stava sulla testa come un condor, in tutti gli altri posti era un alternarsi di boccali e di barrette segnate con la penna più o meno come facevano i piloti della seconda guerra mondiale sulla carlinga dei loro aerei. Una X un aereo nemico abbattuto. Noi una barretta, una pils abbattuta. Leggermente angosciante ma, a parte questo, ho nostalgia di quelle bevute in libertà, senza cazzeggio degustativorganolettico, senza dover per forza cogliere aromi, sensazioni, ricordi... Solo birra, fortissimamente birra, niente altro che birra. Ogni tanto ci vuole...

6 gennaio 2008

Qui si mangia l'Emetriciena


Quando l'ho vista non ci volevo credere, ma l'insegna è autentica e questa foto ho proprio dovuto farla. Una bella trattoria "Trestevere" nel cuore di Montreal, apoteosi della cucina italiana formato esportazione o "nostalgia canaglia" che mi ha fatto sorridere e pensare a quell'iniziativa ministeriale di dare una sorta di patente ai ristoranti italiani all'estero. L'iniziativa a questo punto potrebbe essere anche meritevole, anche se ritengo che il ministero per l'Agricoltura abbia magari altri problemi di cui preoccuparsi. Nell'attesa degli eventi io però ho deciso di attribuire alla trattoria Trestevere di Montreal il premio "Lino Banfi".
Chissà, magari poi la cucina è fantastica. Io solitamente mi tengo alla larga dai ristoranti italiani all'estero e non per snobismo, ma semplicemente per mancanza di tempo dovendo dare la preferenza alla cucina del posto che amo assaggiare. Tuttavia, il ricordo di qualche trattoria italiota dove a volte venivo trascinato da amici inglesi ad azzannare besciamellose crespelle ai funghi con contorno di tavola quadrettata rossa e bianca e stornello live del proprietario, mi mette ancora a disagio. Un po' come la trattoria Trestevere.

3 gennaio 2008

Money, so they say...


...is the root of all evil today. Così cantavano i Pink Floyd (inchino virtuale) anni fa. E di soldi voglio parlare oggi. Così, tanto per iniziare in letizia l'anno nuovo (a proposito auguri a tutti!). O meglio, più che di soldi voglio parlare di tasse, che pur sempre soldi sono, anche se dell'argomento ne mastico assai poco e se non fosse per il mio commercialista, sarei probabilmente già ospite delle panchine comunali milanesi. Il pensiero si è affacciato nella mia mente quando scarrozzavo tra la Lombardia e il Piemonte i miei colleghi inglesi che, tra una birra e l'altra, ponevano domande a rotta di collo e alla stessa velocità prendevano appunti (è bellissimo guardare i giornalisti che lavorano...). Una di queste, rivolta se non sbaglio ad Agostino Arioli, verteva proprio su quali e quante tasse pagano i microbirrifici di casa nostra al beneamato Stato italiano e la risposta era, più o meno, le stesse che pagano i grandi birrai come Peroni o Heineken. Certo, in misura della quantità prodotta, ma il sistema era sempre lo stesso.
Ora, io lo so che viviamo in Italia, che siamo un Paese di bamboccioni decadenti (sintesi personale delle parole usate da Padoa-Schioppa e il Times), che ogni volta che rientriamo dall'estero ci piglia un magone, che già in aeroporto ti tocca aspettare che arrivino, con la dovuta calma, i poliziotti per farti varcare la "frontiera" e il controllo documenti (scena vissuta il 23/12 al rientro da Praga), che insomma il nostro sistema dia ogni giorno ragione a Indro Montanelli che una volta ha azzeccato la soluzione a tutti i nostri problemi con una battuta raggelante quanto geniale: "Dichiariamo guerra alla Svizzera e arrendiamoci subito dopo!". Ecco, io tutto questo lo so. Ma che i piccoli imprenditori, tra i quali considero anche i birrai artigianali, siano vessati in questo modo mi pare non solo incomprensibile, ma soprattutto sciocco. E' come se si volesse allenare un maratoneta, poi il giorno della gara gli inchiodiamo i piedi al suolo e saliamo in tribuna per urlargli di correre... Il poveretto ci prova pure, ma aspettiamoci di sentirci mandare aff...
Ecco, vabbé che la nostra legislazione, tanto prolifica quanto distratta se per anni le birre di frumento bavaresi non erano nemmeno considerate birre legali, non brilla per dinamismo neuronale, ma provare a fare sentire un po' di "spinta" non si potrebbe? Qualcuno forse ci aveva provato (il solito Teo credo...), ma se si coordinassero gli sforzi, rispettando i ruoli di ognuno, che succederebbe? Vero, viviamo in Italia, quindi probabilmente non succederebbe nulla, ma volevo partire con un messaggio di inizio anno che fosse concreto. Altrimenti non sarei nella mia stanzetta milanese a pigiare i tasti del pc, ma molto più comodo in una poltrona al Quirinale...

28 dicembre 2007

Montreal da bere


Sarà mai possibile? Uno fa seimila kilometri per aria, attraversa un oceano, si becca una temperatura artica da -18°, è costretto a comprarsi un berretto di lana terrificante, per poi trovarsi di fronte Teo Musso? Capirete che essendo affascinato da lui solo in termini birrari, il gioco non valeva la candela. Ma il Teo che ho incontrato a Montreal, stato del Quebec, parlava francese. Anche Teo presumo parli francese, ma questo era più basso, i capelli più lunghi e soprattutto si chiama Jean-Francois Gravel, il che depone a suo favore nel caso ci si confonda. Ma il suo brewpub, Le Dieu du Ciel! (www.dieuduciel.com) è, a mio avviso, la stella più brillante del notevolissimo firmamento birrario di Montreal. Magari farò una seconda puntata sull'argomento, ma per ora accontentatevi di sapere che in questo locale annidato in una stradina appena fuori dal centro storico, si fa per dire, della città, si fa sul serio. Dopo aver rimesso in moto la mia circolazione sanguigna e recuperato l'uso dei sensi, ho avuto la possibilità di cimentarmi nell'assaggio delle birre che erano a disposizione alla spina (in un giorno qualunque e senza essermi presentato). Ovvero 14 bicchieri, che vedete anche nella foto, tra blanche, ale, stout, bitter, american pale ale e tutta una ruota di spezie e fantasia che, appunto, mi ha ricordato il nostro celebre artigiano langarolo. Non le riporto tutte, ma solo quelle che mi hanno colpito maggiormente: ad esempio la incantevole Rosée d'hibiscus, una blanche aromatizzata con fiori d'ibisco, quelli che servono per fare il karkadè, oppure la Route des épices, un'ambrata al pepe gradevolmente percepibile sulla lingua e poi al palato non appena deglutita. E ancora ho trovato eccellente la Vaisseau des songes, una India pale ale spillata a pompa rigenerante e da bere senza limiti (anche perché noi si girava a piedi!) e la Blanche du Paradis dalle note di agrumi dolci e un finale delicatamente speziato. Un gradino sotto, ma siamo sul soggettivo, la Rigor Mortis, brune d'abbazia con note di frutta esotica (datteri e fichi) che all'inizio t'inganna con la sua bevibilità poi, dopo qualche minuto, ti stende. E a pensarci anche il vero rigor mortis arriva dopo qualche tempo... E infine la Charbonnière, ale ambrata fumée, molto particolare e forse solo leggermente sbilanciata, appunto, sul fumée; la Corne du Diable, apa pungente e secca; la Paienne, una ale chiara ben equilibrata, e la Déesse Nocturne, una stout morbida che si potrebbe bere anche a colazione... in abbinamento ai Gran Turchese!

10 dicembre 2007

Perché?


Ogni giorno mi frullano nella testa delle domande, a volte mi sembra intelligenti a volte idiote, alle quali comunque non so dare risposta. Arrovellandomi sull'interrogativo ho pensato di dare loro libero sfogo pubblicandole in questa che vorrei fosse una nuova minirubrica. Le domande sono di varia umanità, non necessariamente legate al mondo della birra, del vino o della gastronomia, ma semplici punti interrogativi ai quali, magari, qualcuno vorrà dare risposta. Ecco allora il primo quesito.


Perché in Italia è così forte e affermato il "principio dell'ereditarietà" ovvero perché nel nostro Paese così tanti fanno lo stesso mestiere dei padri o dei nonni?