17 marzo 2009

O tempora, o mores


Massì, ogni tanto ricordarsi di aver fatto il liceo classico non fa male... Ma la battuta di Cicerone, che francamente non mi è mai stato troppo simpatico, mi è tornata in mente dopo qualche ora di sano (?) cazzeggio leggiucchiando un po' qui e un po' là, tra i forum birrari di associazioni varie e alcuni blog che cerco di seguire come posso... Poi, dopo una lettura effettivamente molto "random", me ne sono stato per altrettante ore a ripetermi, come un mantra, "non scrivere nulla, non scrivere nulla...". E ancora in questo momento, mentre picchietto sulla tastiera, sono convinto che alla fine farò "annulla". Perché, in fondo, chi me lo fa fare... Ho sempre cercato di stare fuori da beghe che mi sembrano assomigliare a lotte tra rioni e simil-disfide di Barletta. Io scrivo di birra artigianale e di birra industriale dal 1997, ammetto di essermi messo a farlo quasi per caso (anche se la birra mi piaceva da prima) e poi perché mi pagano per farlo, non sono un idealista puro e annuso sempre un po' di puzza di zolfo in chi fa dell'idealismo la sua bandiera (magari sbagliando), inoltre sono caratterialmente avverso alle discussioni senza scopo, di quelle che si fanno "perché ho ragione io". Sulle recenti vicissitudini del piccolo, ma ormai articolatissimo, universo birrario artigianale cerco di ricavarmi la posizione dell'osservatore "extra-partes" (ho scritto extra e non super). Sicuramente perchè è una posizione comoda, poi perché ho già i miei sbattimenti con editori che pagano tardi e con colleghi da "Corrida", quella di Gerry Scotti, e infine perché, appunto, sono un giornalista e non un conducator...

Ho collaborato con Adb (perché mi è stato chiesto), ho collaborato con UB (perché mi è stato chiesto), non ho collaborato con Slow Food (prima mi è stato chiesto, poi ho chiesto io, e poi boh...), collaboro con Heineken (esatto, gli dei infernali...), cercando sempre di offrire le mie competenze e il mio stile di scrittura. Ho molta stima per molti personaggi del piccolo universo e una sostanziale indifferenza per altri, condivido per quanto ho capito finora l'impegno del MoBi che si propone come paladino dei consumatori consapevoli, indipendente da condizionamenti di sorta (in primis i birrifici stessi), tuttavia credo che ci debba essere libertà di espressione per tutti e, di conseguenza, libertà di scelta. D'altro canto, mi piace osservare, le posizioni non si mantengono monolitiche a lungo... O tempora, o mores, appunto. Tutto però sta avvenendo in un clima che spesso rasenta il cortile dove ci sono troppi galli, in un clima da parapiglia generale, in una guerra da ragazzi della via Pal dove da una parte lottano le forze del Bene e dall'altra, quelle del Male. Entrambi in termini assoluti e assolutistici e ovviamente a seconda di chi parla. Autocritiche zero, autoironia zero. Ho assistito a mesi di pubblico linciaggio di un individuo su un forum che ora, dopo aver fatto ammenda, è accolto con calore e simpatia dalle stesse persone che lo hanno massacrato fino a qualche mese fa. Francamente l'ho trovato sorprendente, ma anche esilarante... Adesso immagino venga linciato dai suoi ex amici.... E gli esempi che mi tornano in mente sarebbero numerosi... Sono stato logorroico, scusate, adesso vado a bermi una birra... Poi mi passa....

9 marzo 2009

De Vinis: si cambia!


Una delle collaborazioni di cui vado più fiero è quella, che dura ormai da qualche anno, con la rivista ufficiale dell'Associazione Italiana Sommelier. Orgoglioso perché onestamente pensavo che, appena fatto capolino nel sancta sanctorum del vino, la mia rubrica interamente dedicata alla birra sarebbe stata fatta oggetto di proteste e contumelie. Invece sembra che le due pagine siano molto lette dal popolo dei sommelier e che ogni volta, per i protagonisti di cui parlo, ci sia qualche contatto positivo. Anche a livello professionale. Ed è di questo, in particolare, che sono orgoglioso. Tuttavia, appunto dopo qualche anno, tutte le cose vanno ritoccate o restaurate e allora la mia idea sarebbe quella di inserire, nelle due pagine previste, dei piccoli "box" (diciamo tre o quattro) con delle mini-schede di degustazione di birre che per qualità e disponbilità (sono escluse quelle prodotte solo per la spina) possono interessare direttamente i sommelier titolari di enoteca o responsabili di cantina (di un ristorante). Ovvero a chi la birra, dopo che gli è piaciuta, magari la compra.

A me sembra un progetto interessante per andare incontro alla crescente sete di birre di qualità che si registra nel mondo del vino (potrebbe sembrare un controsenso e invece non lo è affatto) dando delle informazioni e dei contatti utili. Per ogni birra infatti sarà inserito un riferimento telefonico o mail del produttore o del distributore.

Perché scrivo qui queste cose? Perché chi fosse interessato a inserire le sue birre nella rubrica dovrebbe farmi la cortesia di inviare al mio indirizzo dei campioni. Scontato dire che decido io che birre inserire, me ne prendo la responsabilità, che non è un servizio a pagamento e non è il caso di inviare casse su casse di birra. Meglio invece accompagnare i campioni con delle foto (delle bottiglie o delle etichette) in alta definizione.

Penso di aver detto tutto: chi mi conosce sa anche come contattarmi (sono pure su Facebook). Intanto vediamo se e come questa cosa può funzionare....

3 marzo 2009

Il Messia


Stacchetto enologico dopo tanti post a tema birra. Già, perché anche di vino mi occupo e forse per quasi la metà del tempo in cui sono davanti a una tastiera. Ma più che descrivere sensazioni e aromi, persistenza e retrogusto, la mia è più una comunicazione sul mercato e le tendenze, tuttavia... Tuttavia non mi posso esimere, anzi mi piace pure, dal partecipare ad eventi di degustazione. Nei cosiddetti winetasting esistono diverse sottocategorie: ci sono i "self tasting", dove chi fa da sè fa per tre, i "vertical tasting", stesso vino ma annate diverse, e infine i "mass tasting" ovvero le degustazioni di massa nelle quali torme di appassionati (?) e assetati mettono sotto assedio i banchetti difesi dai sommelier per provare questo o quell'altro vino. Le condizioni dell'assaggio sono a dir poco ridicole per calore, odori, rumore e via dicendo ma con un po' di fortuna si può assistere a simpatici siparietti, di quelli cioè che mi fanno amare questo mondo anche nelle situazioni di caos primordiale. Come ad esempio quella del Festival della Franciacorta andato in scena qualche giorno fa al Westin Palace, dove manipoli di arditi prendevano d'assalto i produttori franciacortini stringendo in mano le flute e sgranocchiando grissini. Scene di massa degne dei migliori film storici. In un angolo, davanti a un banchetto di una firma celebre della Franciacorta, stavo io e un signore dallo sguardo torvo. Pur essendo a meno di un metro l'uno dall'altro era impossbile sentire i suoi commenti ma, d'un tratto, l'ho visto scuotere la zazzera bianca e rovesciare il bicchiere nel contenitore degli scarti. Poi allontanarsi davanti allo sguardo basito della sommelier che si girava verso di me e mormorava costernata: "Non è mica colpa mia...". Era successo infatti che posate le severe labbra sul calice, il sommo degustatore aveva commentato con un certo disgusto: "Non c'è abbastanza Pinot nero!" e se n'era andato... Una scena fantastica che poneva le seguenti domande: il degustatore era un produttore di barbatelle (giovani viti) di Pinot nero e tentava di stimolare il suo mercato? Il degustatore era un celebre enologo che vorrebbe meno Chardonnay e più Pinot nero nei filari? Il degustatore era uno dei tanti appassionati fuori di testa che invece di bastonarsi in curva la domenica preferiscono i wine tasting? Ai posteri l'ardua sentenza. Ma l'occhio e lo stile messianico erano impagabili e vista la diffusione di questi elementi nel panorama enoalimentare, non vedo l'ora di assistere al passo successivo. Ovvero, come nell'antica Roma, quando dallo sventramento dei polli si coglievano i segni del destino, vedremo assaggiatori fare vaticini dopo un sorso di Merlot, predire il vincitore del campionato osservando controluce uno Spumante trentino... Sì, questo mestiere è bello perchè non smette mai di stupirmi....

26 febbraio 2009

Il mercato, questo sconosciuto...


Mancato, causa misunderstanding, il dibattito sull'Informazione birraria ai tempi del web, a Rimini ho avuto modo di seguire da vicino l'incontro sul "mercato della birra artigianale" che ha avuto come relatori d'eccezione un produttore, Agostino Arioli del Birrificio Italiano, un "distributore", Sandro Vecchiato di Interbrau, e un publican, Manuele Colonna del Ma che siete venuti a fa' di Roma. In pratica, tutta la filiera: dalla creazione alla vendita al dettaglio. Bel dibattito, ben pensato e, a mio avviso, anche ben riuscito soprattutto perché le posizioni espresse non coincidevano appieno a dimostrazione che quando si entra nel vivo degli interessi, soprattutto commerciali, il clima di apprezzamento reciproco, che comunque c'era di sottofondo, viene messo in discussione dalla difesa delle proprie legittime posizioni. Concordi tutti sulla necessità di saper comunicare la cultura della birra, sulla qualità e sulla costanza delle medesima, le prime crepe si sono evidenziate quando si è passati ad affrontare la questione dei prezzi. Costi elevati all'origine, ha sottolineato Agostino, ma più che per i prezzi delle materie prime per l'atavico e tutto italiota peso degli adempimenti burocratici che costringono a sopportare i costi relativi. L'accisa insomma, ferisce, ma il ginepraio amministrativo uccide. Un problema comunque, condiviso da tutti i piccoli imprenditori di questo nostro sciagurato Paese. Fatto sta che l'accusa rivolta al mondo delle birre artigianali (costano care!) andrebbe approfondita in più di un dibattito (forse in un congresso di un paio di giorni ce la caviamo...), ma io rimango dell'avviso che appare molto più inquietante il costo finale della birra industriale che ha anch'essa il peso dell'accisa, ma possiede anche una struttura specifica per rendere impalpabile il peso economico della burocrazia, all'interno dei volumi che produce. Inoltre ci sono locali, come appunto il Macche di Roma, che riescono a campare più che dignitosamente vendendo solo birre artigianali, anche non italiane ovviamente, e ci sono distributori, come Interbrau, che credono e investono sulle produzioni artigianali.
E, per concludere, una via d'uscita alla questione prezzi all'origine è stata delineata in una sola parola: "crescere". Solo crescendo, Agostino dixit, possiamo pensare di sopravvivere. La dimensione di sopravvivenza, che dovrebbe tra le righe suonare come un campanello d'allarme per tutti i neoimprenditori o futuri tali, garantirebbe di "spalmare" le spese su un volume maggiore di vendita. Mi sembra un'ipotesi corretta. Ma nel frattempo, è una follia pensare a un unico "centro di assistenza fiscale e tributaria" per più micro e brewpub? Una consulenza esterna collettiva o uno studio da costituirsi ex novo le cui spese andrebbero divise tra i beneficiari... Impossibile? Boh, il fatto è che non sono sicuro di quanti artigiani della birra arriveranno in tempi idonei alla quota di sopravvivenza, e non so nemmeno quantificare la suddetta quota...
Tempo di decisioni questo per la birra artigianale italiana...

19 febbraio 2009

Brewmarketing


Certo, come spiega Rocco Siffredi, la patata tira. Ma, ultimamente credetemi, tira molto di più la birra. Alcuni sintomi sembrano chiaramente dimostrarlo. Non solo le aperture di brewpub e di microbirrifici si susseguono a ritmo da tachicardia, ma adesso ci sono anche delle curiose operazioni di marketing che onestamente non avrei mai intuito. Da qualche mese a questa parte è infatti in libera circolazione la Birra Milano, marchio storico ed estinto, ma ritornato in vita con un repentino colpo d'ala. Chi l'ha assaggiata non ne è rimasto particolarmente colpito e la birra non sembra essere prodotta in Milano e nemmeno in Lombardia. Il produttore è il Birrificio Paguba, provincia di Treviso. Un emerito sconosciuto per me. Ma per l'appunto, in tempi di tachicardia per essere aggiornati bisognerebbe avere un'Ansa sottomano...

Due giorni fa, tra le calli e campielli di Venezia, ecco un altro flash. La Birra Venezia! Marchio storico anch'esso, leggete l'ottimo volume intitolato Birrerie Storiche d'Italia di Michele Airoldi (http://www.collezionandobirra.com/), che tuttavia è prodotto da Arte Birraia, nel Bellunese. Due iniziative fotocopia a distanza di poche settimane: straordinario! Straordinaria soprattutto l'immagine che la birra sta acquisendo in Italia nell'ultimo periodo perché, francamente, non saprei in che altro modo spiegarmi questi due, redivivi, marchi birrari che, magari mi sbaglio, appaiono più due operazioni di business che frutti del "sacro fuoco" per l'arte brassicola. E se lo sono, vuol dire che c'è gente disposta a investire nel settore, anche se quanto non lo so; che ha annusato la moda della birra artigianale e va al traino... Eggià, mi sa che gli anni del pionierismo sono proprio finiti... Oddio, meglio la Birra Milano o Venezia piuttosto che quella del Duce o del Che, ma il semplice fatto che siano nate (o rinate) queste due birre è, a mia sensazione, il segno dei tempi... Anche se sono i tempi dei soliti "furbetti del quartierino" all'italiana perché non rinascono le birrerie, ma solo i marchi... Non risorge l'arte del "brewing", ma nasce quella del "brewmarketing"....
P.S. Ho assaggiato la "Bionda" (sic!) Birra Venezia è francamente mi è parsa davvero poca cosa...

17 febbraio 2009

Vedi Rimini e poi...


Avverto i lettori che ho scritto il titolo di questo post solo con una mano, mentre l'altra era sotto il tavolo... Non si sa mai... Comunque eccoci di nuovo qui dopo la "toccata e fuga" in quel di Rimini. Che dire... La definizione migliore della fiera l'ho trovata nel completamento di una mia frase lasciata a metà ovvero "Pianeta Birra ha un piede nella fossa..." e il mio interlocutore, al momento non ricordo chi fosse ma può legittimamente rivendicare i suoi diritti, l'ha chiusa dicendo: "e l'altro su una buccia di banana...". Eggià, Pianeta Birra boccheggia come un pesce appena tirato fuori dall'acqua. Padiglioni chiusi, meno gente del solito (anche se da un certo punto di vista questo non è il male assoluto), voci insistenti di future diserzioni (il che equivarrebbe a giocare alla roulette russa con il caricatore pieno) e clima a tratti deprimente. A tratti perché qualche luce accesa è rimasta: lo stand Interbrau letteralmente preso d'assalto ma organizzato con grande razionalità (avevano pile di biglietti da visita di locali da inserire nel loro database), e lo spazio dedicato ai microbirrifici dove si potevano assaggiare le novità e interloquire con i birrai. Tralascio come sempre gli stand con belle ragazze inguainate da capo a piedi che omaggiano giovanotti in piena tempesta ormonale con strani intrugli coloratissimi e confezioni a dir poco inquietanti, ognuno è libero di fare della sua vita quello che crede... Momenti di approfondimento, dibattito, degustazione affidati come sempre alla buona volontà degli operatori. Il che è bello, ma dalla fiera sarebbe lecito aspettarsi qualcosa in più... Nel poco tempo che mi sono concesso ho bazzicato solo gli artigiani (a lungo), Interbrau (per un saluto) e Beer Concept (una decina di minuti), quindi non ho problemi a rivedere il mio giudizio in base ai vostri commenti... Ma dubito di doverlo stravolgere completamente...
Per l'ennesima volta, per come è concepita, questa fiera ha fatto il suo tempo. Rimane il fatto che è bello rivedere un sacco di vecchi amici, dare un volto a mail e contatti Facebook, provare nuove birre e tenersi aggiornati su come va il nostro mondo... Qualche spunto lavorativo inoltre si trova sempre, ma la discesa verso il baratro mi appare evidente (anche per i costi organizzativi di una fiera del genere che per essere giustificata, immagino, debba dover girare a una certa "velocità"). Eppure, dentro di me lo so, se Pianeta Birra venisse a mancare ne sentirei un po' la nostalgia. Ma d'altro canto, sento la nostalgia di quello che era nel passato... Oh, vabbé, i ricordi sono sintomo di senilità e quindi per ora vi saluto... A un prossimo post il commento sul convegno in tema di mercato della birra (ospiti Sandro Vecchiato, Manuele Colonna e Agostino Arioli).

11 febbraio 2009

Tutti a Rimini... ancora una volta?


Cavoli, come sempre quando entro in una fase di delirio lavorativo e il mio rapporto con il notebook si fa rovente, il mio blog patisce. Ma tant'è, di ragione bisogna fare virtù (almeno mi pare si dica così). E allora eccoci di nuovo in prossimità della Fiera di Rimini, ancora una volta (per me la dodicesima come gli apostoli o come la "notte" di Shakespeare): un evento manifestazione che ogni anno mi sembra sempre meno imperdibile per molte ragioni. Una su tutte: calano i protagonisti e per chi, come me, scrive di birra per buona parte del suo tempo, la cosa ha una sua rilevanza. Ma una toccata e fuga non si può negare, ergo ci prepariamo alla discesa sul'Adriatico... Lasciando perdere le assenze che quest'anno oltre alle major coinvolgono anche medi produttori come Menabrea e artigianali come 32 Via dei Birrai, gli spunti che più mi colpiscono (a priori, vedremo poi a posteriori) sono la nuova Unionbirrai, orfana di alcuni personaggi storici, la nascita del fantomatico Mo.Bi. (mi sembra con i personaggi storici ex Unionbirrai), il report del primo anno di attività di Consobir (di cui francamente ho perso le tracce dopo la presentazione, ma forse è colpa mia e faccio nel caso ammenda), la presentazione del marchio "Birra Artigianale Unionbirrai" con tanto di nuovo logo. Di primo acchito, un gran bel fermento... Ma qualche punto di domanda, nella mia testa, sta crescendo... Con le sigle ho poca confidenza, e lo stesso vale per le associazioni. Ho dei dubbi personali nel senso che mi chiedo, ad esempio, quanto di "dissenso filosofico" ci sia in tutto questo e quanto di "ansia da protagonismo"... Lo dico con estrema precauzione perché, ripeto, al momento sono dei semplici dubbi e poi io faccio l'osservatore, non ho molta voglia di schierarmi o di fare crociate se non quella per la birra artigianale tout court. Inoltre, non ce la faccio a essere a Rimini il 14, ovvero quando presenteranno il MoBi e, in contemporanea, il primo anno di Consobir... Cercherò di informarmi. E di capire...

18 gennaio 2009

Bere una birra con...


In un momento in cui i miei neuroni se ne stanno belli rilassati sotto l'ombrellone a bere gin tonic e vodka martini mi è tornato in mente quel passaggio di Fight Club, il film, in cui uno dei due protagonisti (credo Brad Pitt) chiede all'altro con chi, pensando a personaggi famosi, gli piacerebbe battersi... Ebbene, visto che anche in questo preciso momento i miei neuroni sono tranquilli, ho pensato di proporre, in versione birraria, il "giochino" di Fight Club. Ovvero, con chi vi berreste una birra e, naturalmente quale?
Avverto subito che non valgono parenti, amici, viventi o meno, ma sono ammessi solo personaggi più o meno famosi, loro sì viventi ma anche no... Quindi va bene ad esempio una Imperial Stout della Samuel Smith con William Wallace oppure una Bibock con Franco Baresi... Fate voi per, diciamo, un massimo di tre scelte...
Io confesso che berrei volentieri una Courage Best Bitter con Ernest Hemingway (anche più di una), una Oatmeal Stout con sir Winston Churchill e... boh, troppo difficile così su due piedi fare la terza scelta. I miei neuroni si sono riattivati improvvisamente e adesso stanno litigando tra di loro per, appunto, decidere chi sarà la mia terza opzione. Così, per ora chiudo qui, e mi metto a fare cose più serie di questi giochini...

8 gennaio 2009

Sweet dreams are made of this


Anno nuovo, vita boh... Troppo presto per dirlo, ma disceso a malincuore dal paesino di montagna da 400 abitanti dove puoi passeggiare in mezzo alla strada e il fruttivendolo chiude la porta del negozio, lasciando le chiavi all'esterno, per farsi un'ombra al bar (a Milano l'avrebbe trovato svuotato e già con i cinesi dentro...), sono ora pronto a ripartire. Della lunga maratona enogastronomica avviata qualche giorno prima di Natale e conclusa l'ultima notte dell'anno, il mio ricordo più commosso va alla "fiorentina" da oltre due kili che nella foto ha raggiunto il punto di cottura perfetto nel camino di Stefano, carissimo amico dalle mille abilità... Carne meravigliosa accompagnata da Brunello di Montalcino che mi ha fatto tornare in mente la simpatica domanda, quasi un rito, che facevo alla fine delle interviste ai cosiddetti vip durante il periodo trascorso a Civiltà del Bere (anche se non sempre la utilizzavo...) ovvero: se domani mattina venisse fucilato, cosa ordinerebbe come "ultima cena"? E mi piaceva molto l'idea che, anche chi si dilettava di cucina creativa e frequentazioni di chef stellati, rispondeva poi con piatti molto semplici: dai primi di pasta, al pesce alla griglia fino alla pizza. Piatti d'affezione, sicuramente. Io, la mia risposta, l'avevo scelta da tempo ed era, appunto, quella che vedete nella foto con relativa bottiglia di Brunello (la Riserva Il Greppo di Biondi Santi, possibilmente). La mattina dopo avrei affrontato la pallottola con maggiore serenità anche perchè, si sa, l'odore della polvere da sparo si sposa bene con l'aroma di legna e di leggera bruciatura della carne e con l'altera astringenza e nobiltà di carattere del Brunello suddetto... Sono o non sono un sommelier Ais? ;-)

14 dicembre 2008

Una Vudù al Voodoo


Grande, grandiosa serata quella dello scorso 10 dicembre al Voodoo Child Pub di Caltana, Venezia, mio personale "posto delle fragole" birrario, come ho giò avuto modo di scrivere, per la presenza di ospiti ospitanti come Vaner, Federica e Denis, di una guest star del calibro di Agostino Arioli e di personalità con cui è sempre interessante dialogare come Sandro Vecchiato, titolare di Interbrau. Grande serata soprattutto perché, vista la vicinanza da casa e la mancanza di un preciso scopo professionale, ho semplicemente fatto il consumatore consapevole.
Consapevole del fatto che di Extra Hop se ne fa sempre troppo poca (argh!), che la qualità della Bibock è così costante che sembra quasi banale sottolinearla e che la Vudù è stata un'intrigante, godibilissima sorpresa. Di Extra Hop mi sono fatto riempire il bicchiere a ogni giro e della Vudù, con i suoi profumi di banana matura, toffee e torroncino (complice il clima natalizio continuavo a pensare ai Condorelli...), ho fatto il bis. Chiacchierare di birra e dintorni con Ago, Sandro e Vaner è fonte di arricchimento e il fatto di farlo al Voodoo è stato ancora meglio. Percepire la loro dedizione e passione nutre la mia scrittura (wow, bella frase! me lo dico da solo...). Ed ecco quindi la foto che sintetizza la serata: da sinistra io, Ago, la Vale e Vaner. Sopra di noi, la buonanima di Hendrix ci benedice...

8 dicembre 2008

Il cambiamento del Beppe


Ricevuta la notizia, io un po', lo confesso, ero dispiaciuto. Il mio navigatore satellitare invece ha messo su, per l'occasione, la marcia trionfale dell'Aida. Quando infatti dovevo raggiungere il Bidu di Beppe Vento il piccolo TomTom stabiliva con certezza assoluta che stavamo entrando in una sorta di lattiginosa brughiera, senza strade nè case. Poco male, perché comunque con il solo ausilio della fede in Sant'Arnoldo, patrono dei birrai, al Bidu ci si arrivava comunque. Ora però non sarà più necessario perché il 5 dicembre Beppe ha chiuso l'attività di somministrazione per dedicarsi esclusivamente alla produzione. Una scelta comprensibile visto che il mestiere di birraio sarà anche il più "figo" del mondo, come ha dimostrato un recente sondaggio, ma in quanto a fatica e orari non scherza. Allora le birre del Bidu andate a berle in quel di Bizzarone, in via Milano 1, al Ristorante Pub Le Birre del Bidu (nomen omen) mentre se volete incontrare Beppe di persona, e magari dargli una mano con qualche sacco di malto, si deve cercare la nuova sede ovvero un capannone nella zona ma di cui, al momento, mi son scordato l'indirizzo. Ma il 5 è stata comunque l'occasione per farsi un paio di bicchieri in compagnia: una superlativa Beertiglio che personalmente mi conferma nell'idea che preferisco le birre artigianali italiane al miele (Erika, Nectar,...) rispetto alle altre di provenienza belga o francese, una solidamente buona Artigianale, con un amaro che mi ha verniciato a lungo il palato, e un'interessante pils (?) dell'esordiente birrificio Toccalmatto di Fidenza. A Beppe Vento, uno dei birrai più bravi d'Italia, l'augurio di godersi la parte del lavoro che ama di più; per chi vorrebbe le sue birre più diffuse la speranza da oggi si fa concreta. E una riflessione finale: un Beppe Vento impegnato su più fronti ha saputo creare un numero enorme di birre diverse, cosa succederà adesso che può dedicarsi solo alla creazione e alla produzione? E, a breve, con un impianto nuovo e più grande? Aspettiamoci altre meraviglie...

27 novembre 2008

La bionda di Mr. Peroni


Più vado avanti nella lettura e più mi convinco di aver fatto bene a comprarlo. Sto parlando del volume intitolato "La bionda della mia vita", firmato da Rudi Peroni insieme al giornalista Giuseppe Mazzei. Editore Sperling & Kupfer, costo 16,50 euro. Rudi Peroni è stato l'ultimo amministratore delegato dell'azienda omonima prima del passaggio di mano alla multinazionale Sab Miller (a parte l'ultima breve parentesi del figlio Franco) e ha un bagaglio di memorie personali e imprenditoriali davvero interessante. Al di là della storia della famiglia, nel botta e risposta con Mazzei Mr. Peroni mette in luce le difficoltà per una azienda italiana nel competere su un piano internazionale con le altre società come Heineken, Carlsberg, etc... Difficoltà dovute a un deficit strutturale del sistema Paese per le lentezze burocratiche, la carenza di flussi creditizi necessari agli investimenti e alla crescita, la totale assenza di una politica industriale sana.

Insomma, un affresco di sessant'anni di storia birraria italiana che apre gli occhi ma, allo stesso tempo, immalinconisce un po' perché appare chiaro l'arretratezza e la miopia dei nostri governanti: sintomatico ad esempio l'aneddoto della espropriazione di una parte del terreno dove sorge lo stabilimento per edificarvi una scuola e la conseguente costruzione di abitazioni in un'area che doveva essere di sviluppo industriale. C'è di che riflettere su questo libro di 146 pagine che si legge rapidamente.

20 novembre 2008

Venezia, la birra e tu


Facendo il verso a un vecchio film di Dino Risi riporto con gioia l'annuncio del primo Venezia Beer Festival. Con gioia perché a organizzarlo sono i ragazzi del Voodoo Child Pub di Caltana (http://www.voodoochildpub.it/), ovviamente in provincia di Venezia, che è stata una delle birrerie dove sono stato "svezzato" ai piaceri della birra (solo quelli comunque, non mettetevi strane idee in testa). Denis, Vaner e Federica sono delle splendide persone che stimo molto e che un po', vero Vaner..., invidio per tutti i giri e le esperienze birrarie che hanno vissuto in prima persona. In pratica Vaner e Federica sono la coppia più "luppolata" che conosco... Per questo e per altri motivi che non vorrei cadessero in un intimistico Amarcord consiglio vivamente di mettersi in calendario le tre giornate di gennaio che vedete in locandina per concedervi un break veneziano con birre da tutto il mondo. La garanzia è a doppia mandata: i ragazzi del Voodoo e l'ineffabile Kuaska che vale sempre il biglietto (che peraltro non c'è) dovesse anche ripetere per la milionesima volta che "non esiste la birra, esistono le birre". Il Voodoo Child è un tempio della birra, 'azz delle birre, ormai storico, di successo quando eravamo ancora ragazzini che bevevano Chimay come fosse una roba stranissima, ritrovo di motociclisti puri e duri (e forse in via di estinzione, boh...) e tappa obbligata dai neopatentati fino ai padri di famiglia. Taglio corto perché mi rendo conto che rischio di diventare sentimentale. Io farò di tutto per essere presente almeno a una serata perché se vale il detto "Venezia... almeno una volta nella vita", altrettanto si deve dire "il Voodoo Child... almeno una volta nella vita".

14 novembre 2008

Ops, mi è caduta la guida


Mi dispiace, ma notizie del genere per un giornalista sono come il miele per le api. Come molte persone ho anche io tra le mani, da qualche giorno, la Guida alle birre d'Italia di Slow Food, prima edizione 2009. Un lavoro che sicuramente mancava nel panorama editoriale di settore. Per la prima volta si è tentato di dare un volto, e soprattutto, un giudizio a centinaia di birre artigianali. I voti, come sempre accade, sono soggetti a commenti, approvazioni e critiche. Ma quando sono attribuibili, ovvero quando qualcuno se ne prende la responsabilità, li si può accettare come opinioni di un gruppo qualificato. Oppure no, vedete voi.
Quello che invece è più difficile capire è quanto è emerso oggi da parte di un birraio assai noto e apprezzato, ovvero Fabiano Toffoli di 32 Via dei birrai, che appare assai adirato nei confronti del team della guida. Il motivo lo si può leggere a pagina 158 della Guida dove al birrificio 32 sono attribuite le birre Hill, Moor e Wood, etichettate Ca' Foresto. Il problema è che Fabiano non produce quelle birre. Che 32 Via dei birrai evita accuratamente, per politica aziendale, di servirsi di distributori. Che Ca' Foresto è proprio un distributore.... Insomma, un errore madornale o una disattenzione pesante. Strano, visto la tradizionale professionalità di Slow Food e visto la competenza, a prova di bomba, degli estensori della Guida...
La possibilità che, una volta dato il "si stampi", in un volume si trovino refusi, piccole dimenticanze, errori di ortografia, è praticamente normale in quasi tutte le case editrici, sia di riviste sia di libri, ma quello di 32 Via dei birrai sembra un eccesso di confidenza, non in Fabiano forse semmai in un sito internet, che si è tramutato in un cono d'ombra sulla Guida. Che, come dice il titolo di questo post, ahimé, mi è caduta...
Come concludere allora... Fabiano che smentisce, e avrebbe ragione anche di andare oltre, la Guida non è una bella cosa. Francamente ha preso in contropiede pure noi ma, eventualmente, siamo qui per accogliere "controsmentite", chiarimenti o, non si sa mai, altre "cadute"...

Italians do it better


Nessun riferimento alla signora Ciccone e nemmeno a Rocco Siffredi. Gli italiani che lo fanno meglio sono evidentemente i produttori di birra artigianale che fanno ormai capolino anche dove non te lo aspetti. Così, direttamente dalla tre giorni ad Amsterdam, ecco sugli scaffali del beershop De Bierkoning (http://www.debierkoning.nl/) alcune italiche referenze, che potete anche trovare nella foto, e che vanno attribuite, per i miopi, al Birrificio Italiano, al Troll, al Birrificio Menaresta e ad Almond '22. Confesso che, pur non avendo il benché minimo merito, ho provato un certo fremito di soddisfazione. Il ragazzo che gestiva in quel momento il negozio, fondato nell'ormai lontano 1985 e dotato di mediamente 900 etichette, mi ha spiegato che la presenza tricolore era frutto di una spedizione all'ultimo Great British Beer Festival, ma che sperava prima o poi di fare una capatina in Italia per prendere visione in prima persona della nostra realtà. Io, lo ammetto, ho un po' gongolato. Ah, i prezzi? Beh, dai 7 agli 8,50 euro per bottiglie da 0,75....

4 novembre 2008

Di Happy c'è solo l'Hour




"Di Happy c'è solo l'Hour" è un mio racconto (2mila battute) che è stato selezionato per apparire su un e-book curato da Beppe Severgnini, scrittore e firma del Corriere della Sera. Dopo le prime "forche caudine", il giudizio finale lo fanno i lettori, ergo senza vergogna alcuna eccovi il link al quale si può leggere e, eventualmente, votare per me! In tempo di elezioni americane, questo e altro... Avvertenza, per votare ci si deve registrare al sito del Corriere; se vi sembra troppo una rottura non vi angustiate, sono lo stesso lieto di ricevere i vostri commenti su questo blog....


Ecco allora il link:

28 ottobre 2008

Siamo tutti "beer snob"?




Prendo spunto da un interessante commento del sempre interessante Kelablu direttamente dal Salone del Gusto di Torino che, ahimé, ho dovuto saltare questa volta. Alla pagina http://blog.gamberorosso.it/kelablu/node/1187 l'autore riporta il commento di un visitatore appena riemerso dallo spazio birre artigianali che riporto fedelmente: "Uff che caldo, c'è troppa gente, e questi sono tutti snob". Evidentemente riferito ai produttori, e forse pure ai consumatori, di birra artigianale. In effetti, da un po' di tempo a questa parte, anche a me pare che il virus dei "gran sacerdoti del vino" ovvero di quelli che sono prontissimi a pontificare, denunciare, fucilare a parole chiunque non sia acceso dal sacro fuoco dell'artigianalità (parola sulla quale oggi andrebbe aperto un dibattito serio e approfondito perché spesso si rivela cortina fumogena abusata e vilipesa), si sia esteso alla comunità dei "birrofili". Il rischio è quello di essere visti, almeno da fuori, come una sorta di "chiesa" con tanto di pontefice massimo, clan di cardinali e folla urlante e pronta a mettere al rogo i presunti eretici o miscredenti. Sia chiaro, non è mia intenzione proporre l'adozione della filosofia qualunquista del "vivi e lascia vivere" ma lo spazio alla critica, e anche all'autocritica, mi sembra si stia riducendo con il rischio di arrivare a una forma di paranoia mentale. La stessa che ogni tanto si respira, da molto più tempo, nel mondo del vino e che ha portato a note prese per il culo (su tutti un fantastico Albanese) che poi possono sfociare in, questo sì, qualunquismo di rigetto, per cui è buono ciò che piace e chissenefrega del parere del presunto esperto di turno. Che spesso invece di educare con la cortesia dovuta a un argomento che sarà importante ma non vitale, spara sentenze inappellabili e giudizi sommari. Ho sempre in mente il, per me, mitico Colonna del Macche di Roma. Uno che potrebbe avere tutte le ragioni di tirarsela all'infinito e che invece propone le sue birre, quasi sempre sconosciute ai più, con garbo e rispetto. Senza far sentire il cliente profano come un idiota da circo. E il risultato è che l'idiota, pardon il cliente profano, quella birra poi la beve, la comprende. E spesso e volentieri, gli piace pure.

27 ottobre 2008

Dove osano le aquile


Tre giorni ad Amsterdam davvero vissuti con grande godimento. Un po' perché la città è sempre affascinante, un po' perché andare sul posto, vivere le esperienze e poi scriverne dovrebbe essere sempre la norma e non, come purtroppo capita, l'eccezione. Così dopo infinite peregrinazioni a piedi tra un ponte e l'altro, abbiamo incocciato, volutamente s'intende, in un gioiellino di locale birrario da non perdere. Si tratta del quasi impronunciabile, come la maggior parte delle parole in olandese, Biercafé 't Arendsnest (Herengracht 90, http://www.arendsnest.nl/) ovvero il "nido delle aquile". Locale piccolino, ma ricchissimo e unico nel suo genere in città perché specializzato esclusivamente in birre olandesi. Mi spiego: ad Amsterdam ogni passo che fai trovi un posto abbastanza decente dove bere una birra, spesso è anche più che decente, quasi fantastico paragonato ai canoni standard italiani, ma le birre belghe spadroneggiano in lungo e in largo e tranne i grandi marchi olandesi (Heineken, Bavaria e Grolsch) ci si ritrova spesso a bere trappiste e abbaziali dei cugini meridionali. Al 't Arendsnest invece ci sono di norma circa 350 specialità rigorosamente della Madre Patria e il titolare si fa orgoglio di avere sempre a disposizione almeno una birra per ogni birreria olandese. C'è di che perdere, insomma, la testa e si scopre che gli olandesi fanno birre entusiasmanti come la Snab Pale Ale. Robin Brilleman, qui nella foto, è un appassionato estimatore, anche di whisky e distillati, e sa davvero il fatto suo. La foto incorniciata in parete di Michael Jackson in visita al locale, vale infine più di mille adesivi guidaroli piazzati in vetrina.

16 ottobre 2008

I love Beer


Tempo di annunci, da qualche mese a questa parte.... Prima l'Ais di cui ho faticosamente conquistato il tastevin, poi la Guida di Identità Golose e infine il primo numero, ma si sta lavorando alacremente al secondo, di I love Beer, magazine birrario di Heineken Italia nel quale ricopro il ruolo di consulente editoriale. Il primo numero di qualsiasi cosa è come sempre suscettibile di miglioramenti, ne sono consapevole, per cui mi sembrerebbe ingeneroso voler tracciare già un bilancio. Tuttavia l'idea del magazine è quella sicuramente orientata al marketing del più grande operatore italiano del settore ma anche, e basta darsi la pena di leggerlo, comunicare pillole di cultura del prodotto da tanti angoli di visuale. Che Heineken sia il big seller di lager nel nostro Paese non deve nascondere il fatto che ha, in gamma, una serie notevolissima di grandi birre da me, e credo da molti, assai amate: dall'Orval alla Westmalle Tripel, dalla Duchesse de Bourgogne alla Saison Dupont, dalla Duvel alla Rochefort 8. Ci sono sezioni dedicate all'assaggio guidato di una specialità, altre di approfondimento dei grandi marchi della famiglia e altre ancora dedicate all'incontro di personaggi che non sono puramente birrari ma che hanno scoperto le potenzialità della birra stessa. Io sono soddisfatto e soprattutto motivato per quest'avventura, a prescindere da quanto possa durare e in primo luogo la considero un'occasione di crescita professionale. Il che, in questi tempi grami di riconoscimenti, non è poco.

15 ottobre 2008

Cara la vita, eh...


Serata informale quella di due giorni fa, di quelle che avvengono troppo di rado in questa Milano che offre di tutto ma ti concede il tempo per goderti poco o nulla. Però, quando una coppia di amici ci hanno chiesto dove andare a bere una buona birra e fare due chiacchiere tranquilli abbiamo risposto a colpo sicuro: l'HOP davanti alla bella rotonda della Besana. Scelta azzeccata senza dubbio per il range di birre (peccato però di non aver trovato l'H10OP5 del Bidu), ma infelice per prezzi e servizio. Mi duole dirlo, ma se nella carta delle birre scrivi che prima delle 20,30 si paga la media 4 euro e dopo le 20,30 la si paga 5 euro (le cifre sono indicative non le ricordo a memoria), io apprezzo l'incentivo. Poi però, a scontrino battuto alle 20,28, mi trovo la cifra di 5 euro. E resto perplesso.... In fondo cosa sono due minuti, potrei dire io ma potrebbe dire anche il titolare... Vero, è questione di punti di vista, ma chi è che ha scritto la carta delle birre? Io o il titolare? Comunque fin qui si abbozza e si tira avanti, in Italia lo sport dell'abbozzare e tirare avanti ha più praticanti del calcio e della pallavolo messi insieme. Poi però arriva l'ordine al tavolo ovvero la Specialità 2 che consiste in salsiccette, i famosi wurstel di Norimberga che sono i più piccoli di tutta la Germania, con crauti, etc... Costo: 9,30 euro. Vabbé, direte voi e vabbé ho detto anche io. Ma quando le salsiccette, grandi quanto il mio dito medio e non pensate che io voglia mandare in quel posto nessuno, sono solo quattro (4) e i crauti sono un cucchiaio da minestra, ma raso, io mi sento leggermente turlupinato. Ancora di più quando il resto del piatto contiene nell'ordine: un cucchiaio di senape, un po' di pomodori tagliati a cubetti e un'abbondante manciata di insalata triste perfetta solo se sei un coniglio appena scappato dal laboratorio di ricerche.
Insomma, un'esperienza davvero triste. Anche perché, ma è solo un'illazione, le "Norimberghe" mi ricordano tanto quelle che si comprano, prezzo popolare, al Lidl. Magari mi sbaglio, ma anche se fosse.... all'Hop per un po' non mi vedono.

29 settembre 2008

Goloso... pure io!


Ho aspettato di leggere la mia firma prima di dare la notizia, ma da oggi sono salito a bordo del vascello di Identità Golose pensato e realizzato da Paolo Marchi con una bella pattuglia di collaboratori. O meglio, della Guida, figlia legittima del congresso di cucina d'autore organizzato a Milano verso la fine di gennaio (www.identitagolose.it). Non che la cosa debba per forza scatenare applausi o complimenti, spero nemmeno contumelie, perché ormai sono lontani persino i tempi in cui almeno mia madre mi faceva i complimenti per le mie apparizioni su questo o quel giornale. Ma visto che questo è il mio blog, permettetemi di farmi i complimenti da solo. Onestamente non avrei mai pensato di entrare a far parte di una confraternita guidarola, un po' perché rimango un dannato individualista e non ho mai amato i lavori di gruppo (nemmeno a scuola quando riuscivo a entrare in squadra con ragazze tremendamente secchione) e un po' perché mi ero fatto l'idea che i team dietro le guide funzionassero un po' come le logge massoniche. Ma quella di Marchi, e la squadra che gli sta dietro, mi stava simpatica e il congresso 2008 mi aveva lasciato a bocca aperta. In più, stamane, alla presentazione stra-affollata da Peck per un attimo ho provato l'insolita, ma piacevole, sensazione di far parte di un gruppo. Precisiamo: di schede ne ho fatte solo 6, una goccia appena nel complesso, e dal punto di vista economico la mia partecipazione alla Guida non mi ha reso più ricco. per cui queste righe non vorrei fossero lette come una piaggeria, ma ho potuto mettere le gambe sotto delle tavole veramente memorabili, almeno per la mia esperienza, mi sono divertito molto e ho visto dei posti dove credo non sarei mai andato di mia spontanea iniziativa, infine conosciuto delle persone speciali, gli chef, i maitre e i sommelier, che mi hanno regalato pensieri e idee che mi hanno arricchito. Tanto quanto i loro piatti e il loro servizio mi hanno gratificato, e pure un po' ingrassato. Quindi, bene così, e al prossimo post.

11 settembre 2008

In riunione permanente


Per la serie "vicissitudini lavorative della solita ripartenza post ferie d'estate". Con una domanda a dir poco ossessionante: nelle grandi, ma anche medie, aziende quanto tempo si trascorre in riunione? Me lo chiedo perché mai come in questi ultimi giorni le mie telefonate sono state rimbalzate da, appunto, riunioni. Prevengo subito la domanda legittima: non erano scuse per evitare il contatto, perché poi ricevevo sempre un sms o una mail di scuse e di promesse. Ma il dato di fatto rimane, una volta è l'ufficio stampa, un'altra il marketing, un'altra le vendite. Settembre non è, per me, il mese della vendemmia, ma il mese delle riunioni.... Davvero, le ultime due settimane le ho vissute quasi con l'angoscia che stesse per succedere qualcosa di "cataclismatico" nel mondo del beverage italiano. Mi stavo quasi preoccupando, seriamente. Di che cosa diavolo si parla in queste riunioni che iniziano la mattina e vanno avanti fino a sera? Che stravolgimenti vengono programmati in estate, magari sotto l'ombrellone, e poi pianificati al primo cader di foglie.... Il mio, perdonate, è lo sfogo di un cronista che si è sentito quasi alle prese con un caso Watergate, tanta la riluttanza dei miei interlocutori a rilasciare una dichiarazione. Senza dubbio una sensazione esaltante, si fosse trattato veramente di un caso Watergate... E poi, lungi da me fare qualsiasi ironia, ma mai come in questi giorni mi viene in mente un foglietto, regalatomi da una collega ai tempi della mia vita da dipendente, dove era scritto: "Stanco di lavorare? Organizza una riunione".

2 settembre 2008

Imperiale.... marchigiana!


Ormai le birre artigianali spuntano come funghi dopo una pioggia autunnale (poetico, no?). Tanto che l'emozione di incontrarne una nuova si smorza nella frequenza sempre più elevata, nel senso e per fare un paragone che il primo bungee jumping della tua vita ti fa schizzare l'adrenalina, ma se lo fai tutti i giorni dopo una settimana ti accorgi che è come saltare giù dal letto la mattina. Tuttavia come si fa a non acchiappare la bottiglia e metterla alla prova, soprattutto quando non hai mai sentito parlare del produttore ma invece il nome della bottiglia ti ricorda un altro produttore, assai più noto. Così l'Imperiale delle Tenute Collesi, ad Apecchio (Marche), va a cozzare con la più celebrata Imperiale di Leonardo Di Vincenzo. Le birre sono profondamente diverse e per il nome, chi vivrà vedrà.... Certo che a pensare che Enrico Borio ha dovuto cambiare il nome della sua Sangre de Toro (oggi Toro e basta) per via di un industriale del vino spagnolo, viene da mettersi le mani nei capelli o ridere che è meglio.
Comunque la Imperiale marchigiana non è niente male. Ero pronto a una schifezza assoluta perchè tutta questa prolificazione birrarioartigianale è sintomo di successo, di moda e di business e quando questi tre fattori coincidono aumentano in maniera direttamente proporzionale i prodotti fatti alla carlona. Invece bella schiuma e bei profumi, di fiori, agrumi, un pizzico di banana. Mi sembra quasi una blanche anche se l'etichetta riporta un generico-tragico "bionda". In bocca è leggera, dissetante, ma non priva di un certo carattere. L'azienda "dichiara" un birraio belga chiamato per mettere a punto la ricetta e la mano a me sembra buona. Di questi tempi, non è poco....

11 agosto 2008

In difesa della Ozujsko


Le vacanze, si sa, sono sempre troppo brevi, ma eccomi di nuovo qui al desk anche se, fino a settembre, lo farò da posti diversi e non dalla solita, e un po' triste, Milano. Quindi non mi lamento. La Croazia è stata mare e sole, maialini allo spiedo e molluschi insoliti per le rive adriatiche, con una sola puntata da "guidaroli" in quel di Pola per sederci al tavolo del ristorante Valsabbion, tappa gourmet molto divertente per gli occhi e gratificante per il palato. Tuttavia, ben conscio che di quello che ho fatto non ve ne freghi più di tanto, vi dirò quale è la mia riflessione "croatina" e birraria: ossia che dopo tante birre creative made in Italy le semplici, quasi banali, birre come Ozujsko, Favorit, Karlovacko e Lasko (quest'ultima slovena) mi sono piaciute un sacco, ma proprio tanto... Che dire delle mie papille gustative? Annichilite dopo tante specialità, arrostite dalle alte temperature, hanno forse defnitivamente dato forfait? Probabile, ma il mio pensiero, anche per non buttarmi troppo giù, è che oltre a quelle gustative sono fondamentali le papille mentali, quelle cioè che ti permettono, lasciato lo stress lavorativo e cittadino, di goderti meglio o più pienamente i piaceri della vita... Sotto il sole, di fronte a un mare trasparente, la mia fredda Ozujsko mi è sembrata un capolavoro. Nell'aria il profumo dei pini marittimi mischiato a quello delle creme solari, il salato in bocca dell'acqua, l'ottima compagnia della mia dolce metà, sotto i denti la croccantezza della pelle di un maialino da latte e da urlo... Componenti aggiuntive irripetibili in una qualsiasi degustazione dove ci si fà, giustamente, le paranoie sul foglio bianco, la luce giusta, l'assenza di odori.... Della Ozujsko si trova anche una tragica bottiglia di plastica da litro.... Quando l'ho vista la parte razionale del mio cervello si è contratta, eppure ha vinto la vocina "vacanziera": macchisenefrega....

27 luglio 2008

Message in a bottle


Alé, è fatta... Domani si parte e per circa dieci giorni il portatile sarà spento e il cellulare altrettanto. La mia vacanza estiva è all'insegna della dissolvenza. Ovvero sparire, staccare, decongestionare il cervello dal troppo lavoro e dalle numerosissime parole inutili ascoltate, lette e, qualche volta, scritte. Negli ultimi tempi il blog ne ha risentito, ma ho letto tutti i commenti e ringrazio davvero tutti uno per uno, se non altro perché ogni tanto, anche se gli aggiornamenti sono scarsi, passate di qua a farvi un giro... Tra una serata Affligem in Toscana e un viaggio alla scoperta del Cognac, questi sono stati mesi di duro lavoro... Ma il mio settore, dopotutto, mi piace. Certo ogni tanto qualche incazzatura ci sta, ma credo che sia così per tutti, in modo particolare quando leggo vere e proprie farneticazioni, sproloqui da guru e pseudo-guru del mangia e bevi, stillicidi di mail e messaggi su forum (il che mi fa sospettare che ci siano dei lavori che lasciano enorme tempo libero a tali protagonisti del dibattito gratuito via internet), giudizi sommari e fucilazioni pubbliche... Con il contraltare di pochissima umiltà, quasi nulla ironia e totale, quasi un vuoto cosmico, autoironia. Anche per me parlare di vino, di birra e di alimentare in genere è una cosa seria, anzi credo soprattutto per quelli come me che ci campano "sia una cosa seria", ma i toni apocalittici, le scomuniche, gli insulti mi danno ultimamente il voltastomaco....
Ergo, la dissolvenza. Dieci giorni dieci, più o meno, e poi si riparte con il lavoro. Bevete delle buone birre ovvero, in ultima analisi, quelle che vi piacciono davvero....

7 luglio 2008

Una birra buona e giusta


Titolo "petriniano", nel senso di CarloSlowFood, per questo rapido post scritto di getto dopo aver provato un paio di Birra Dolomiti, la nuova creatura voluta dalla, a me assai cara, Birreria Pedavena. La birreria mi è cara perché sosta eletta sul percorso che mi porta tra le montagne dell'Agordino che frequento da ormai trent'anni (oddio, 'sta cosa fa molto "Vecchio dell'Alpe") e mi è cara perché sarebbe stata una vera tristezza vederla chiudere i battenti per sempre. Il posto è rigenerante, meta allo stesso tempo di motociclisti in pelle nera e tenere famigliole in gita domenicale, una conferma che la birra sa unire anziché dividere, e poi la Centenario l'ho sempre gradita molto... Ma il merito di questa nuova produzione è quello di utilizzare l'acqua dei monti delle vicinanze, con l'orzo nuovamente coltivato nel Parco delle Dolomiti Bellunesi. Nuovamente perché, in realtà, l'orzo si coltivava da sempre nei paraggi anche perché la saggezza contadina aveva fatto comprendere che questo cereale, e non il frumento, meglio si prestava al terreno e al clima delle Prealpi. Tuttavia il dio commercio si era imposto con probabili vantaggi iniziali ma successiva, logica, crisi. Oggi invece la birra in questione è sinonimo di un progetto intelligente, rivolto a riqualificare il territorio e, soprattutto, l'attività umana in una logica imprenditoriale che non snaturi la vocazione locale. Un bel giro di parole per dire che si possono fare delle cose sensate senza dover ricorrere a progetti faraonici... La birra, del resto, non è niente male: un bel corpo equilibrato, i giusti profumi, una bevibilità piacevole. A pensarci bene, la prossima volta in quel di Pedavena, potrei anche tradire la mia Centenario... Per rendere il prodotto completamente italico manca allora solo il luppolo; la strada presa è quella buona, ancora un piccolo sforzo e ci siamo... Come direbbero gli inglesi: support your local brewery!

1 luglio 2008

Sì, viaggiare...


Una delle cose più invidiate dai miei amici non di settore, al secondo posto dopo la ferrea convinzione che io trascorra la maggior parte delle mie giornate bevendo gratis, è il viaggio stampa. Leggenda vuole che i giornalisti scorrazzino come cavallette impazzite lungo tutta la Penisola sorseggiando vini autoctoni e non, masticando produzioni casearie rare e sostando con occhio languido nei pressi di una Berkel. Oppure, sempre aggratis, cenando in ristoranti Michelin per poi stramazzare un po' inebetiti a bordo piscina o sotto i massaggi di una girl asiatica da sogno. Non escludo che per qualche collega possa anche essere così. Ma non sempre e non tutti. Capita invece di essere coinvolti in una fiera locale, magnificata dagli organizzatori come uno scrigno ancora da aprire, e ritrovarsi poi tra stand di istituti di bellezza, banche regionali, produttori di pannelli solari e via di questo passo... Niente da dire su queste encomiabili attività, ma per un giornalista enogastronomico quale mi ritengo ancora di essere, è davvero poco... Se ci aggiungiamo una sfilza di proclami, da parte delle autorità politiche, dall'onorevole di turno al consigliere di quartiere, benedizioni ecclesiastiche, riflessioni di funzionari regionali, tutti rivolti all'ormai quasi stantio motto "valorizziamo il territorio" e poi il territorio non te lo fanno praticamente vedere perché ti coinvolgono in degustazioni a tavolino organizzate in strategica quanto drammatica concomitanza. Beh, ci sarebbe da aprire un bel dibattito.... Come si valorizza un territorio se le visite nelle aziende del territorio stesso sono previste durante l'assaggio dei vini in concorso? Perché si devono ascoltare ore di parole al vento e poi, alla verifica dei fatti, il tutto sembra un bel buco nell'acqua? Quattro produttori di vino fanno una fiera? Se è così, aspettiamoci di assistere e di essere invitati a fiere ogni giorno... Io apprezzo la buona volontà, ma di questi tempi i risultati, e anche i metodi, devono sempre giustificare i costi... Altrimenti.... Però, una cosa la devo ammettere, in quattro giorni di fiera a bordo piscina ci sono stato una mezz'ora buona. Cavoli, adesso sì che mi sento un uomo da invidiare....

16 giugno 2008

Siamo tutti sommelier


Ebbene sì, dopo tre corsi, spalmati nell'arco di quasi sette anni, una frattura al piede e vicissitudini varie ho varcato anche io la soglia della sommellerie italiana. Un traguardo al quale tenevo molto, se non altro perché nella vita ho iniziato molte cose ma altrettante le ho abbandonate a metà strada. Questa con l'Ais era invece una partita che volevo chiudere a tutti i costi, se non altro per orgoglio personale. Ma soprattutto perché sono convinto che parte fondamentale di un giornalista specializzato sia la preparazione e l'aggiornamento professionale. Probabilmente la mia è una strada in controtendenza rispetto a tanto pressapochismo che permea il mondo della scrittura "di tema", ma adesso mi tengo stretto il mio diploma e il mio tastevin con una certa soddisfazione. Ed è anche stato bello vedere quanta passione vera c'è nel mondo del vino, sia da parte di sommelier professionisti come l'adrenalinico Luca Bandirali, presidente lombardo dell'Ais, e Fiorenzo Detti, simpatico burbero a capo della delegazione milanese, per me due fari che mi hanno orientato e stimolato, sia tra i consumatori consapevoli che, per fare i corsi, impiegano quel loro tempo libero che potrebbero dedicare alla famiglia o alla poltrona preferita. Una bella boccata di ossigeno tra le paturnie dei talebani del vino, i pasdaran del so tutto io, e gli pseudomaestri in libera circolazione.

28 maggio 2008

Tra la weizen e la bock


Rapido post per commentare e ricordare la serata Made in Lambrate di qualche giorno fa per la presentazione della nuova birra. Rilassante e divertente, era un po' che latitavo da queste improvisazioni birrarie, causa lavoro, e partecipare mi ha ricordato perché mi è sempre piaciuto frequentare gli artigiani della birra italiana. Ok, è vero, perché il più delle volte quando li conosci non comprendi più come facciano a realizzare delle birre praticamente perfette, ma quello che mi "rilassa" maggiormente è la loro serenità. Il più delle volte, quando mi confronto con dei produttori alimentari, in generale, mi devo subire lunghi monologhi sulla loro eccellenza, sul loro spirito di ricerca da benedettini, sul fatto che loro, e solo loro, sono illuminati dalla scienza e dall'arte. Ormai scafato al settore, nicchio sempre e guardo al sol dell'avvenire, ma con i nostri birrai non mi ci devo nemmeno mettere. Caso pratico: al Lambrate presentavano la 366, birra assai buona a mio avviso, ricca di profumi di caramello, anzi di caramella mou (quelle della Elah che masticavo nella mia infanzia), una banana appena nascosta, e poi molto bevibile, rinfrescante, insomma più una weizen che una bock. Nel dibattito successivo, appunto se si trattava di una weizenbock, di una weizen che tirava a una bock o di una bock che avrebbe voluto essere una weizen, emergeva lampante la dichiarazione del birraio che suonava pressapoco così: "A noi è venuta in questo modo!". Fantastico, benedetta sincerità.... E poi che c'è di male a dirla, la birra per essere buona lo era davvero, ma la frase non rivela pressapochismo solo libertà di espressione, quella che hanno i nostri birrai artigianali, quella che dovrebbero avere tutti i produttori alimentari, lasciando poi i consumatori a decidere. Senza farsi troppe seghe mentali sulle categorie, sottocategorie e alberi genealogici vari....
P.S. Sto ancora cercando Beers of the World. Abbiate fede.

6 maggio 2008

Milano da bere


Il blog zoppica e purtroppo non ci posso fare nulla. Ahimé, sono un mercenario (definizione non mia) e scrivo per guadagnarmi da vivere, altrimenti farei altro. Ma la notizia mi pareva carina e non potevo non rilanciarla su queste pagine. Se non altro perchè ci ho messo la zampa e, si sa, ogni giornalista è un pizzico narcisista. Allora, copertina dell'ultimo numero di Beers of the World, rivista birraria internazionale e assai patinata (decidete voi se è un complimento oppure no) con "striilo" in copertina "Milan Beer Guide", fatica stampata di Adrian Tierney Jones, uno dei tre giornalisti inglesi che l'anno scorso hanno fatto visita ad alcuni brewpub e micro del nord Italia: nell'ordine il Lambrate, il Birrificio Italiano, il Bidu e Le Baladin. Su Teo era già uscita una paginata su What's Brewing qualche mese fa (merito di Jeff Evans), ma questo reportage di Beers of the World ha il merito di riassumere l'esperienza itinerante dei tre sudditi della Corona. Nelle foto compaiono alcuni componenti dello staff del Lambrate, chi spilla le birre all'Hop e il quadro generale è assai positivo a conferma che i sorrisi dispegati dai colleghi non erano, pe fortuna, di mera circostanza. Io, nella veste inconsueta di suggeritore non scrittore, mi sono trovato abbastanza bene. Chi avrà la possibilità di leggere il pezzo saprà esprimere il suo giudizio. Nel caso, più che probabile, che io sia l'unico abbonato alla rivista posso inviare scansione dell'articolo....

11 aprile 2008

Dalla Zoobeer al Calvados


Ultimo post il 18 marzo? Cavoli, mi devo essere perso per strada... In realtà in questi giorni mi sono successe un sacco di cose che a riassumerle in un unico post rischierei di scrivere "Guerra e pace" e di attirarmi le illuminate critiche di colleghi che mi hanno sempre consigliato, sul blog, di essere stringato. Ma tant'è, provo a fare una rapida cronaca degli eventi che mi hanno maggiormente colpito in queste settimane. Inizio con l'apparizione di un piao d'ore in quel del Salone della Birra di Milano: con Valentina siamo capitati lunedì, giorno da operatori, e abbiamo scambiato quattro chiacchiere con alcuni birrai presenti. Il che è sempre un piacere, almeno per noi, ma piacere superiore è stato scoprire l'ultima chicca made in 32 Via dei birrai: il nome suona come Zoobeer, spero di non sbagliare, e Fabiano Toffoli l'ha inventata per un noto locale del trevigiano, il Nidaba. Ma è birra tanto elegante e raffinata che sarebbe un peccato circoscriverla ai tavoli del pur meritevole Nidaba. Aspettiamo e vediamo.... Altri assaggi che mi sono piaciuti, non che abbia bevuto tutto quello che c'era, sono stati la costante e beverina Backdoor Bitter dell'Orso Verde e dell'ormai lanciato, ma sempre spettinato tié, Cesare Gualdoni, la rinnovata Buena Suerte di quella leggenda che risponde al nome di Beppe Vento (mai trovato così tanto simpatico uno che mi è sempre sembrato così tanto diverso da me) e la Rebuffone di Maurizio Cancelli ex Babb oggi Manerba Brewery. Che dire, Maurizio è bravo, non si discute e a lui personalmente auguro di realizzare ogni suo sogno. Abbastanza criptico vero? Accontentatevi, per ora...

Dopo le birre artigianali però il mio ricordo si fa confuso: sono stato coinvolto da una girandola di viaggi lampo in Italia, agganciato dal settimanale Economy, quello di Panorama, per un servizio sul mercato del vino italiano proprio nel momento in cui L'Espresso lanciava la sua campagna all'urlo di "Velenitaly", intervistato da Radio Deejay che mi ha fatto parlare seriamente quando io mi ero preparato a rispondere alla solita ironia giocosa del duo Linus e Nicola e poi spedito in Normandia alla scoperta del Calvados con contorno anche qui di concorso barman. Il Calvados merita un post a parte, qui chiudo dicendo che ho scoperto un distillato (nella foto, la degustazione) che può riservare molte sorprese, soprattutto se affinato lungamente. E un sidro di pere da incorniciare, tenendo conto che io il sidro non l'ho mai amato troppo.... Ma, al prossimo post, confidando in un ritmo lavorativo un po' meno serrato.....

18 marzo 2008

Vacanze Romane - Secondo Tempo


Dunque, dunque. Il secondo tempo di un film dovrebbe essere in crescendo, dovrebbe svelare qualche "segreto" e avere un lieto fine. Ok allora, se l'intervallo è durato venti metri, il crescendo è assicurato dall'incontro con (il) colonna più importante di Roma dopo (la) colonna Traiana. Se la seconda è affollata di figure scolpite di legionari e di barbari, il locale del primo è affollato di accaniti bevitori e, quello che fa la differenza, da persone in grado di discernere quello che stanno bevendo. Un caso raro, rarissimo, da meritare un educational per esperti o sedicenti tali, insomma per tutti i cosiddetti "professionisti" della birra. Di Manuele Colonna, gran timoniere del Ma che siete venuti a fa', al di là della sua enorme competenza birraria, mi ha colpito lo stile. Sa parlare di birra senza tirarsela e senza cadere dall'alto, sa portare il cliente casuale a bere robe da iniziati come lambic giovane alla spina o porter americane, ha l'intelligenza, non solo commerciale, di far assaggiare i prodotti agli indecisi, è riuscito a stringere attorno al suo locale un gruppo di "discepoli" senza per questo trasformarlo in una "loggia" per adepti. Nella mia carriera, ormai decennale, di giornalista "della birra", di gestori così ne ho incontrati pochissimi. Forse li posso contare sulle dita di una mano. E allora sarebbe quasi tempo perso descrivere quanto mi ha colpito questa o quell'altra birra, mi interessa maggiormente sottolineare che se di Colonna ce ne fossero di più, la cultura della birra in Italia sarebbe qualche anno luce avanti. E, bando alle ciance, gli italiani berrebbero più birra. Al Macche la media invernale è di 30 fusti alla settimana, in estate si arriva a 50 fusti. E non si tratta di birre da bere e dimenticare, né di quelle con le quali ti sbronzi e ti butti via. L'ultimo mio assaggio era la Mikkeler Black Hole, fantastica indubbiamente, ma non esattamente da bere a galloni. Almeno a mio avviso. Ma senza arrivare a queste vette, il Macche ha dodici-dico-dodici spine tra artigianali italiane, specialità belghe, americane, tedesche e danesi. Una grotta di Aladino che fa dei numeri impressionanti. Ma il fattore X non è tanto la scelta delle birre, quanto lo stile di Colonna. Come sempre, e come ho imparato da tempo, è il gestore che fa la differenza. E una differenza non da poco. Colonna è la risposta a tutti i gestori che mi hanno sempre detto che birre senza supporto di marketing non si vendono. Per anni le mie argomentazioni erano lunghe e teoriche, ora ho la risposta sintetica. Grazie Manuele.

17 marzo 2008

Vacanze Romane - Primo Tempo


Vacanze è un termine da intendersi per eccesso, ma il titolo mi piaceva. In realtà il mio tempo libero nella capitale è stato ridotto a circa otto ore, trascorse però in uno spazio ancora più limitato ovvero quella ventina di metri che separa, in via Benedetta a Trastevere, il Bir & Fud dal Ma che siete venuti a fa'. Ora, passare otto ore in venti metri fa un po' Alcatraz a dire il vero, ma lo spazio ridotto è stato ampiamente compensato dalla qualità di quello che ho bevuto e mangiato e dalla compagnia. Trastevere è un po' la Temple Bar romana, quasi un mondo a parte, tra turisti appena scaricati dal torpedone e romani veri. Arrivo con un trenino stile "i guerrieri della notte" da Monte Mario e mi accingo a raccogliere la sfida dei due chilometri da fare a piedi per giungere in piazza Trilussa e da lì, in via San Benedetta. Ma subito due controllori ai quali ho chiesto la direzione da prendere mi dicono "ma so du chilometri..." con tale perplessità che decido di prendere il tram. Penso che a Milano, mi avrebbero semplicemente detto "sempre dritto" e buonanotte al secchio.
Ma non è di questo che devo parlare adesso. Piuttosto del personaggio in foto e delle sue numerose virtù: da quelle di schiantatore di cuori femminili, spesso inconsapevole, a quelle di birraio di talento fulminante. Fulminante perché Leonardo Di Vincenzo, mente creativa di Birra del Borgo, ha avuto un avvio nel mondo della birra artigianale degno di una start up. Dalle prime bottiglie homemade ai premi, all'export, al ristorante Bir & Fud. Un decollo verticale stile Sea Harrier. Al Bir & Fud si beve solo ed esclusivamente birra, acqua minerale se siete in punizione e non osate chiedere coca cola, limonata o caffè. Le pizze costituiscono la spina dorsale del menu, ma chi pensasse alla banale "pizza e birra" merita la scomunica. Il Vaticano d'altronde è vicino... La mia "patate e salsiccia", tanto per annullare le sedute di Pilates che non ho mai fatto, era un armonia di sapori: patate dop e salsiccia d'Ariccia, località laziale che sa come trattare i maiali. Il trittico di supplì ha poi cancellato il luogo comune che avevo su questa specialità: presentati con non comune senso estetico, rivisitati con estro creativo. Le birre meritano poi un capitolo a parte: la ormai nota KeTo Reporter di Leonardo è la "quadratura del cerchio" ovvero quel tanto strana, foglie di tabacco toscano in infusione non sono proprio un'ideuzza qualsiasi, che serve per attirare l'attenzione, ma bevibile in quantità senza dover per forza di cose spaccare il capello in quattro sulle molecole che si percepiscono all'olfatto. Grande birra, quasi un classico. E che dire della Reale Extra? Gran bel bicchiere da luppolodipendenti, profumi e persistenza rimangono impressi nella memoria. Anche qui, senza nulla togliere alla straordinaria bevibilità... Finale con Rosé de Gambrinus alla spina: straordinaria non c'è dubbio per quanto non sia la "mia" birra. Il giusto viatico per compiere quei venti metri che mi separano dal Ma che siete venuti a fa'.
Fine primo tempo. Intervallo.

2 marzo 2008

I presenti alzino la mano (sinistra)


Serata per reduci quella di giovedì sera al Birrificio Italiano di Agostino Arioli e soci. E' stato bello rivedere dopo praticamente solo poche ore alcuni volti incrociati rapidamente nel calderone di Pianeta Birra, all'inizio sembrava quasi di assitere al riposo dei "guerrieri". Ma la presenza di Eric Wallace della Left Hand Brewing Company con le sue birre e l'anteprima della nuova ale di Agostino, passata quasi sottocoperta per evitare di rubare la scena all'amico americano, valeva il viaggio in quel di Lurago Marinone. Menu ad hoc con abbinamenti molto ben mirati a partire dal gamberone "palestrato" con crema di patate allo zenzero ed erba cipollina in accompagnamento alla Juju Ginger di Eric anch'essa aromatizzata allo zenzero. Facile penserete voi: zenzero di qua e zenzero di là... Sbagliato perché spesso la ripetizione o l'aggancio di un ingrediente creata un effetto "kalashnikov" che ti stende per esagerazione. Quindi bravo allo chef del Birri (Stefano Arioli, fratello di Ago) per aver centrato la giusta misura. A seguire un vera e propria sinfonia per il palato con l'incontro tra la Black Jack Porter e il tortino di pasta sfoglia e funghi porcini; a mio avviso il meglio del meglio della serata. Tris di formaggi (ricotta ossolana d'alpeggio affumicata, toma ossolana d'alpeggio, cremificato verde di capra) con l'affumicata Goosinator Doppelbock; sempre a mio avviso vince la toma, ma solo perché il cremificato era da perdere i sensi e funzionava assieme alla birra solo se accompagnato dal pane a stemperarne il carattere. Ma, onestamente, come si fa a stemperare il carattere di un erborinato così eccellente? Penultimo step infine con il polpettone di carne e Imperial Stout. Ora, il polpettone a me fa venire in mente Nonna Papera o un buon modo per sucidarsi (tipo mi lego il polpettone al collo e mi butto nel fiume), ma quello del Birri era straordinario per aromi e consistenza e l'Imperial la birra più buona in assoluto della serata (oh, a mio avviso s'intende...). Una birra "nightcap", di quelle che ti mettono a letto con il sorriso estatico sulle labbra...
Finale quindi con il flan al cioccolato fondente con zabaione alla milk stout e, ovviamente, Milk Stout. Insieme mi hanno ricordato il Milky Way, barretta di cioccolato molto gettonata durante le vacanze in Inghilterra. Conclusioni: grandi abbinamenti che confermano la regola che le birre possono entrare a testa alta nelle cene degli italiani, attendo al varco il prossimo polpettone; Eric è un birraio di grande talento ed estro creativo e, infine, sono proprio belli questi rendez vous dopo le fiere dove sei talmente schizzato che non riesci a stare più di due minuti con nessuno. Purtroppo.

28 febbraio 2008

Stessa spiaggia, stesso mare


Ed eccoci qui di ritorno da Rimini (quello nella foto è l'ingresso in fiera, non al Caesar's Palace di Las Vegas). Ancora una volta, vivi. Il che non è poco visto la nebbia incredibile che è calata durante la quattro giorni adriatica. Sabato sera ad esempio, io e Valentina abbiamo accettato un invito a cena a Bertinoro e il percorso in macchina è stato a dir poco onirico con unico salvagente il navigatore che mi avvertiva delle curve e degli incroci. Ma la nebbia si è fatta sentire anche dentro la fiera: poche idee e confuse. Solita accozzaglia di ragazzini sbronzi, mamme con passeggino in gita domenicale e via dicendo con controlli alle porte quantomeno discutibili, della serie ti blocco l'operatore e lascio passare la banda di unni. A un distributore di birra arrivato dal Belgio e munito di biglietto è stato chiesto il biglietto da visita per confermare la sua attinenza al settore, e il bello è che il biglietto da visita è stato chiesto anche alla moglie...

Sorvolo sulle assenze (Peroni, Heineken, Guinness, Warsteiner) e sulle perplessità di alcuni presenti che probabilmente l'anno prossimo daranno buca (Forst, Menabrea, Radeberger, Carlsberg...) e a proposito di "buchi" che dire del "black hole" del padiglione con cavallo di cartapesta, divanetti sparsi e megaschermo made in Pineta di Milano Marittima? Boh, come boh anche per il venditore di arancini, quello di marzapane siciliano... Ho l'impressione che di questo passo Pianeta Birra 2009 rischi di assomigliare sempre più a una cronoscalata per ciclisti non dopati....

Ma veniamo davvero al bello ovvero gli artigianali in fiera. Solita atmosfera vivace, solito scambio di assaggi, con qualche iniziativa concreta come il Consorzio e molte birre in splendida forma. Tra gli assaggi che sono riuscito a fare, classifica quindi parziale, quella che mi ha colpito maggiormente è stata la BB10 di Nicola Perra, seguita dalla Farrotta di Jurij Ferri e dall'ultima versione di Lurisia di Teo Musso (il numero non mi viene in mente adesso...). La maglietta più bella della fiera senza dubbio quella di Giorgione da Roma (nome da pittore, fisico da tank, spirito alla John Belushi); la battuta migliore quella di Beppe Vento riferita a Cesare dell'Orso Verde: "E' un periodo che Cesare si pettina con i raudi"; la scena più bella e incredibile due tizi che in un bar della fiera bevevano Wuhrer in lattina; l'autodefinizione da consegnare ai posteri, sempre Beppe del Bi-du "sono un minimalista grunge". Così dopo Teo Jim Morrison, ecco Beppe Kurt Cobain, adesso si accettano candidati per Raul Casadei...
Che dire infine. Che Pianeta Birra perde pezzi, questo è poco ma sicuro. Che i birrai artigianali sono sempre più una certezza e che se proprio un difetto glielo vogliamo trovare è in termini organizzativi e di promozione dell'immagine. E che in fondo vale la canzone di Edoardo Vianello anni Sessanta: stessa spiaggia, stesso mare. Sottotitolo: per quest'anno non cambiare. Ecco appunto: per quest'anno... E il prossimo?

12 febbraio 2008

All'anima dell'animella


Una domenica a pranzo a mangiar frattaglie... Insieme a Valentina e con la cocker sotto il tavolo... Che dire, quale senso del buon gusto ci ha spinto a stringere i denti su cuore di vitello, rognoni, nervetti, animelle, fegato grasso e creste di gallo? Detta così potrebbe sembrare che il ristorante fosse gestito dalla famiglia Addams con tanto di Lerch (chiamatooo?!) in veste di maitre e invece ci trovavamo in quel di Badoere, provincia di Treviso, una bellissima piazza tonda come il cerchio di Giotto e un portico dove si nasconde, da tre anni e mezzo circa, il ristorante Dal Vero il cui chef è un ex macellaio specialista nel preparare, appunto, frattaglie in un modo tale che verrebbe da dimenticare per sempre il filetto. Un'esperienza voluttuosa tra il cuore crudo e marinato, il cui profumo ha solleticato il cocker solitamente sonnacchioso, e un eccelso hamburger di animelle con uovo tiepido e scaglie di tartufo (nella foto). E pensare che le animelle erano il tormento della mia infanzia. Tutto il menu degustazione, costo 65 euro, è andato via come una sciata in neve fresca. Da ripetere senza dubbio anche per la beccaccia lasciata lì sulla carta con mille rammarichi... Ma una riflessione si rotola nel mio cervello: saper valorizzare così bene materie prime normalmente buttate nel secchio è onore e merito del talentuoso giovane chef. E allora conta più la materia prima o il cuoco? Domanda che fa pari con quella che ricorre in Formula Uno (più il pilota o la macchina) e nel mondo del vino (più il vigneto o la cantina). Risposte?

1 febbraio 2008

G-Astronomy Domine


Se Heston Blumenthal (nella foto) avesse praticato la sua arte nel Medioevo, l'avrebbero con tutta probabilità messo sul rogo. Insomma, al posto di cucinare, sarebbe stato cucinato. Era quello che pensavo l'altro ieri mattina seguendo la sua performance a Identità Golose, congresso di cucina d'autore che è andato in scena a Milano. Quello che pensavo in realtà lo pensavo a bocca aperta. Lo stupore per il racconto dello chef britannico del The Fat Duck, tra video girati in Oman alla ricerca degli aromi "magici" (nel senso dei Re Magi) e "fumi" al profumo del Natale a casa dal nonno, del suo piatto "Oro, incenso e mirra" mi ha rivelato un artista nel senso più completo della parola. Prima di varcare la soglia del palazzo ex Borsa, confesso che avevo qualche timore di assistere a una pirotecnica girandola di "seghe mentali", tra voli pindarici all'insegna del "sotto il vestito, da chef, niente" e invece... Invece ho avuto la chance di afferrare l'estro creativo di un genio che non è quello di fare la prima cosa che ti viene in mente, ma di concepire un'idea e di concretizzarla seguendo un percorso logico, fatto di ricerche, di tentativi, di errori anche. Tutto per offrire sensazioni che non gratifichino il palato, troppo facile, ma anche il tatto, la vista, l'odorato, il cervello... Dopo di lui, Cracco, che è un talento della Madonna, o della Madonnina fate voi, ma che dopo il Blumethal-show, sembrava "quasi" normale... Non è vero, ovviamente, ma perchè da noi non si fanno trasmissioni televisive come quella proposta da Blumenthal e dalla Bbc. Perché dobbiamo morire con la Clerici, la sfida delle massaie e le maledette tagliatelle di Nonna Pina?