27 giugno 2011

Tempo di lasciare il nido?

La testata di Ale Street News
E' un editoriale molto interessante quello di Tony Forder, direttore di Ale Street News, pubblicazione "arraffata" quando ero al Blind Tiger di New York e, credo, considerata tra le riviste birrarie più autorevoli degli States. Nel pezzo intitolato "Time to leave the Nest", Forder prende spunto da due recenti pubblicità televisive: la prima è di una grande catena di locali a stelle e strisce, i Friday's, che reclamizza alcuni piatti preparati con la Harpoon Ipa, l'altra è di Samuel Adams e parla di dry hopping. La prima considerazione che fa Forder è "game over, we won". E quel "we" è da considerarsi come la birra artigianale americana che, con lo sbarco sui media generalisti ha superato lo spartiacque della nicchia e ormai parla alla massa di consumatori senza timori...
La copertina di ASN Giugno - Luglio 2011
Sembra tuttavia esserci una specie di preoccupazione tra i produttori: alcuni hanno da sempre sposato le politiche di espansione del proprio prodotto, Samuel Adams è un esempio come lo è Sierra Nevada, altri invece preferiscono restare nelle loro, spesso però già ragguardevoli, dimensioni temendo che la crescita possa portare al rischio omogeneizzazione/globalizzazione che ha già contraddistinto il percorso delle grandi birrerie diventate, con il tempo, vere e proprie multinazionali. Insomma, è il tema caldo del momento che gli americani, con proporzioni enormemente diverse, vivono come noi. Pubblicità televisive a parte, ricordiamo che da noi il tema luppoli è stato affrontato da Birra Poretti in maniera alquanto discutibile, quello della crescita della birra artigianale come quote di mercato, fenomeno che in Usa è ben evidente rischierebbe di mettere a repentaglio la qualità della birra stessa. Peggio sarebbe se il rischio fosse quello di mettere a repentaglio l'immagine di prodotti esclusivi, per pochi eletti intenditori o, peggio ancora, per acquirenti danarosi. Che, per certi aspetti è quello che anche la birra artigianale in Italia. Conforta sapere che in America si stanno ponendo certe domande, ma conforta per il tristanzuolo "mal comune, mezzo gaudio". Forder alla fine si schiera per la crescita e per la diffusione anche perché, ritiene, sia un fenomeno inarrestabile. E io sono tentato a schierarmi con lui, in un'ottica italiana ovviamente. C'è bisogno di crescere e c'è bisogno di allargare le schiere di consumatori, anche a costo di correre dei rischi che cerco di sintetizzare: prodotti non sempre in forma per problematiche legate alla distribuzione e/o alla gestione da parte dei publican, maggiore diffusione di birre "normali" ovvero adatte ai palati dei più. La continua ricerca dello "stupefacente" comporta spesso ottime recensioni da parte della critica, professionale e non, ma spinge costantemente verso il vertice che, per essere tale, è di piccole dimensioni quantitative. Ultraluppolature, barrique, blend possono andare bene per il consumatore evoluto, sicuramente per il beer geek, non credo molto per quella larga fetta di pubblico che vuole bere birra buona, gusto e profumi integri e caratterizzati, e che esiste. Ne sono sicuro. Insomma, tra il mass market e il lavoro di cesello artistico-creativo, c'è spazio per tante ottima birra senza elucubrazioni o masturbazioni mentali. Ed è su questo tipo di birra che i birrai italiani dovrebbero puntare...

22 giugno 2011

Involtini di carne salada alla Achel Blonde

Ritorna su Birragenda Salvatore Garofalo, il mio chef a la bière preferito, con una ricetta che mi aveva girato qualche tempo fa e che, colpa mia, avevo perso nel "dedalo" del mio Mac. Faccio pubblica ammenda e privata acquolina però per questo piatto perché, da un lato, vado matto per la carne salada, dall'altro trovo la Achel Blonde una birra notevole, senza iperboli e senza "follie". Anzi, forse la trovo notevole proprio per questo. Ergo, basta indugi e spazio alla ricetta: ingredienti e preparazione. Come sempre, grazie Salvatore!
M.M.


INVOLTINI DI CARNE SALADA
CON SEDANO BIANCO CROCCANTE
E FONDUTA DI PARMIGIANO
ALLA “ACHEL BLONDE”

Il manzo marinato nella Achel Blonde

INGREDIENTI PER 2 PORZIONI:

8 fette di carne salada non troppo sottili
2 coste di sedano bianco
50 g di Parmigiano Reggiano
100 dl di latte
½ cucchiaino di Maizena
Una Achel Blonde
Una noce di burro
Olio e succo di limone, sale

PROCEDIMENTO:

Per la fonduta di parmigiano:
Sciogliere in poca acqua la Maizena e versarla in un pentolino assieme al latte. Unirvi la birra e la noce di burro e un pizzico di sale.
Portare a ebollizione mescolando continuamente.
Togliere dal fuoco il pentolino, unire al latte il parmigiano grattuggiato e mescolare bene.
Lasciar raffreddare.

Pelare con l’aiuto di un pelapatate il sedano.
Tagliarlo a losanghe (quindi per il lungo) abbastanza finemente.
Porlo in una ciotola con acqua e ghiaccio e lasciarvelo per almeno mezz’ora. Questo accorgimento farà arricciare il sedano tagliato e gli conferirà la giusta croccantezza.

Stendere su un tagliere le fette di carne salada a coppia.
Scolare il sedano dall’acqua e asciugarlo tamponandolo con della carta.
Condire il sedano con un po’ di olio, limone e sale e porlo  al centro di ogni coppia di fette di carne salada. Arrotolare la carne salada per ottenere così gli involtini.
Disporre gli involtini sul piatto di portata.
Intiepidire la fonduta al parmigiano e versarla sugli involtini.
Guarnire con delle erbe a piacere.


21 giugno 2011

Non chiedete cosa possa fare Unionbirrai per voi...

"Non chiedete cosa possa fare il paese per voi: chiedete cosa potete fare voi per il paese". Ecco questa era la frase giusta, detta da John Fitzgerald Kennedy al discorso inaugurale della sua presidenza. Ora, io ho pensato di applicarla a Unionbirrai perché Google Alert mi ha fatto leggere un articolo de Il Giornale, che per inciso non leggo più dal 1994 ovvero quando Montanelli dovette abbandonare, dove veniva citata nientepopodimenoche la storica associazione di birrifici artigianali made in Italy. L'articolo è un po' lungo, e Unionbirrai è citata più per scherzo che per altro motivo, ma l'argomento non è di nessun interesse perché mette a fuoco la secolare questione delle lobby che, in Italia, ci sono sempre state ma sempre, come dire, coperte. Uno dei tanti, innumerevoli, esempi dell'ipocrisia all'italiana, del "si fa, ma non si dice".
Invece fare lobby, in altri paesi di più consolidata tradizione democratica come gli Usa, è pratica ammessa ma regolata. Soprattutto la si fa alla luce del sole. Tuttavia la mia non è una dissertazione sulle lobby, semmai una mini dissertazione su Unionbirrai che potrebbe fare di più di quello che fa. Non solo, meriterebbe di fare di più di quello che fa. L'ho pensato anche qualche giorno fa, alla serata di consegna diplomi Unionbirrai Beer Tasters allo Scott Joplin di Milano, presenti Simone Monetti, arrivato da Bologna, e l'inossidabile Marco Giannasso. Persone che hanno tutta la mia stima.
Quello che tuttavia sento è che, mentre i singoli birrifici si stanno facendo strada, chi più chi meno, nel mare magnum del mercato, l'associazione stenta a trovare un proprio ruolo da protagonista. Premetto che parlo da esterno, quindi molte cose non le conosco e ribadisco che le mie sono sensazioni, non certezze. Tuttavia trovo, ad esempio, che 300 euro l'anno d'iscrizione a UB per un birrificio siano niente, se il birrificio è avviato e di comprovato successo, appena il minimo indispensabile se si tratta di una nuova attività. Perché non si stabilisce una cifra in base agli ettolitri prodotti? Non sono un economista né un ragioniere, ma una cifra fissa mi appare ridicola soprattutto se, come sembra, UB ha sempre il budget ridotto al lumicino. La questione economica è la cartina di tornasole della volontà dei soci di far crescere UB come associazione che tutela gli interessi dei microbirrifici aderenti e promuove la cultura artigianalbirraria in generale. A meno che non si confidi sempre e comunque nel volontariato a macchia di leopardo. Volontariato che si poteva giustificare quando la birra artigianale italiana muoveva i primi passi, un po' meno oggi che i birrai, o almeno una parte di essi, godono di buona salute.
UB è una realtà storica, se definiamo storico il movimento della birra artigianale italiana, ma un po' impalpabile. Tuttavia non credo sia da imputarsi all'inefficienza dei suoi coordinatori, direttori o comunque li vogliate chiamare. Credo sia una responsabilità condivisa da tutti gli aderenti. E allora forse si dovrebbe cominciare a parlarsi chiaro: ci si crede o no? A parole, ne sono certo, sarà un coro di sì (oddio, un coro proprio unanime magari no), ma nei fatti? I fatti si misurano anche in euro, ai quali seguono i controlli di spesa e la responsabilità che deriva da qualunque rapporto di lavoro. Ribadisco, parlo da esterno, e sono pronto alle smentite. Non ho parlato con Simone di questo mio post che è frutto di una coincidenza giornalistica, di un paio di birre bevute in un pub e di qualche riflessione. Ma negli ultimi mesi ho letto e ascoltato torrenti di parole, ad alcuni ho pure dato il mio contributo, con UB a volte incensata, a volte messa sulla graticola, chi spara a zero su quelli di UB che sono entrati anche in Assobirra, chi vuole (o voleva? boh?) fare un'associazione alternativa. Parole, parole, parole. Nel frattempo, credetemi, c'è già chi è passato all'azione...

20 giugno 2011

Affezionarsi a una birra. Si può?

Berlina, una Ipa in Patagonia
Mi capita sempre più spesso, ma credo che tra Belgio e Stati Uniti la cosa abba preso dei risvolti quasi drammatici. Non faccio in tempo a dire quanto mi piace una certa birra che subito mi ritrovo a berne una diversa. E' colpa mia, ovviamente. Ma da un lato sono attratto dalle novità, dalle birre che non ho mai provato, da quelle che trovo solo sul posto perché la distribuzione è prettamente locale. Dall'altro però ho nostalgia di quando bevevo una pinta dietro l'altra di Guinness, in Italia, o di Courage Best Bitter, nelle vacanze studio in Inghilterra. Mi mancano insomma le birre "d'affetto", quelle che ti davano una certa sicurezza, quelle del "vado al pub a farmi una ...".
Oggi, vuoi per mestiere vuoi per passione, provo questa e quella. Passo da una stout a una saison, quando riesco a rimanere negli stili certi, assaggiando e assaggiando. Di rado, riprovando. La mia cantina rispecchia i tempi: non credo di avere più di due etichette uguali e se qualcuno mi chiede quale è la mia birra preferita, mi rifugio nella risposta classica anche se vera "è impossibile da dire, dipende dal momento, dall'umore, dall'abbinamento, etc...". Oppure in quella, meno classica ma altrettanto vera: "la miglior ultima birra che ho bevuto".
Certo, credo che la moltiplicazione di etichette birrarie che c'è stata negli ultimi anni in Italia sia una fortuna per tutti gli appassionati e per chi, come me, scrive per mestiere di birra. L'ampliamento della scelta è sotto gli occhi di tutti e si va da importazioni organizzate e continuative di piccoli birrifici a singoli fusti "extrafantaspecial edition" che arrivano una volta l'anno e in selezionatissimi locali. Ma se dovessi dire quale è la "mia" birra.... In tutta onestà, dovrei allargare le braccia. Non si stava meglio quando si stava peggio, questo è chiaro. E' solo un pizzico di saudade che ogni tanto mi piglia...

16 giugno 2011

Drinking in New York City

L'interno del Blind Tiger
Due giorni a New York sono davvero pochissimi, però perché buttarli via. Indi per cui siamo sbarcati nella Grande Mela principalmente per fare i turisti, poi per sopravvivere a un caldo record che non ci saremmo mai aspettati (37 gradi trasformano Manhattan in un deserto rovente che nemmeno l'ombra di Central Park riesce a mitigare) e infine per berci qualche birra che in Italia non ci è mai capitato di trovare. Prima tappa dunque in un pub di cui avevo sentito parlare ma che, l'ultima volta a NYC avevo tralasciato per privilegiare il più noto Gingerman. Trattasi del Blind Tiger di Bleecker Street, nel Village ovvero il quartiere diventato famoso negli anni Sessanta per gli artisti (pochi) che sarebbero diventati famosi e gli artisti (la maggior parte) che sarebbero rimasti tale almeno nelle loro speranze. Il Village è comunque un posto strano, diverso dalla Manhattan verticale dei grandi palazzi e delle megavetrine. A me è sempre piaciuto. Qui trovi tutte le cucine etniche del mondo (noi abbiamo cenato all'Hummus Place) e si respira un'atmosfera da media città di provincia. Il Blind Tiger è una specie di antro oscuro )come dimostra anche la foto fatta senza flash per non rompere...), molto raccolto e credo frequentato solo da gente che, prima di entrare, sa già di non essere in cerca di una semplice Bud Light. La nostra serata, ad esempio, è stata ravvivata da una Blast Double (o Imperial) Ipa di Brooklyn Brewery dal profumo fantastico di luppoli freschi e da una scorrevolezza in gola tremenda. Da berne a litri, tanto poi si chiama un taxi o si prende la metro. Tuttavia, visto che la lista "on tap" era assai interessante, e abbiamo volutamente tralasciato i vari vintage inglesi e belgi, io mi sono lanciato su Stone Brewing e sulla loro Sublimely Self-Righthouse Double Ipa. L'ho scelta anche per il nome da menu di alta classe (tipo "raviolini tirati a mano farciti di carne d'oca allevata in cortile sotto il sole e conditi con timo della Lunigiana, radici di zenzero della Manciuria liberata e bla bla bla...), ma dopo il primo sorso l'ho trovata pazzescamente buona, una formidabile Black Ipa che non si lascia capire immediatamente e che, forse proprio per questo, è da amore vero.
Interno dell'Heartland Brewery a due passi dal Pier 17
Ergo, credo sia chiaro che raccomando vivamente un passaggio dal Blind Tiger se si va a New York. Tuttavia raccomando con (quasi) la stessa convinzione anche la Heartland Brewery di cui ho già avuto modo di parlare. Ho deciso di tornarci anche questa volta perché da un lato ero consapevole di aver lasciato le cose incompiute, dall'altro perché i nachos presenti tra gli "starter" del menu erano quanto di meglio ci potesse essere per dare una giustificazione alle troppe birre ordinate. Comunque questa volta ho tagliato corto e benché detesti cordialmente i bicchierini sampler da due sorsi (già trovo un po' irritante la mezza pinta) ho chiesto il "full sampler" ovvero sette birre in formato mignon, tutte le regolari più una stagionale. L'elenco completo lo trovate qui, ma ho trovato molto interessante per i suoi chiari profumi agrumati d'arancia la Indian River Light, molto buona anche la Farmer Jon's Oatmeal stout, caffettosissima che sembrerebbe quasi fatta in collaborazione con Starbucks, forse la migliore del gruppo, insieme alla stagionale Belgian Ipa, molto pulita e caratterizzata. Discrete comunque la Indiana Pale Ale Ipa, ma inferiore alla Belgian, la Red Rooster Ale e la Harvest Wheat Beer. Da dimenticare invece la Cornhusker Lager. Insomma, qualche alto, alcuni medi, qualche basso, ma una sosta, magari a pranzo o verso metà pomeriggio, in una Heartland Brewery di New York non è tempo buttato via. Come, del resto, non è mai tempo buttato via fare un salto sotto l'ombra dell'Empire State Building...

14 giugno 2011

Una città da bere - Philadelphia Beer Week

The Nodding Head Brewery

Me l’avessero detto prima, forse, non ci avrei creduto. Oddio, quel minimo di esperienza nordamericana fatta lo scorso ottobre mi aveva insegnato che, città Usa che vai, ottimi locali che trovi. Ma Filadelfia si distingue da San Francisco o da New York per alcuni aspetti: in primo luogo la quantità di posti dove si possono trovare un bel “pacchetto di mischia” di birre artigianali (chissà questa parola cosa vorrà dire in America?). In gran parte prodotte nella East Cost, ma con una bella presenza pure di birrifici californiani e dintorni. In secondo luogo, Filadelfia possiede un centro storico di dimensioni limitate, per gli standard statunitensi, facile quindi da girare a piedi e considerato che molti dei locali più interessanti sono proprio nel centro storico, ecco che la cosa assume un significato ancora più piacevole… 
Il Mc Gillin's Old Ale House
Infine Filadelfia presenta, in città, alcuni microbirrifici e brewpub di tutto rispetto. Dalla Philadelphia Brewing alla Yard’s Brewing, di cui mantengo il ricordo soprattutto della loro Brawler, fino alla Nodding Head Brewery, un brewpub dove la “perla” mi è sembrata essere una brown ale chiamata Grog.
Tra i locali, se il Monk’s Cafe brilla soprattutto per la grande passione “belgofila” del suo titolare che ha fatto dire a Michael Jackson “è semplicemente il miglior belgian cafe degli Stati Uniti”, io mi sono trovato molto bene anche al Farmer’s Cabinet, scoperto su suggerimento di Joe Sixpack, al Philadelphia bar & restaurant, dove mi hanno un po’ "piallato" a forza di ipa e double ipa, e al Mc Gillin’s Old Ale House che si vanta di essere la più vecchia insegna birraria della città di Benjamin Franklin. Il quale, tra l’altro, apprezzava in modo particolare la birra.
Luci nella notte: l'insegna del Monk's Cafe
Ora, se mettete insieme tutti questi locali, e molti altri ancora, e ne moltiplicate il potenziale per il coefficiente dato da una settimana, la Philly Beer Week, dove tutta o quasi la città è sembrata essere coinvolta (è stato addirittura organizzato un pub crawl a piedi con guide turistiche che raccontavano edifici e monumenti e poi ti portavano nei pub), il risultato è stato quello di un'assoluta goduria dei sensi. Mi è difficile ricordare tutte le birre bevute, dalla tarda mattinata fino a sera, anche se da qualche parte sono sicuro di essermele segnate. Ma non credo sia questa la cosa più importante da raccontare. La cosa più importante è aver vissuto una città che si vanta di essere la più "birraria" degli Stati Uniti (anche se il newyorchese Garrett Oliver della Brooklyn Brewery non si è detto d'accordo), una città soprattutto dove la birra entra anche nei ristoranti più blasonati e negli hotel di lusso, la cerimonia d'apertura prevede una "corsa" a tappe di locale in locale e si passa da una taverna rumorosa e quasi sordida all'immacolata atmosfera dell'hotel Four Seasons. Una città che, se nella Philly Beer Week sfiora quasi la vertigine da appuntamenti birrari, come ho cercato di spiegare qui, è secondo me una delle più interessanti da visitare e vivere tutto l'anno.

31 maggio 2011

Cantillon Redemption

A tu per tu con Jean Van Roy
L'ho confessato, credo, più volte. Anche su questo blog. Il lambic non mi ha mai esaltato molto. Un po' meglio forse la gueuze, ma in tutta onestà la fermentazione spontanea la trovavo sempre come un assortito mix di profumi assurdi, poco affascinanti, spesso ostili. Detto questo sono sempre stato convinto che gli ultimi esempi di fermentazione spontanea, la tradizionale produzione di lambic tanto per intenderci, andassero difesi a spada tratta contro tutti i rischi di estinzione. E questo semplicemente perché la differenza è sempre sinonimo di ricchezza. E poco importava se, qualora avessi dovuto portare con me una sola bottiglia di birra su un'isola deserta, non avrei mai e poi mai scelto una bottiglia di lambic, gueuze, kriek. Nemmeno di Cantillon, ovvero del "mostro sacro" in tema di lieviti selvaggi. Fatto sta che andare sul posto ti offre l'opportunità di crescere e cambiare, almeno in parte, idea. Quindi, una tre giorni a Bruxelles, mi ha dato l'opportunità di fare il pellegrinaggio in rue Gheude e visitare la suggestiva, "ragnatelosa" birreria fondata all'inizio del secolo scorso. Conosco bene i meccanismi psicologici del contesto in cui si beve una cosa: il whisky scozzese sembra più buono nelle Highlands o nello Speyside, lo Champagne è più effervescente tra i vigneti nei paraggi di Reims e pure il crudo di Parma ha tutto un altro profumo se lo guardi da Torrechiara. Però io sono andato da Cantillon con tutte le mie prevenzioni strette sotto braccio e l'ho fatto innanzitutto per espiare il senso di colpa che avevo per non esserci mai stato prima. Insomma più o meno come sono stato a vedere i quadri di Lucio Fontana. Avevo voglia di conoscerli, ma non mi piacevano prima e non mi sono piaciuti dopo.
La vasca di raffreddamento
Invece, al termine di una visita con interessante conversazione con l'amico Alberto Cardoso, ho incontrato Jean Van Roy, il titolare, e con lui ho iniziato a bere. Ed è stato come se partisse un tappo di spumante. Un "bop" cerebrale che ha stupito me in primo luogo. Certo, ho apprezzato il fascino della vecchia fabbrica, l'attaccamento alla tradizione interpretata in modo rigoroso, la sottile e giustificata polemica con chi fa gueuze per modo di dire. "Politicamente", se vogliamo dirla così, mi ero allineato, ma questo non ammetteva come conseguenza ineluttabile il fatto che mi dovessero anche piacere le birre. Ero insomma nell'atteggiamento gustativo di chi ama la frase, falsamente attribuita a Voltaire, "Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo". Questo almeno fino al primo sorso. Poi, appunto, mi sono fatto avviluppare da profumo e sapore. Non li ho più trovati ostili, solo complessi. Quasi ti costringessero a pensare a quello che stavi bevendo. Ed è stato, lo confesso, molto esaltante. Tanto che la sera stessa mi sono ritrovato a bere Cantillon anche al Moeder Lambic di place Fontainas. Certo, non "a secchiate" come ogni tanto mi capita di leggere, ma con più passione emotiva. Non solo con il semplice rispetto che si deve a chi fa della sua attività economica una vera e propria missione.

23 maggio 2011

Streets (and beers) of Philadelphia

Philadelphia, here we go!
Philadelphia (Usa) è più Sylvester Stallone o Tom Hanks nell'omonimo film? Sondaggio non facile come potrebbe sembrare perché la nostalgia adolescenziale mi farebbe dire Rocky (i primi due, poi è stata una tragedia), il politically correct mi farebbe propendere per il secondo... Vabbé, allora decido che Filadelfia è birra. Fortissimamente birra, soprattutto nella decina di giorni che vanno dal 3 giugno al 12 giugno, quando in città si celebra la Philly Beer Week alla quale sono stato invitato e alla quale parteciperò con notevole gaudio anche nel marasma di impegni lavorativi che contraddistinguono il rush finale che porta all'estate. A dire il vero l'invito in terra americana e nella città dell'indipendenza è stato fatto a Valentina. Io mi sono agilmente imbucato e sono pronto a ritrovare le straordinarie birre di Deschutes Brewery, che avevo solo assaggiato allo European Beer Star dello scorso novembre, oppure quelle della Flying Fish, di Saranac, della Harpoon, approfittandone anche per dare una ripassata a quelle della Dogfish Head, Sierra Nevada, Flying Dog. Insomma, dubito che morirò di sete nelle giornate a Filadelfia. La Beer Week si annuncia del resto straordinariamente intensa grazie anche al coinvolgimento di numerosi locali birrari cittadini che apriranno le porte a tasting vari organizzati dalle birrerie presenti alla manifestazione. Un'idea, quando vedrò in prima persona capirò se confermare o meno, che potrebbe essere importata anche in Italia. A me, ad esempio, la sperimentazione riminese fatta da Unionbirrai qualche anno fa in occasione di Pianeta Birra mi era piaciuta...

19 maggio 2011

Il ritorno della bionda...

Titolo balengo, lo ammetto. Visto che sono anni che contesto l'uso della parola "bionda" in riferimento alla birra e devo aver letto decine e decine di articoli dal triste titolo tipo "Una bionda sotto l'ombrellone" e via di questo passo. Ma il titolo si spiega con la presentazione di questa mattina a Milano della ricerca commissionata da Assobirra e firmata Makno, una pratica annuale che solitamente precede la, per me, fondamentale pubblicazione dell'Annual Report e che serve per mettere in luce alcune tendenze o, come in questo caso, alcune conferme. Allora la notizia principale uscita dalla ricerca è che il 58,5% degli intervistati quando decidono di bere una birra la scelgono, 9 volte su 10, "bionda". In Italia, sempre secondo la ricerca, si consumano 15 milioni di ettolitri di birra chiara (in effetti è così che la chiamano in Assobirra) ovvero 25 dei 28 litri che sembrano essere il consumo medio pro capite. Inoltre sembra piacere soprattutto la chiara in bottiglia, tre quarti delle vendite, mentre alla spina resta solo il 15% e la lattina riveste il 10% finale.
Dannata "bionda"
Notizia che, onestamente e percentuali a parte, non mi sorprende più di tanto. Che lager e pils, o simil pils, dominino il mercato è un dato di fatto da quando Josef Groll decise di andare a Pilsen per vedere di risolvere i problemi. Che nell'immaginario collettivo la birra chiara sia la birra per eccellenza ci sta. E forse ci sta anche in queste percentuali. Che sono di tipo bulgaro quando in Bulgaria ci stava Ceausescu (che però stava in Romania, comunque il concetto è quello...) o, se preferite, di tipo socialista ai tempi di Craxi. Ma la cosa fa riflettere chi, e mi ci metto dentro anche io, è da qualche tempo che batte e ribatte sul chiodo dell'incredibile varietà di stili birrari, colori inclusi dunque, sulla ricchezza creativa che sta dietro il mondo delle birre, sull'originalità interpretativa dei piccoli produttori italiani, di quelli belgi e bla, bla, bla... Poi ecco che arriva questa ricerca ed ecco che siamo ancora alla birra chiara. Non ne faccio un dramma naturalmente, si può sopravvivere. Solo che quando leggo queste notizie mi chiedo quanto siano aderenti alla realtà dei fatti i successi dei microbirrifici, quanto la gente comune sappia di quello che in molti ambienti (giornali, web, forum e quant'altro) si da non solo per scontato, ma per ampiamente superato. Ovvero, in certi ambiti si spacca il capello, il luppolo forse, in quattro, si filosofeggia sul concetto di vintage e si fanno convegni sulle tecniche di affinamento in barrique, e su altri si spiega che gli italiani la vogliono chiara.
Dove sta la verità? Forse da nessuna parte o da entrambe, forse il mercato oggi è entrambe le cose. Milioni di ettolitri di birra chiara e migliaia di ettolitri di tutto il resto. E forse la convivenza è pure possibile...

10 maggio 2011

Tuttofood e il "miglio verde"

Non ero mai stato a Tuttofood, la Fiera dell'Alimentare "per eccellenza" (addirittura!) che termina domani nella fantascientifica nuova fiera di Milano, in quel di Rho-Pero. In compenso quest'anno ho recuperato con presenza nella giornata di domenica e di lunedì. Allora, innanzitutto un avviso ai naviganti metropolitani: per qualche mistero forse comprensibile solo all'organizzazione i quattro padiglioni occupati da Tuttofood si trovano all'estremità opposta alla fermata della Metro con l'eccezionale risultato di doversi sciroppare sotto le lenti "moltiplicacalore" volute da Fuksas i quasi due kilometri di percorso a piedi prima di giungere alla meta. E' vero che il "miglio verde", non a caso romanzo firmato dal maestro dell'incubo Stephen King, è dotato di tapis roulant che dovrebbero accelerare l'esperienza pedatoria, ma evidentemente gli italiani concepiscono il congegno come una sorta di giostrina gratis e quindi, una volta messo piede sul tapis, ci si trova a dover essere ingolfati come dei polli in batteria inviati allo spiumamento. Ricorrendo a tecniche degne del miglior Tomba sono comunque riuscito a slalomare e risalire la corrente ed eccomi così nei padiglioni dove avevo appuntamenti di lavoro.
La ReAle allo stand Interbrau
Passato indenne attraverso le monumentali aree di accoglienza di salumifici e caseifici vari, sono riuscito a mettere piede nell'area chiamata Mixer Village che ospitava, credo per la prima volta, la sezione beverage di Tuttofood. Spazio quindi anche alla birra nelle rappresentanze, almeno quelle che ho visto io, di Menabrea, Birra Forst, Dibevit Import e Interbrau. Quest'ultimo offriva alla spina alcune birre notevoli. Per la prima volta ho provato alla spina la Open Noir di Baladin che mi ha lasciato abbastanza perplesso per i profumi quasi nulli (forse troppo fredda), ma deliziato per il retrogusto netto di liquirizia che mi ha un po' riportato indietro nel tempo, quando ancora si provava piacere a masticare il legnetto fibroso ma saporito (detta così sembra che abbia un centinaio d'anni o suppergiù). Davvero tosta, non nel senso di tostatura, la Urthel Op-9: leggermente aggressiva, ma difficile da dimenticare subito. Solita conferma per la ReAle del Birrificio del Borgo spillata dal cask, morbida e aromatica, l'ho scelta come primo sorso per rimettermi un po' dalla scarpinata. Dietro le spine, nella foto qualcosa si intravede, una frigovetrina immensa con tutto il ben di dio che Interbrau distribuisce in Italia compresi nuovi arrivi da Sierra Nevada (la Glissade ad esempio). Considerata l'impossibilità di svaligiare almeno uno scaffale, mi sono voltato di 180° per indirizzarmi verso lo stand di Dibevit Import dove ho assaggiato ancora una volta la Pelforth Brune, mi piace sempre lo ribadisco, e ho trovato quasi stratosferica la Malheur Dark Brut, 12 gradi alcolici da scalare a cuore sereno.
Lo stand Dibevit con Danijel Lovrecic al lavoro
L'ho trovata perfetta insieme a una pasta cioccolatosa che ho scippato dal bancone, ma sarei curioso di provarla anche su delle carni dal sapore forte. Tipo il cervo che compro in montagna dalle parti di Alleghe. Ancora qualche assaggio random e poi via di tapis roulant fino alla Metro. Nel complesso, convegni dagli orari ballerini a parte, lo spazio Mixer Village mi è piaciuto abbastanza. Poca gente, birre buone, clima rilassato. Quanto all'utilità concreta per le aziende, giudizio sospeso. Voci contrastanti e beneficio della prima volta non mi permettono di tirare delle conclusioni. Credo che sia stata un'occasione per incontrare clienti già fatti e, in misura minore, intercettarne di nuovi. Ma Tuttofood è ancora molto alimentare come fiera, pertanto le potenzialità Horeca di Milano e dintorni non credo si siano espresse al loro meglio. Va detto che dopo il catastrofico esperimento di MiWine di qualche anno fa, FieraMilano potrebbe voler andare con i piedi di piombo nel segmento beverage. Più probabile che, senza tanti proclami inutili, si punti a fare le scarpe a Cibus Parma. Dopo aver tentato, invano, di farle a Vinitaly.

27 aprile 2011

Vichinghi contro bizantini

Jurij Ferri
Definizione del termine "bizantinismo" su sapere.it: "modo di pensare sottile e cavilloso o che si disperde in ragionamenti inutili e privi di risultato; compiacimento della complicazione fine a se stessa". 
Questo per spiegare almeno in parte il titolo criptico di questo post che non ha nulla a che vedere con qualche gioco di società stileRisiko, ma con la notizia apparsa ieri sera su Facebook, della multa comminata a Jurij Ferri, birraio e titolare dell'Almond '22 di Pescara, per il fatto di riportare, in etichetta, la dicitura "birra artigianale". Ora la questione, rilanciata in breve tempo in più webluoghi dell'etere birrario, da Cronache di Birra al blog di Lelio, dal forum di Mobi a quello di UB passando per il blog di Bad Attitude, è stata raccontata un po' da tutte le angolature e con opinioni diverse restando peraltro condivisa la solidarietà, alla quale mi associo, verso Jurij per una multa che appare ridicola come una farsa se non fosse per il fatto che viviamo in un Paese dove la farsa è una costante pressoché quotidiana. Una farsa proprio perché, da tempo, sono convinto che la dizione "artigianale" per la birra sia una "non definizione" e una farsa perché in un Paese dove le frodi alimentari ti possono portare all'obitorio, come un recente caso all'Auchan di Torino dimostra, fare una multa perché una legge non prevede la dizione "artigianale" di fianco alla parola "birra" dovrebbe far sbellicare dalle risate. In campo alimentare ormai, è quasi tutto artigianale, qualsiasi cosa questa parola voglia dire. E quando tutto è artigianale, nella testa del consumatore, nulla lo è. E' un po' la tecnica cara a molti quotidiani su argomenti più seri e che si riassume nel "tutti colpevoli, nessun colpevole". Certo che poi, nel rispetto della più classica tradizione italiota, si potrà anche "trovare l'inganno". Come qualcuno ha già scritto, basterà mettere un punto, una virgola, chiamare la birra "artiggianale" o qualsiasi altra cosa. 

La legge in Italia non è una cosa seria. In primo luogo perché una Nazione paragonabile sotto molti aspetti alla Francia ha prodotto, dal dopoguerra a oggi, una mole di leggi e leggine decine di volte superiore a quella transalpina (immagino per la gioia di legulei e avvocati) con l'unico scopo di creare un tale casino che quasi sempre si può sostenere, in tribunale, tutto e il contrario di tutto, poi perché i tempi della giustizia civile sono letteralmente biblici (con tutta probabilità solo i nostri figli sapranno di come è andata a finire la storia di Almond '22), infine perché, appunto, "fatta la legge, trovato l'inganno". Insomma, un cambio di etichetta, anche fatto con il Tratto-Pen, e via andare. La battaglia con il Leviatano burocratico è da generazioni una sfibrante, ma a volte emozionante, guerriglia, un combattimento casa per casa. Tuttavia, forse, il nocciolo della questione sta proprio nell'uso del termine "artigianale". Lo so, sarebbe brutto metterlo in soffitta perché è un po' come ammettere che sia stato scippato da chi artigianale non è, ma visto che io mi sono da tempo iscritto alla sparuta pattuglia di chi non crede che artigianale sia sinonimo di qualità tout court, ecco che allora la vicenda Jurij (sulla quale però un po' di clamore mediatico bisogna pur farlo) potrebbe essere l'occasione per un ripensamento globale dell'intera faccenda. Nel senso che, posta la dizione spero incontestabile di "birra prodotta da birrificio artigianale" in quanto iscritto alla categoria artigiani (come mi sembra sia il caso di Jurij), ci si dovrebbe maggiormente concentrare sul valore della qualità costante, sulle materie prime, sull'interpretazione di birre riconducibili a un territorio e sulla creatività, la vera arma in più a mio avviso, dei piccoli birrifici. Piccoli esatto, la parola non è brutta né squalificante, piccoli per dimensione, piccoli per volumi, piccoli per personale e piccoli per distribuzione. Le microproduzioni sono sempre più spesso sinonimo di qualità perché quando fai poco, quanto è da stabilirsi, sei più sicuro che quello che vendi lo hai proprio fatto tu, che la distribuzione ce l'hai tutta sotto controllo, insomma che sei tu che decidi perché, è inevitabile, più deleghi e meno controlli. In definitiva, la battaglia tra il vichingo (Jurij) e i bizantini (lo Stato) potrebbe essere un casus belli interessante in senso più ampio. Anche per non sentirsi, un domani, definire come Teo Musso in questa notizia riportata dalla Repubblica edizione di Genova.

26 aprile 2011

Mangiarsi le mani

Odio questa sensazione. Quella, ad esempio, che mi prende sempre quando esco da una fiera e mi viene in mente che non sono stato a visitare quel produttore oppure non ho salutato quel tizio che vedo solo una volta l'anno. E' la sensazione che provo quando organizzo un viaggio di lavoro e poi, all'ultimo momento, salta fuori qualcosa che me lo fa annullare. Infine, è più o meno la stessa sensazione che ho quando organizzo una cosa e poi scopro che nello stesso periodo se ne fanno altre che mi interessano nella stessa misura. Tuttavia è una sensazione con la quale sto imparando a convivere, visto che non ho il potere di dettare i calendari. Ergo da giovedì 28 a lunedì 2 maggio sarò, saremo con Valentina, impegnati in un viaggio stampa nel Salento. Vista la foto presa a caso qui sotto, non ho proprio nulla da lamentarmi, lo so, ma ci tengo a dire
Costa Salentina

che, se fossi dotato di teletrasporto o avessi il dono dell'ubiquità, mi sparerei allegramente la tre giorni della United Indi Pubs, a Vezzano sul Crostolo in provincia di Reggio Emilia. Il primo maggio invece farei certamente un salto a Piozzo, per l'Open Day 2011. Nel primo caso, la lista delle birre presenti è sufficiente a stimolare qualche centinaio di kilometri anche se fossero servite su bancarelle poste sotto un ombrellone, in più la tavola rotonda sulla birra artigianale e i suoi canali distributivi si preannuncia quantomeno stimolante. Nel secondo caso, quello "piozzese", la presenza in contemporanea di Jean Van Roy - Cantillon, Greg Koch e Mitch Steele - Stone Brewing, Rudi Ghequire - Rodenbach e Rob Tod - Allagash per parlare insieme a Teo e Kuaska su "Affinamento e fermentazione in legno", basta e avanza per farmi il solito saliscendi per le colline langarole che portano al "villaggio Baladin". Insomma, chiunque abbia un minimo di passione birraria può capire il mio stato d'animo. Mi piacerebbe molto che qualcuno registrasse, traducesse e mettesse per iscritto gli atti del convegno di Piozzo (ho già provato a buttarla lì a qualcuno di Le Baladin) e potrebbe essere interessante se altrettanto si facesse per la tavola rotonda all'United Indi Pubs. Credo che cominci a essere importante, nel mondo della birra artigianale, fissare alcune tappe che potrebbero, uso il condizionale, essere utili in futuro. Intanto, io continuo a tenermi questa maledetta sensazione....

22 aprile 2011

Bad Attitude rocks!

Mi piacciono i birrifici artigianali che si danno da fare con la comunicazione anche perché, è una battuta, sono talmente pochi... Per cui apprezzo la direzione che ha preso il Bad Attitude di Lorenzo Bottoni & Co., una direzione nettamente controtendenza rispetto ai tanti che sembrano guardare solo il mondo della ristorazione. Non che una strada sia più giusta dell'altra, solo che in entrambi i casi ci vuole della coerenza, capacità di "soffrire" (non è detto che i risultati arrivino subito) e una buona dose di lungimiranza. Bad Attitude, mi sbaglierò, mi sembra abbia le idee chiare sia sulla direzione sia sulle tappe da raggiungere.
Come as you are

Scrivo questo perché sono stato nuovamente coinvolto, come altri blogger, nella cosiddetta Tasting Room del birrificio svizzero dal cuore italiano con due nuovi prodotti: la Kurt e la Two Penny. Al di là del gentile omaggio, l'idea di far parlare il mondo web dedicato alla birra su prodotti concreti e non, semplicemente, su voli pindarici corrisponde a quell'idea di micromarketing e di microcomunicazione sulla quale dovrebbero puntare i microbirrifici. A una produzione di nicchia, almeno in termini di volumi, deve corrispondere una comunicazione di nicchia, se non altro in termini di budget. Chi è bravo e si dà da fare può crescere, chi si lamenta... Si lamenta e basta.
Delle impressioni di assaggio parlerò più avanti. Per ora devo dire che l'idea di una birra artigianale in lattina mi piace. Non ho saputo resistere e la Kurt, dopo un passaggio in frigo, l'ho aperta e il primo sorso l'ho bevuto direttamente dalla lattina. Erano anni che non mi capitava e l'ho goduto pienamente. Profumi e carattere sono evidenti e la differenziano subito, nettamente, dalla marea di lager in lattina. Il packaging è tra lo scanzonato e il, volutamente, approssimativo ma c'è una buona dose di creatività "ribelle" che mi sembra rispecchi la filosofia, birraria e di vita, di Lorenzo Marcos Bottoni. Quasi quasi, farei tutta la linea in lattina...



Mi è piaciuto anche lo pseudo "bloc-notes" che accompagnava le birre. A dirla tutta, la prima sensazione è stata quasi un deja vu. Grafica, concetto, scrittura e citazioni mi facevano un po' Teo Musso style (non so Lorenzo come prenderà questa cosa), ma poi l'occhio mi è caduto sulla foto delle cuffie posizionate su quelli che credo essere dei manometri. E allora mi sono chiesto se è una citazione in stile "labour", le cuffie sono quelle da insonorizzazione del tipo "martello pneumatico", oppure una vaga, allusiva e ironica, citazione delle leggendarie cuffie per lieviti ballerini che contribuirono non poco a far parlare di Piozzo nel mondo della birra. Sia come sia, mi sembra che il Bad Attitude stia facendo un buon lavoro...

20 aprile 2011

Adesso, degustatemi questa

Mi serviva proprio un input esterno per postare qualcosa su questo blog che naviga a vista tra una commissione di lavoro e l'altra (anche se ho avuto la brillante idea di affacciarmi come Birragenda pure su Twitter, tanto per vedere l'effetto che fa) e l'input è arrivato...
"Gentilissimi appassionati di Birra, vi invio il comunicato stampa riferito ad una simpatica iniziativa "di provocazione" organizzata da un birrificio e da un distributore per contrastare la mania di commentare una birra non per il suo valore oggettivo ma per la simpatia soggettiva verso il birraio, per un'amicizia comune o semplicemente per "vicinanza" del birrificio...", questo era l'inizio della mail arrivata nel tardo pomeriggio. Lì per lì ho pensato a uno scherzo, passione che a volte prende i blogger con risultati imprevedibili soprattutto se qualche lettore, e parlo dei più "scafati", si fa cogliere dall'emozione, ma ora sono convinto che si tratti di una strategia di comunicazione interessante. Almeno per me che sto qui a scriverne.
La mail proseguiva con un vero e proprio comunicato stampa dal titolo che ho copiato per questo post con un passaggio introduttivo a dir poco sintomatico: "Nel giovane mondo della birra artigianale sta dilagando la Rater-mania. Un avatar, un nickname, una passione che a volte va oltre i limiti del buonsenso. A creare i polveroni sono sempre quel gruppetto di persone che giocano a chi ce l'ha più grande (il commento), a chi la dice più grossa (la critica) e a chi sputa più lontano (la sentenza), tutto, a volte, per il gusto di fare gli estremisti, prendendosi troppo sul serio e spesso senza una vera motivazione. 
Forse per “simpatia” verso il produttore? Forse per compiacere o divertire i propri amici?
Allora ecco che nasce un piccolo evento pensato per ironizzare su questa "mania" e scherzare con questi “estremisti”.
La birra "40"?

E il piccolo evento è una birra anonima per produttore e distributore, prodotta in soli 400 litri, una Bitter da 4% vol, "luppoli normali, niente di modaiolo", 40 Ibu di amaro, e una densità iniziale di 40. Numeri che non sono buttati lì a caso perché 40, che è pure il nome della birra, fa riferimento ai 40 "estremisti" accusati, anche se in maniera ironica, di "Rater-mania". La birra, conclude il comunicato stampa, avrà il suo debutto ufficiale il prossimo 28 aprile "nei migliori pub d'Italia" che saranno senza dubbio pochini se i litri saranno proprio solo 400. La lista dei pub dovrebbe essere comunicata a breve.
Sia come sia, e ammesso che la cosa non sia una boutade e basta, voglio fare qualche considerazione. La prima è che questo tipo di comunicazione è simpatica e ha senza dubbio il merito di destare l'attenzione. La seconda è che la "provocazione" nasce da uno studio di comunicazione (Salsamentarius) dove lavora, se non è addirittura titolare, Manila Benedetto, collega con passione per la birra, alla quale vanno i miei complimenti per un comunicato stampa davvero diverso dalle soliti tiritere che mi arrivano normalmente (e che durante Vinitaly stavano raggiungendo un livello di collasso). Ma la terza, e ultima, considerazione è l'immagine percepita degli appassionati di birra italiani... Ovvero, è davvero questa? Visti da fuori siamo o sono, vedete voi dove inserirmi, degli accalorati schiamazzatori, adoratori della rissa verbale, vivisezionatori della birra più strana, etc... Insomma, in nemmeno vent'anni abbiamo recuperato, e forse superato, i "fighettismi", termine in voga sul web, così terribilmente in vigore nel mondo del vino? Mi sa di sì, andando con la mente alle diverse letture fatte in questi mesi sul web birrario italiano e internazionale. Mi sembra ieri che quando si parlava di birra artigianale si ricordava sempre il "mitico" 1996 quando iniziò tutto, o quasi. Invece sono passati secoli. Ma non è tanto questo l'importante. Credo sia nel carattere italiota cadere in preda a raptus mistici dove dall'amore passionale si passa alla gelosia alla Otello. Oggi tocca alla birra, domani chissà. L'importante è, soprattutto per chi fa lavori noiosi che però ti tengono incollato al laptop tutto il giorno, coltivare una passione. E, nel frattempo, continuare anche a prendere uno stipendio. Ma il valore di questo comunicato, provocazione e birra a parte (incluso anonimato che non credo durerà a lungo) è che qualcuno, per la prima volta, ha giocato la carta degli "estremisti" per far parlare di sè. Significa che questa percezione, di "birrofighettismo", si sta diffondendo. Mi sembra l'inizio del percorso che ha fatto il vino, che dai documentari di Mario Soldati è passato alle prese per il culo di Antonio Albanese...

11 aprile 2011

Luci e ombre da "Birritaly"

Vabbé, punto primo: tentare di fare Vinitaly in un solo giorno è divertente, ma faticoso. Farlo poi sotto il solleone veronese può essere definitivo. Comunque, se non altro, ti aiuta a fare delle scelte. Per me, questo è stato il Vinitaly più birrario di sempre, non che ci volesse molto in effetti. Raggiunto subito di buona lena lo spazio Agrifood, un po' effettivamente tagliato fuori dalla kermesse dei padiglioni più imponenti, ho osservato l'angolino riservato ai birrifici artigianali che, come degli arditi, avevano deciso di varcare il sancta sanctorum del vino made in Italy. Non tutti gli stand, almeno al mio passaggio, avevano il birraio presente (ho visto solo Leonardo Di Vincenzo, Sergio Ormea e Agostino Arioli). Peccato, perché se si crede in una fiera delle proporzioni di Vinitaly bisogna esserci di persona, tuttavia Agrifood appariva davvero la panchina (se non la tribuna) dove le riserve delle riserve aspettano il loro turno. La differenza era ancora più evidente facendo un rapido giro al galoppo tra i padiglioni vinicoli.
Scene dal corner birre artigianali a Vinitaly
Lamentele in questo senso mi sono giunte da Grado Plato e da Tenute Collesi. Quest'ultime sistemate, non so il perché, sempre ad Agrifood ma da tutt'altra parte. L'anno scorso, a detta dei produttori marchigiani, una sistemazione più a ridosso di aziende del vino e distillatori aveva di riflesso fatto arrivare un numero superiore di operatori, anche stranieri. Ne deduco quindi che, da sola, la birra artigianale a Vinitaly non attrae ancora così tanto. Ma se qualcuno ha mosso delle critiche altri sembravano più soddisfatti. Leonardo era in gran forma e faceva assaggiare a raffica tutta la sua produzione, con una Sedicigradi in splendide condizioni. Da Le Baladin ho appreso, grazie Islaz, che la Erika ha cambiato nome causa proteste legali di un produttore tedesco che, come nello storico caso della Sangre de Toro di Beba diventata Toro per lettera del legale della spagnola Torres, ha fatto sapere di aver già registrato questo nome nel campo alimentare. La Erika di Le Baladin da oggi dunque si chiama Mielika: etichetta e bottiglia già bella che pronta per il birrificio piemontese che ormai pensa mondiale. Se infatti Teo è in partenza per un giretto in barca a vela in compagnia di Giovanni Soldini, Oscar Farinetti, Matteo Marzotto, Moreno Cedroni e Giorgio Faletti, il suo direttore commerciale Franco "Cico" Fallarini confessa che ormai l'export vale il 20% del fatturato e che i mercati principali sono gli Usa (consolidati), l'Australia e l'emergente Brasile dove la birra artigianale made in Italy piace molto. Almeno quella firmata Baladin visto che prossimamente Teo e
Addio Erika, benvenuta Mielika
Cico andranno in pellegrinaggio da quelle parti (in aereo presumo) per diffondere il verbo della birra made in Piozzo.
Amarcord invece resta in Italia, almeno di persona, perché gli stranieri li fa venire qui. Ha infatti visto la luce la prima collaborazione tra il brewmaster di Brooklyn Brewery, Garrett Oliver, e quello di Amarcord con la Riserva Speciale, etichetta disegnata da Tonino Guerra, che sarà presentata ufficialmente a giugno. In realtà questa birra è già stata assaggiata e votata, ergo credo sia già in giro, ma io ci sono arrivato solo ieri a Verona. E mi è pure piaciuta...
Per il resto, gradevole l'originale Weizentea di Grado Plato, fresca e leggerissima, accompagnata da una battuta al vetriolo da parte di Sergio sulle birre "strane" e buona come sempre la Ego di Tenute Collesi, una blanche corretta, profumata e che si lascia bere a lungo. Un particolare non indifferente, mi accorgo ultimamente, quando con birre artigianali che spuntano come funghi a ogni angolo (ultima in ordine di tempo la Gaita di Pratorosso comprata all'Esselunga), si inciampa sempre più spesso in prodotti anonimi, raffazzonati, magari interessanti di primo acchito ma che muoiono presto nel bicchiere. Un altro segno dei tempi, non c'è dubbio. Non so voi, ma io confesso che non riesco più a stare dietro all'esplosione di birre artigianali, non solo di birrifici, ma proprio di birre intese come etichette o, addirittura, variazioni di ricetta. Da Vinitaly sono tornato a casa con la Open Baladin versione Rolling Stone. Avevo chiesto speranzoso a Islaz se l'unica modifica riguardasse il tappo, invece è proprio una Open diversa. E allora stappiamo...

6 aprile 2011

Un Vinitaly di birra...

Eccoci dunque alla vigilia: domani scatta la quarantacinquesima edizione del Vinitaly a Verona. Croce e delizia per tutti coloro che si interessano al vino. Sia per venderlo, comprarlo, scriverne o semplicemente berlo. Di certo l'appuntamento è di quelli colossali, il circo Barnum della vitivinicoltura italiana. Quando lavoravo a Civiltà del Bere me lo sciroppavo tutto, dal primo all'ultimo sorso, ed era sempre una corsa contro il tempo per arrivare puntuali agli appuntamenti, saltare come un grillo impazzito dal padiglione del Piemonte a quello della Sicilia (che detta così potrebbe non significare nulla, ma chi conosce la location può immaginare le galoppate).

Ogni giorno, bastava un ritardo qualsiasi in una conferenza stampa e il tuo programmino calcolato al minuto andava a farsi friggere. Bei tempi, ora a Vinitaly ci vado molto più rilassato. Per fortuna. Una giornata basta e avanza. Si va per salutare, assaggiare qualcosina, soprattutto far capire che sei ancora vivo. Quest'anno però una differenza sostanziale l'ho trovata. Ad Agrifood, la rassegna dell'agroalimentare di qualità che sta dentro al Vinitaly, saranno presenti una pattuglia di birrifici come mai si era visto prima. Certo, il Baladin aveva già varcato la soglia di Veronafiere già qualche anno fa, segno che Teo vede sempre le cose in anticipo, ma questa volta l'elenco (probabilmente solo parziale) recita, oltre a Selezione Baladin: Birra del Borgo e Amarcord (entrambi rappresentati da Interbrau), Grado Plato, Birrificio del Ducato, Birra Abbà, Tenute Collesi, Birrificio Italiano, Birrificio Mani's, Birrificio San Gabriel, Società Agricola Pratorosso, Mastri Birrai Umbri, Theresianer...
Matrimonio d'intenti?

Chissà, forse l'anno prossimo il loro numero potrebbe pur aumentare. Cosa vuol dire, a parer mio, questa presenza birraria nel regno consacrato del vino? Che parecchi birrifici si stanno rendendo conto che per crescere, o magari anche solo per sopravvivere, bisogna allargare i confini... Che finché si gioca basta dare da bere alla nicchia degli appassionati, ma quando si comincia a fare sul serio i consumatori bisogna andare a cercarseli. Anche al di fuori del circuito birrario in senso stretto, leggi pub e birrerie. Non ho mai incontrato al Vinitaly, in circa dieci anni di presenza, molti publican. Ristoratori, enotecari, buyer... Quelli sì, a iosa. E sono loro, e solo loro, gli interlocutori di chi paga dei soldi per avere lo stand al Vinitaly... Poi, certo, ricorderemo tutti insieme i vecchi tempi quando le birre si bevevano al pub e si discuteva per ore sulle differenze tra una bevanda e l'altra. Differenze, di vario genere, che ci sono e restano, senza dubbio, ma quella che è la tendenza attuale mette in evidenza che la birra, almeno quella artigianale, sta cercando con forza altre strade che non sono solo quella dei pub. Non solo, naturalmente, però sarebbe davvero un peccato se le birre artigianali (tante, troppe?) smarrissero la loro vocazione originale....

5 aprile 2011

Il birraio della Val di Fiemme

In missione per il vino, mi capita sempre più spesso di trovarmi a bere birra. Mi è capitato anche qualche settimana fa, durante un giro in Trentino per andare a trovare gli amici di Cantina La Vis e assaggiare nuovamente il loro Pinot Nero Vigna di Saosent che mi fa letteralmente impazzire e che per questioni di tiratura limitata posso bere, e comprare, solo in loco. Ma una digressione di qualche kilometro in cerca di carne salada mi ha fatto incontrare le birre del birrificio Val di Fiemme che, grazie alle indicazioni del macellaio, si trovava poco distante. In realtà le birre di Fiemme le avevo provate, alcune, l'anno scorso in montagna dalle mie parti trovandole più che discrete. Ergo, la visita lampo al birrificio era d'obbligo. Ho potuto conoscere così Stefano Gilmozzi che, dal 1999, ha deciso di riportare in vita un'attività che in zona aveva già dei precedenti. Stefano produce cinque birre d'ispirazione tedesca. L'ultima in ordine di tempo, la Nòsa, è uscita a fine gennaio 2011, ed è prodotta ricorrendo a cinque varietà di luppolo che,
Birra Val di Fiemme
combinate insieme, dovrebbero a detta del birraio rispecchiare il profilo aromatico del luppolo selvatico che una volta cresceva abbondante in valle e che veniva impiegato dalle birrerie di un tempo (nello specifico la vecchia birreria di Predazzo). Come le altre della gamma, anche la Nòsa è una birra da bere, ma non per questo banale o anonima. I profumi sono ben distinti, puliti e il primo sorso lascia la voglia di berne ancora. La filosofia di Gilmozzi, che sta già addestrando il figlio sul processo produttivo, è di quelle da "artigiano puro": buoni prodotti, target birrario, nel senso di pub e birrerie e solo in seconda battuta ristoranti, poca comunicazione, quasi niente marketing. Funziona? Credo di sì, visto che dopo dieci anni di lavoro non ci si può reggere solo sull'entusiasmo ed è la prova che le strade per raggiungere il successo, nel campo della birra artigianale, possono essere diverse. Si tratta solo di decidere prima dove si vuole arrivare e che tipo di vita, professionale ma non solo, si vuole vivere.
Stefano Gilmozzi
Abbastanza scontato dire che, a me, la personalità di Stefano è piaciuta parecchio. Niente tirate filosofiche sulla birra artigianale come ideologia e molta sostanza. Sostanza anche nella sua Lupinus, birra che mi era apparsa misteriosa la prima volta che ne avevo sentito parlare e che avevo cominciato a comprendere un po' grazie a contributi esterni. Ero stato messo fuori strada dalla menzione in etichetta del "caffè di Anterivo" che in realtà identifica un particolare tipo di lupino, quindi un legume, coltivato storicamente nella omonima, piccola località di montagna e utilizzato, in tempi grami, come succedaneo del caffè. Il gusto di questo Lupino ricorda in effetti più il caffè d'orzo che il caffè vero e proprio, ma ha un sapore gradevole, non invadente né particolarmente amaro. La birra è molto buona, sia al naso sia al palato dove lascia una vaga traccia di cacao ma anche quella specie di dolcezza tipica proprio dei legumi. Per certi versi ricorda un po' alla lontana la Borlotta di ArteBirraia, ma è più convincente.
Ultima nota, e sincero consiglio qualora vi trovaste a passare da quelle parti, è per lo Zirmo, un'acquavite aromatizzata al cirmolo che Gilmozzi fa più per passione che per altri motivi, ma che è davvero deliziosa. Come un po' tutte le grappe al cirmolo che ho assaggiato e che tuttavia, non so se per questioni legali o per difficile reperibilità della materia prima, sono difficili da trovare in giro per le Alpi. Il cirmolo è un pino molto noto per i tipici mobili in stile "montanaro", ma le sue pignette donano un profumo e un aroma incredibile al distillato, con un immediato deja vu di baita alpina, caminetto acceso e neve fresca fuori dalla finestra...

2 aprile 2011

Patagonia Brewing

Ho sempre sostenuto che parte del fascino della birra risiede anche nel fatto che non ha limiti imposti dalle latitudini, come ad esempio, il vino. Tuttavia, andandomene in giro una settimana per la Patagonia argentina (i report quotidiani del viaggio, se li volete leggere, li trovate qui) mi sono stupito della quantità di piccole produzioni birrarie in un luogo considerato, per certi versi a buona ragione, "dimenticato da Dio". Di Argentina, in termini birrari confesso che non andavo oltre il marchio commerciale più conosciuto, ovvero la Quilmes che, tra l'altro, è presente pure in Italia.

Ora, la Quilmes la si trova dovunque in Argentina e la sua caratteristica bottiglia da mezzo litro dall'imboccatura particolarmente larga è una presenza abituale sulle tavole di pub e ristoranti (i favolosi "asador" dove si mangia agnello allo spiedo e grigliate di carne che da sole valgono il viaggio). Non solo, ma Quilmes in Argentina significa anche la variante Stout e Bock. Peccato solo che da queste parti, sebbene il freddo possa essere davvero intenso, abbiano l'abitudine di refrigerare i boccali prima di riempirli di birra. Refrigerarli al punto tale che una sottile crosticina di ghiaccio adornava il mio pieno di Stout che del resto è una stout un po' sui generis: scura ovviamente, ma poco corpo e note più che altro caramellose. Tuttavia, strana usanza a parte, la Quilmes non è la scelta unica e obbligata, lasciando perdere la triste Isenbeck assaggiata in volo tra Roma e Buenos Aires, se si vuole ordinare una birra in Patagonia. A El Calafate ad esempio, esiste la Cerveceria Sholken dove due ragazzi, Matias e Favio, producono tre birre (la Rubia, la Roja e la Nera) con luppolo coltivato in Argentina, ma più a nord. Delle tre, tutte non filtrate, ho apprezzato la Rubia, una chiara abbastanza profumata, e la Nera che sembra ispirata alle rauchbier di Bamberga con profumi leggeri di affumicatura. Niente di esaltante, sia chiaro, ma un percorso originale che merita di essere incoraggiato. Scendendo poi verso Ushuaia, che è considerata la città più australe del mondo, ecco spuntare come funghi birre a me totalmente sconosciute.
La Cerveceria Sholken a El Calafate
Alcune discrete India Pale Ale, alcune Bock, molte birre scure, anche se quasi tutte anonime, ma una scelta assai ampia per essere in un territorio poco popolato e dove la vita non presenta tutte le comodità di una moderna città occidentale. A Ushuaia sono stato in un ristorante chiamato Placeres Patagonicos che, oltre ad alcuni grandi marchi commerciali, aveva oltre una decina di birre locali, dal trittico (pilsen, pale ale e stout) della Cerveceria Cape Horn alla quasi infinita gamma proposta dalla Cerveceria El Bolson che passa dalla serie classica alla birra al miele, a quella al cioccolato (notevole, con un profilo aromatico molto caratterizzato) fino a quella al peperoncino (forse la più interessante al naso, per delle note vegetali molto fresche e una gradevole persistenza pungente al palato). Insomma, un itinerario quello fatto nella Patagonia argentina molto interessante anche sotto il profilo birrario, una presenza che seppure qualitativamente non indimenticabile mi fa riflettere sul fatto che in questo ambito c'è davvero spazio per tutti, anche all'interno dello stesso locale. La mia permanenza in Argentina si è infatti conclusa in un pub irlandese di Buenos Aires. A fianco della Guinness, che forse andava per la maggiore, c'era anche una scura e una pale ale locale di un piccolo produttore che adesso si è perso nei meandri dei miei appunti. Io ho optato per la pale ale, qualcuno al mio tavolo ha preferito la Guinness. Libertà di scelta, gran bella cosa...
Scelta birraria in Patagonia