30 settembre 2009

Back to Birra e Vino


Terminata la lettura del libro di Charles Bamforth, Birra e Vino, posto qui qualche impressione visto anche l'interesse condiviso con Arzaman, Luca e Tony. Allora, confesso innanzitutto che i romanzi di Don Winslow sono andati via molto più velocemente, ma Birra e Vino non è stato nemmeno come affrontare l'Ulisse di Joyce. Qualche perplessità, comunque, me l'ha lasciata. A parte l'errore, spero di traduzione e/o di ubriachezza, di definire il luppolo un cereale (per due volte a pagina 35), tutto l'impianto risente di una visione molto industriale nella fabbricazione della birra che rispecchia le esperienze dell'autore, ma anche un po' di spocchia verso i piccoli artigiani considerati dei dilettanti allo sbaraglio. Quello che per la grande azienda è vanto, leggi uniformità di prodotto nei secoli dei secoli, per l'artigiano è iattura. Io francamente credo ci sia spazio per tutti e che un mercato maturo possa offrire buone chance ai grandi, questo è abbastanza ovvio, ma anche ai piccoli...

Al libro però, un merito lo attribuirei ed è quello di rivendicare un po' di orgoglio alla categoria birra, cercando di metter in luce tutti i passaggi complessi della produzione e dando fiato alle possibilità di abbinamento, alla cura nel servizio e sottolineando la medesima dignità della birra verso il vino. Tralasciando naturalmente le battute verso quest'ultimo... Un po' tristanzuole...

11 settembre 2009

International Beer Challenge a Londra


Una toccata e fuga in quel di Londra con la consueta depressione al rientro in Italia. L'occasione mi è stata data dall'International Beer Challenge dove ho svolto (spero bene) il compito di giudice, unico italiano insieme ad Agostino Arioli. La mia prima esperienza in un concorso internazionale è stata intensa e vibrante, soprattutto perché queste sono occasioni dove ovviamente si assaggia molto ma si impara ancora di più. Il fatto poi di essere stati praticamente imbullonati per tutto il tempo al White Horse ha reso la cosa ancora più entusiasmante perché pur testando una cinquantina di birre, da leggere lager fino a impegnative wood aged, farsi una pinta in piedi appoggiati al bancone del bar è per me la sensazione più gratificante. Ergo, serata prima del concorso a bere al WH, giornata successiva spesa in assaggi, finale con ultimi giri di pinte e trasferimento finale al The Rake, piccolo ma sapiente pub in Borough Market per passare in rassegna quasi tutte le birre di Brewdog con finalone di due diverse annate di Tokyo. Fantastico tutto, anche l'allarme antincendio suonato alle due di notte nel mio alberghino di Fulham Broadway. Infine qualche considerazione anche per spiegare la foto scelta: gli assaggi erano tutti naturalmente alla cieca; provare diverse categorie senza delle nette interruzioni (impossibili per questioni di tempo) facilita le prime birre della categoria "superiore" (ovvero dopo tante lager, alcune davvero acquette, la prima bitter ale mi è sembrata paradisiaca); gli assaggi del mio tavolo si sono conclusi, lo abbiamo saputo solo dopo, con tre annate diverse della famosa o famigerata Utopias di Samuel Adams (la foto) che, a onor del vero, non mi ha entusiasmato follemente. La bottiglia è da scaffale dei memorabilia su questo non discuto, ma mi è sembrata un po' sbilanciata, "violentemente" alcolica, troppo muscolare... Insomma, non la mia birra anche se, in una versione, un ritorno di aromi vanigliati era senza dubbio interessante...
Di Brewdog invece parlo bene: Punk Ipa, Edge e Trashy Blonde erano eccellenti, della Tokyo onestamente ho apprezzato di più la vecchia annata perché mi sembrava più fine e austera, più completa. La nuova Tokyo alla spina l'abbiamo ordinata in bicchieri da assaggio ovvero un terzo di pinta allo stratosferico costo di 6 sterline l'uno. Non male, no? Se adesso Agostino aumenta i prezzi al Birrificio sapete da dove gli è venuta l'idea... ;-)

25 agosto 2009

No, le pinte di plastica, no...


Uno non fa in tempo a riassestarsi alla tastiera, scuotersi la sabbia di dosso e la sensazione di sale sulla pelle ed ecco che gli tocca commentare la ferale notizia che nel Regno Unito il ministero dell'Interno ha deciso di affidare uno studio destinato a introdurre nei pub la pinta di plastica causa troppi vetri rotti in testa durante le risse tra avventori. A parte il fatto che, nella mia piccola esperienza, ho visto gli inglesi fare a botte solo quando sono all'estero in vacanza o, al massimo, organizzare qualche "simpatica" caccia all'italiano nelle cittadine dove si andava a fare vacanza-studio, ma nutro seri dubbi che la rissa sia pratica endemica tale da richiedere un provvedimento del genere. Vero anche, è che potrei essere io a frequentare pub tranquilli, tradizionali, spesso fuori dai circuiti modaioli e calcistici, ma l'eventuale abbandono del vetro, di quella solida sensazione di tranquillità che si prova a stringere nella mano una pinta colma di ale, verrebbe irrimediabilmente distrutta dalla plastica, per quanto questa possa essere spessa e di design. Insomma, mi rifiuto di credere che la denunciata rissosità delle giovani generazioni britanniche debba essere fermata con questo provvedimento, già i maxischermi e le lager continentali mi intristiscono quando varco la soglia di un pub inglese, figuriamoci se mi mettessero in mano un contenitore in pet. Mi auguro allora che il Camra (http://www.camra.org.uk/) si adoperi per scongiurare questa mossa che sa di declino, di poco rispetto per una nobile bevanda e, in ultima battuta, di "misura all'italiana" di fronte al presunto problema.

21 luglio 2009

Letture per l'estate


Forse è davvero la volta buona. Ancora qualche giorno sul notebook e poi la consueta dissolvenza per un paio di settimane. Ovviamente senza guardare mail, accendere il cellulare, lurkare (ho imparato una parola nuova) in giro tra blog e forum altrui. Come sempre arrivo a luglio un po' nauseato anche se sono consapevole che, dopo due giorni passati al sole come un ramarro, mi assalirà la crisi di astinenza da tastiera. Poco male, ho parecchie birre da bere con calma e alcuni libri da leggere il più rapidamente possibile. Per poterne poi acquistare altri, ovviamente. Di sicuro mi porterò via l'ultimo di Don Winslow, Il potere del cane, perché il primo, L'inverno di Frankie Machine, bruciava tanto andava via veloce. Chiuderò anche la lettura di tutto, o quasi, quello che ha scritto Edward Bunker con Mia è la vendetta e poi passerò a Gore Vidal e al suo Giuliano. Ma, visto che delle mie letture potrebbe anche, legittimamente, fregarvi poco, segnalo un libro che mi sembra promettere bene ovvero Birra e Vino di Charles Bamforth, uscito da poco per Donzelli Editore. Da qualche parte ho letto una recensione che metteva in evidenza i differenti approcci alla comunicazione e al marketing da parte dei produttori di vino e quelli di birra e sono abbastanza curioso di sapere se, alla fine, sarò d'accordo con l'autore oppure no. Questi ultimi giorni milanesi sono trascorsi ammanettati alla scrivania con uno stacco gratificante per la festa del Bi-Du a Bizzarone domenica scorsa. Il locale Le birre del Bi-Du mi è piaciuto parecchio, rivedere Beppe Vento e gli altri birrai presenti anche di più. Tra le birre assaggiate, quelle che mi hanno colpito maggiormente sono state la Yerba del Bi-Du e la Dau' del Troll, la prima per quella definita nota aromatica che mi ha fatto venire voglia di correre al mio take away indiano preferito, la seconda perché si lasciava bere da sola. Buona senza bisogno di impressionare, come chi è talmente sicuro di sè da non avere nemmeno bisogno di dimostrarlo.

9 luglio 2009

Ligera? Leggera!


Posto qui, perché se mai ne avessi avuto intenzione di iscrivermi ora mi è passata del tutto, un topic uscito sul forum del MoBi intitolato "Ligera? Leggera!" dove il vicepresidente chiosa in maniera, a mio modo di vedere insinuante, il fatto che ho descritto la Ligera del Lambrate con le parole "Nel palato scorre, per l'appunto, leggera..." nel numero di luglio del Gambero Rosso. Al che la risposta di un consigliere è stata: "Ma povero Maurizio, Xe veneto, ostrega!". Che dire, avrei davvero preferito non leggerla, il fatto è che purtroppo, per dovere professionale e per curiosità personale, sfrucuglio abbastanza spesso nei forum, newsgroup e blog altrui. Cerco sempre di informarmi o di tenermi aggiornato, includendo nella lettura anche diatribe di cui mi frega poco o punto (questo è un toscanismo montanelliano perché pur essendo veneto di origine, discendo da toscani con "imbarbarimento" lombardo...). Colpa mia dunque, che dovrei fare il mio lavoro parlando con i birrai e stop. Invece cerco di allargare, dove e come posso, lo sguardo alla realtà artigianale nel suo complesso segnalando siti che reputo interessanti come microbirrifici.org e, almeno una volta mi pare di ricordare il MoBi. Ripeto, colpa mia. Il fatto è che della storia della Ligera, nomignolo dato alla malavita milanese di anni fa, sapevo: mi è bastato leggere rapidamente il sito del Lambrate per scoprirlo. Benché forse me l'avesse detto proprio qualcuno di loro, ma non sono sicuro. La frase segnalata dalle alte sfere del MoBi andava letta come un gioco di parole e niente più. A mio avviso era anche simpatico e non credo comunque che i lettori del Gambero mi spareranno per non aver loro rivelato una così preziosa informazione come la vera origine del nome. Invece vengo paragonato a quel tale, portato a esempio da Kuaska, che sbaglia l'origine del nome Golding... Che tristezza, davvero. In contumacia, portato davanti alla Sacra Rota della birra italiana e condannato con sarcastica irrisione. Vabbé ragazzi, prendo atto e memorizzo. Non ho evidentemente i meriti per ascendere alle vette immacolate del Monte Olimpo della cultura brassicola nazionale, lassù l'aria è troppo rarefatta e faccio fatica a respirare. Visti da qua sotto siete bellissimi come gli dei, inavvicinabili come loro, perfetti e luminosi come gli astri che vi hanno creato per portare la luce ai plebei che si infangano sulla terra.

7 luglio 2009

Ligera uber alles


La foto l'ho fregata dal loro sito, lo ammetto subito ma è dovuto al fatto che tra un tracollo del notebook e il lavoro non so dove diavolo è finito il mio archivio fotografico. In più, con tutto quello che ho da scrivere in settimana, nel tentativo vano di fiondarmi in ferie subito dopo e sparire dall'orizzonte degli editori, non dovrei essere qui a scribacchiare sul mio blog. Però, eggià però, per una birra come la Ligera del Lambrate un'eccezione la faccio volentieri. Perché? Perché è una birra che letteralmente adoro, perché l'ho bevuta qualche mese fa nel momento giusto, con la testa sgombra dai pensieri e senza nessuno che mi guardasse per capire cosa ne pensavo, perché mi ha sradicato letteralmente la sete di dosso, perché mi ha lasciato in gola un amaro che ti fa voglia di fare "aahhh" come i bambini assetati e passarmi una mano sulle labbra, perché è finita presto e mi è sembrato naturale prenderne subito un'altra, perché mi ha dato quella sensazione di libertà intima che mi ha fatto amare tanto la birra nelle sue declinazioni più informali. Luppoli, malti, lieviti, bassa e alta fermentazione, e tu da chi prendi ispirazione e perché la birra la fai così... Scusate ma a luglio la lampadina nel mio cervello tremola e i miei quattro neuroni iniziano a ballare la rumba. E' il momento in cui le parole contano sempre meno e la birra è solo liquido prezioso che mi entra in testa per le pulizie di primavera. In effetti, è anche il momento nel quale meglio comprendo quanto sono fortunato a fare questo lavoro...

1 luglio 2009

Gambero e Prosecco


Il titolo potrebbe voler significare un abbinamento. Che tra l'altro non è nemmeno male. Ma questo post vuole essere solo una comunicazione di servizio: sintetica perché sono giornate incandescenti di lavoro, oltre che di temperatura sahariana e umidità amazzonica, e perché sono, lo ammetto, ben contento di rivelare che sul numero di luglio del Gambero Rosso appare la mia prima collaborazione (le due pagine di classifica delle birre artigianali da bere in estate) e che, lo scorso 26 giugno, alla Scuola Enologica di Conegliano Veneto, ho ricevuto il premio per il miglior articolo apparso su riviste e periodici nel Concorso Giornalistico Primavera del Prosecco con un servizio intitolato "Il segreto del Prosecco" e apparso su Il Luogo Ideale. Gli altri premiati erano Anna Scafuri del TG1 (sezione Radio e Televisioni), Antonella Lanfrit del Sole 24 Ore (sezione Quotidiani), Alessandra Moneti dell'Ansa (sezione Web) e Anna Sandri de La Stampa (Primo Premio Assoluto). Insomma, me la canto e me la suono da solo e non è che la cosa mi esalti al massimo. Ma, che ci volete fare, son contento... Ogni tanto vedere riconosciuto il proprio lavoro fa bene e sarei ipocrita a non ammetterlo...
Vabbé, torno a lavorare che è meglio...

6 giugno 2009

Il diavolo e l'acqua santa


Rulli di tamburi, e nemmeno tanto in lontananza, nella giungla della birra artigianale italiana. Due profeti del movimento hanno varcato la soglia degli inferi e non lo hanno fatto per convertire ma, per essere convertiti. L'annuncio, riportato e commentato con la consueta serenità dal sempre tempestivo Andrea Turco di Cronache di Birra, poi più o meno contemporaneamente, credo, da Fermento Birra, da Mondobirra, etc... sembra aver gettato lo scompiglio tra gli appassionati. In realtà nessuno aveva fatto una piega, mi sembra, quando già da inizio anno alcuni birrai avevano aderito ad Assobirra, ma che l'abbiano fatto due gesucristi come Teo Musso e Leonardo Di Vincenzo ha aperto le cateratte del cielo. Da qualche giorno ci sto pensando anche io. Chissà poi perché, visto che quando ne avevo scritto su Barbusiness di febbraio la cosa non mi aveva turbato più di tanto. E mica perché allora a entrare nella confindustria, oddio che volgarità, erano stati l'Atlas Coelestis e compagnia, ma solo perché mi sembrava un abbastanza logico approdo per chi, dalla dimensione modello guerriglia di Sendero Luminoso era arrivato a quella di giovane imprenditore desideroso, anche, di guadagnare. Quello che non capisco è lo stracciarsi le vesti, il minacciare ritorsioni, il "come li abbiamo fatti, ora li distruggiamo" e via di questo passo... Mi suona tanto da amanti traditi, da "meno siamo e meglio stiamo", come quelli che ti dicono che una volta sì che la Pilser Urquell era buona, ma adesso... E io mi chiedo sempre: una volta quando? Dieci anni fa, cinquant'anni fa, nel 1860? E allora quando i treni arrivavano puntuali? E quando c'erano le mezze stagioni? Agli inizi probabilmente Teo faceva le birre da solo, una a una e pure le etichettava personalmente o quasi. Ma da quanti anni le birre, chiamiamole standard, non le fa più Teo? Fanno schifo adesso? Boh, sicuramente ci sarà qualcuno che dirà: eh, non sono più quelle di una volta... A me piacciono ancora. Così come piacciono ancora quelle di Leonardo. E' questa costante divisione tra nero e bianco, tra il diavolo e l'acqua santa, che non comprendo. La visione manichea delle cose. Le guide non sono la Bibbia o un libro da ardere a seconda di chi le fa. Sono consigli che si possono seguire o meno, giudicare sempre. I guru, i sacerdoti, gli esperti non sono vati illuminati la cui parola è legge. Ma solo persone che ci fanno conoscere cose che ancora non conosciamo, ma sulle quali il giudizio spetta solo a noi. Singoli individui. Una birra è buona se per noi è buona. Non se lo dice qualcuno o se la fa un artigiano. L'educazione al gusto non è indottrinamento. Perché non siamo polli in batteria. E allora il tanto vituperato ingresso di due ottimi produttori artigianali in Assobirra non è niente di così drammatico. La gran parte della gente continuerà a bere ciò che vuole, grazie a Dio. I megaproduttori si scanneranno sulle quote, altrettanto mega, di mercato, i piccoli lavoreranno sulla nicchia e se cresceranno ancora un po' dovranno allargare il loro mercato perché sui ristoranti stellati e sulle enoteche di lusso ci campi finché fai davvero poco. Ma anche in quel caso si dovranno distinguere perché prima di arrivare ai volumi, e ai fatturati, delle megaziende ci vorranno delle generazioni. Insomma, mi sembra si stia facendo un gran casino sul nulla, e soprattutto che lo si stia facendo su basi ideologiche ammantate della parola "etica". Ma crescere, fare profitto, è assolutamente etico, quando non sfoci nel reato, per un imprenditore. E questo sono i birrai. Ne più nè meno. La loro birra, dopo essersi asserviti al Golem confindustriale, scadrà al livello di un'acquetta bicarbonata? Bene, ci sarà chi la berrà perché intanto il marchio è diventato trendy e nel frattempo nasceranno nuovi birrai ancora più artigianali, la nuova generazione di duri e puri, pronti a essere scoperti dai guru e dalle guide e pronti, dopodomani, a entrare in Assobirra. E il ciclo riprenderà immutabile. Questo è il mercato, questa è la natura umana. Ovviamente con, sullo sfondo, i cori di dolore dei "ti ricordi tu, tanti anni fa, quanto era buona quella birra....".

1 giugno 2009

Speyside Break


Ogni anno, chissà poi per quale arcano motivo, non appena intravedo l'estate che si avvicina, il lavoro diventa frenetico al limite del parossismo. Quasi fosse un disperato colpo di coda per tenermi ammanettato al notebook. La notizia, ovviamente e di questi tempi, è positiva ma tra articoli da consegnare, la degustazione a Crema con l'Ais Lombardia sulle birre artigianali lombarde e i viaggi di lavoro a Cagliari e a Roma, sono state settimane intense e anche un po' schizofreniche. Se però dovessi scegliere "l'attimo fuggente" sarebbe senza dubbio quello che vedete in questa foto. Si tratta della mia mano (credetemi sulla fiducia), di un calice di Glenrothes Select Reserve e del panorama di un angolo dello Speyside scozzese. Visto dalla sorgente le cui acque compongono questo single malt "soffice" e setoso, comodoso mi verrebbe da osare. La camminata per raggiungere la sorgente è durata una buona mezz'ora, in salita, tra rovesci di pioggia ogni cento metri, più o meno, sguardi indagatori di cordiali bovini al pascolo, e profumi di trifoglio, erba bagnata e fiori. Un'aria pulita che a un milanese, per quanto d'adozione come me, comporta lievi giramenti di testa (troppo ossigeno evidentemente) e una degustazione finale che, d'un balzo, tra il lieve vento in faccia e l'arcobaleno spuntato in valle, si è iscritta di rigore come la più bella della mia vita. E con questa mossa, l'anfitrione della giornata, Ronnie Cox, è diventato il mio uomo di pubbliche relazioni preferito... Glenrothes, in tutta onestà, mi era piaciuto molto già a Milano, ma tutte le sensazioni provate in Scozia mi hanno messo in pace con me stesso. Talmente in pace che quando il mio notebook (quello di adesso è il netbook di riserva) ha ceduto di schianto, l'ho presa con filosofia. Nemmeno avessi fatto colazione con corn flakes e fiori di loto... Scotland forever!

19 maggio 2009

E... lezioni italiane


Vabbé, il titolo del post è un po' forzato perché volevo fare il paio con il precedente, ma nella foto, insieme ad Alessio Gatti del Birrificio Bruton, ci sono io davanti a una piccola platea di studenti della Facoltà di Scienze Gastronomiche a Pollenzo. Sto tenendo una "lezione" sull'argomento Birra & Giornalismo in un corso voluto e organizzato dagli stessi studenti. Questa cosa, raccontata con un po' di enfasi, ha reso in qualche modo orgogliosa pure mia madre, e non capitava da anni, che probabilmente non ha mai mandato giù il mio abbandono di Giurisprudenza a cinque esami dalla laurea. Poco male perchè la mattinata con i ragazzi di Pollenzo mi ha regalato sensazioni "strane": in primo luogo ho capito che sono definitivamente troppo anziano per fare lo studente; poi che spiegare trucchi del mestiere a gente che prima o poi potrebbe farmi le scarpe è decisamente autolesionistico. In realtà, mi è sembrato che la pattuglia di volenterosi fosse più interessata a comprendere il mercato e le prospettive della birra artigianale in Italia e che, tra loro, ci fossero più potenziali birrai che giornalisti di settore. Ma la conversazione mi è sembrata interessante, soprattutto per gli spunti che mi sono arrivati e che magari matureranno nella mia testa in qualche tempo. Anche questa è stata comunque la riprova che la birra artigianale è sempre più sugli scudi: se ne parla sempre più spesso, si moltiplicano le occasioni di incontro e di degustazione, la si trova nei ristoranti più blasonati. E' un gran bel momento, non c'è che dire... Eppure, chissà, a volte è proprio all'apice della festa che si verificano i primi scricchiolii, solo che nessuno li sente per il troppo rumore... Anche sul Titanic, in fondo, si ballava, no? Ogni giorno mi giungono notizie di nuovi impianti in produzione e nuove birre sul mercato, dopo la cavalleria degli esploratori stanno arrivando le legioni. E' un bene o un male? Forse entrambe le cose perchè a volte le masse si trasformano in slavina e dopo sarà più difficile distinguere i bravi dagli improvvisati. Forse lo è già. Per dirla insomma alla Arbore: vigilate, gente, vigilate...

9 maggio 2009

Lezioni americane


Incontrare Garrett Oliver, brewmaster della Brooklyn Brewery di New York, e Sandro Vecchiato, amministratore delegato di Interbrau, non è stato il classico appuntamento di lavoro con intervista ovviamente connessa. O per lo meno, non solo. Del talentuoso birraio della Grande Mela avevo, come molti, sentito parlare a lungo, alcune sue birre le avevo assaggiate in Italia e all'estero, ma di lui non sapevo nulla dal punto di vista personale. Poteva essere un sussiegoso tizio consapevole della sua fama oppure un abbottonatissimo americano da cui cavare parole di bocca con la pinza. Invece, grazie a Dio, ho portato il registratore con me e ho inciso un vero e proprio fiume di parole intervallate da poche, brevi, domande. Garrett Oliver è indubbiamente un uomo di comunicazione, ma trasuda letteralmente una passione smodata per la birra, da quando ne è stato fulminato in Europa dove si trovava per lavoro. Passione indubbiamente, ma anche un approccio molto serio, quasi severo, verso l'arte brassicola. Questo, forse, la parte che mi ha colpito maggiormente di lui. La creatività lo affascina tanto quanto la competenza e quando gli ho chiesto cosa avrebbe suggerito a un giovane birraio alle prime armi, mi ha risposto che una delle prime cose da provare a fare bene è una pilsner. La competenza si acquisisce con il tempo e con la pratica, confrontandosi con i birrai più esperti. A un certo punto mi ha chiesto: "In Italia non avete un mastro birraio in pensione che possa trasferire il suo bagaglio tecnico ai giovani che vogliono imparare?". Uno, a dire il vero, ci sarebbe, ho risposto pensando a Tullio Zangrando, un maestro di modestia quanto di tecnica. Ma chissà cosa ne penserebbe Zangrando, già impegnato con Theresianer... Ma, al di là di questo, quanto pesa la fantasia e quanto la tecnica per far saltare fuori un bravo birraio? Forse è una domanda che vale la pena porsi, in un momento in cui in Italia nascono brewpub e microbirrifici come funghi dopo una pioggia autunnale...

22 aprile 2009

Dirty Old Town


Un fine settimana di rapina, al lavoro ovviamente... Ma mancavo da Dublino da troppo tempo per rimandare ancora il mio consueto pellegrinaggio a Temple Bar e così fuga per la vittoria approfittando di un buon prezzo sul volo Aer Lingus da Linate in compagnia di Valentina e di amici fidati. Dublino ha pochi monumenti degni di nota, niente di paragonabile a Londra o a Parigi nè tantomeno a Roma, ma è un luogo dell'anima, ti entra sotto pelle in poche ore e, se hai il carattere giusto, non ti abbandona più. Quindi prima tappa, come sempre, al Mulligan's di Poolbeg Street che resiste alle falangi di turisti e mantiene la vecchia, solida, atmosfera del pub senza fronzoli, solo legno e spine. Qui la prima pinta di Guinness o di "black stuff" che dir si voglia. La prima di tante. Era dai tempi di Praga o della Croazia che non bevevo così di gusto, solo per sentirmi bagnare la gola e provare il pulito amaro finale di questa stout che a lungo è stata in cima alla lista dei miei desideri quando, vent'anni fa, ho cominciato a bere birra seriamente. Guinness, Guinness, Guinness... Nei pub ma anche nella Storehouse, dove ho incontrato anche, pur non riuscendo a metterlo a fuoco, Raimondo Cetani birraio dell'Hibu... Piccolo il mondo della birra, senile la mia mente smemorata...
Ma se di Guinness a Dublino potrei vivere, va detto che ho trovato grande soddisfazione nel mandare giù la Plain Porter di The Porterhouse e soprattutto la Galway Hooker, una formidabile irish pale ale che non conoscevo. Così come non conoscevo il The Bull & Castle (http://www.indublin.ie/Venues/Pubs/The_Bull_-_Castle_Gastro_Pub_-_Beer_Hall.aspx), gastropub a due passi dalla Christ Church e piccolo tesoro di microproduzioni irlandesi: da quelle delle isole Aran, che ho portato a casa, a quelle di Whitewater Brewery e di Franciscan Well che invece mi garantiscono un ritorno, spero presto, nell'isola di smeraldo.

14 aprile 2009

Le birre del pesce


Finalmente, dopo due tentativi andati a vuoto siamo, io e Valentina, riusciti a dedicarci una serata a Chieri al Grado Plato dall'ineffabile Sergio Ormea. L'occasione era quella delle Birre del pesce, rassegna di produzioni artigianali "strane"e, in qualche caso, ai confini con il delirio. Panoramica ampia e interessante, introdotta da Kuaska, e presentata "one to one" da quasi tutti i birrai presenti in sala. Al di là del solito piacere che provo nell'incontrare i produttori e nel poter fare due chiacchiere in libertà, alcune birre mi hanno colpito senza dubbio in chiave positiva come ad esempio la Saltinmalto del Bidu. Conoscendo Beppe e le sue capacità di immissione di birra nello stomaco ho pensato che avesse trovato una sorta di personalissima "pietra filosofale", questa infatti è una birra che ti mette sete e più ne bevi e più ne berresti in un gioco quasi letale che ti porta alla dipendenza. O alla pressione alta, vedete un po' voi. Però, a parte gli scherzi, davvero una gran bella prova di genio e (lucida?) follia. A dire il vero però, degli altri tentativi non sono rimasto molto ben impressionato, la Riz Tresor per celiaci era debolissima anche se con il riso è probabilmente difficile tirare fuori molto, la Canapa di Zahrebeer l'ho trovata in condizioni migliori e così pure la Borlotta di Arte Birraia (che per quanto "strana" possa essere, provo per lei una sorta di affetto "del territorio"... boh, non me lo so spiegare nemmeno io...). Sulla Musa d'estate ho un giudizio sospeso, mi ha preso in contropiede forse perché su Agostino sono tarato in un certo modo... In sostanza le birre che mi sono piaciute di più sono state quelle consolidate e meno "strane" a partire dalla Chocarrubica e Nanorò (leggera, ma godibilissima) del Grado Plato e la Soci's Schwartz del grande Paolo De Martin (la mia stima per lui aumenta di incontro in incontro). Ah, quasi dimenticavo l'Anteprima del Lambrate. Che dire... è sconvolgente, ha un gusto che si attacca al palato come carta da parati, ma a me è piaciuta molto. Non che ne berrei un boccale da mezzo litro, s'intende... (Nella foto, da sinistra: Beppe Vento, Sergio Ormea, Kuaska.

3 aprile 2009

Diritto di critica


Ho preferito lasciar passare qualche giorno prima di commentare il post lasciato da Davide Bertinotti, dal titolo "L'arroganza di certi birrifici", che si può leggere tra i commenti al mio post precedente. L'ho fatto perchè in primo luogo avevo bisogno di rifletterci sopra, anche se ammetto di non averlo fatto giorno e notte, e poi perché a volte è meglio scrivere a mente fredda, lasciando sedimentare la prima reazione di carattere umorale. Allora, la vicenda è abbastanza nota e la si può leggere su diversi forum, da quello di HobbyBirra a quello del Mobi, ed è stata anche abbastanza dibattuta.

In primo luogo sono del parere che la reazione del birrificio in questione sia stata quantomeno sopra le righe, andare per vie legali, oltre a una colossale perdita di tempo e soldi, è spesso controproducente dal punto di vista dell'immagine e ingenera fenomeni di "boicottaggio" dannosi, soprattutto quando l'azienda sta cercando di farsi conoscere sul mercato. Tatticamente, insomma, un errore. Di certo però, opinioni trancianti come quelle espresse, nei termini non nella sostanza, possono far incazzare chi le riceve. E' uno stile che non amo e che cerco di non praticare, anche se a volte la tentazione è forte, perchè ingenera fenomeni di "arroganza" anche nei cosiddetti commentatori. Insomma, c'è modo e modo e la successiva modifica del commento, che non ha alterato comunque e giustamente il contenuto, rivela che esiste sempre un'altra strada. Libertà di espressione del pensiero? Certo, se uno mi dicesse che un mio articolo non è piaciuto, che ho evitato di scrivere certe cose, che ho commesso certi errori, accetterei il confronto e, forse, ammetterei la colpa, se questa ci fosse. Sia come sia, sarei pronto alla discussione. Ma in uno che mi scrive, che so, "spero per te che gli articoli che vendi siano migliori di sta roba qua", troverei più l'insulto che la critica. E confrontarmi con lui sarebbe, per me, una snervante perdita di tempo e basta.
Mi sembra insomma che moderare gli animi sia un invito che vada rivolto a 360° gradi. In primo luogo perché dire che una birra non è piaciuta per niente è diverso che dire che quella birra avvelena, in secondo luogo perché ridicolizzare qualcuno può dare soddisfazioni, soprattutto crea un certo pacchetto di fan della "sentenza di morte", ma è poco costruttivo. Mi ripeto: nella sostanza il commento può essere estremamente negativo, sono i termini che vano pensati soprattutto quando si scrive e si fa leggere. Due sere fa ero a Chieri per le "Birre del pesce", seguirà post sull'argomento, e alcuni assaggi erano francamente inquietanti. Nessuno, né Kuaska né i birrai o gli "esperti" presenti in sala, ha stroncato nessuno. I più attenti hanno intuito, bastava guardare le facce, le reazioni, ma non c'è stata gogna pubblica o pubblico ludibrio.
Sono dell'idea che la reazione del birrificio sia sbagliata, esagerata, stupidamente minacciosa. Soprattutto perché il commentatore ha rapidamente modificato il suo giudizio, nella forma ribadendolo nella sostanza come è accettabile, tuttavia credo sia il caso, e questa è una considerazione generale e non legata solo al fatto specifico, che si debba un po' ripensare allo stile del commento su blog, forum e spazi internet di pubblica lettura. Lo so, le sensazioni (le parole) forti riscuotono sempre lo stupore di un certo pubblico, l'ammirazione dei pasdaran e magari un bel fanclub su Facebook, ma non sono utili a chi le riceve né alla maggior parte dei lettori.

17 marzo 2009

O tempora, o mores


Massì, ogni tanto ricordarsi di aver fatto il liceo classico non fa male... Ma la battuta di Cicerone, che francamente non mi è mai stato troppo simpatico, mi è tornata in mente dopo qualche ora di sano (?) cazzeggio leggiucchiando un po' qui e un po' là, tra i forum birrari di associazioni varie e alcuni blog che cerco di seguire come posso... Poi, dopo una lettura effettivamente molto "random", me ne sono stato per altrettante ore a ripetermi, come un mantra, "non scrivere nulla, non scrivere nulla...". E ancora in questo momento, mentre picchietto sulla tastiera, sono convinto che alla fine farò "annulla". Perché, in fondo, chi me lo fa fare... Ho sempre cercato di stare fuori da beghe che mi sembrano assomigliare a lotte tra rioni e simil-disfide di Barletta. Io scrivo di birra artigianale e di birra industriale dal 1997, ammetto di essermi messo a farlo quasi per caso (anche se la birra mi piaceva da prima) e poi perché mi pagano per farlo, non sono un idealista puro e annuso sempre un po' di puzza di zolfo in chi fa dell'idealismo la sua bandiera (magari sbagliando), inoltre sono caratterialmente avverso alle discussioni senza scopo, di quelle che si fanno "perché ho ragione io". Sulle recenti vicissitudini del piccolo, ma ormai articolatissimo, universo birrario artigianale cerco di ricavarmi la posizione dell'osservatore "extra-partes" (ho scritto extra e non super). Sicuramente perchè è una posizione comoda, poi perché ho già i miei sbattimenti con editori che pagano tardi e con colleghi da "Corrida", quella di Gerry Scotti, e infine perché, appunto, sono un giornalista e non un conducator...

Ho collaborato con Adb (perché mi è stato chiesto), ho collaborato con UB (perché mi è stato chiesto), non ho collaborato con Slow Food (prima mi è stato chiesto, poi ho chiesto io, e poi boh...), collaboro con Heineken (esatto, gli dei infernali...), cercando sempre di offrire le mie competenze e il mio stile di scrittura. Ho molta stima per molti personaggi del piccolo universo e una sostanziale indifferenza per altri, condivido per quanto ho capito finora l'impegno del MoBi che si propone come paladino dei consumatori consapevoli, indipendente da condizionamenti di sorta (in primis i birrifici stessi), tuttavia credo che ci debba essere libertà di espressione per tutti e, di conseguenza, libertà di scelta. D'altro canto, mi piace osservare, le posizioni non si mantengono monolitiche a lungo... O tempora, o mores, appunto. Tutto però sta avvenendo in un clima che spesso rasenta il cortile dove ci sono troppi galli, in un clima da parapiglia generale, in una guerra da ragazzi della via Pal dove da una parte lottano le forze del Bene e dall'altra, quelle del Male. Entrambi in termini assoluti e assolutistici e ovviamente a seconda di chi parla. Autocritiche zero, autoironia zero. Ho assistito a mesi di pubblico linciaggio di un individuo su un forum che ora, dopo aver fatto ammenda, è accolto con calore e simpatia dalle stesse persone che lo hanno massacrato fino a qualche mese fa. Francamente l'ho trovato sorprendente, ma anche esilarante... Adesso immagino venga linciato dai suoi ex amici.... E gli esempi che mi tornano in mente sarebbero numerosi... Sono stato logorroico, scusate, adesso vado a bermi una birra... Poi mi passa....

9 marzo 2009

De Vinis: si cambia!


Una delle collaborazioni di cui vado più fiero è quella, che dura ormai da qualche anno, con la rivista ufficiale dell'Associazione Italiana Sommelier. Orgoglioso perché onestamente pensavo che, appena fatto capolino nel sancta sanctorum del vino, la mia rubrica interamente dedicata alla birra sarebbe stata fatta oggetto di proteste e contumelie. Invece sembra che le due pagine siano molto lette dal popolo dei sommelier e che ogni volta, per i protagonisti di cui parlo, ci sia qualche contatto positivo. Anche a livello professionale. Ed è di questo, in particolare, che sono orgoglioso. Tuttavia, appunto dopo qualche anno, tutte le cose vanno ritoccate o restaurate e allora la mia idea sarebbe quella di inserire, nelle due pagine previste, dei piccoli "box" (diciamo tre o quattro) con delle mini-schede di degustazione di birre che per qualità e disponbilità (sono escluse quelle prodotte solo per la spina) possono interessare direttamente i sommelier titolari di enoteca o responsabili di cantina (di un ristorante). Ovvero a chi la birra, dopo che gli è piaciuta, magari la compra.

A me sembra un progetto interessante per andare incontro alla crescente sete di birre di qualità che si registra nel mondo del vino (potrebbe sembrare un controsenso e invece non lo è affatto) dando delle informazioni e dei contatti utili. Per ogni birra infatti sarà inserito un riferimento telefonico o mail del produttore o del distributore.

Perché scrivo qui queste cose? Perché chi fosse interessato a inserire le sue birre nella rubrica dovrebbe farmi la cortesia di inviare al mio indirizzo dei campioni. Scontato dire che decido io che birre inserire, me ne prendo la responsabilità, che non è un servizio a pagamento e non è il caso di inviare casse su casse di birra. Meglio invece accompagnare i campioni con delle foto (delle bottiglie o delle etichette) in alta definizione.

Penso di aver detto tutto: chi mi conosce sa anche come contattarmi (sono pure su Facebook). Intanto vediamo se e come questa cosa può funzionare....

3 marzo 2009

Il Messia


Stacchetto enologico dopo tanti post a tema birra. Già, perché anche di vino mi occupo e forse per quasi la metà del tempo in cui sono davanti a una tastiera. Ma più che descrivere sensazioni e aromi, persistenza e retrogusto, la mia è più una comunicazione sul mercato e le tendenze, tuttavia... Tuttavia non mi posso esimere, anzi mi piace pure, dal partecipare ad eventi di degustazione. Nei cosiddetti winetasting esistono diverse sottocategorie: ci sono i "self tasting", dove chi fa da sè fa per tre, i "vertical tasting", stesso vino ma annate diverse, e infine i "mass tasting" ovvero le degustazioni di massa nelle quali torme di appassionati (?) e assetati mettono sotto assedio i banchetti difesi dai sommelier per provare questo o quell'altro vino. Le condizioni dell'assaggio sono a dir poco ridicole per calore, odori, rumore e via dicendo ma con un po' di fortuna si può assistere a simpatici siparietti, di quelli cioè che mi fanno amare questo mondo anche nelle situazioni di caos primordiale. Come ad esempio quella del Festival della Franciacorta andato in scena qualche giorno fa al Westin Palace, dove manipoli di arditi prendevano d'assalto i produttori franciacortini stringendo in mano le flute e sgranocchiando grissini. Scene di massa degne dei migliori film storici. In un angolo, davanti a un banchetto di una firma celebre della Franciacorta, stavo io e un signore dallo sguardo torvo. Pur essendo a meno di un metro l'uno dall'altro era impossbile sentire i suoi commenti ma, d'un tratto, l'ho visto scuotere la zazzera bianca e rovesciare il bicchiere nel contenitore degli scarti. Poi allontanarsi davanti allo sguardo basito della sommelier che si girava verso di me e mormorava costernata: "Non è mica colpa mia...". Era successo infatti che posate le severe labbra sul calice, il sommo degustatore aveva commentato con un certo disgusto: "Non c'è abbastanza Pinot nero!" e se n'era andato... Una scena fantastica che poneva le seguenti domande: il degustatore era un produttore di barbatelle (giovani viti) di Pinot nero e tentava di stimolare il suo mercato? Il degustatore era un celebre enologo che vorrebbe meno Chardonnay e più Pinot nero nei filari? Il degustatore era uno dei tanti appassionati fuori di testa che invece di bastonarsi in curva la domenica preferiscono i wine tasting? Ai posteri l'ardua sentenza. Ma l'occhio e lo stile messianico erano impagabili e vista la diffusione di questi elementi nel panorama enoalimentare, non vedo l'ora di assistere al passo successivo. Ovvero, come nell'antica Roma, quando dallo sventramento dei polli si coglievano i segni del destino, vedremo assaggiatori fare vaticini dopo un sorso di Merlot, predire il vincitore del campionato osservando controluce uno Spumante trentino... Sì, questo mestiere è bello perchè non smette mai di stupirmi....

26 febbraio 2009

Il mercato, questo sconosciuto...


Mancato, causa misunderstanding, il dibattito sull'Informazione birraria ai tempi del web, a Rimini ho avuto modo di seguire da vicino l'incontro sul "mercato della birra artigianale" che ha avuto come relatori d'eccezione un produttore, Agostino Arioli del Birrificio Italiano, un "distributore", Sandro Vecchiato di Interbrau, e un publican, Manuele Colonna del Ma che siete venuti a fa' di Roma. In pratica, tutta la filiera: dalla creazione alla vendita al dettaglio. Bel dibattito, ben pensato e, a mio avviso, anche ben riuscito soprattutto perché le posizioni espresse non coincidevano appieno a dimostrazione che quando si entra nel vivo degli interessi, soprattutto commerciali, il clima di apprezzamento reciproco, che comunque c'era di sottofondo, viene messo in discussione dalla difesa delle proprie legittime posizioni. Concordi tutti sulla necessità di saper comunicare la cultura della birra, sulla qualità e sulla costanza delle medesima, le prime crepe si sono evidenziate quando si è passati ad affrontare la questione dei prezzi. Costi elevati all'origine, ha sottolineato Agostino, ma più che per i prezzi delle materie prime per l'atavico e tutto italiota peso degli adempimenti burocratici che costringono a sopportare i costi relativi. L'accisa insomma, ferisce, ma il ginepraio amministrativo uccide. Un problema comunque, condiviso da tutti i piccoli imprenditori di questo nostro sciagurato Paese. Fatto sta che l'accusa rivolta al mondo delle birre artigianali (costano care!) andrebbe approfondita in più di un dibattito (forse in un congresso di un paio di giorni ce la caviamo...), ma io rimango dell'avviso che appare molto più inquietante il costo finale della birra industriale che ha anch'essa il peso dell'accisa, ma possiede anche una struttura specifica per rendere impalpabile il peso economico della burocrazia, all'interno dei volumi che produce. Inoltre ci sono locali, come appunto il Macche di Roma, che riescono a campare più che dignitosamente vendendo solo birre artigianali, anche non italiane ovviamente, e ci sono distributori, come Interbrau, che credono e investono sulle produzioni artigianali.
E, per concludere, una via d'uscita alla questione prezzi all'origine è stata delineata in una sola parola: "crescere". Solo crescendo, Agostino dixit, possiamo pensare di sopravvivere. La dimensione di sopravvivenza, che dovrebbe tra le righe suonare come un campanello d'allarme per tutti i neoimprenditori o futuri tali, garantirebbe di "spalmare" le spese su un volume maggiore di vendita. Mi sembra un'ipotesi corretta. Ma nel frattempo, è una follia pensare a un unico "centro di assistenza fiscale e tributaria" per più micro e brewpub? Una consulenza esterna collettiva o uno studio da costituirsi ex novo le cui spese andrebbero divise tra i beneficiari... Impossibile? Boh, il fatto è che non sono sicuro di quanti artigiani della birra arriveranno in tempi idonei alla quota di sopravvivenza, e non so nemmeno quantificare la suddetta quota...
Tempo di decisioni questo per la birra artigianale italiana...

19 febbraio 2009

Brewmarketing


Certo, come spiega Rocco Siffredi, la patata tira. Ma, ultimamente credetemi, tira molto di più la birra. Alcuni sintomi sembrano chiaramente dimostrarlo. Non solo le aperture di brewpub e di microbirrifici si susseguono a ritmo da tachicardia, ma adesso ci sono anche delle curiose operazioni di marketing che onestamente non avrei mai intuito. Da qualche mese a questa parte è infatti in libera circolazione la Birra Milano, marchio storico ed estinto, ma ritornato in vita con un repentino colpo d'ala. Chi l'ha assaggiata non ne è rimasto particolarmente colpito e la birra non sembra essere prodotta in Milano e nemmeno in Lombardia. Il produttore è il Birrificio Paguba, provincia di Treviso. Un emerito sconosciuto per me. Ma per l'appunto, in tempi di tachicardia per essere aggiornati bisognerebbe avere un'Ansa sottomano...

Due giorni fa, tra le calli e campielli di Venezia, ecco un altro flash. La Birra Venezia! Marchio storico anch'esso, leggete l'ottimo volume intitolato Birrerie Storiche d'Italia di Michele Airoldi (http://www.collezionandobirra.com/), che tuttavia è prodotto da Arte Birraia, nel Bellunese. Due iniziative fotocopia a distanza di poche settimane: straordinario! Straordinaria soprattutto l'immagine che la birra sta acquisendo in Italia nell'ultimo periodo perché, francamente, non saprei in che altro modo spiegarmi questi due, redivivi, marchi birrari che, magari mi sbaglio, appaiono più due operazioni di business che frutti del "sacro fuoco" per l'arte brassicola. E se lo sono, vuol dire che c'è gente disposta a investire nel settore, anche se quanto non lo so; che ha annusato la moda della birra artigianale e va al traino... Eggià, mi sa che gli anni del pionierismo sono proprio finiti... Oddio, meglio la Birra Milano o Venezia piuttosto che quella del Duce o del Che, ma il semplice fatto che siano nate (o rinate) queste due birre è, a mia sensazione, il segno dei tempi... Anche se sono i tempi dei soliti "furbetti del quartierino" all'italiana perché non rinascono le birrerie, ma solo i marchi... Non risorge l'arte del "brewing", ma nasce quella del "brewmarketing"....
P.S. Ho assaggiato la "Bionda" (sic!) Birra Venezia è francamente mi è parsa davvero poca cosa...

17 febbraio 2009

Vedi Rimini e poi...


Avverto i lettori che ho scritto il titolo di questo post solo con una mano, mentre l'altra era sotto il tavolo... Non si sa mai... Comunque eccoci di nuovo qui dopo la "toccata e fuga" in quel di Rimini. Che dire... La definizione migliore della fiera l'ho trovata nel completamento di una mia frase lasciata a metà ovvero "Pianeta Birra ha un piede nella fossa..." e il mio interlocutore, al momento non ricordo chi fosse ma può legittimamente rivendicare i suoi diritti, l'ha chiusa dicendo: "e l'altro su una buccia di banana...". Eggià, Pianeta Birra boccheggia come un pesce appena tirato fuori dall'acqua. Padiglioni chiusi, meno gente del solito (anche se da un certo punto di vista questo non è il male assoluto), voci insistenti di future diserzioni (il che equivarrebbe a giocare alla roulette russa con il caricatore pieno) e clima a tratti deprimente. A tratti perché qualche luce accesa è rimasta: lo stand Interbrau letteralmente preso d'assalto ma organizzato con grande razionalità (avevano pile di biglietti da visita di locali da inserire nel loro database), e lo spazio dedicato ai microbirrifici dove si potevano assaggiare le novità e interloquire con i birrai. Tralascio come sempre gli stand con belle ragazze inguainate da capo a piedi che omaggiano giovanotti in piena tempesta ormonale con strani intrugli coloratissimi e confezioni a dir poco inquietanti, ognuno è libero di fare della sua vita quello che crede... Momenti di approfondimento, dibattito, degustazione affidati come sempre alla buona volontà degli operatori. Il che è bello, ma dalla fiera sarebbe lecito aspettarsi qualcosa in più... Nel poco tempo che mi sono concesso ho bazzicato solo gli artigiani (a lungo), Interbrau (per un saluto) e Beer Concept (una decina di minuti), quindi non ho problemi a rivedere il mio giudizio in base ai vostri commenti... Ma dubito di doverlo stravolgere completamente...
Per l'ennesima volta, per come è concepita, questa fiera ha fatto il suo tempo. Rimane il fatto che è bello rivedere un sacco di vecchi amici, dare un volto a mail e contatti Facebook, provare nuove birre e tenersi aggiornati su come va il nostro mondo... Qualche spunto lavorativo inoltre si trova sempre, ma la discesa verso il baratro mi appare evidente (anche per i costi organizzativi di una fiera del genere che per essere giustificata, immagino, debba dover girare a una certa "velocità"). Eppure, dentro di me lo so, se Pianeta Birra venisse a mancare ne sentirei un po' la nostalgia. Ma d'altro canto, sento la nostalgia di quello che era nel passato... Oh, vabbé, i ricordi sono sintomo di senilità e quindi per ora vi saluto... A un prossimo post il commento sul convegno in tema di mercato della birra (ospiti Sandro Vecchiato, Manuele Colonna e Agostino Arioli).

11 febbraio 2009

Tutti a Rimini... ancora una volta?


Cavoli, come sempre quando entro in una fase di delirio lavorativo e il mio rapporto con il notebook si fa rovente, il mio blog patisce. Ma tant'è, di ragione bisogna fare virtù (almeno mi pare si dica così). E allora eccoci di nuovo in prossimità della Fiera di Rimini, ancora una volta (per me la dodicesima come gli apostoli o come la "notte" di Shakespeare): un evento manifestazione che ogni anno mi sembra sempre meno imperdibile per molte ragioni. Una su tutte: calano i protagonisti e per chi, come me, scrive di birra per buona parte del suo tempo, la cosa ha una sua rilevanza. Ma una toccata e fuga non si può negare, ergo ci prepariamo alla discesa sul'Adriatico... Lasciando perdere le assenze che quest'anno oltre alle major coinvolgono anche medi produttori come Menabrea e artigianali come 32 Via dei Birrai, gli spunti che più mi colpiscono (a priori, vedremo poi a posteriori) sono la nuova Unionbirrai, orfana di alcuni personaggi storici, la nascita del fantomatico Mo.Bi. (mi sembra con i personaggi storici ex Unionbirrai), il report del primo anno di attività di Consobir (di cui francamente ho perso le tracce dopo la presentazione, ma forse è colpa mia e faccio nel caso ammenda), la presentazione del marchio "Birra Artigianale Unionbirrai" con tanto di nuovo logo. Di primo acchito, un gran bel fermento... Ma qualche punto di domanda, nella mia testa, sta crescendo... Con le sigle ho poca confidenza, e lo stesso vale per le associazioni. Ho dei dubbi personali nel senso che mi chiedo, ad esempio, quanto di "dissenso filosofico" ci sia in tutto questo e quanto di "ansia da protagonismo"... Lo dico con estrema precauzione perché, ripeto, al momento sono dei semplici dubbi e poi io faccio l'osservatore, non ho molta voglia di schierarmi o di fare crociate se non quella per la birra artigianale tout court. Inoltre, non ce la faccio a essere a Rimini il 14, ovvero quando presenteranno il MoBi e, in contemporanea, il primo anno di Consobir... Cercherò di informarmi. E di capire...

18 gennaio 2009

Bere una birra con...


In un momento in cui i miei neuroni se ne stanno belli rilassati sotto l'ombrellone a bere gin tonic e vodka martini mi è tornato in mente quel passaggio di Fight Club, il film, in cui uno dei due protagonisti (credo Brad Pitt) chiede all'altro con chi, pensando a personaggi famosi, gli piacerebbe battersi... Ebbene, visto che anche in questo preciso momento i miei neuroni sono tranquilli, ho pensato di proporre, in versione birraria, il "giochino" di Fight Club. Ovvero, con chi vi berreste una birra e, naturalmente quale?
Avverto subito che non valgono parenti, amici, viventi o meno, ma sono ammessi solo personaggi più o meno famosi, loro sì viventi ma anche no... Quindi va bene ad esempio una Imperial Stout della Samuel Smith con William Wallace oppure una Bibock con Franco Baresi... Fate voi per, diciamo, un massimo di tre scelte...
Io confesso che berrei volentieri una Courage Best Bitter con Ernest Hemingway (anche più di una), una Oatmeal Stout con sir Winston Churchill e... boh, troppo difficile così su due piedi fare la terza scelta. I miei neuroni si sono riattivati improvvisamente e adesso stanno litigando tra di loro per, appunto, decidere chi sarà la mia terza opzione. Così, per ora chiudo qui, e mi metto a fare cose più serie di questi giochini...

8 gennaio 2009

Sweet dreams are made of this


Anno nuovo, vita boh... Troppo presto per dirlo, ma disceso a malincuore dal paesino di montagna da 400 abitanti dove puoi passeggiare in mezzo alla strada e il fruttivendolo chiude la porta del negozio, lasciando le chiavi all'esterno, per farsi un'ombra al bar (a Milano l'avrebbe trovato svuotato e già con i cinesi dentro...), sono ora pronto a ripartire. Della lunga maratona enogastronomica avviata qualche giorno prima di Natale e conclusa l'ultima notte dell'anno, il mio ricordo più commosso va alla "fiorentina" da oltre due kili che nella foto ha raggiunto il punto di cottura perfetto nel camino di Stefano, carissimo amico dalle mille abilità... Carne meravigliosa accompagnata da Brunello di Montalcino che mi ha fatto tornare in mente la simpatica domanda, quasi un rito, che facevo alla fine delle interviste ai cosiddetti vip durante il periodo trascorso a Civiltà del Bere (anche se non sempre la utilizzavo...) ovvero: se domani mattina venisse fucilato, cosa ordinerebbe come "ultima cena"? E mi piaceva molto l'idea che, anche chi si dilettava di cucina creativa e frequentazioni di chef stellati, rispondeva poi con piatti molto semplici: dai primi di pasta, al pesce alla griglia fino alla pizza. Piatti d'affezione, sicuramente. Io, la mia risposta, l'avevo scelta da tempo ed era, appunto, quella che vedete nella foto con relativa bottiglia di Brunello (la Riserva Il Greppo di Biondi Santi, possibilmente). La mattina dopo avrei affrontato la pallottola con maggiore serenità anche perchè, si sa, l'odore della polvere da sparo si sposa bene con l'aroma di legna e di leggera bruciatura della carne e con l'altera astringenza e nobiltà di carattere del Brunello suddetto... Sono o non sono un sommelier Ais? ;-)

14 dicembre 2008

Una Vudù al Voodoo


Grande, grandiosa serata quella dello scorso 10 dicembre al Voodoo Child Pub di Caltana, Venezia, mio personale "posto delle fragole" birrario, come ho giò avuto modo di scrivere, per la presenza di ospiti ospitanti come Vaner, Federica e Denis, di una guest star del calibro di Agostino Arioli e di personalità con cui è sempre interessante dialogare come Sandro Vecchiato, titolare di Interbrau. Grande serata soprattutto perché, vista la vicinanza da casa e la mancanza di un preciso scopo professionale, ho semplicemente fatto il consumatore consapevole.
Consapevole del fatto che di Extra Hop se ne fa sempre troppo poca (argh!), che la qualità della Bibock è così costante che sembra quasi banale sottolinearla e che la Vudù è stata un'intrigante, godibilissima sorpresa. Di Extra Hop mi sono fatto riempire il bicchiere a ogni giro e della Vudù, con i suoi profumi di banana matura, toffee e torroncino (complice il clima natalizio continuavo a pensare ai Condorelli...), ho fatto il bis. Chiacchierare di birra e dintorni con Ago, Sandro e Vaner è fonte di arricchimento e il fatto di farlo al Voodoo è stato ancora meglio. Percepire la loro dedizione e passione nutre la mia scrittura (wow, bella frase! me lo dico da solo...). Ed ecco quindi la foto che sintetizza la serata: da sinistra io, Ago, la Vale e Vaner. Sopra di noi, la buonanima di Hendrix ci benedice...

8 dicembre 2008

Il cambiamento del Beppe


Ricevuta la notizia, io un po', lo confesso, ero dispiaciuto. Il mio navigatore satellitare invece ha messo su, per l'occasione, la marcia trionfale dell'Aida. Quando infatti dovevo raggiungere il Bidu di Beppe Vento il piccolo TomTom stabiliva con certezza assoluta che stavamo entrando in una sorta di lattiginosa brughiera, senza strade nè case. Poco male, perché comunque con il solo ausilio della fede in Sant'Arnoldo, patrono dei birrai, al Bidu ci si arrivava comunque. Ora però non sarà più necessario perché il 5 dicembre Beppe ha chiuso l'attività di somministrazione per dedicarsi esclusivamente alla produzione. Una scelta comprensibile visto che il mestiere di birraio sarà anche il più "figo" del mondo, come ha dimostrato un recente sondaggio, ma in quanto a fatica e orari non scherza. Allora le birre del Bidu andate a berle in quel di Bizzarone, in via Milano 1, al Ristorante Pub Le Birre del Bidu (nomen omen) mentre se volete incontrare Beppe di persona, e magari dargli una mano con qualche sacco di malto, si deve cercare la nuova sede ovvero un capannone nella zona ma di cui, al momento, mi son scordato l'indirizzo. Ma il 5 è stata comunque l'occasione per farsi un paio di bicchieri in compagnia: una superlativa Beertiglio che personalmente mi conferma nell'idea che preferisco le birre artigianali italiane al miele (Erika, Nectar,...) rispetto alle altre di provenienza belga o francese, una solidamente buona Artigianale, con un amaro che mi ha verniciato a lungo il palato, e un'interessante pils (?) dell'esordiente birrificio Toccalmatto di Fidenza. A Beppe Vento, uno dei birrai più bravi d'Italia, l'augurio di godersi la parte del lavoro che ama di più; per chi vorrebbe le sue birre più diffuse la speranza da oggi si fa concreta. E una riflessione finale: un Beppe Vento impegnato su più fronti ha saputo creare un numero enorme di birre diverse, cosa succederà adesso che può dedicarsi solo alla creazione e alla produzione? E, a breve, con un impianto nuovo e più grande? Aspettiamoci altre meraviglie...

27 novembre 2008

La bionda di Mr. Peroni


Più vado avanti nella lettura e più mi convinco di aver fatto bene a comprarlo. Sto parlando del volume intitolato "La bionda della mia vita", firmato da Rudi Peroni insieme al giornalista Giuseppe Mazzei. Editore Sperling & Kupfer, costo 16,50 euro. Rudi Peroni è stato l'ultimo amministratore delegato dell'azienda omonima prima del passaggio di mano alla multinazionale Sab Miller (a parte l'ultima breve parentesi del figlio Franco) e ha un bagaglio di memorie personali e imprenditoriali davvero interessante. Al di là della storia della famiglia, nel botta e risposta con Mazzei Mr. Peroni mette in luce le difficoltà per una azienda italiana nel competere su un piano internazionale con le altre società come Heineken, Carlsberg, etc... Difficoltà dovute a un deficit strutturale del sistema Paese per le lentezze burocratiche, la carenza di flussi creditizi necessari agli investimenti e alla crescita, la totale assenza di una politica industriale sana.

Insomma, un affresco di sessant'anni di storia birraria italiana che apre gli occhi ma, allo stesso tempo, immalinconisce un po' perché appare chiaro l'arretratezza e la miopia dei nostri governanti: sintomatico ad esempio l'aneddoto della espropriazione di una parte del terreno dove sorge lo stabilimento per edificarvi una scuola e la conseguente costruzione di abitazioni in un'area che doveva essere di sviluppo industriale. C'è di che riflettere su questo libro di 146 pagine che si legge rapidamente.

20 novembre 2008

Venezia, la birra e tu


Facendo il verso a un vecchio film di Dino Risi riporto con gioia l'annuncio del primo Venezia Beer Festival. Con gioia perché a organizzarlo sono i ragazzi del Voodoo Child Pub di Caltana (http://www.voodoochildpub.it/), ovviamente in provincia di Venezia, che è stata una delle birrerie dove sono stato "svezzato" ai piaceri della birra (solo quelli comunque, non mettetevi strane idee in testa). Denis, Vaner e Federica sono delle splendide persone che stimo molto e che un po', vero Vaner..., invidio per tutti i giri e le esperienze birrarie che hanno vissuto in prima persona. In pratica Vaner e Federica sono la coppia più "luppolata" che conosco... Per questo e per altri motivi che non vorrei cadessero in un intimistico Amarcord consiglio vivamente di mettersi in calendario le tre giornate di gennaio che vedete in locandina per concedervi un break veneziano con birre da tutto il mondo. La garanzia è a doppia mandata: i ragazzi del Voodoo e l'ineffabile Kuaska che vale sempre il biglietto (che peraltro non c'è) dovesse anche ripetere per la milionesima volta che "non esiste la birra, esistono le birre". Il Voodoo Child è un tempio della birra, 'azz delle birre, ormai storico, di successo quando eravamo ancora ragazzini che bevevano Chimay come fosse una roba stranissima, ritrovo di motociclisti puri e duri (e forse in via di estinzione, boh...) e tappa obbligata dai neopatentati fino ai padri di famiglia. Taglio corto perché mi rendo conto che rischio di diventare sentimentale. Io farò di tutto per essere presente almeno a una serata perché se vale il detto "Venezia... almeno una volta nella vita", altrettanto si deve dire "il Voodoo Child... almeno una volta nella vita".

14 novembre 2008

Ops, mi è caduta la guida


Mi dispiace, ma notizie del genere per un giornalista sono come il miele per le api. Come molte persone ho anche io tra le mani, da qualche giorno, la Guida alle birre d'Italia di Slow Food, prima edizione 2009. Un lavoro che sicuramente mancava nel panorama editoriale di settore. Per la prima volta si è tentato di dare un volto, e soprattutto, un giudizio a centinaia di birre artigianali. I voti, come sempre accade, sono soggetti a commenti, approvazioni e critiche. Ma quando sono attribuibili, ovvero quando qualcuno se ne prende la responsabilità, li si può accettare come opinioni di un gruppo qualificato. Oppure no, vedete voi.
Quello che invece è più difficile capire è quanto è emerso oggi da parte di un birraio assai noto e apprezzato, ovvero Fabiano Toffoli di 32 Via dei birrai, che appare assai adirato nei confronti del team della guida. Il motivo lo si può leggere a pagina 158 della Guida dove al birrificio 32 sono attribuite le birre Hill, Moor e Wood, etichettate Ca' Foresto. Il problema è che Fabiano non produce quelle birre. Che 32 Via dei birrai evita accuratamente, per politica aziendale, di servirsi di distributori. Che Ca' Foresto è proprio un distributore.... Insomma, un errore madornale o una disattenzione pesante. Strano, visto la tradizionale professionalità di Slow Food e visto la competenza, a prova di bomba, degli estensori della Guida...
La possibilità che, una volta dato il "si stampi", in un volume si trovino refusi, piccole dimenticanze, errori di ortografia, è praticamente normale in quasi tutte le case editrici, sia di riviste sia di libri, ma quello di 32 Via dei birrai sembra un eccesso di confidenza, non in Fabiano forse semmai in un sito internet, che si è tramutato in un cono d'ombra sulla Guida. Che, come dice il titolo di questo post, ahimé, mi è caduta...
Come concludere allora... Fabiano che smentisce, e avrebbe ragione anche di andare oltre, la Guida non è una bella cosa. Francamente ha preso in contropiede pure noi ma, eventualmente, siamo qui per accogliere "controsmentite", chiarimenti o, non si sa mai, altre "cadute"...

Italians do it better


Nessun riferimento alla signora Ciccone e nemmeno a Rocco Siffredi. Gli italiani che lo fanno meglio sono evidentemente i produttori di birra artigianale che fanno ormai capolino anche dove non te lo aspetti. Così, direttamente dalla tre giorni ad Amsterdam, ecco sugli scaffali del beershop De Bierkoning (http://www.debierkoning.nl/) alcune italiche referenze, che potete anche trovare nella foto, e che vanno attribuite, per i miopi, al Birrificio Italiano, al Troll, al Birrificio Menaresta e ad Almond '22. Confesso che, pur non avendo il benché minimo merito, ho provato un certo fremito di soddisfazione. Il ragazzo che gestiva in quel momento il negozio, fondato nell'ormai lontano 1985 e dotato di mediamente 900 etichette, mi ha spiegato che la presenza tricolore era frutto di una spedizione all'ultimo Great British Beer Festival, ma che sperava prima o poi di fare una capatina in Italia per prendere visione in prima persona della nostra realtà. Io, lo ammetto, ho un po' gongolato. Ah, i prezzi? Beh, dai 7 agli 8,50 euro per bottiglie da 0,75....

4 novembre 2008

Di Happy c'è solo l'Hour




"Di Happy c'è solo l'Hour" è un mio racconto (2mila battute) che è stato selezionato per apparire su un e-book curato da Beppe Severgnini, scrittore e firma del Corriere della Sera. Dopo le prime "forche caudine", il giudizio finale lo fanno i lettori, ergo senza vergogna alcuna eccovi il link al quale si può leggere e, eventualmente, votare per me! In tempo di elezioni americane, questo e altro... Avvertenza, per votare ci si deve registrare al sito del Corriere; se vi sembra troppo una rottura non vi angustiate, sono lo stesso lieto di ricevere i vostri commenti su questo blog....


Ecco allora il link:

28 ottobre 2008

Siamo tutti "beer snob"?




Prendo spunto da un interessante commento del sempre interessante Kelablu direttamente dal Salone del Gusto di Torino che, ahimé, ho dovuto saltare questa volta. Alla pagina http://blog.gamberorosso.it/kelablu/node/1187 l'autore riporta il commento di un visitatore appena riemerso dallo spazio birre artigianali che riporto fedelmente: "Uff che caldo, c'è troppa gente, e questi sono tutti snob". Evidentemente riferito ai produttori, e forse pure ai consumatori, di birra artigianale. In effetti, da un po' di tempo a questa parte, anche a me pare che il virus dei "gran sacerdoti del vino" ovvero di quelli che sono prontissimi a pontificare, denunciare, fucilare a parole chiunque non sia acceso dal sacro fuoco dell'artigianalità (parola sulla quale oggi andrebbe aperto un dibattito serio e approfondito perché spesso si rivela cortina fumogena abusata e vilipesa), si sia esteso alla comunità dei "birrofili". Il rischio è quello di essere visti, almeno da fuori, come una sorta di "chiesa" con tanto di pontefice massimo, clan di cardinali e folla urlante e pronta a mettere al rogo i presunti eretici o miscredenti. Sia chiaro, non è mia intenzione proporre l'adozione della filosofia qualunquista del "vivi e lascia vivere" ma lo spazio alla critica, e anche all'autocritica, mi sembra si stia riducendo con il rischio di arrivare a una forma di paranoia mentale. La stessa che ogni tanto si respira, da molto più tempo, nel mondo del vino e che ha portato a note prese per il culo (su tutti un fantastico Albanese) che poi possono sfociare in, questo sì, qualunquismo di rigetto, per cui è buono ciò che piace e chissenefrega del parere del presunto esperto di turno. Che spesso invece di educare con la cortesia dovuta a un argomento che sarà importante ma non vitale, spara sentenze inappellabili e giudizi sommari. Ho sempre in mente il, per me, mitico Colonna del Macche di Roma. Uno che potrebbe avere tutte le ragioni di tirarsela all'infinito e che invece propone le sue birre, quasi sempre sconosciute ai più, con garbo e rispetto. Senza far sentire il cliente profano come un idiota da circo. E il risultato è che l'idiota, pardon il cliente profano, quella birra poi la beve, la comprende. E spesso e volentieri, gli piace pure.

27 ottobre 2008

Dove osano le aquile


Tre giorni ad Amsterdam davvero vissuti con grande godimento. Un po' perché la città è sempre affascinante, un po' perché andare sul posto, vivere le esperienze e poi scriverne dovrebbe essere sempre la norma e non, come purtroppo capita, l'eccezione. Così dopo infinite peregrinazioni a piedi tra un ponte e l'altro, abbiamo incocciato, volutamente s'intende, in un gioiellino di locale birrario da non perdere. Si tratta del quasi impronunciabile, come la maggior parte delle parole in olandese, Biercafé 't Arendsnest (Herengracht 90, http://www.arendsnest.nl/) ovvero il "nido delle aquile". Locale piccolino, ma ricchissimo e unico nel suo genere in città perché specializzato esclusivamente in birre olandesi. Mi spiego: ad Amsterdam ogni passo che fai trovi un posto abbastanza decente dove bere una birra, spesso è anche più che decente, quasi fantastico paragonato ai canoni standard italiani, ma le birre belghe spadroneggiano in lungo e in largo e tranne i grandi marchi olandesi (Heineken, Bavaria e Grolsch) ci si ritrova spesso a bere trappiste e abbaziali dei cugini meridionali. Al 't Arendsnest invece ci sono di norma circa 350 specialità rigorosamente della Madre Patria e il titolare si fa orgoglio di avere sempre a disposizione almeno una birra per ogni birreria olandese. C'è di che perdere, insomma, la testa e si scopre che gli olandesi fanno birre entusiasmanti come la Snab Pale Ale. Robin Brilleman, qui nella foto, è un appassionato estimatore, anche di whisky e distillati, e sa davvero il fatto suo. La foto incorniciata in parete di Michael Jackson in visita al locale, vale infine più di mille adesivi guidaroli piazzati in vetrina.

16 ottobre 2008

I love Beer


Tempo di annunci, da qualche mese a questa parte.... Prima l'Ais di cui ho faticosamente conquistato il tastevin, poi la Guida di Identità Golose e infine il primo numero, ma si sta lavorando alacremente al secondo, di I love Beer, magazine birrario di Heineken Italia nel quale ricopro il ruolo di consulente editoriale. Il primo numero di qualsiasi cosa è come sempre suscettibile di miglioramenti, ne sono consapevole, per cui mi sembrerebbe ingeneroso voler tracciare già un bilancio. Tuttavia l'idea del magazine è quella sicuramente orientata al marketing del più grande operatore italiano del settore ma anche, e basta darsi la pena di leggerlo, comunicare pillole di cultura del prodotto da tanti angoli di visuale. Che Heineken sia il big seller di lager nel nostro Paese non deve nascondere il fatto che ha, in gamma, una serie notevolissima di grandi birre da me, e credo da molti, assai amate: dall'Orval alla Westmalle Tripel, dalla Duchesse de Bourgogne alla Saison Dupont, dalla Duvel alla Rochefort 8. Ci sono sezioni dedicate all'assaggio guidato di una specialità, altre di approfondimento dei grandi marchi della famiglia e altre ancora dedicate all'incontro di personaggi che non sono puramente birrari ma che hanno scoperto le potenzialità della birra stessa. Io sono soddisfatto e soprattutto motivato per quest'avventura, a prescindere da quanto possa durare e in primo luogo la considero un'occasione di crescita professionale. Il che, in questi tempi grami di riconoscimenti, non è poco.

15 ottobre 2008

Cara la vita, eh...


Serata informale quella di due giorni fa, di quelle che avvengono troppo di rado in questa Milano che offre di tutto ma ti concede il tempo per goderti poco o nulla. Però, quando una coppia di amici ci hanno chiesto dove andare a bere una buona birra e fare due chiacchiere tranquilli abbiamo risposto a colpo sicuro: l'HOP davanti alla bella rotonda della Besana. Scelta azzeccata senza dubbio per il range di birre (peccato però di non aver trovato l'H10OP5 del Bidu), ma infelice per prezzi e servizio. Mi duole dirlo, ma se nella carta delle birre scrivi che prima delle 20,30 si paga la media 4 euro e dopo le 20,30 la si paga 5 euro (le cifre sono indicative non le ricordo a memoria), io apprezzo l'incentivo. Poi però, a scontrino battuto alle 20,28, mi trovo la cifra di 5 euro. E resto perplesso.... In fondo cosa sono due minuti, potrei dire io ma potrebbe dire anche il titolare... Vero, è questione di punti di vista, ma chi è che ha scritto la carta delle birre? Io o il titolare? Comunque fin qui si abbozza e si tira avanti, in Italia lo sport dell'abbozzare e tirare avanti ha più praticanti del calcio e della pallavolo messi insieme. Poi però arriva l'ordine al tavolo ovvero la Specialità 2 che consiste in salsiccette, i famosi wurstel di Norimberga che sono i più piccoli di tutta la Germania, con crauti, etc... Costo: 9,30 euro. Vabbé, direte voi e vabbé ho detto anche io. Ma quando le salsiccette, grandi quanto il mio dito medio e non pensate che io voglia mandare in quel posto nessuno, sono solo quattro (4) e i crauti sono un cucchiaio da minestra, ma raso, io mi sento leggermente turlupinato. Ancora di più quando il resto del piatto contiene nell'ordine: un cucchiaio di senape, un po' di pomodori tagliati a cubetti e un'abbondante manciata di insalata triste perfetta solo se sei un coniglio appena scappato dal laboratorio di ricerche.
Insomma, un'esperienza davvero triste. Anche perché, ma è solo un'illazione, le "Norimberghe" mi ricordano tanto quelle che si comprano, prezzo popolare, al Lidl. Magari mi sbaglio, ma anche se fosse.... all'Hop per un po' non mi vedono.

29 settembre 2008

Goloso... pure io!


Ho aspettato di leggere la mia firma prima di dare la notizia, ma da oggi sono salito a bordo del vascello di Identità Golose pensato e realizzato da Paolo Marchi con una bella pattuglia di collaboratori. O meglio, della Guida, figlia legittima del congresso di cucina d'autore organizzato a Milano verso la fine di gennaio (www.identitagolose.it). Non che la cosa debba per forza scatenare applausi o complimenti, spero nemmeno contumelie, perché ormai sono lontani persino i tempi in cui almeno mia madre mi faceva i complimenti per le mie apparizioni su questo o quel giornale. Ma visto che questo è il mio blog, permettetemi di farmi i complimenti da solo. Onestamente non avrei mai pensato di entrare a far parte di una confraternita guidarola, un po' perché rimango un dannato individualista e non ho mai amato i lavori di gruppo (nemmeno a scuola quando riuscivo a entrare in squadra con ragazze tremendamente secchione) e un po' perché mi ero fatto l'idea che i team dietro le guide funzionassero un po' come le logge massoniche. Ma quella di Marchi, e la squadra che gli sta dietro, mi stava simpatica e il congresso 2008 mi aveva lasciato a bocca aperta. In più, stamane, alla presentazione stra-affollata da Peck per un attimo ho provato l'insolita, ma piacevole, sensazione di far parte di un gruppo. Precisiamo: di schede ne ho fatte solo 6, una goccia appena nel complesso, e dal punto di vista economico la mia partecipazione alla Guida non mi ha reso più ricco. per cui queste righe non vorrei fossero lette come una piaggeria, ma ho potuto mettere le gambe sotto delle tavole veramente memorabili, almeno per la mia esperienza, mi sono divertito molto e ho visto dei posti dove credo non sarei mai andato di mia spontanea iniziativa, infine conosciuto delle persone speciali, gli chef, i maitre e i sommelier, che mi hanno regalato pensieri e idee che mi hanno arricchito. Tanto quanto i loro piatti e il loro servizio mi hanno gratificato, e pure un po' ingrassato. Quindi, bene così, e al prossimo post.

11 settembre 2008

In riunione permanente


Per la serie "vicissitudini lavorative della solita ripartenza post ferie d'estate". Con una domanda a dir poco ossessionante: nelle grandi, ma anche medie, aziende quanto tempo si trascorre in riunione? Me lo chiedo perché mai come in questi ultimi giorni le mie telefonate sono state rimbalzate da, appunto, riunioni. Prevengo subito la domanda legittima: non erano scuse per evitare il contatto, perché poi ricevevo sempre un sms o una mail di scuse e di promesse. Ma il dato di fatto rimane, una volta è l'ufficio stampa, un'altra il marketing, un'altra le vendite. Settembre non è, per me, il mese della vendemmia, ma il mese delle riunioni.... Davvero, le ultime due settimane le ho vissute quasi con l'angoscia che stesse per succedere qualcosa di "cataclismatico" nel mondo del beverage italiano. Mi stavo quasi preoccupando, seriamente. Di che cosa diavolo si parla in queste riunioni che iniziano la mattina e vanno avanti fino a sera? Che stravolgimenti vengono programmati in estate, magari sotto l'ombrellone, e poi pianificati al primo cader di foglie.... Il mio, perdonate, è lo sfogo di un cronista che si è sentito quasi alle prese con un caso Watergate, tanta la riluttanza dei miei interlocutori a rilasciare una dichiarazione. Senza dubbio una sensazione esaltante, si fosse trattato veramente di un caso Watergate... E poi, lungi da me fare qualsiasi ironia, ma mai come in questi giorni mi viene in mente un foglietto, regalatomi da una collega ai tempi della mia vita da dipendente, dove era scritto: "Stanco di lavorare? Organizza una riunione".

2 settembre 2008

Imperiale.... marchigiana!


Ormai le birre artigianali spuntano come funghi dopo una pioggia autunnale (poetico, no?). Tanto che l'emozione di incontrarne una nuova si smorza nella frequenza sempre più elevata, nel senso e per fare un paragone che il primo bungee jumping della tua vita ti fa schizzare l'adrenalina, ma se lo fai tutti i giorni dopo una settimana ti accorgi che è come saltare giù dal letto la mattina. Tuttavia come si fa a non acchiappare la bottiglia e metterla alla prova, soprattutto quando non hai mai sentito parlare del produttore ma invece il nome della bottiglia ti ricorda un altro produttore, assai più noto. Così l'Imperiale delle Tenute Collesi, ad Apecchio (Marche), va a cozzare con la più celebrata Imperiale di Leonardo Di Vincenzo. Le birre sono profondamente diverse e per il nome, chi vivrà vedrà.... Certo che a pensare che Enrico Borio ha dovuto cambiare il nome della sua Sangre de Toro (oggi Toro e basta) per via di un industriale del vino spagnolo, viene da mettersi le mani nei capelli o ridere che è meglio.
Comunque la Imperiale marchigiana non è niente male. Ero pronto a una schifezza assoluta perchè tutta questa prolificazione birrarioartigianale è sintomo di successo, di moda e di business e quando questi tre fattori coincidono aumentano in maniera direttamente proporzionale i prodotti fatti alla carlona. Invece bella schiuma e bei profumi, di fiori, agrumi, un pizzico di banana. Mi sembra quasi una blanche anche se l'etichetta riporta un generico-tragico "bionda". In bocca è leggera, dissetante, ma non priva di un certo carattere. L'azienda "dichiara" un birraio belga chiamato per mettere a punto la ricetta e la mano a me sembra buona. Di questi tempi, non è poco....