08 agosto 2012

Uomini che contano: i risultati

Paolo Polli
301 voti espressi non mi sembrano poi malaccio. Che non si sia scatenato "l'inferno" sul sondaggio "Uomini che contano" mi appare chiaro, che non ci siano state delle vere e proprie "campagne elettorali" pure. Probabilmente qualcuno avrà chiesto in giro dei voti, qualcun altro no. Poco importa, almeno perché, a me personalmente, mi sembra che i risultati abbiano un senso. Le mie sensazioni al momento di stilare la lista infatti andavano verso un poker di personaggi che ritengo, allo stato attuale delle cose, particolarmente influenti nel mondo della birra artigianale. E questi quattro erano Vecchiato, Farinetti, Polli e Musso.
La "gara", diciamo così, è stata vinta da Paolo Polli e, a seguire, Sandro Vecchiato e Teo Musso. Mentre Farinetti è stato superato sul filo di lana da Agostino Arioli e Leonardo Di Vincenzo. Quali conclusioni trarre dal sondaggio? Premesso che, naturalmente, la fotografia non può essere reale al 100% a me sembra che abbiano vinto i "pratici" contro i "teorici". Ovvero chi fa della birra artigianale un business e non solo delle parole o una semplice passione. E la cosa ci sta tutta, ed è la naturale conseguenza di un lungo, ma nemmeno così tanto, processo di trasformazione del nostro piccolo mondo da un club di appassionati quanto entusiasti dilettanti (è non c'è la minima accezione offensiva nel termine) a un settore in rapida crescita sempre più nelle mani di professionisti. Una crescita a volte caotica, spesso fin troppo arrembante, ma che si poteva facilmente prevedere già qualche anno fa.
Sandro Vecchiato
Le conseguenze di questa crescita sono duplici e differenti: da un lato non si può non pensare che chi fa birra artigianale non abbia un proprio tornaconto economico. Il solo "amore" va bene per le anime pie. Dall'altro che di birra artigianale ormai se ne vede in giro fin troppa. E' un po' come se una scuderia avesse scoperto di avere un cavallo vincente e lo facesse correre in gara tutti i giorni. Il rischio è quello, prima o poi, di spomparlo. Purtroppo, come spesso accade in Italia, finché le cose vanno bene nessuno si preoccupa. Un mio amico pescatore mi ha rivelato qualche giorno fa che il divieto agostano di "fermo pesca" nell'Adriatico, necessario alla riproduzione e alla crescita del pesce, viene bellamente aggirato da molti pescatori. Ovvero proprio da coloro che dovrebbero tutelare, per il loro futuro e per quello delle generazioni prossime, il loro "luogo di lavoro". E' un'immagine inquietante e che non vorrei vedere nel settore dove lavoro anche io.
Teo Musso
Tornando ai risultati credo che sia stato premiato il ruolo e l'immagine che Teo ha per tutto il movimento. La sue abilità di comunicatore visionario e poetico hanno fatto indubbiamente tanto, e tanto continuano a fare, per il settore della birra artigianale. Oltre che, naturalmente, per il mondo Baladin inteso in senso ampio. Per quanto riguarda Polli credo invece che il suo dinamismo organizzativo, la sua capacità di dedicare tutte le sue energie agli Italia Beer Festival, a prescindere dai risultati favorevoli o meno, siano stati, giustamente, riconosciuti. Anche Polli, come Vecchiato e Farinetti, è del resto persona di fatti più che di parole. E Vecchiato e Farinetti sono, in conclusione, i due imprenditori che maggiormente hanno scommesso sulla birra artigianale italiana. Avranno fatto i loro conti, se non li facessero non sarebbero quello che sono, ma gli va dato atto di aver aperto una linea di credito verso il mondo dei piccoli produttori.
Chissà, qualcuno leggendo queste righe starà pensando che "si stava meglio quando si stava peggio" ossia che il simpatico ed entusiasta mondo dei dilettanti era più vero, sincero e autentico di quello di oggi dove le acque artigianal-birrarie sembrano infestate da squali e barracuda. Non so, non ne sono convinto.
Il processo in corso è un processo naturale. Impossibile fermarlo o pensare di poterlo modificare radicalmente. E credo che quella della professionalità, collegata alla qualità ma anche al profitto, sia la strada che è giusto percorrere. Potrebbe proprio essere la strada giusta per lasciare ai bordi gli improvvisatori, i millantatori e tutti coloro che, annusando il business della birra artigianale italiana, vi si stanno lanciando sopra all'insegna del vero e unico sport nazionale italiano. Non il calcio, ma la salita sul carro del vincitore...

30 luglio 2012

Ciao Franco

Scrivo queste righe dedicate a Franco Re in ritardo. Quando ho appreso la notizia, inaspettata e traumatica, mi trovavo in vacanza a Creta e ben poco potevo fare se non scrivere un rapido e conciso saluto su Facebook e su Twitter. Ma Franco, personalmente, merita qualcosa in più.
Franco Re, qualche anno fa...
Ogni volta che scompare qualcuno che hai conosciuto, inevitabilmente ciò che scrivi è filtrato dalla tua conoscenza della persona. Io Franco l'ho conosciuto alla fine del 1997 o i primi mesi del 1998. Avevo appena iniziato a collaborare con Il Mondo della Birra e ancora non mi rendevo conto che quella che consideravo una semplice passione potesse trasformarsi in un lavoro. Franco era fisicamente un po' diverso da quello che appariva negli ultimi anni, più simile alla prima foto che alla seconda. Leggendo i primi numeri della rivista (che è nata nel lontano 1983) avevo visto qualche sua foto ancora di più antica data e so che avevo scherzosamente pensato che, la birra, poteva essere un argomento interessante per la penna ma assolutamente rischioso per il giro vita.
Mentre io entravo negli ingranaggi del settore birrario conoscendo publican alternativi e seriosi manager di multinazionali, Franco era occupatissimo a definire gli ultimi tasselli di quella che sarebbe diventata l'Università della Birra. Tanto io riempivo pagine della rivista, tanto lui mollava il suo ruolo di colonna portante. Forse mi teneva d'occhio da lontano, perché un giorno, incrociandolo in redazione, mi disse: "Stai crescendo in maniera inquietante". Io lo considerai, e lo considero ancora oggi, uno dei migliori complimenti che mi siano mai stati fatti.
Franco negli ultimi tempi...
Non posso affermare di esserci frequentati con assiduità, ma quando lo vedevo restavo colpito, con un pizzico d'invidia, dalla sua cultura quasi enciclopedica. Capitava che si iniziasse a chiacchierare di birra belga o inglese per ritrovarci a discutere di "smorfia napoletana". Più che discutere, in realtà ad ascoltare, io, e a parlare, lui. Spesso non capivo come potevamo saltare di palo in frasca nel discorso ma erano delle belle chiacchierate. Aveva sempre un che di didattico nel suo interloquire. Un modo che solitamente a me mette i nervi, ma la sua bonomia compensava certamente quell'aspetto a me così tanto ostico. Del resto, Franco era della vecchia scuola, esponente di riferimento assoluto dell'era pre-artigianale. Si considerava un personaggio, certamente, e come tutti i protagonisti non ne faceva mistero. Ma in misura tollerabile. Senza spirito di onnipotenza e senza rivendicare diritti di primogenitura su qualsiasi cosa avesse a che fare con la birra.
Credo ne vedesse ancora l'aspetto "ludico" sebbene, per lui come per me, la birra fosse diventata un mestiere. Un mestiere comunque appassionante e nel quale lui ha buttato molte delle sue innumerevoli energie. Il ricordo di lui che mi terrò più stretto è comunque, senza dubbio, il suo "umanesimo", il fatto cioè di avere avuto molteplici interessi e di non essere mai stato un talebano. Alcuni suoi aneddoti e alcune sue imitazioni, del nostro mondo, erano fulminanti e molto divertenti. Mai livorosi. E questo mi piaceva davvero molto.
Un saluto, caro Franco, te ne sei andato via davvero troppo presto.

20 giugno 2012

Chi scrive di birra alla Metro?

La Carta delle Birre di Metro
Le scure? "Sono chiamate così perché a maggior contenuto di malto, hanno gusto più dolciastro, a volte zuccherato ed un sapore amaro". Le Weisse? "Non filtrate e opache...(omissis)... durante la cottura, possono essere aggiunti coriandolo e scorze d'arancia...". Queste un paio di perle che ho ricavato dalla rapida lettura dello speciale Carta delle Birre di Metro Italia, la catena di cash&carry. Ora io non vesto i panni del fustigatore, gli errori si fanno e so per esperienza che non c'è "visto si stampi" che sia immune da sviste, errori di ortografia et similia. Tuttavia gli svarioni firmati Metro Italia mi servono da spunto per compiere una riflessione che da qualche mese va e viene nel mio cervello. Che la birra in Italia abbia un'immagine percepita di gran lunga superiore rispetto ai tempi passati non ci piove. Di birra si parla anche su giornali extra-settoriali, i birrai vanno in televisione e la birra, soprattutto quella artigianale, è citata a ogni pié sospinto. Anche in occasioni dove non ricopre un ruolo principale. Altro esempio è la conferenza stampa che ha annunciato, qualche giorno fa, la collaborazione tra Gambero Rosso e IULM qui a Milano. Oltre all'annunciata inaugurazione, proprio nella sede dell'ateneo, della succursale meneghina della Città del Gusto (prevista nel 2013), sono stati presentati diversi corsi universitari e master in tema enogastronomico. Da quelli in area del Restaurant Management a quelli sul Web e Social Marketing per il settore enogastronomico e sul Food & Wine Communication. Tralascio volutamente le mie opinioni in merito, sono contento di aver imparato il giornalismo sulle strade di Mestre e Venezia, a furia di interviste de visu e qualche porta in faccia, ma faccio solo memoria a un servizio che avevo preparato per un mensile vinicolo anni fa in merito all'esplosione dei corsi di enologia non più confinati alle storiche istituzioni di Alba, Conegliano e San Michele all'Adige. Un autorevole intervistato mi confidò che, di questo passo, avremmo avuto più enologi che cantine in Italia...
Ma il passaggio che mi ha colpito è stata la precisazione, da parte del relatore, che il corso di Food&Wine Communication avrebbe riguardato anche i distillati e, certamente, la birra. Solo due paroline buttate lì che, tuttavia, solo qualche anno fa non sarebbero state dette. Indizi, certo. Ma che, come si dice nei gialli, messi tutti insieme fanno una prova...
E allora, ed è questa la mia domanda, perché ci si ostina a far scrivere di birra gente che ne sa poco o nulla? Nel vino è una cosa che succede di rado. Forse perché ci sono in giro personaggi molto più noti o perché ci sono in ballo interessi più sostanziosi, ma è raro che capiti a scrivere di vino qualcuno che ne sa poco. Nella birra invece va bene tutto, al massimo anche qui si sceglie un esperto di vino perché, tanto, sempre di bevande alcoliche stiamo parlando. E' stato ad esempio il caso di Giuseppe Sicheri, scrittore di lungo corso in materia enologica chiamato da Hoepli a pubblicare un volumetto sulla birra con risultati, a mio parere, modesti. So già l'osservazione che si sta levando nella testa di chi sta leggendo: questo post è un chiaro tentativo di portare acqua al mio mulino... Beh, lo è certamente, ma sono anche consapevole dei miei limiti fisici e di quelli temporali e anche di un sacco di altre cose, quindi non ho l'ambizione di diventare il monopolista della parola scritta intinta nella birra.
Considero solo come ci sia ancora parecchia strada da fare nel campo della comunicazione birraria e di come la birra sia ancora considerata un'appendice curiosa e simpatica nel campo del bere, magari da tenere d'occhio ma senza investire troppe risorse. E' miopia bella e buona. E' come se per innaffiare aspettassimo di vedere se la pianta cresce. E, in ultima battuta, detta fuori dai denti, dispiace pure vedere l'associazione di riferimento del settore, la storica Assobirra, scegliere sempre dei foodblogger per commentare risultati di ricerche in tema birra. Con risultati a volte imbarazzanti. Qui non si tratta di avere chissà chi a raccontare di birra davanti a un pubblico comunque di giornalisti, e spesso di settore, solo trovare qualcuno che sa andare un po' più in profondità, trasmettere più passione e amore per il prodotto e non parlare di birra per luoghi comuni. E' quello che è capitato appena due giorni fa sempre a Milano, ma non era nemmeno la prima volta. E forse non sarà neanche l'ultima...

13 giugno 2012

AIS-Unionbirrai: questo matrimonio...

Il Westin Palace a Milano
Lunedì scorso ho fatto un salto all'evento targato Associazione Italiana Sommelier e Unionbirrai che si è tenuto al Westin Palace Hotel di piazza della Repubblica a Milano. L'hotel, location di lusso, è la sede ormai naturale degli eventi e dei corsi organizzati dalla sezione milanese e/o lombarda dell'Ais. Questa era però la prima volta, andando a memoria, che ospitava una serata interamente dedicata alla birra artigianale italiana. A mio merito, voglio ricordare una serata di degustazione di un paio d'anni fa, tenutasi a Crema con birre artigianali lombarde. Quella volta, l'Ais locale era rimasto a bocca aperta perché, a fronte delle solite 40-45 persone per tasting enologici vari, ma di livello, gli iscritti paganti erano addirittura 90. Milano comunque era rimasta una piazza "vergine" tolte le apparizioni, di successo, di Teo Musso e di Agostino Arioli.
L'evento "Birra, che stile!" dunque si preannunciava interessante, forte anche di 13 birrifici lombardi e non solo. La notizia sta anche in una prima forma di collaborazione tra le due associazioni di riferimento dei rispettivi settori, la storicissima Ais e la consolidata Unionbirrai. Che gli uomini in giacca blu e modi misurati fossero leggermente in antitesi con il popolo "indie" della birra si poteva presumere, ma è stato divertente vedere il contrasto di persona. Da un lato giacche e cravatte, dall'altro pantaloni a mezza gamba e tatuaggi in vista.
Il logo Ais
Le apparenze comunque contano poco. L'iniziativa è meritevole visto che di birra l'Ais mastica ancora troppo poco. Una lezione dedicata durante il primo corso, e condivisa con nozioni sui distillati di malto, lascia il tempo che trova. E servono a poco anche i corsi promossi in collaborazione con Assobirra, il cui limite a birre mainstream e dei grandi gruppi, evidenzia una certa caratura "pubblicitaria" e autopromozionale dell'iniziativa. Ma forse questo è davvero uno dei limiti più evidenti di Assobirra, dimostrato anche dalla sparizione all'orizzonte della discutibile operazione "Tavole della birra" firmata in collaborazione con il gruppo L'Espresso. Faccio solo due rapide riflessioni, con poca voglia di far polemiche: se a una guida non dai un respiro annuale e non la mantieni in vita almeno per tre anni, i costi della pubblicazione sono gettati nel vento. E se ai sommelier del vino che si sono incuriositi alla birra per le sue particolarità fai assaggiare birre che si trovano in grande distribuzione, il flop è abbastanza annunciato.
E quello di Unionbirrai...
Detto questo mi riporto rapidamente sull'argomento del post ovvero Birra, che stile! In tutta franchezza mi aspettavo più pubblico e più facce sconosciute, invece ho avuto i piacere di rivedere alcuni volti noti del mondo della birra artigianale, ma non la ressa tipica dei banco d'assaggio organizzati dall'Ais. Vero anche che, in questo senso, non ho una frequentissima partecipazione da addurre, e forse mi ero fatto qualche illusione di troppo, tuttavia ero convinto che le birre si sarebbero volatilizzate in poche ore. Colpa di qualcuno? Forse no, forse serviva solo un po' di pubblicità in più, forse i tempi non sono ancora così maturi, forse i sommelier preferiscono, con un tema abbastanza nuovo per loro come le birre, partecipare a una degustazione guidata piuttosto che a un tasting.
Ma, in questi casi, si deve sempre fare la tara del debutto. Magari la prossima volta andrà meglio. Io personalmente invece ho avuto modo di conoscere dal vivo Nicola Grande del Siebter Himmel. Conoscevo di nome il suo pseudonimo e il suo talento grafico, ma la Nuce è una dubbel che mi ha convinto molto. Soprattutto tenendo conto che lo stile a volte mi sembra accusare una certa "pesantezza" e non è mai stato tra i miei preferiti. Molto buona anche la 2 Cilindri del Birrificio del Forte, una porter morbida morbida, con un profumo che mi ha fatto venire in mente quando, bimbo, spendevo i miei soldi in Kinder Cereali. Quindi grazie per l'effetto nostalgia! Infine sono stato letteralmente "piallato" dalla Machete Double Ipa di Giovanni Campari, "conducator" del Birrificio del Ducato. E' stato come infilarsi con una tavola da surf in un tunnel di luppolo: inebriante, pericolosa, adrenalinica, "assuefacente"...

01 giugno 2012

Uomini che contano...

Charlie Papazian
Sì, ma non nel senso che ci sanno fare con i numeri... Contano nel senso che hanno un "peso", un'influenza specifica nel settore della birra artigianale. Insomma, gli opinion leader, quelli che fanno il piccolo mercato della birra artigianale italiana. L'idea di questo post mi è venuta qualche settimana fa, dando un occhio a questa pagina dell'americano The Daily Meal. Il quale proponeva una classifica delle 30 persone più "potenti" nel settore del beverage, quindi non solo birra. In classifica, che vede al primo posto il Ceo di Starbucks, con altri big boss tipo della Coca Cola, Pepsi Cola e AB Inbev, compaiono anche dei noti personaggi della birra artigianale a stelle e strisce: da Jason e Todd Alstrom di Beer Advocate (30) a Charlie Papazian (20). Mi sono chiesto quindi se si poteva fare un sondaggio, qui su Birragenda, per capire tra i miei sparuti lettori chi si ritiene influente nel nostro ambiente. Ovviamente si tratta di un giochino e niente di più, in primo luogo perché il mio pubblico non è così vasto da decretare una classifica davvero credibile, in secondo luogo perché comunque le classifiche di questo tipo tendono a premiare le persone più amate o con maggiore visibilità in rete e non, con matematica certezza, quelle che davvero hanno il "potere" d'influenzare il mercato della birra artigianale.
Fatta questa premessa ho allora cercato di riflettere sulla mia personale classifica per arrivare a creare una lista di nomi che ritengo abbiano tutti un certo peso eliminando dal contest solo due figure: una è la mia, né per timori di finire a zero voti né per sicurezza di vincere ma solo per onestà intellettuale (dovrei come minimo votarmi), la seconda figura è quella di Lorenzo Kuaska Dabove, ma per ragioni diverse ovvero credo vincerebbe troppo facilmente e poi lo considero troppo "padre della patria" per metterlo in sfida con gli altri.
Jason e Todd Alstrom
Ripeto, è solo un gioco ma è anche un tentativo di capire, in minima parte, a che livello è la percezione tra i miei lettori di chi davvero fa il mercato della birra artigianale. Sicuramente dalla mia lista resteranno fuori delle persone che qualcuno invece troverà giusto inserire. A questo punto vi invito a segnalarmi la persona nei commenti. Per il resto ho cercato di mettere dentro personaggi diversi: blogger e distributori, curatori di guide e produttori, gestori di locali...
Il criterio non deve essere la bravura o la competenza, ma solo l'influenza (definirlo potere mi sembra eccessivo, ma il termine vi si avvicina molto) cioè la capacità di avvicinare nuovo pubblico, e non consolidare il vecchio, al fenomeno birra artigianale.
Ok, credo di aver detto tutto. Adesso appronto il sondaggio e poi via ai voti.

29 maggio 2012

A tu per tu con l'uomo Mikkeller

Mikkel Borg Bjergsø
Di solito le interviste sono il metodo migliore per penetrare dentro la cortina che ognuno di noi possiede, o eregge, per difendersi dagli altri. Ho studiato per anni il modo migliore per farle. Una buona intervista necessita innanzitutto di sintonia con l'intervistato, una lenta tattica per invitarlo a "sbottonarsi", a uscire dalle dichiarazioni "a mezzo stampa" per rivelare qualcosa di sé. Nella mia "carriera" ho incontrato un po' di tutto, da chi in due secondi era pronto a raccontarti qualsiasi cosa a chi tentava in tutti i modi per farsi accreditare come un genio assoluto. Da chi, falsamente, cercava di mantenere un low profile a chi lo aveva davvero. Mai un'intervista è stata però così difficile come quella ottenuta da Mikkel Borg Bjergsø, l'uomo che sta dietro il progetto Mikkeller, sicuramente uno dei più rivoluzionari e, comunque la si pensi, interessanti fenomeni dentro il mondo della birra artigianale.
E invece, seduti su un divanetto di fronte a lui e in compagnia di solo un altro collega, il nostro ha mantenuto per tutto il tempo un atteggiamento distante. Io mi aspettavo un qualcosa in stile Teo Musso in salsa scandinava, lo sguardo acceso, le parole a rotta di collo, la visione messianica, insomma... fuoco e fiamme.
E invece Mikkel Borg Bjergsø ha un aplomb invidiabile. Certo, magari il fatto di averci fatto una chiacchierata a un'ora dall'apertura cancelli del suo primo Copenhagen Beer Celebration può giustificare il fatto che avesse altri pensieri in testa. Poi mettiamoci pure il carattere ma, onestamente, il creatore e guida spirituale del progetto Mikkeller appare come una persona molto seria. Che abbia carattere non ci piove visto che l'idea di organizzare una sorta di "controfestival" nelle stesse giornate del Copenhagen Beer Festival non può non avere delle motivazioni serie. E per serie intendo dire "politiche"... Ovvero non mescolarsi alla presenza di Carlsberg nel Beer Festival. Ma, questa, è solo una mia supposizione perché a domanda specifica, il nostro uomo ha glissato...
Ma ecco qui la breve intervista con Mikkel Borg Bjergsø...
D. La Copenhagen Beer Celebration coincide perfettamente con il Copenhagen Beer Festival...
R. Sì, nella stessa settimana a Copenhagen si tiene un altro festival, molto più grande del nostro. Ci siamo stati anche noi gli anni scorsi, ma abbiamo ritenuto che non ci fossero degli sviluppi interessanti, che l'evento si ripetesse sempre uguale. Sempre le stesse cose... Abbiamo deciso di farcene uno nostro, focalizzato maggiormente sul rapporto tra birra e cibo che credo sia la grande sfida del prossimo futuro per noi produttori... Oggi nei ristoranti il vino è ancora la scelta dominante... ma le birre si possono abbinare benissimo con il cibo... Qui abbiamo creato un rapporto con un bravo chef danese che prepara la cena per tutti i partecipanti alla Celebration, inclusa nel prezzo del biglietto, con una birra in abbinamento...
D. Questo festival ha comunque una caratteristica particolare: i biglietti in vendita non erano più di mille al giorno...
R. E li abbiamo venduti tutti in poche ore. In realtà il nostro scopo non era quello di fare un vero e proprio festival, ma più che altro una grande party e, naturalmente, il fatto di servire la cena comportava un numero "chiuso". Volevamo anche che il pubblico potesse incontrare davvero i birrai presenti, il tutto in un'atmosfera più tranquilla rispetto a quella dei festival tradizionali, ma anche di festa con i birrai...
D. Tutti i birrai sono presenti?
R. Non tutti, ma la stragrande maggioranza sì. Chi non era presente ha preso parte a una specie di stand "collettivo"...
D. Come giustifica la rivoluzione artigianalbirraria danese?
R. Beh, tradizionalmente le birre artigianali arrivavano dall'Europa, dal Belgio, dalla Germania e dal Regno Unito. Poi c'è stata l'esplosione del fenomeno americano e infine l'onda è arrivata anche da noi. Perché? Perché si è manifestato il desiderio di fare birre diverse rispetto a quelle che si bevevano normalmente. La Danimarca è una piccola nazione con uno dei più grandi produttori di birra del mondo. Logico quindi che il mercato fosse molto dominato da Carlsberg. Qualcuno si è stancato e la gente era pronta a un cambiamento... Nel 1997 avevamo circa 9 birrerie in Danimarca, oggi ce ne sono circa 130... Ma il fenomeno non riguarda solo noi, è dilagato anche nel Regno Unito, in Italia, in Spagna, in Brasile, persino in Francia e in Belgio. Forse solo la Germania al momento è ferma....
D. Lei però è una figura strana nel movimento internazionale. Fa la birra senza avere un impianto....
R. Io ho iniziato a fare la birra in casa nel 2003 e nel 2005 ho pensato che avrei voluto dimostrare agli altri cosa sapevo fare. Mi rendevo conto che quello che facevo in cucina era meglio di quello che bevevo in giro. Anche le nuove birrerie tendevano a fare cose abbastanza normali, ma era ovvio. Se hai un impianto e tutta un'organizzazione hai dei costi che devi sopportare e avere questi costi ti costringe a dover fare delle scelte che non erano solo le tue, ma quelle dettate dalle esigenze commerciali. Sì, le etichette erano più accattivanti, le birre un po' più buone, ma niente di davvero originale. Noi non volevamo avere un'attività commerciale, volevamo far vedere cosa eravamo in grado di fare con la birra...
D. E così siete partiti solo con la ricetta in mano...
R. Esatto, e noleggiando un impianto per un giorno o per una settimana, poi anche per un mese quando le cose hanno iniziato a funzionare. Solo un anno dopo ero in giro per il mondo a cercare collaborazioni di prestigio. Credo che la prima sia stata con l'americana Three Floyds, per me la birreria numero uno al mondo. E così andiamo avanti, facendo le nostre ricette e collaborando con quelli che consideriamo i migliori birrai nel campo internazionale...
D. Ma all'inizio non avere l'impianto poteva anche essere una necessità, oggi è sicuramente una scelta...
R. Sì, oggi è una scelta. La scelta di essere liberi di fare quello che si vuole. Se domani la gente smettesse di comprare la mia birra, io posso chiudere senza troppi problemi. Al momento, fortunatamente, non abbiamo problemi a venderla...
D. Ultima domanda: ha idea di quante etichette Mikkeller ci siano in giro attualmente?
R. (sorride per la prima volta) Tante di sicuro. L'anno scorso ne abbiamo fatte oltre 110, oggi abbiamo più di 200 etichette diverse. Forse 220. Ma questa è la cosa interessante ed eccitante allo stesso tempo. E sono i numeri della mia libertà di espressione...

28 maggio 2012

Pub crawling in Copenhagen...

Copenhagen Brewpub
I lati positivi del mio lavoro sono molteplici. Mi guadagno da vivere scrivendo. E già questo è, per me, una cosa fantastica. Scrivo delle mie passioni, in primis la birra, ed è anche meglio. Infine viaggio per lavoro. Superlativo. Non che non ci siano dei lati negativi nella mia professione, anzi sono talmente tanti che, da un lato, sconsiglierei di seguire le mie orme, dall'altro fare la lista mi deprimerebbe troppo. Ma oggi mi sento positivo, quindi bando alle lamentele e ricordiamo la recente spedizione in terra danese dove ho avuto la fortuna di seguire due festival birrari di livello eccellente e fare qualche visita lampo in alcuni locali di Copenhagen.
I tempi, durante questo tipo di viaggi, sono sempre ristretti. Si cammina molto, si fa quasi irruzione nel pub prescelto, si bevono un paio di birre tanto per farsi un'idea e si prosegue verso la tappa successiva. Insomma, un vero e proprio pub crawling senza indugi e, elemento negativo, senza troppi approfondimenti. Devo confessare comunque che tutte le mie più rosee aspettative su Copenhagen sono state rispettate. La città nasconde un sacco di "fermate" birrose di alto livello. La prima uscita è stata quindi destinata al Copenhagen Brewpub. La scelta è stata determinata da mere questioni di vicinanza visto che la prima sera eravamo un po' cotti dalla levataccia mattutina e dal lavoro dei giorni precedenti. Il posto è comunque suggestivo, ha un bel cortile interno, l'impianto a vista sulla sinistra e una scaletta che porta nell'interrato dove si trova il vero e proprio locale. Area pub con servizio di cucina veloce (hamburger e cose così) e sala ristorante dove si cena a un livello insolitamente alto per una birreria o brewpub. Le carni, come vuole la fama danese, sono eccellenti, i dessert favolosi. In accompagnamento ho provato un po' di tutto vista la possibilità di fare piccoli assaggi (samples): risultato qualità più che buona su tutto con vertice assoluto per la Cole Porter, birra con la quale avrei potuto fare tutta la serata.
L'ingresso della Norrebro
Meno bene invece sul fronte Norrebro Bryghus sulla quale avevo riposto ampie speranze. Il locale è carino, interrato come il precedente (ma scoprirò più tardi che questa sembra essere una pratica molto diffusa tra i locali cittadini) e sicuramente molto noto. Impianto a vista, possibilità di prenotare beer tasting (cosa che forse avremmo dovuto fare anche noi) e pure di acquisto take away. Tuttavia le due pinte al nostro tavolo, una di New York Lager e l'altra di Bombay Pale Ale, ci sono sembrate anonime e un po' prive di personalità. Il giudizio definitivo è comunque sospeso: al Copenhagen Beer Festival, l'ottimo Laurent Mousson, nostra guida e vate in materia di birre danesi, ci ha detto che le produzioni Norrebro sono due e la migliore non è davvero quella del brewpub.
Ol Baren
Comunque ripartenza e a caccia dell'Ol Baren (alcune O dovrebbero essere scritte "alla danese", ma non trovo da nessuna parte il modo per farlo... sigh!). Dell'Ol Baren ci aveva parlato bene Alessio Leone, globe trotter della birra con i giusti agganci "familiari" a Copenhagen. Trovare il posto non è stato comunque facile. Sono un convinto sostenitore dell'understatement, ma un locale così dimesso non mi era ancora capitato... La porta in legno è sormontata da una piccola insegna al neon che recita "Ol" (che significa birra). A fatica si capisce che dietro la porta e le vetrate c'è dentro qualcuno che beve. Entriamo e scopriamo che il posto è piccolo, quasi un ritrovo per carbonari. Qualche tavolino, il bancone non certo immenso e una signorina alle spine che, quando non deve spillare, si diletta con ferri e maglia. Niente di male in tutto questo, anzi, solo che sembra di essere finiti dentro una distorsione temporale ed esserne usciti in un qualche pub sperduto nelle isole Shetland, anno di grazia attorno al 1930. Quando però riesco a mettere a fuoco le birre scritte sulla lavagnetta scopro che, oltre a qualcosa di abbastanza comune tipo Pilsner Urquell e Paulaner, ci sono due proposte firmate Beer Here, craft brewery di cui avevo sentito parlare bene in Italia. Mi fiondo quindi deciso su Hopfix e Hoptilicus e, se non è amore vero, è una passionaccia di quelle di cui serbi un lungo ricordo. Davvero delle grandi birre, da bere con disinvoltura e soddisfazione anche se, come è capitato a noi, te le servono nei bicchieri firmati Stronzo, nome di un'altra birreria danese (e che forse dovrebbe assumere un esperto di relazioni internazionali o almeno un nerd che sa fare delle ricerchine su Internet) che all'inizio pensavo che la ragazza "del maglione" ce l'avesse con me.
Applaudendo dunque all'Ol Baren e pure al lavoro di maglia della ragazza (un primo segno che la "ribellione craft" si sta imborghesendo?) e alzando un dito virtuale agli amici della Stronzo, decidiamo di accogliere un altro suggerimento italiano e ci diamo da fare per trovare il Plan B. Mappa di Copenhagen in mano, navigatore GPS installato su Iphone e tasso alcolico sotto controllo, passiamo per ben due volte nell'inpronunciabile Frederiksborggade (avete idea di cosa significa chiedere indicazioni stradali a Copenhagen?), per poi trovarci impietriti davanti al civico 48 a contemplare due vetrine talmente sporche che quasi nascondono un antro vuoto e squallido. Il Plan B è defunto, non sappiamo se per risorgere "alla nazarena" o per scomparire tra i flutti dei ricordi come l'Andrea Doria, ma al momento è out.
Mikkeller Bar
Quindi? Quindi abbiamo perso del dannato tempo, prezioso per vedere altro. Poco male, rapida tappa di decompressione all'Apollo Bryggeriet che sta all'ingresso dei giardini di Tivoli, utile se non altro a capire che puoi fare delle birre decenti anche senza essere famoso, avere atteggiamenti pseudo rivoluzionari o strizzare l'occhio solo ai talebani della birra artigianale, e infine touchdown al Mikkeller Bar. Ecco, il Mikkeller... Di questo "supereroe" della "nuova birra", di questo danese ormai più famoso di Amleto, delle sue birre da vertigini, avevamo sentito parlare fino a farci sanguinare le orecchie. Ogni tanto ci eravamo imbattuti in qualche sua creazione con impressioni a dir poco inquietanti. La Mikkeller 1000 Ibu provata al Craft Beer Co. di Londra ci era sembrata ad esempio una pugnalata ai nostri sensi, a partire dalle gengive per finire con il retrogusto. Ma come si fa ad andare per la prima volta a Copenhagen  e non fare un salto al Mikkeller Bar? La sirenetta passi pure, ma questo locale giammai. E infatti ci andiamo, anche con un collega dell'Irish Times che non gli pare vero di bere qualcosa di diverso da una stout. Il posto è maledettamente piccolo e maledettamente pieno, segno evidente che la fama ha ormai valicato i confini dei beer hunter "so-tutto-io" per conquistare i giovani gaudenti della capitale. Arredamento in stile minimalista Ikea, un po' deprimente a dirla tutta, piano interrato come si conviene e lavagna con tanti numerini per indicare la birra se la pronuncia danese non è il vostro forte. Ho deciso di andare in contropiede e invece di mettermi alla prova con varie amenità tipo le Geek Breakfast mi sono preso una Mikkeller Super Galena Ipa... Poi una "banale" American Dream Lager e.... incredibile, erano buonissime! Quindi, mi sono detto, Mikkeller non è solo un fuoco fatuo di provocazioni e "visioni", il tutto condito da una certa filosofia politica da guerrigliero zapatista. Quelle due birre erano fantastiche: aromatiche e luppolose, con un bellissimo taglio secco finale che faceva cantare le mie papille con "ancora, ancora....". Il mio cervello ha comunque mantenuto il suo consueto aplomb da ufficiale inglese in India (si fa per dire) e la scelta successiva è stata indirizzata sulla Zombie Dust dell'americana Three Floyds. Dentro di me pensavo, se sei in Danimarca devi bere danese, ma la curiosità ha preso il sopravvento. Birra strepitosa, che qualcuno la importi immediatamente (sono disponibile a investirci tutto il mio peso giornalistico... e pure quello fisico che è nettamente superiore!) o che qualcuno mi dica dove la si trova in Italia (Roma?). Sono disposto anche a prendere a pedate il posteriore del Freccia Rossa in qualsiasi momento pur di berla nuovamente... Altrimenti mi tocca andare a Chicago oppure, ovviamente, al Mikkeller Bar di Copenhagen...