martedì, maggio 06, 2008

Milano da bere


Il blog zoppica e purtroppo non ci posso fare nulla. Ahimé, sono un mercenario (definizione non mia) e scrivo per guadagnarmi da vivere, altrimenti farei altro. Ma la notizia mi pareva carina e non potevo non rilanciarla su queste pagine. Se non altro perchè ci ho messo la zampa e, si sa, ogni giornalista è un pizzico narcisista. Allora, copertina dell'ultimo numero di Beers of the World, rivista birraria internazionale e assai patinata (decidete voi se è un complimento oppure no) con "striilo" in copertina "Milan Beer Guide", fatica stampata di Adrian Tierney Jones, uno dei tre giornalisti inglesi che l'anno scorso hanno fatto visita ad alcuni brewpub e micro del nord Italia: nell'ordine il Lambrate, il Birrificio Italiano, il Bidu e Le Baladin. Su Teo era già uscita una paginata su What's Brewing qualche mese fa (merito di Jeff Evans), ma questo reportage di Beers of the World ha il merito di riassumere l'esperienza itinerante dei tre sudditi della Corona. Nelle foto compaiono alcuni componenti dello staff del Lambrate, chi spilla le birre all'Hop e il quadro generale è assai positivo a conferma che i sorrisi dispegati dai colleghi non erano, pe fortuna, di mera circostanza. Io, nella veste inconsueta di suggeritore non scrittore, mi sono trovato abbastanza bene. Chi avrà la possibilità di leggere il pezzo saprà esprimere il suo giudizio. Nel caso, più che probabile, che io sia l'unico abbonato alla rivista posso inviare scansione dell'articolo....

venerdì, aprile 11, 2008

Dalla Zoobeer al Calvados


Ultimo post il 18 marzo? Cavoli, mi devo essere perso per strada... In realtà in questi giorni mi sono successe un sacco di cose che a riassumerle in un unico post rischierei di scrivere "Guerra e pace" e di attirarmi le illuminate critiche di colleghi che mi hanno sempre consigliato, sul blog, di essere stringato. Ma tant'è, provo a fare una rapida cronaca degli eventi che mi hanno maggiormente colpito in queste settimane. Inizio con l'apparizione di un piao d'ore in quel del Salone della Birra di Milano: con Valentina siamo capitati lunedì, giorno da operatori, e abbiamo scambiato quattro chiacchiere con alcuni birrai presenti. Il che è sempre un piacere, almeno per noi, ma piacere superiore è stato scoprire l'ultima chicca made in 32 Via dei birrai: il nome suona come Zoobeer, spero di non sbagliare, e Fabiano Toffoli l'ha inventata per un noto locale del trevigiano, il Nidaba. Ma è birra tanto elegante e raffinata che sarebbe un peccato circoscriverla ai tavoli del pur meritevole Nidaba. Aspettiamo e vediamo.... Altri assaggi che mi sono piaciuti, non che abbia bevuto tutto quello che c'era, sono stati la costante e beverina Backdoor Bitter dell'Orso Verde e dell'ormai lanciato, ma sempre spettinato tié, Cesare Gualdoni, la rinnovata Buena Suerte di quella leggenda che risponde al nome di Beppe Vento (mai trovato così tanto simpatico uno che mi è sempre sembrato così tanto diverso da me) e la Rebuffone di Maurizio Cancelli ex Babb oggi Manerba Brewery. Che dire, Maurizio è bravo, non si discute e a lui personalmente auguro di realizzare ogni suo sogno. Abbastanza criptico vero? Accontentatevi, per ora...

Dopo le birre artigianali però il mio ricordo si fa confuso: sono stato coinvolto da una girandola di viaggi lampo in Italia, agganciato dal settimanale Economy, quello di Panorama, per un servizio sul mercato del vino italiano proprio nel momento in cui L'Espresso lanciava la sua campagna all'urlo di "Velenitaly", intervistato da Radio Deejay che mi ha fatto parlare seriamente quando io mi ero preparato a rispondere alla solita ironia giocosa del duo Linus e Nicola e poi spedito in Normandia alla scoperta del Calvados con contorno anche qui di concorso barman. Il Calvados merita un post a parte, qui chiudo dicendo che ho scoperto un distillato (nella foto, la degustazione) che può riservare molte sorprese, soprattutto se affinato lungamente. E un sidro di pere da incorniciare, tenendo conto che io il sidro non l'ho mai amato troppo.... Ma, al prossimo post, confidando in un ritmo lavorativo un po' meno serrato.....

martedì, marzo 18, 2008

Vacanze Romane - Secondo Tempo


Dunque, dunque. Il secondo tempo di un film dovrebbe essere in crescendo, dovrebbe svelare qualche "segreto" e avere un lieto fine. Ok allora, se l'intervallo è durato venti metri, il crescendo è assicurato dall'incontro con (il) colonna più importante di Roma dopo (la) colonna Traiana. Se la seconda è affollata di figure scolpite di legionari e di barbari, il locale del primo è affollato di accaniti bevitori e, quello che fa la differenza, da persone in grado di discernere quello che stanno bevendo. Un caso raro, rarissimo, da meritare un educational per esperti o sedicenti tali, insomma per tutti i cosiddetti "professionisti" della birra. Di Manuele Colonna, gran timoniere del Ma che siete venuti a fa', al di là della sua enorme competenza birraria, mi ha colpito lo stile. Sa parlare di birra senza tirarsela e senza cadere dall'alto, sa portare il cliente casuale a bere robe da iniziati come lambic giovane alla spina o porter americane, ha l'intelligenza, non solo commerciale, di far assaggiare i prodotti agli indecisi, è riuscito a stringere attorno al suo locale un gruppo di "discepoli" senza per questo trasformarlo in una "loggia" per adepti. Nella mia carriera, ormai decennale, di giornalista "della birra", di gestori così ne ho incontrati pochissimi. Forse li posso contare sulle dita di una mano. E allora sarebbe quasi tempo perso descrivere quanto mi ha colpito questa o quell'altra birra, mi interessa maggiormente sottolineare che se di Colonna ce ne fossero di più, la cultura della birra in Italia sarebbe qualche anno luce avanti. E, bando alle ciance, gli italiani berrebbero più birra. Al Macche la media invernale è di 30 fusti alla settimana, in estate si arriva a 50 fusti. E non si tratta di birre da bere e dimenticare, né di quelle con le quali ti sbronzi e ti butti via. L'ultimo mio assaggio era la Mikkeler Black Hole, fantastica indubbiamente, ma non esattamente da bere a galloni. Almeno a mio avviso. Ma senza arrivare a queste vette, il Macche ha dodici-dico-dodici spine tra artigianali italiane, specialità belghe, americane, tedesche e danesi. Una grotta di Aladino che fa dei numeri impressionanti. Ma il fattore X non è tanto la scelta delle birre, quanto lo stile di Colonna. Come sempre, e come ho imparato da tempo, è il gestore che fa la differenza. E una differenza non da poco. Colonna è la risposta a tutti i gestori che mi hanno sempre detto che birre senza supporto di marketing non si vendono. Per anni le mie argomentazioni erano lunghe e teoriche, ora ho la risposta sintetica. Grazie Manuele.

lunedì, marzo 17, 2008

Vacanze Romane - Primo Tempo


Vacanze è un termine da intendersi per eccesso, ma il titolo mi piaceva. In realtà il mio tempo libero nella capitale è stato ridotto a circa otto ore, trascorse però in uno spazio ancora più limitato ovvero quella ventina di metri che separa, in via Benedetta a Trastevere, il Bir & Fud dal Ma che siete venuti a fa'. Ora, passare otto ore in venti metri fa un po' Alcatraz a dire il vero, ma lo spazio ridotto è stato ampiamente compensato dalla qualità di quello che ho bevuto e mangiato e dalla compagnia. Trastevere è un po' la Temple Bar romana, quasi un mondo a parte, tra turisti appena scaricati dal torpedone e romani veri. Arrivo con un trenino stile "i guerrieri della notte" da Monte Mario e mi accingo a raccogliere la sfida dei due chilometri da fare a piedi per giungere in piazza Trilussa e da lì, in via San Benedetta. Ma subito due controllori ai quali ho chiesto la direzione da prendere mi dicono "ma so du chilometri..." con tale perplessità che decido di prendere il tram. Penso che a Milano, mi avrebbero semplicemente detto "sempre dritto" e buonanotte al secchio.
Ma non è di questo che devo parlare adesso. Piuttosto del personaggio in foto e delle sue numerose virtù: da quelle di schiantatore di cuori femminili, spesso inconsapevole, a quelle di birraio di talento fulminante. Fulminante perché Leonardo Di Vincenzo, mente creativa di Birra del Borgo, ha avuto un avvio nel mondo della birra artigianale degno di una start up. Dalle prime bottiglie homemade ai premi, all'export, al ristorante Bir & Fud. Un decollo verticale stile Sea Harrier. Al Bir & Fud si beve solo ed esclusivamente birra, acqua minerale se siete in punizione e non osate chiedere coca cola, limonata o caffè. Le pizze costituiscono la spina dorsale del menu, ma chi pensasse alla banale "pizza e birra" merita la scomunica. Il Vaticano d'altronde è vicino... La mia "patate e salsiccia", tanto per annullare le sedute di Pilates che non ho mai fatto, era un armonia di sapori: patate dop e salsiccia d'Ariccia, località laziale che sa come trattare i maiali. Il trittico di supplì ha poi cancellato il luogo comune che avevo su questa specialità: presentati con non comune senso estetico, rivisitati con estro creativo. Le birre meritano poi un capitolo a parte: la ormai nota KeTo Reporter di Leonardo è la "quadratura del cerchio" ovvero quel tanto strana, foglie di tabacco toscano in infusione non sono proprio un'ideuzza qualsiasi, che serve per attirare l'attenzione, ma bevibile in quantità senza dover per forza di cose spaccare il capello in quattro sulle molecole che si percepiscono all'olfatto. Grande birra, quasi un classico. E che dire della Reale Extra? Gran bel bicchiere da luppolodipendenti, profumi e persistenza rimangono impressi nella memoria. Anche qui, senza nulla togliere alla straordinaria bevibilità... Finale con Rosé de Gambrinus alla spina: straordinaria non c'è dubbio per quanto non sia la "mia" birra. Il giusto viatico per compiere quei venti metri che mi separano dal Ma che siete venuti a fa'.
Fine primo tempo. Intervallo.

domenica, marzo 02, 2008

I presenti alzino la mano (sinistra)


Serata per reduci quella di giovedì sera al Birrificio Italiano di Agostino Arioli e soci. E' stato bello rivedere dopo praticamente solo poche ore alcuni volti incrociati rapidamente nel calderone di Pianeta Birra, all'inizio sembrava quasi di assitere al riposo dei "guerrieri". Ma la presenza di Eric Wallace della Left Hand Brewing Company con le sue birre e l'anteprima della nuova ale di Agostino, passata quasi sottocoperta per evitare di rubare la scena all'amico americano, valeva il viaggio in quel di Lurago Marinone. Menu ad hoc con abbinamenti molto ben mirati a partire dal gamberone "palestrato" con crema di patate allo zenzero ed erba cipollina in accompagnamento alla Juju Ginger di Eric anch'essa aromatizzata allo zenzero. Facile penserete voi: zenzero di qua e zenzero di là... Sbagliato perché spesso la ripetizione o l'aggancio di un ingrediente creata un effetto "kalashnikov" che ti stende per esagerazione. Quindi bravo allo chef del Birri (Stefano Arioli, fratello di Ago) per aver centrato la giusta misura. A seguire un vera e propria sinfonia per il palato con l'incontro tra la Black Jack Porter e il tortino di pasta sfoglia e funghi porcini; a mio avviso il meglio del meglio della serata. Tris di formaggi (ricotta ossolana d'alpeggio affumicata, toma ossolana d'alpeggio, cremificato verde di capra) con l'affumicata Goosinator Doppelbock; sempre a mio avviso vince la toma, ma solo perché il cremificato era da perdere i sensi e funzionava assieme alla birra solo se accompagnato dal pane a stemperarne il carattere. Ma, onestamente, come si fa a stemperare il carattere di un erborinato così eccellente? Penultimo step infine con il polpettone di carne e Imperial Stout. Ora, il polpettone a me fa venire in mente Nonna Papera o un buon modo per sucidarsi (tipo mi lego il polpettone al collo e mi butto nel fiume), ma quello del Birri era straordinario per aromi e consistenza e l'Imperial la birra più buona in assoluto della serata (oh, a mio avviso s'intende...). Una birra "nightcap", di quelle che ti mettono a letto con il sorriso estatico sulle labbra...
Finale quindi con il flan al cioccolato fondente con zabaione alla milk stout e, ovviamente, Milk Stout. Insieme mi hanno ricordato il Milky Way, barretta di cioccolato molto gettonata durante le vacanze in Inghilterra. Conclusioni: grandi abbinamenti che confermano la regola che le birre possono entrare a testa alta nelle cene degli italiani, attendo al varco il prossimo polpettone; Eric è un birraio di grande talento ed estro creativo e, infine, sono proprio belli questi rendez vous dopo le fiere dove sei talmente schizzato che non riesci a stare più di due minuti con nessuno. Purtroppo.

giovedì, febbraio 28, 2008

Stessa spiaggia, stesso mare


Ed eccoci qui di ritorno da Rimini (quello nella foto è l'ingresso in fiera, non al Caesar's Palace di Las Vegas). Ancora una volta, vivi. Il che non è poco visto la nebbia incredibile che è calata durante la quattro giorni adriatica. Sabato sera ad esempio, io e Valentina abbiamo accettato un invito a cena a Bertinoro e il percorso in macchina è stato a dir poco onirico con unico salvagente il navigatore che mi avvertiva delle curve e degli incroci. Ma la nebbia si è fatta sentire anche dentro la fiera: poche idee e confuse. Solita accozzaglia di ragazzini sbronzi, mamme con passeggino in gita domenicale e via dicendo con controlli alle porte quantomeno discutibili, della serie ti blocco l'operatore e lascio passare la banda di unni. A un distributore di birra arrivato dal Belgio e munito di biglietto è stato chiesto il biglietto da visita per confermare la sua attinenza al settore, e il bello è che il biglietto da visita è stato chiesto anche alla moglie...

Sorvolo sulle assenze (Peroni, Heineken, Guinness, Warsteiner) e sulle perplessità di alcuni presenti che probabilmente l'anno prossimo daranno buca (Forst, Menabrea, Radeberger, Carlsberg...) e a proposito di "buchi" che dire del "black hole" del padiglione con cavallo di cartapesta, divanetti sparsi e megaschermo made in Pineta di Milano Marittima? Boh, come boh anche per il venditore di arancini, quello di marzapane siciliano... Ho l'impressione che di questo passo Pianeta Birra 2009 rischi di assomigliare sempre più a una cronoscalata per ciclisti non dopati....

Ma veniamo davvero al bello ovvero gli artigianali in fiera. Solita atmosfera vivace, solito scambio di assaggi, con qualche iniziativa concreta come il Consorzio e molte birre in splendida forma. Tra gli assaggi che sono riuscito a fare, classifica quindi parziale, quella che mi ha colpito maggiormente è stata la BB10 di Nicola Perra, seguita dalla Farrotta di Jurij Ferri e dall'ultima versione di Lurisia di Teo Musso (il numero non mi viene in mente adesso...). La maglietta più bella della fiera senza dubbio quella di Giorgione da Roma (nome da pittore, fisico da tank, spirito alla John Belushi); la battuta migliore quella di Beppe Vento riferita a Cesare dell'Orso Verde: "E' un periodo che Cesare si pettina con i raudi"; la scena più bella e incredibile due tizi che in un bar della fiera bevevano Wuhrer in lattina; l'autodefinizione da consegnare ai posteri, sempre Beppe del Bi-du "sono un minimalista grunge". Così dopo Teo Jim Morrison, ecco Beppe Kurt Cobain, adesso si accettano candidati per Raul Casadei...
Che dire infine. Che Pianeta Birra perde pezzi, questo è poco ma sicuro. Che i birrai artigianali sono sempre più una certezza e che se proprio un difetto glielo vogliamo trovare è in termini organizzativi e di promozione dell'immagine. E che in fondo vale la canzone di Edoardo Vianello anni Sessanta: stessa spiaggia, stesso mare. Sottotitolo: per quest'anno non cambiare. Ecco appunto: per quest'anno... E il prossimo?

martedì, febbraio 12, 2008

All'anima dell'animella


Una domenica a pranzo a mangiar frattaglie... Insieme a Valentina e con la cocker sotto il tavolo... Che dire, quale senso del buon gusto ci ha spinto a stringere i denti su cuore di vitello, rognoni, nervetti, animelle, fegato grasso e creste di gallo? Detta così potrebbe sembrare che il ristorante fosse gestito dalla famiglia Addams con tanto di Lerch (chiamatooo?!) in veste di maitre e invece ci trovavamo in quel di Badoere, provincia di Treviso, una bellissima piazza tonda come il cerchio di Giotto e un portico dove si nasconde, da tre anni e mezzo circa, il ristorante Dal Vero il cui chef è un ex macellaio specialista nel preparare, appunto, frattaglie in un modo tale che verrebbe da dimenticare per sempre il filetto. Un'esperienza voluttuosa tra il cuore crudo e marinato, il cui profumo ha solleticato il cocker solitamente sonnacchioso, e un eccelso hamburger di animelle con uovo tiepido e scaglie di tartufo (nella foto). E pensare che le animelle erano il tormento della mia infanzia. Tutto il menu degustazione, costo 65 euro, è andato via come una sciata in neve fresca. Da ripetere senza dubbio anche per la beccaccia lasciata lì sulla carta con mille rammarichi... Ma una riflessione si rotola nel mio cervello: saper valorizzare così bene materie prime normalmente buttate nel secchio è onore e merito del talentuoso giovane chef. E allora conta più la materia prima o il cuoco? Domanda che fa pari con quella che ricorre in Formula Uno (più il pilota o la macchina) e nel mondo del vino (più il vigneto o la cantina). Risposte?