giovedì, luglio 09, 2009

Ligera? Leggera!


Posto qui, perché se mai ne avessi avuto intenzione di iscrivermi ora mi è passata del tutto, un topic uscito sul forum del MoBi intitolato "Ligera? Leggera!" dove il vicepresidente chiosa in maniera, a mio modo di vedere insinuante, il fatto che ho descritto la Ligera del Lambrate con le parole "Nel palato scorre, per l'appunto, leggera..." nel numero di luglio del Gambero Rosso. Al che la risposta di un consigliere è stata: "Ma povero Maurizio, Xe veneto, ostrega!". Che dire, avrei davvero preferito non leggerla, il fatto è che purtroppo, per dovere professionale e per curiosità personale, sfrucuglio abbastanza spesso nei forum, newsgroup e blog altrui. Cerco sempre di informarmi o di tenermi aggiornato, includendo nella lettura anche diatribe di cui mi frega poco o punto (questo è un toscanismo montanelliano perché pur essendo veneto di origine, discendo da toscani con "imbarbarimento" lombardo...). Colpa mia dunque, che dovrei fare il mio lavoro parlando con i birrai e stop. Invece cerco di allargare, dove e come posso, lo sguardo alla realtà artigianale nel suo complesso segnalando siti che reputo interessanti come microbirrifici.org e, almeno una volta mi pare di ricordare il MoBi. Ripeto, colpa mia. Il fatto è che della storia della Ligera, nomignolo dato alla malavita milanese di anni fa, sapevo: mi è bastato leggere rapidamente il sito del Lambrate per scoprirlo. Benché forse me l'avesse detto proprio qualcuno di loro, ma non sono sicuro. La frase segnalata dalle alte sfere del MoBi andava letta come un gioco di parole e niente più. A mio avviso era anche simpatico e non credo comunque che i lettori del Gambero mi spareranno per non aver loro rivelato una così preziosa informazione come la vera origine del nome. Invece vengo paragonato a quel tale, portato a esempio da Kuaska, che sbaglia l'origine del nome Golding... Che tristezza, davvero. In contumacia, portato davanti alla Sacra Rota della birra italiana e condannato con sarcastica irrisione. Vabbé ragazzi, prendo atto e memorizzo. Non ho evidentemente i meriti per ascendere alle vette immacolate del Monte Olimpo della cultura brassicola nazionale, lassù l'aria è troppo rarefatta e faccio fatica a respirare. Visti da qua sotto siete bellissimi come gli dei, inavvicinabili come loro, perfetti e luminosi come gli astri che vi hanno creato per portare la luce ai plebei che si infangano sulla terra.

martedì, luglio 07, 2009

Ligera uber alles


La foto l'ho fregata dal loro sito, lo ammetto subito ma è dovuto al fatto che tra un tracollo del notebook e il lavoro non so dove diavolo è finito il mio archivio fotografico. In più, con tutto quello che ho da scrivere in settimana, nel tentativo vano di fiondarmi in ferie subito dopo e sparire dall'orizzonte degli editori, non dovrei essere qui a scribacchiare sul mio blog. Però, eggià però, per una birra come la Ligera del Lambrate un'eccezione la faccio volentieri. Perché? Perché è una birra che letteralmente adoro, perché l'ho bevuta qualche mese fa nel momento giusto, con la testa sgombra dai pensieri e senza nessuno che mi guardasse per capire cosa ne pensavo, perché mi ha sradicato letteralmente la sete di dosso, perché mi ha lasciato in gola un amaro che ti fa voglia di fare "aahhh" come i bambini assetati e passarmi una mano sulle labbra, perché è finita presto e mi è sembrato naturale prenderne subito un'altra, perché mi ha dato quella sensazione di libertà intima che mi ha fatto amare tanto la birra nelle sue declinazioni più informali. Luppoli, malti, lieviti, bassa e alta fermentazione, e tu da chi prendi ispirazione e perché la birra la fai così... Scusate ma a luglio la lampadina nel mio cervello tremola e i miei quattro neuroni iniziano a ballare la rumba. E' il momento in cui le parole contano sempre meno e la birra è solo liquido prezioso che mi entra in testa per le pulizie di primavera. In effetti, è anche il momento nel quale meglio comprendo quanto sono fortunato a fare questo lavoro...

mercoledì, luglio 01, 2009

Gambero e Prosecco


Il titolo potrebbe voler significare un abbinamento. Che tra l'altro non è nemmeno male. Ma questo post vuole essere solo una comunicazione di servizio: sintetica perché sono giornate incandescenti di lavoro, oltre che di temperatura sahariana e umidità amazzonica, e perché sono, lo ammetto, ben contento di rivelare che sul numero di luglio del Gambero Rosso appare la mia prima collaborazione (le due pagine di classifica delle birre artigianali da bere in estate) e che, lo scorso 26 giugno, alla Scuola Enologica di Conegliano Veneto, ho ricevuto il premio per il miglior articolo apparso su riviste e periodici nel Concorso Giornalistico Primavera del Prosecco con un servizio intitolato "Il segreto del Prosecco" e apparso su Il Luogo Ideale. Gli altri premiati erano Anna Scafuri del TG1 (sezione Radio e Televisioni), Antonella Lanfrit del Sole 24 Ore (sezione Quotidiani), Alessandra Moneti dell'Ansa (sezione Web) e Anna Sandri de La Stampa (Primo Premio Assoluto). Insomma, me la canto e me la suono da solo e non è che la cosa mi esalti al massimo. Ma, che ci volete fare, son contento... Ogni tanto vedere riconosciuto il proprio lavoro fa bene e sarei ipocrita a non ammetterlo...
Vabbé, torno a lavorare che è meglio...

sabato, giugno 06, 2009

Il diavolo e l'acqua santa


Rulli di tamburi, e nemmeno tanto in lontananza, nella giungla della birra artigianale italiana. Due profeti del movimento hanno varcato la soglia degli inferi e non lo hanno fatto per convertire ma, per essere convertiti. L'annuncio, riportato e commentato con la consueta serenità dal sempre tempestivo Andrea Turco di Cronache di Birra, poi più o meno contemporaneamente, credo, da Fermento Birra, da Mondobirra, etc... sembra aver gettato lo scompiglio tra gli appassionati. In realtà nessuno aveva fatto una piega, mi sembra, quando già da inizio anno alcuni birrai avevano aderito ad Assobirra, ma che l'abbiano fatto due gesucristi come Teo Musso e Leonardo Di Vincenzo ha aperto le cateratte del cielo. Da qualche giorno ci sto pensando anche io. Chissà poi perché, visto che quando ne avevo scritto su Barbusiness di febbraio la cosa non mi aveva turbato più di tanto. E mica perché allora a entrare nella confindustria, oddio che volgarità, erano stati l'Atlas Coelestis e compagnia, ma solo perché mi sembrava un abbastanza logico approdo per chi, dalla dimensione modello guerriglia di Sendero Luminoso era arrivato a quella di giovane imprenditore desideroso, anche, di guadagnare. Quello che non capisco è lo stracciarsi le vesti, il minacciare ritorsioni, il "come li abbiamo fatti, ora li distruggiamo" e via di questo passo... Mi suona tanto da amanti traditi, da "meno siamo e meglio stiamo", come quelli che ti dicono che una volta sì che la Pilser Urquell era buona, ma adesso... E io mi chiedo sempre: una volta quando? Dieci anni fa, cinquant'anni fa, nel 1860? E allora quando i treni arrivavano puntuali? E quando c'erano le mezze stagioni? Agli inizi probabilmente Teo faceva le birre da solo, una a una e pure le etichettava personalmente o quasi. Ma da quanti anni le birre, chiamiamole standard, non le fa più Teo? Fanno schifo adesso? Boh, sicuramente ci sarà qualcuno che dirà: eh, non sono più quelle di una volta... A me piacciono ancora. Così come piacciono ancora quelle di Leonardo. E' questa costante divisione tra nero e bianco, tra il diavolo e l'acqua santa, che non comprendo. La visione manichea delle cose. Le guide non sono la Bibbia o un libro da ardere a seconda di chi le fa. Sono consigli che si possono seguire o meno, giudicare sempre. I guru, i sacerdoti, gli esperti non sono vati illuminati la cui parola è legge. Ma solo persone che ci fanno conoscere cose che ancora non conosciamo, ma sulle quali il giudizio spetta solo a noi. Singoli individui. Una birra è buona se per noi è buona. Non se lo dice qualcuno o se la fa un artigiano. L'educazione al gusto non è indottrinamento. Perché non siamo polli in batteria. E allora il tanto vituperato ingresso di due ottimi produttori artigianali in Assobirra non è niente di così drammatico. La gran parte della gente continuerà a bere ciò che vuole, grazie a Dio. I megaproduttori si scanneranno sulle quote, altrettanto mega, di mercato, i piccoli lavoreranno sulla nicchia e se cresceranno ancora un po' dovranno allargare il loro mercato perché sui ristoranti stellati e sulle enoteche di lusso ci campi finché fai davvero poco. Ma anche in quel caso si dovranno distinguere perché prima di arrivare ai volumi, e ai fatturati, delle megaziende ci vorranno delle generazioni. Insomma, mi sembra si stia facendo un gran casino sul nulla, e soprattutto che lo si stia facendo su basi ideologiche ammantate della parola "etica". Ma crescere, fare profitto, è assolutamente etico, quando non sfoci nel reato, per un imprenditore. E questo sono i birrai. Ne più nè meno. La loro birra, dopo essersi asserviti al Golem confindustriale, scadrà al livello di un'acquetta bicarbonata? Bene, ci sarà chi la berrà perché intanto il marchio è diventato trendy e nel frattempo nasceranno nuovi birrai ancora più artigianali, la nuova generazione di duri e puri, pronti a essere scoperti dai guru e dalle guide e pronti, dopodomani, a entrare in Assobirra. E il ciclo riprenderà immutabile. Questo è il mercato, questa è la natura umana. Ovviamente con, sullo sfondo, i cori di dolore dei "ti ricordi tu, tanti anni fa, quanto era buona quella birra....".

lunedì, giugno 01, 2009

Speyside Break


Ogni anno, chissà poi per quale arcano motivo, non appena intravedo l'estate che si avvicina, il lavoro diventa frenetico al limite del parossismo. Quasi fosse un disperato colpo di coda per tenermi ammanettato al notebook. La notizia, ovviamente e di questi tempi, è positiva ma tra articoli da consegnare, la degustazione a Crema con l'Ais Lombardia sulle birre artigianali lombarde e i viaggi di lavoro a Cagliari e a Roma, sono state settimane intense e anche un po' schizofreniche. Se però dovessi scegliere "l'attimo fuggente" sarebbe senza dubbio quello che vedete in questa foto. Si tratta della mia mano (credetemi sulla fiducia), di un calice di Glenrothes Select Reserve e del panorama di un angolo dello Speyside scozzese. Visto dalla sorgente le cui acque compongono questo single malt "soffice" e setoso, comodoso mi verrebbe da osare. La camminata per raggiungere la sorgente è durata una buona mezz'ora, in salita, tra rovesci di pioggia ogni cento metri, più o meno, sguardi indagatori di cordiali bovini al pascolo, e profumi di trifoglio, erba bagnata e fiori. Un'aria pulita che a un milanese, per quanto d'adozione come me, comporta lievi giramenti di testa (troppo ossigeno evidentemente) e una degustazione finale che, d'un balzo, tra il lieve vento in faccia e l'arcobaleno spuntato in valle, si è iscritta di rigore come la più bella della mia vita. E con questa mossa, l'anfitrione della giornata, Ronnie Cox, è diventato il mio uomo di pubbliche relazioni preferito... Glenrothes, in tutta onestà, mi era piaciuto molto già a Milano, ma tutte le sensazioni provate in Scozia mi hanno messo in pace con me stesso. Talmente in pace che quando il mio notebook (quello di adesso è il netbook di riserva) ha ceduto di schianto, l'ho presa con filosofia. Nemmeno avessi fatto colazione con corn flakes e fiori di loto... Scotland forever!

martedì, maggio 19, 2009

E... lezioni italiane


Vabbé, il titolo del post è un po' forzato perché volevo fare il paio con il precedente, ma nella foto, insieme ad Alessio Gatti del Birrificio Bruton, ci sono io davanti a una piccola platea di studenti della Facoltà di Scienze Gastronomiche a Pollenzo. Sto tenendo una "lezione" sull'argomento Birra & Giornalismo in un corso voluto e organizzato dagli stessi studenti. Questa cosa, raccontata con un po' di enfasi, ha reso in qualche modo orgogliosa pure mia madre, e non capitava da anni, che probabilmente non ha mai mandato giù il mio abbandono di Giurisprudenza a cinque esami dalla laurea. Poco male perchè la mattinata con i ragazzi di Pollenzo mi ha regalato sensazioni "strane": in primo luogo ho capito che sono definitivamente troppo anziano per fare lo studente; poi che spiegare trucchi del mestiere a gente che prima o poi potrebbe farmi le scarpe è decisamente autolesionistico. In realtà, mi è sembrato che la pattuglia di volenterosi fosse più interessata a comprendere il mercato e le prospettive della birra artigianale in Italia e che, tra loro, ci fossero più potenziali birrai che giornalisti di settore. Ma la conversazione mi è sembrata interessante, soprattutto per gli spunti che mi sono arrivati e che magari matureranno nella mia testa in qualche tempo. Anche questa è stata comunque la riprova che la birra artigianale è sempre più sugli scudi: se ne parla sempre più spesso, si moltiplicano le occasioni di incontro e di degustazione, la si trova nei ristoranti più blasonati. E' un gran bel momento, non c'è che dire... Eppure, chissà, a volte è proprio all'apice della festa che si verificano i primi scricchiolii, solo che nessuno li sente per il troppo rumore... Anche sul Titanic, in fondo, si ballava, no? Ogni giorno mi giungono notizie di nuovi impianti in produzione e nuove birre sul mercato, dopo la cavalleria degli esploratori stanno arrivando le legioni. E' un bene o un male? Forse entrambe le cose perchè a volte le masse si trasformano in slavina e dopo sarà più difficile distinguere i bravi dagli improvvisati. Forse lo è già. Per dirla insomma alla Arbore: vigilate, gente, vigilate...

sabato, maggio 09, 2009

Lezioni americane


Incontrare Garrett Oliver, brewmaster della Brooklyn Brewery di New York, e Sandro Vecchiato, amministratore delegato di Interbrau, non è stato il classico appuntamento di lavoro con intervista ovviamente connessa. O per lo meno, non solo. Del talentuoso birraio della Grande Mela avevo, come molti, sentito parlare a lungo, alcune sue birre le avevo assaggiate in Italia e all'estero, ma di lui non sapevo nulla dal punto di vista personale. Poteva essere un sussiegoso tizio consapevole della sua fama oppure un abbottonatissimo americano da cui cavare parole di bocca con la pinza. Invece, grazie a Dio, ho portato il registratore con me e ho inciso un vero e proprio fiume di parole intervallate da poche, brevi, domande. Garrett Oliver è indubbiamente un uomo di comunicazione, ma trasuda letteralmente una passione smodata per la birra, da quando ne è stato fulminato in Europa dove si trovava per lavoro. Passione indubbiamente, ma anche un approccio molto serio, quasi severo, verso l'arte brassicola. Questo, forse, la parte che mi ha colpito maggiormente di lui. La creatività lo affascina tanto quanto la competenza e quando gli ho chiesto cosa avrebbe suggerito a un giovane birraio alle prime armi, mi ha risposto che una delle prime cose da provare a fare bene è una pilsner. La competenza si acquisisce con il tempo e con la pratica, confrontandosi con i birrai più esperti. A un certo punto mi ha chiesto: "In Italia non avete un mastro birraio in pensione che possa trasferire il suo bagaglio tecnico ai giovani che vogliono imparare?". Uno, a dire il vero, ci sarebbe, ho risposto pensando a Tullio Zangrando, un maestro di modestia quanto di tecnica. Ma chissà cosa ne penserebbe Zangrando, già impegnato con Theresianer... Ma, al di là di questo, quanto pesa la fantasia e quanto la tecnica per far saltare fuori un bravo birraio? Forse è una domanda che vale la pena porsi, in un momento in cui in Italia nascono brewpub e microbirrifici come funghi dopo una pioggia autunnale...