31 dicembre 2011

Le mie "rivelazioni" 2011

Il logo di Brewfist
Visto che manca ancora qualche ora all'accensione motori dell'ultima cena (solo in senso temporale), mi diletto a buttare giù due righe al volo ancora in tema birrario. A dire il vero è da qualche giorno che rimugino sul tema: quale giovane birrificio italiano mi ha colpito di più durante l'anno? Giovane in senso di fondazione, certo non di età del birraio. Ho sempre rimandato il post sul tema per il fatto che non posso dire di aver assaggiato di tutto e di più, quindi mi mancano molti dati concreti, in termini di assaggio, di birrifici di cui, comunque, ho sentito parlare piuttosto bene. Ergo, ero tentato di lasciar perdere l'argomento. Ma non ho la pretesa di essere esaustivo e comunque lo spazio commenti è sempre aperto per integrazioni, osservazioni, contestazioni.
Quindi mi butto è dico che sono due i giovani birrifici che mi hanno colpito maggiormente nell'arco del 2011. Un primo posto ex aequo che si spartiscono Brewfist ed Extraomnes. Confesso di aver avuto maggiori opportunità di bere le loro birre rispetto ad altri, quindi il mio è giudizio parziale ma almeno irrobustito da conferme sparse nel corso dell'anno. E, onestamente, preferisco ragionare sul tempo e le ripetizioni che sul "colpo di fulmine" del momento. Ogni volta che ho provato una birra di Brewfist ne ho apprezzato l'estrema bevibilità, da pub insomma, il loro carattere deciso ma non irruento, tanta concretezza e niente voli pindarici per delle birre che, avessi un pub, metterei tranquillamente al bancone. Di Extraomnes, o almeno delle birre di Extraomnes che ho assaggiato, ho invece sempre apprezzato l'eleganza e la pulizia, una notevole fragranza di profumi che me le ha sempre fatte scegliere con fiducia e con relativa soddisfazione.
Il logo di Extraomnes
Dovessi insomma piazzare un euro, anche due via, su un birrificio che farà parlare di sé nel prossimo futuro direi uno di questi due. Non conosco molto, sarebbe meglio dire niente, della loro organizzazione commerciale né dei volumi di produzione. Posso dire che hanno dei bei siti web, cosa non del tutto scontata in campo birrario, con una mia leggera preferenza per quello di Brewfist e una grafica, nelle etichette, che si fa ricordare. Elementi, di questi tempi, importanti quasi quanto la birra...
A questo punto potrei lanciare il secondo sondaggio di Birragenda per vedere quale birrificio prende più voti tra la mia trentina di affezionati lettori. Un bieco trucchetto per vedere di registrare qualche contatto in più su questo blog, ma anche uno sfizio che mi va di togliermi visto che, lurkando in giro, ho notato che sia Brewfist sia Extraomnes hanno registrato, nel corso del 2011, parecchi consensi. Se la giocheranno allora testa a testa, ma con altri due birrifici che ho assaggiato quest'anno con piacere ma con poca perseveranza (ed è solo per questo che li metto un gradino sotto i primi due). Ovvero con Endorama e con Via Priula. Il sondaggio è un gioco, quindi prendetelo per quello che può valere. Si vota fino al 15 gennaio...
Buon Anno a tutti!

30 dicembre 2011

2012: anno spartiacque?

Comunque vada... Un brindisi al 2012!
Gli ultimi giorni del mio 2011 lavorativo sono dedicati alla stesura dei capitoli finali della Grande Pasticceria d'Autore, enciclopedia in venti volumi di cui, fortunatamente, ho gestito solo la parte riguardante  vini e distillati da accompagnare ai dessert. Un lavoraccio che ha avuto ripercussioni, come sempre accade, sul blog lasciato un po' a sonnecchiare in vista di tempi migliori (o peggiori, dipende da come la si vede). Tuttavia un post di fine anno è quantomeno doveroso sebbene, qui e , siano già spuntati degli argomenti simili. Il rischio che si corre quando si arriva dopo è di fare delle brutte copie, ma "ci sono delle battaglie che si devono combattere anche se non si possono vincere" (credo l'abbia detto qualcuno, ma non ricordo chi).
Ergo vorrei partire da una dichiarazione intercettata su Facebook qualche mese fa che raccontava di 408 microbirrifici sul territorio nazionale di cui 41 a produzione sospesa. Ora controllando Microbirrifici ne risultano 421, ma il discorso cambia poco. Il fenomeno "birra artigianale" può dirsi definitivamente esploso in Italia, credo ci sia poco da discutere su questo aspetto, semmai può far riflettere il dato dei 41 birrifici "sospesi" (termine interlocutorio che, a mio avviso, va tradotto in chiusi). Rumors intercettati in giro fanno intendere che il prossimo anno altre chiusure, o sospensioni vedete voi, siano in arrivo, sebbene io mi attenda ancora nuove aperture e qualcuna di sicuro effetto anche a livello mediatico. Che, insomma, ci siano in giro dei primi segnali che la "marea" stia per rallentare? Boh, non ho gli elementi necessari per sparare sentenze, la mia è solo una sensazione.
Certo però mi sembra che il mercato della birra artigianale non stia crescendo al ritmo dei nuovi imprenditori. Mi spiego meglio: in Italia esiste una ristretta fascia di consumatori estremamente consapevole del prodotto birra inteso anche come produzioni di nicchia e di valore, persone in grado di discutere su produzioni estreme in arrivo dagli Stati Uniti, nuovi birrifici del Belgio e "bières de garage" londinesi. Questa è la parte viva e trainante del "movimento", piccola quanto vogliamo ma agguerrita. Esiste poi una fascia poco più ampia di curiosi, neofiti e futuri appassionati mescolata alla rappresentanza dei "consumatori di tendenze" ovvero di quelli che bevono qualunque cosa abbia il sapore della novità, appunto, di tendenza. Questi sono quelli che magari qualche anno fa inghiottivano alcopop, oggi quasi in via di estinzione, e oggi si buttano, a prescindere, sulle ipa, sui luppoli della Nuova Guinea, sulle triple fermentazioni in botti di legno diverso con lieviti di champagne vattelapesca. Affascinati più dall'alone di esclusività per intenditori che dalla qualità vera e propria della birra. Un po' come, quando andavano di moda i vini barricati, quei bevitori che non andavano oltre il primo sorso se il vino non esprimeva tannini con le grip (anche se poi magari non raggiungevano il terzo, di sorsi). Infine, il mare magnum dei consumatori generici, di quelli che la vogliono "bionda, ma non amara", di quelli che dicono no alle "scure, perché sono troppo alcoliche" e via dicendo. Insomma, il mercato è una specie di piramide poco equilibrata, con un vertice piccolo e una base enorme. Su quale fascia di mercato giocano i birrifici artigianali italiani? Sulle prime due, io credo. Bastano per oltre 400 impianti che non solo devono rintuzzare la concorrenza tra loro ma anche quella con le birre "artigianali" d'importazione (che non solo stanno crescendo di numero, ma che sembrano essere anche quelle più performanti, parola terribile scusate, sul mercato)? Forse no, soprattutto in una prospettiva 2012 che si annuncia difficile per tutti, con meno soldi in tasca e poca voglia di spenderli (smartphone di ultima generazione a parte).
Ora, sia chiaro, io non faccio il tifo per le chiusure. Non lo faccio per motivi affettivi, ho iniziato a scrivere di birra perché mi piaceva berla, e non lo faccio per motivi professionali. Sarei scemo altrimenti. Tuttavia un campanello d'allarme va fatto suonare e, in parte, credo stia già suonando nella testa di molti birrai. Dietro le nuove birre, le produzioni one shot, le feste, gli incontri, le collaborazioni tra birrai e chi più ne ha più ne metta si nasconde il golem del mercato. Oggi davvero poco amichevole verso chiunque. Ed è per questo motivo che, ritengo, il 2012 possa essere un anno importante, nel bene e nel male. L'anno in cui sarà chiaro per tutti che la sfida della birra artigianale italiana non sarà più giocata solo sugli ingredienti, sulla tecnica e sulla fantasia del birraio, ma piuttosto sulle risorse da mettere in campo, su una distribuzione mirata, sull'azzeccato mix fusti-bottiglie, sul prezzo e sulla comunicazione...

20 dicembre 2011

Milano si merita due Lambrate

La ressa all'esterno del nuovo Lambrate
Non avere la stoffa. Uno si rende conto di non essere più un ragazzino quando: 1) non capisce come cazzo si vestono i ventenni di oggi 2) quando accusa un leggero stato febbrile il giorno dopo aver fatto l'inaugurazione di un locale. A me sono capitate entrambe le cose, anche se a dire il vero la prima è qualche anno che mi succede. La seconda invece mi è arrivata il giorno dopo l'inaugurazione del "secondo" Lambrate Pub in Milano. Inaugurazione attesa e strenuamente voluta, come partecipazione intendo, a dispetto della frenesia da ultimo regalo di Natale che mi ha portato a tentare l'arrivo in pieno centro in auto (parcheggio della Rinascente raggiunto con la stessa velocità di un pellegrinaggio a piedi nudi a Santiago de Compostela) per poi poter raggiungere, sempre in auto, via Golgi 60 dove la "tribù", definizione kuaskiana, ha aperto il suo secondo "spaccio" di ottima birra made in Milan. Il tam tam mediatico, benché della cosa si sentisse parlare da mesi, era iniziato appena il martedì prima, come mi ha confessato Alessandra (ovvero la persona del Lambrate con cui parlo quando voglio notizie attendibili), tramite Facebook e mail, ma nemmeno loro (e nemmeno io) si aspettavano la ressa da saldi sulla Quinta Avenue che riempiva il posto e il relativo marciapiede dopo pochi minuti dal'orario ufficiale di apertura spine (le 18). Una torma di persone, tutte con il bicchiere in mano, era il biglietto da visita per un ingresso in stile metropolitana di Tokio (a spinta, insomma) poi, ecco il primo sguardo sul bancone con una raffica di spine e relativi nomi di battaglia ormai famosi: Montestella, Domm, Ligera, Ortiga... E dietro il banco lo staff del Lambrate che lavoravano come dei tarantolati. Considerato il tweet letto poi, grazie Leo, dei 70 kegs in otto ore, mi è diventato tutto più chiaro.
Giampaolo al suo meglio
Guadagnato mezzo metro quadrato di spazio e bevuta la prima Montestella, ho cercato di guardarmi intorno. Difficile dare un giudizio su un posto il giorno dell'inaugurazione. Dapprincipio ho notato solo un mare di teste e di braccia tese ad afferrare pinte, una specie di gruppo laocoontico alcolico, però poi impostando la retina in versione "sniper" mi sono accorto dei bei pannelli scuri alle pareti, delle riproduzioni delle nuove etichette delle birre Lambrate (che mi piacciono davvero tanto) e dello spazio che il posto può offrire nelle giornate normali. Certo, per avere l'atmosfera da "covo urbano" del primo Lambrate ci vorrà del tempo ma così, di primo acchito, il nuovo Lambrate non credo deluderà le aspettative. Molto, secondo me, sarà deciso dalla tipologia dello staff che lavorerà in via Golgi, dalla presenza di qualche "vecchio", necessaria per dare la giusta prospettiva a un posto il cui fascino non è semplicemente determinato dalla qualità delle birre. Qualità indiscutibile, come prova anche la Vun, birra "one shot", adesso si dice così, elaborata da Fabio Brocca per la serata.
Insomma, credo che il nuovo Lambrate abbia tutte le carte in regola per diventare un punto fisso d'attrazione per tutti gli appassionati. Se pochi giorni di "comunicazione" hanno creato quella folla, la collocazione strategica (è a due passi da alcuni istituti universitari) e il nome strafamoso, dovrebbero fare il resto. Certo, i nostalgici probabilmente resteranno fedeli a via Adelchi (e anche quelli, come me, che sono più comodi a raggiungere il vecchio Skunky piuttosto del nuovo), ma nuovi potenziali clienti si aggregheranno alla comitiva dei Lambrate's aficionados. Ne guadagnerà la tribù e ne guadagnerà la città di Milano. Che, sì, si merita davvero due Lambrate. Forse forse... anche tre.

15 dicembre 2011

Bruxelles! Così parlò il primo sondaggio...

L'interno del Moeder Lambic
Per qualche giorno ero sicuro che la mia amata Londra avrebbe trionfato ma, con un colpo di reni, alla fine l'ha spuntata Bruxelles come destinazione birraria preferita dei 58 volenterosi che si sono prestati al primo sondaggio di Birragenda. Parliamoci chiaro, 58 votanti non li considero un "popolo in cammino" e il sondaggio vale per quello che vale. Però è anche vero che non contavo su centinaia di voti e il giochino è stato divertente comunque. Se ci sono delle conclusioni da tirare direi che, forse perché non sono Mannheimer (e, mio Dio, non desidero nemmeno diventarlo), più che la città e i suoi locali hanno vinto gli stili e le tipologie birrarie. Insomma, meglio blonde, blanche, tripel e lambic piuttosto che ale, ipa e compagnia. Mi hanno colpito i sette voti per Bamberga, segno che le rauchbier sono un motivo fondante per spararsi il viaggio fin lassù e mi ha colpito ancora di più l'assenza di voti per Monaco di Baviera che, dopotutto, può contare sull'Oktoberfest e su alcune birrerie molto famose. A secco sono rimaste anche le "nuove frontiere" della birra europea ovvero Stoccolma (Akkurat e Oliver Twist) e Copenhagen per le quali invece confidavo in qualche voto. Chissà, magari il fatto di dover fare una scelta fa pendere il piatto della bilancia verso destinazioni più "sicure" rispetto a quelle emergenti certo, ma magari ancora non così gratificanti a tutto tondo... Comunque i commenti sono aperti per contribuire a dare una spiegazione più convincente della mia al risultato... Io intanto provo a elaborare il secondo...

13 dicembre 2011

Il Panegirico dello Sherwood

La ressa davanti alle spine
Panegirico che? Ma come diavolo scrivo? Se uno titola un post in questo modo perlomeno rivela di avere un'età databile con il Carbonio14 o forse che avrebbe preferito vivere in un'altra epoca... Comunque il panegirico non ha nulla a che vedere con il pane, ma identifica un componimento scritto estremamente favorevole a una persona che è l'oggetto del panegirico stesso. Sostanzialmente lo usavano scrittori e poeti latini per incensare l'imperatore di turno in attesa, spesso, di incensare quello successivo. Io non ho questa ambizione ovviamente, non sono un poeta e non conosco nessun imperatore. Più semplicemente provo gusto a usare termini passati di moda e, nel caso specifico, sono certo che il termine, un po' iperbolico lo ammetto, stia bene addosso a un locale e al suo titolare. Che, tanto per chiuderla con questa premessa, rispondono ai nomi dello Sherwood Music Pub di Nicorvo (Pavia) e ad Antonio "Nino" Maiorano. La festa per il 15° anniversario è stata memorabile sotto tanti punti di vista. Innanzitutto per la temperatura, tropicale all'interno e quasi siberiana all'esterno, poi per le birre presenti, un'incredibile rassegna di produzioni italiane e straniere, poi e soprattutto, per la presenza di quasi tutte le facce note della birra artigianale italiana. Non credo di riuscire a citare tutti, e forse non è nemmeno così importante, ma fare due chiacchiere con Nicola Perra del Barley, che ti racconta della sua prossima birra "sardoenologica" (questa volta con il mosto cotto di Malvasia di Bosa), guardare (dal basso in alto) Claudio Cerullo e poi trovare la sua Orange Hops uno dei migliori assaggi della serata, annusare e prendere un microsorso della nuova "creatura" di Teo Musso (ho trovato la Lune letteralmente stupefacente, soprattutto ricordando com'era quando l'avevo provata dalla botte qualche tempo fa), è stato molto bello (aggettivo banale e corrispondente per difetto alla mia sensazione). Così come incontrare, in un'atmosfera di quasi cameratismo, Kuaska, Schigi e il suo incredibile Tripel, Alessio e Anna, Stefano Ricci, Raimondo Cetani, Bruno Carilli, Manuele Colonna, Giampaolo Sangiorgi, Luca Giaccone e tutti gli altri con cui ho scambiato due parole o appena uno sguardo.
Nino al lavoro
Serate come quella dello Sherwood mi riconciliano con lo spirito più autentico della birra artigianale italiana. Certo, avendo superato da qualche tempo l'età dell'adolescenza, sono consapevole che le diversità di opinioni restano, che critiche o flame (credo si dica così in linguaggio web) si scateneranno di nuovo, presto o tardi, tuttavia se metti insieme della gente con una buona birra in mano, tutto sembra più allegro, sereno e... istruttivo. Già, istruttivo, perché bere birre diverse, ascoltare le opinioni di chi ne sa qualcosa e/o confrontarsi con opinioni altrui, ti fa crescere cento volte di più che leggere blog e newsgroup o venire cazziati da qualche pseudo corte suprema. Anni fa, ricordo, dovevo intervistare, io ero alle prime armi nel settore, un enotecaro di Parma di lunghissimo corso. Bicchiere dopo bicchiere l'articolo prendeva forma, ma fu la sua ultima considerazione a colpirmi davvero: "Vuoi davvero conoscere il vino? Allora devi berne spesso...". E con questo non intendeva candidarmi alla presidenza degli Alcolisti Anonimi, solo avvertirmi che la teoria, le parole, avevano valore solo se supportate da una conoscenza concreta, pratica ed effettiva dell'argomento. Una conoscenza, ovviamente, sviluppata con cervello e non solo con il palato e lo stomaco.
Ma, tornando allo Sherwood, ho ancora due immagini vividamente stampate nella mente. La prima è la microconversazione avuta con Giorgione del Mastro Titta di Roma. Non lo consideravo una semplice leggenda solo perché l'avevo già visto dal vivo a Rimini in qualche Pianeta Birra, ma incontrarlo è stato quanto meno scombussolante. E poi sentire Nino quasi commosso dall'affetto dimostratogli da tutti i presenti con la loro presenza (questo è un passaggio stilisticamente fantastico...). Una persona come lui è più preziosa per la birra artigianale italiana di quanto potrebbe sembrare. E così, dopo un giorno di decantazione, ecco due idee "brillanti" post Sherwood che mi sono venute in testa. La prima è quella di creare la nazionale di rugby della birra artigianale italiana. Con Giorgione, Claudio Cerullo e Riccardino Franzosi abbiamo già un bel pacchetto di mischia. Poi diamo la palla a Giovanni Campari, che mi sembra quello più in forma, e speriamo bene. Tutti gli altri a dare man forte come possono. La seconda idea è invece quella di convocare una sorta di "Stati Generali" della birra artigianale italiana, una volta l'anno, allo Sherwood (c'è pure il parcheggio!). Si beve, e quello mi pare scontato, si mangia il risotto perfetto che ho forchettato prima di andare via (complimenti allo chef) e si discute in commissioni suddivise per argomento (produzione, distribuzione, comunicazione, affari economici...). Credo che una due giorni così potrebbe valere più di qualunque Rimini. E allora... lunga vita allo Sherwood e a Nino!

8 dicembre 2011

Io, il Beppe, le birre...

RE-VO-LU-TION!
Andare a trovare Beppe Vento, artefice del Birrificio Bi-Du di Olgiate Comasco, non è mai una scelta razionale. Arrivi come giornalista che ha deciso di scrivere di lui, della sua attività e delle sue birre, e dopo soli cinque minuti sei un semplice bevitore che si fa due chiacchiere tra una Rodersch e una Artigianale. Semplice, certo, ma felice. L'intervista che pensavo di realizzare, con tanto di videocamera, è andata in vacca con una velocità quasi stupefacente. Vabbé, vorrà dire che l'avvento di BirragendaTV è rimandato a data da destinarsi... Tuttavia, sebbene non abbia scritto una riga di appunti della fumosa conversazione avuta con Beppe, ho imparato molte cose. O meglio, molte me ne sono ricordate. Innanzitutto la semplicità che c'è nel bere birra, così, senza elucubrazioni e senza voler a tutti i costi indagare sul perché e sul percome. Le birre buone le bevi perché hai sete, le ribevi perché non ti hanno stancato e la soddisfazione che ti hanno regalato è una soddisfazione "non cerebrale", ma di pancia. I luppoli? Si, vabbé. Le scelte distributive? Ok, d'accordo. L'immagine del Bi-Du? Ma quando mai... Mi bevo la prima Rodersch e dimentico tutto. Va giù che è una meraviglia. E' buona, è dannatamente buona. Come l'ultima volta che l'ho bevuta. Passiamo all'Artigianale, il carattere aumenta, l'amaro ti resta in bocca e ti fa venir voglia di bere un altro sorso. E' la birra per fare tutta la sera e riesco solo a pensare che non ce ne sono molte in giro così, ultimamente. Ho provato birre eccezionali, di primo acchito migliori delle sue, ma dopo un po' le lascio lì e me ne dimentico pure il nome. Ahimé, la birra successiva è ancora meglio. La Superanale, nome che dice quanto Beppe pensi alla comunicazione quando fa una birra, è perfetta. Una cascatella di profumi intriganti e agrumati che ti strappa il sorriso. Poi chiudo con la Xtrem che mi taglia le gambe come se avessi fatto qualche curva in neve fresca. Ho la responsabilità di guidare fino a casa, con il cane che mi scruta un po' perplesso dal posto del passeggero, e quindi acchiappo qualche bottiglia e filo via.
Dietro la pinta... il Beppe
Sì, non è mai una scelta razionale andare a trovare Beppe Vento, ma ti permette di ricordare perché hai iniziato a scrivere di birra, perché hai continuato a bere dopo la prima birra che ti è piaciuta davvero e quanto affascinante sia questo mondo quando ne dimentichi gli orpelli e le sovrastrutture, gli incasinamenti e le, a volte grazie a Dio non sempre, convulse discussioni. Certo, quando mi troverò a scrivere del Bi-Du per la carta stampata, scriverò in modo più ortodosso perché un birraio e la sua attività meritano di essere raccontati ai lettori non come una sorta di diario-confessione personale, ma per quanto valgono, per la qualità del loro lavoro e per  la reperibilità delle bottiglie o dei fusti. Ma questo è il mio dannato blog e ci scrivo le mie sensazioni, se poi faccio anche informazione è un di più, non un webmagazine o chissà cos'altro. Così, quando mi capita di bere una birra con Beppe Vento, raro caso di "soggetto alpha" birrario, è per me come tuffarsi nella memoria delle lunghe serate passate al bancone di un pub, a chiacchierare con gente di cui non ricordo il nome, e a ordinare il secondo giro quando ancora restava un sorso nel bicchiere. La quintessenza della vera passione per la birra.

30 novembre 2011

Ecco, io pure tengo il sondaggio...

L'Oliver Twist di Stoccolma (con "intruso")
Stimolato dalla visione di sondaggi altrui ho dedicato qualche minuto a sfrucugliare nelle pagine di gestione del mio blog per scoprire che, olé, la possibilità di pubblicare i sondaggi l'ho anche io... Per un nerd della rete quale ancora mi ritengo, e presumo che questa mia situazione personale durerà ancora a lungo, la trovo una cosa fantastica. Prima di tutto perché ho sempre trovato divertente partecipare ai sondaggi (solo quelli a risposta secca, è chiaro) e poi perché alcuni sondaggi raccontano certe cose meglio di tanti discorsi e dichiarazioni d'intenti. Il sondaggino proposto qui a fianco dovrebbe, nelle intenzioni, esserne un esempio... Indicare infatti la destinazione birraria preferita serve anche a indicare, almeno a grandi linee, quali stili di birra si amano maggiormente. Non solo, ma dalla scelta della città si possono anche desumere i locali birrari più famosi e preferiti. Ad esempio, se non si può fare a meno dell'Oliver Twist e dell'Akkurat si voterà Stoccolma, se invece trovate che il Moeder Lambic sia il nuovo faro illuminante dell'universo birra allora voterete Bruxelles.

L'esterno del Poechenellekelder a Bruxelles
Queste, almeno, le mie supposizioni perché il dibattito è ovviamente aperto. Ho deciso di escludere le località italiane e quelle americane, magari ci sarà un secondo sondaggio in futuro sull'argomento anche se le mete negli States potrebbero essere un po' fuori mano, e di lasciar tenere dentro solo le grandi città di riferimento. Prendendomi quindi il diritto di tralasciare piccoli villaggi inglesi o belgi con pub fenomenali. Il diritto, esatto... Perché se è divertente partecipare ai sondaggi è ancora più divertente organizzarli. Detto questo ricordo solo che si vota fino al 15 dicembre a mezzanotte e che si può votare una sola volta. Francamente, essendo la mia prima volta, non ne ho idea, ma così dovrebbe funzionare. Adesso mi manca solo fare la mia scelta. Se solo riuscissi a decidermi, ovviamente...

28 novembre 2011

Milanobevebirra

La batteria di spine dell'Hop
E dopo l'esperienza romana, adesso parlo di Milano visto che, nel giro di pochi giorni, ho bevuto in ben quattro locali. Un numero quasi straordinario per il sottoscritto che, di norma, arriva a sera piallato da ore di scrittura frenetica e, qualche volta, pure un po' nevrotica. Però le coincidenze questa volta mi hanno aiutato così, complice una serata sui Navigli per l'inaugurazione del nuovo ristorante di Gino Celletti, vera autorità in fatto di oli extravergine che vi consiglio di andare a trovare, eccomi a due passi varcare la soglia del Fun&Cool. Il locale, a dispetto dal nome un po' "surfista", coltiva una bella passione per le birre artigianali: alla spina erano presenti Bi-Du e Birrificio Italiano. Sembra essere ancora un po' in mezzo al guado (Red Erik in bottiglia), ma il desiderio di crescere c'è. Meriterebbe di essere supportato maggiormente dagli aficionados anche per dare un riscontro economico alle sue scelte ideali.
Dopo mesi da una promessa fatta su questo stesso blog ho invece rimesso piede all'Hop, "terra consacrata" delle craft beers sulla piazza milanese. Al bancone ho provato la H10OP5 del Bi-Du che non bevevo, credo, da un annetto buono. Non possedendo un computer al posto del cervello, posso dire con beneficio d'inventario, di averla trovata forse un po' meno "incazzata" dal punto di vista della luppolatura rispetto alla mia prima volta. Detto questo, è semplicemente magnifica. Due pinte una dietro l'altra mi capita solo in qualche locale londinese, per cui posso dire con assoluta certezza che mi è piaciuta senza se e senza ma. Perplesso invece di fronte alla Lampogna, sempre del Bi-Du: interessante assaggio, ma scevro da moti del cuore. L'Hop è ambiente essenziale ma accogliente, i piattini di assaggi serviti con la birra tenevano il passo come oggi a Milano è raro. Meglio stare su triangoli di pizza calda che avventarsi in paste e riso dal terrificante sapore cartonato o plasticoso...
Il BQ sui Navigli
Nuovo di pacca invece il Tizzy's N.Y. Bar&Grill. Si trova in Alzaia Naviglio Grande, 46 ed è l'invenzione di una giovane newyorchese trasferitasi a Milano come fotografa di moda e oggi titolare di un locale dove si spillano esclusivamente le birre della Brooklyn Brewery. Lager e East India Pale Ale alla spina, le due Local e, a breve, la Sorachi Ace e la Black Chocolate Stout. Birre a parte, i miniburgers sono davvero buoni e pertanto il Tizzy's si candida ad area nostalgica per tutti coloro che soffrono di lontananza dalla Statua della Libertà (io, ad esempio, provo dolore ogni volta che ricevo su Facebook un invito da parte del Blind Tiger...). Tuttavia, a dieci metri dieci dal Tizzy's c'è il BQ di Paolo Polli. Difficile quindi non rimbalzarci dentro vista la batteria di spine di ottimo livello. Il mio ultimo giro mi ha visto provare la Spaceman e la Burocracy di Brewfist, uscendone con l'idea che questo birrificio ha tutte le carte in regola per entrare stabilmente nell'Olimpo dei grandi.
Insomma, questa la mia mini-tournée meneghina un po' casuale e un po' voluta. Ora il mio obiettivo è arrivare puntuale all'evento dell'anno ovvero il compleanno dello Sherwood di Nicorvo. Girano voci di un imperdibile "sabba" birrario e, nebbia o non nebbia, andrò a fare i complimenti a Nino per la sua professionalità e la sua passione autentica. L'appuntamento con birre e birrai da tutta Europa è per l'11 dicembre, l'appuntamento con me stesso (per vedere se mi ritrovo) è invece per la mattina dopo...

26 novembre 2011

The 4:20 Experiment

L'interno del 4:20
La mia ultima spedizione lavorativa nella capitale, lo scorso 14 novembre, è iniziata con un certo numero di errori. Il primo è stato quello di prendere il trenino che da Fiumicino ti porta a Roma Termini. Inutile, come ho scoperto poi, perché se devi andare alla Città del Gusto, è meglio prendere un taxi direttamente dall'aeroporto. Il secondo errore è stato prendere un taxi all'uscita laterale della stazione e non, come faccio di solito, all'uscita principale. Nel momento in cui ho risposto "boh" alla domanda del tassista che mi chiedeva "via Enrico Fermi sta dalla parte dell'Eur?", ho capito di aver fatto una cazzata. La "tariffa fissa" millantata dal nostro era di 40 euro. Solo parlando con una collega, evidentemente più intuitiva di me, ho compreso che, in realtà, il tragitto valeva solo 16 euro.
Comunque, dopo aver intonato un canto di ringraziamento al servizio taxi della capitale, ho seguito la sfavillante finale del Premio Birra Moretti Grand Cru e in tarda serata ho raggiunto il mio albergo. Dieci minuti di riflessione per decidere se schiantarmi in branda e poi, guizzo inaspettato, altro taxi con la Brasserie 4:20 nel mirino.
Del locale avevo sentito parlare quasi allo sfinimento, così come avevo sentito parlare del suo vulcanico creatore, Alex Liberati,  e della sua formidabile selezione di birre. Che dire? Sono arrivato solitario come un ramingo e ho guadagnato un posto al bancone dove ho potuto cenare (morivo dalla fame e sedermi da solo al tavolo mi mette una certa depressione addosso). Quindi sono partito subito con una Gadds n°7, "pale bitter ale" a me sconosciuta e che ho trovato più che piacevole sebbene non da innamoramento fulminante. Sfogliando la carta delle birre ho potuto rendermi conto di cosa significa, letteralmente, “formidabile selezione". Birrifici neozelandesi, giapponesi, americani... Ho ritrovato perfino una mia vecchia conoscenza canadese, quel Dieu du Ciel che mi era sembrato il miglior produttore di Montreal. Insomma, una solida conferma alle voci che mi erano giunte. Una sorpresa invece inaspettata è stata la qualità complessiva della cucina. Ora, il 4:20 ha tutti gli elementi d'arredo per essere un pub sic et simpliciter: look da caverna, banco di spillatura dominante, semplici tavoli in legno, pubblico giovanile. Ma gli spaghetti cacio e pepe alla tripel rivelavano una mano non da pub (è un complimento). E sia dal punto di vista della sostanza sia da quello dell'estetica. Ottimi, a mio parere, e bella la presentazione, la spolverata di pepe sul bordo del piatto, e la scelta del piatto stesso. Estremamente convincente pure, anche se di dimensioni da "sepoltura", il Brownie alla Haandbryggeriet Imperial Stout e gelato ai due cioccolati. Un dolce-dolce che ti mette ko (da qui la definizione "sepoltura"), ma lasciandoti un sorriso di beatitudine in faccia.
Spillatura al 4:20
Tornando alle birre ho provato e trovato molto buona la Revelation Cat Ipa. Dovunque faccia le birre Liberati, non gli si può certo dire che non abbia fatto una scelta azzeccata. E altrettanto notevole la Imperial Stout dell'impronunciabile Haandbryggeriet, che ha segnato la mia breve storia di assaggi. Di certo c'è che al 4:20 conto di tornare in future trasferte romane (tassisti permettendo), senza per questo tradire le altre "urban legends"... Sono rimasto impressionato dai ragazzini che si avvicinavano al banco e chiedevano "una birra bella amara" oppure "me ne fai una così e una cosà". Niente nomi, niente marchi. Segno che se di feticismo birrario romano si deve parlare, forse non siamo ancora al livello degli ultras di una birreria piuttosto di un'altra. La mia è una considerazione parziale e limitata, sia chiaro. Potrebbe pure essere che ormai le birrerie presenti in questa nicchia di mercato sono talmente tante che a ricordarsele tutte per nome bisogna quanto meno essere stati, prima o in un'altra vita, dei collezionisti di francobolli. Accetto opinioni diverse e/o suggerimenti...
Quando infine sono uscito nella notte romana, in attesa del taxi, ecco alcuni tizi che si cimentano in un gioco che oserei definire da pub britannico very aged, oppure da crociera sul Nilo, fate voi. Ci provano gusto e ci metto qualche minuto a focalizzare che tra loro c'è pure Liberati. Sembra divertirsi sul serio. Ma mai quanto deve divertirsi con il 4:20....

22 novembre 2011

Il "gioco" della bottiglia

Il "gioco" della bottiglia
Beati gli ultimi. Arrivo adesso a commentare la nascita ufficiale della bottiglia, altrettanto ufficiale, di Unionbirrai per la "birra artigianale". Fuori tempo, lo so. Ma, oltre ai soliti motivi che già sapete e che non mi sembra il caso di ricordare per l'ennesima volta, il ritardo è imputabile a un periodo di tentennamento sulla posizione da prendere. Io so che, a differenza della maggior parte dei miei colleghi o pseudocolleghi, non vivo di certezze assolute e coltivo il dubbio come una piantina di basilico sul terrazzo (ovvero con costante apprensione).
La prima volta che ho visto il prototipo della bottiglia, credo fosse prima dell'estate, non mi aveva convinto granché. Mica per una questione di design, materia di discussione che lascio volentieri agli esperti. Per quanto mi riguarda mi basta che una bottiglia sia funzionale e assomigli a una bottiglia. Ricordo bene la piega psicoticocreativa che aveva preso certi grappaioli che si facevano disegnare delle bottglie-lampadario da brivido. Pertanto, bordolese o champagnotta, per me pari sono. Le mie perplessità riguardavano i veri motivi della bottiglia unica. Per carità, è il contenuto che conta, si dice sempre. Ma è una balla solenne. Tutto il nostro consumistico mondo si regge sull'immagine e anche i sostenitori della svolta pauperistica fanno delle scelte d'immagine. Eco-chic, green, recycle, chiamatela come volete... La bottiglia di vetro è un biglietto da visita che introduce il prodotto e ne trasferisce la prima percezione. Dalla forma della bottiglia si può già intuire la qualità presunta e la destinazione commerciale. Ergo, credo che ogni birrificio debba avere la sua. Possibilmente, ragionata sui due parametri (almeno sul secondo) che si vogliono possedere.
Le prime bottiglie Unionbirrai
Ma, perché c'è un ma, il vantaggio della bottiglia unica non mi sfugge. Un solo fornitore e una quantità maggiore dovrebbe abbattere i costi (da verificare prossimamente in che misura...) e quindi portare una boccata d'ossigeno a molti birrifici. E di questi tempi, di una boccata d'ossigeno abbiamo tutti bisogno. Dubito che la bottiglia unica faccia l'en plein ovvero che tutti, ma proprio tutti, l'adottino. Di conseguenza dubito che darà un contributo fondamentale all'immagine univoca della birra artigianale italiana, anche perché (oltre alle immaginabili, e importanti, defezioni) le etichette manterranno la loro personalità e il loro stile.
In conclusione, se la bottiglia è bella oppure brutta poco m'importa. Che diventi una sorta di codice identificativo della birra artigianale italiana ho seri dubbi. Che comporti un vantaggio economico per chi aderirà all'impresa mi sembra chiaro. Ecco, vista in questi termini, ovvero depotenziata da eventuali proclami, annunci di rivoluzioni copernicane e trattati faidate di estetica applicata, la bottiglia unica firmata Unionbirrai mi piace. Se vi sembra poco accontentavi. A me basta, scrivendo di essermi chiarito qualche dubbio...

18 novembre 2011

Vallonia gastronomica 2012

Art Nouveau a Bruxelles
Per quanto si possa diversamente immaginare, buona parte dei cosiddetti "eventi" ai quali i giornalisti "food&beverage" sono invitati si risolvono in qualche ora di noia distillata. Si salutano colleghi che non vedono l'ora di monopolizzare qualsiasi conversazione raccontando la loro brillantissima carriera (il più delle volte gonfiata ad hoc) e celebrare il loro "superomismo", si fanno gare di equilibrismo per tenere, in una sola mano, piattino, forchetta, bicchiere colmo e tovagliolino di carta, fondamentalmente si sta in piedi. Al massimo si tenta di fare due domande a qualcuno che non ha voglia di risponderti, magari uno chef pluristellato che ha appena installato lo sguardo di Maria Antonietta, quando ancora non le avevano dato la notizia che l'attendeva la ghigliottina.
Insomma, dico questo perché ogni tanto ho paura che l'esercito di futuri giornalisti, critici gastronomici, comunicatori che sta bussando alle porte del mestiere grazie alla moltiplicazione "modello conigliera" di corsi, master, contromaster, seminari e scuole per corrispondenza, non sappia bene a cosa sta andando incontro.
Copyright: Ufficio Belga per il Turismo
Tuttavia ci sono delle eccezioni. Ieri sera, ad esempio, era una di queste. Certo, il fatto che l'ente organizzatore (l'Ufficio Belga per il Turismo - Bruxelles e Vallonia) avesse con sé una nutrita pattuglia di birre deponeva già a suo favore. Aggiungiamoci una rassegna di formaggi (ottimi quelli di Chimay), un filetto di manzo (l'autoctono vallone Blanc-Bleu), cozze, patatine fritte, praline e gaufre (le migliori mai mangiate) ed ero già nella condizione di sopportare qualunque forma di Ego in libera uscita. La serata, passata tra un sorso di Cantillon Lambic Bio, uno di Taras Boulba, uno di Rulles Triple, uno di Chimay Reserve (un sacco di sorsi, insomma) e chiacchiere simpatiche portava con sé una notizia assai interessante. Ovvero che il prossimo anno, Vallonia e Bruxelles celebreranno la gastronomia locale. Il che significa certamente birre, cozze e patatine, ma anche tutta una serie di eccellenze meno note di questa terra. Come ad esempio i boudin. Il nome gentile non deve trarre in inganno, si tratta di sanguinaccio verso il quale io ho sempre dimostrato una certa freddezza (chiamiamola così) da quando una gentile signora dello Yorkshire decise di servirmelo a colazione in proporzioni da minatore gallese. Il boudin invece ha sapore morbido e gentile, in alcune versioni (ne ho provato uno amalgamato con uvetta) è quantomeno delizioso e, insieme al prosciutto delle Ardenne, dà un valore aggiunto al viaggio in Vallonia. Perché, d'accordo che alla maggior parte di chi legge questo blog le birre bastano e avanzano, ma spesso a furia di praticare una specie di "monoteismo" alimentare si corre il rischio di diventare degli integralisti fastidiosi fino all'ilarità (altrui). Se poi del "monoteismo" si comincia anche a scriverne, il passo verso la trasformazione nell'ennesimo clone del "io so io, e voi nun siete n'cazzo" (Marchese del Grillo docet) è questione di pochi secondi...

9 novembre 2011

Scozzesi a Milano...

Il salone del Marriott Hotel
Per la serie: se le idee sono buone, vanno avanti anche senza "padrini" e patrocini vari. Una serie a tiratura limitatissima in Italia dove nulla sembra muoversi senza avere conoscenze, amicizie, parentele, appoggi, tutele e via di questo passo. E' per questo che ho deciso di buttare giù due righe sul Milano Whisky Festival che si è concluso da un paio di giorni. Perché questa iniziativa è partita da due appassionati milanesi che l'hanno lanciata nel 2006 coinvolgendo aziende grandi e piccole, collezionisti e imbottigliatori e tutto quel variegato mondo che ruota attorno al whisky. Che tuttavia, quando hanno lanciato il festival, si poteva solo presumere che esistesse. Insomma, la loro è stata una bella scommessa, priva di benedizioni slowfoodiane o di qualsiasi altra associazione, ed è stata una scommessa vinta. Trecento persone nel 2006 ("più o meno i nostri amici", hanno detto gli organizzatori), oltre 1500 l'edizione 2010. Non si tratta di numeri monstre, sia chiaro, ma una crescita effettiva è sotto gli occhi di tutti.
Glenrothes Memories
Numeri a parte, il Whisky Festival ha molti pregi (tranne forse quello della location, il Marriott di viale Washington è davvero complicato da raggiungere con i mezzi pubblici): gente appassionata senza eccessi e isterismi, folla contenuta e pertanto atmosfera vivibile, prestigio assoluto di certe etichette e poi le birre. Esatto, un piccolo spazio l'anno avuto anche le birre e non solo per "parentela di malto", ma per via degli invecchiamenti in botti già destinate al whisky. Brewdog, Dark Island, Harviestoun Ola Dubh, Birrificio del Ducato. Un mix di Ales&Co. più "roncoliani" gestito da Stefano Allera, insomma. A me è piaciuta la Dark Island Reserve, solo a me però, e me ne sono pure pigliata una bottiglia. Birra impegnativa, non c'è che dire. All'inizio mi ha asfaltato la lingua ma, dopo un secondo o due, mi ha lasciato una positiva impressione di grande profondità, struttura, leggera astringenza. Comunque sia, una bottiglia basterà per una tavolata di amici.
Port Dundas e Bulghur
Devo ammettere comunque che, benché il festival mi sia piaciuto molto, di whisky in realtà ne ho assaggiati pochissimi. Colpa mia, colpa delle birre (alle quali mi sono invece dedicato con più dedizione), colpa delle quattro chiacchiere con Schigi e Stefano Ricci, ma alla fine ho provato solo due vintage di Glenrothes, distilleria dello Speyside alla quale sarò sempre grato per avermi fatto vedere di persona alambicchi e paesaggi mozzafiato. Un aspetto, non mi stancherò mai di ripetere, che tutte le distillerie dovrebbero coltivare con maggiore attenzione rispetto alle, comunque valide e interessanti, degustazioni milanesi.
E in tema di degustazioni, coincidenza astrale, eccomi due giorni dopo alla serata delle Special Releases organizzata da Diageo, gruppo che controlla, oltre alla beneamata Guinness, un pacchetto sfavillante di distillerie scozzesi. Quattro i single malt in degustazione (Talisker 18 anni, Port Dundas 20 anni, Rosebank 21 anni e Clynelish Distillers Edition) abbinati a piatti della cucina libanese. Abbinamenti perfetti e quasi stupefacenti (su tutti il Port Dundas con il Bulghur, piatto di grano tenero scuro cotto con verdure fresche e spezie dolci) e distillati fuoriclasse. Su tutti, a mio parere, svettava comunque il Talisker dagli unici profumi di torba e di alghe salate. Le stesse che avevo avuto modo di vedere quando ero stato sull'isola di Skye in visita alla distilleria. Che dire? Sarà un caso se ho un debole per i distillati che ho potuto bere sul posto?

13 ottobre 2011

I like Montegioco

Riccardo Franzosi e le sue botti
Titolo facebookiano ma pertinente alla nuova linea editoriale (detta così sembro il direttore dell'Economist) di Birragenda. Ovvero, parlare di birra. Mi sono reso conto che gli ultimi post suonavano un po' troppo tra il depresso e il menagramo, oltre a interessare poco i lettori ai margini del giro più stretto. Ergo vi racconto in prima persona un minievento che mi ha visto gaudente comparsa qualche giorno fa al The Hub Hotel di Milano. E lo faccio per un semplice motivo: se alla fine della lettura vi avrò convinto spero andiate a cercare queste birre per bervele e, se volete, dirmi cosa ne pensate. Le birre sono quelle di Riccardo Franzosi, detto eufemisticamente Riccardino (è tutto tranne che piccolo e mingherlino), birraio del Birrificio Montegioco in provincia di Alessandria. Un nome noto e non solo al circolo degli eletti ma che non ho bevuto con la costanza che meriterebbe. Il che comporta due tipi di conseguenza: quella negativa è che mi sono perso delle birre davvero notevoli, quella però positiva è che quando le ritrovo mi commuovo...
La serata al The Hub fa parte di una serie di microeventi organizzati dalla Divisione Il Gusto delle Edizioni Gribaudo con partecipazione di birrifici e birrai in un'atmosfera intima (fino a un certo punto...) e rilassata. Non riesco ovviamente a esserci sempre (per lo stesso motivo per il quale non riesco a bere con continuità ovvero da quando ho scoperto che scrivere e scrivere da sobri, checché ne dicano i poeti beat, è molto più redditizio), ma quando vado vengo ampiamente ripagato. Come appunto nel caso di Riccardo che ho scoperto essere un personaggio con il quale è divertente scambiare opinioni e considerazioni, serie e facete. Se lui quindi è simpatico, le sue birre sono eccellenti. Sono partito con la Runa Bianca, una blanche elegante e leggermente speziata, tranquilla a sufficienza per permettermi di parlare (e comprendere) anche un produttore di riso del Pavese che mi ha edotto, almeno superficialmente, sulle problematiche del suo lavoro: dalla quasi assenza delle rane (e questa non è una cazzata, ma un problema serio) alla immutata esistenza delle mondine. Per me che ricordo ancora le gambe della Mangano (mia nonna d'accordo, ma quando ero piccolo ancora non lo sapevo) in Riso Amaro, è stata una bella sorpresa.
Il logo del Birrificio Montegioco
Come sorprendente ho trovato la Demon Hunter. Il nome, lo posso confessare, mi ha sempre fatto venire in mente atmosfere gothic-metal (genere che non amo proprio alla follia), ma l'impatto aromatico è stato memorabile. Un bouquet quasi marmellatoso, di pesche, equilibrato da una vena fresca di liquirizia. Rotonda e persistente, era la birra per fare tutta la serata approfittando dei comodi divani dell'hotel. Tuttavia sono passato alla Open Mind, prodotta con mosto di Barbera, e qui sono entrato in confusione (con quale delle due andare avanti?). Qui i profumi erano più delicati e articolati, ma assolutamente intriganti, e al palato la Barbera, presumo, conferiva una bella acidità che ti faceva sempre tornare la voglia. Ho chiuso comunque con la Runa, sbagliando così la sequenza degli assaggi, per confermare che Riccardo Franzosi è un grande birraio. Sono certo di aver scoperto l'acqua calda, ma mi faceva piacere dirvelo, proprio perché in mezzo a tante elucubrazioni su definizioni di "artigianale", movimenti e associazioni e i destini del mondo, un'incensata a un bravo birraio mi pareva ci stesse proprio bene. :-)

10 ottobre 2011

M'interessa solo la birra...

Ultimamente tira un'aria gelida di tramontana nel variegato, in termini meramente birrari, e variopinto, in termini umani, mondo della birra artigianale italiana. Non metterò link e riferimenti vari, perché gli habitué della lettura birrario-forumistica-bloggarola sanno già tutto e, presumo, anche meglio di me. Per questo ultimo motivo eviterei pure di prendere posizione (non per paura, ma per conoscenza non abbastanza approfondita), tuttavia la cosa mi appare sempre più allarmante. Chi passa di qua una volta al mese, chi si tiene fuori dalle beghe pur amando o essendo semplicemente interessato alla materia della birra artigianale, può pure terminare la sua lettura qui. Sappia però che lo invidio un po' perché, alla fine della fiera, è lui il vero motore del fenomeno artigianalbirrario. Lui, il consumatore che ne capisce poco, ma è curioso, quello che dice "ma dai... è una birra cruda?", quello che la incontra, non la cerca ossessivamente, quello che, forse, gliene frega poco dei luppoli indopacifici o dell'eticità della produzione artigianale contro il bieco capitalismo degli industriali...
A me sembra, ma è un'opinione, che la birra artigianale stia bruciando un po' troppo le tappe. E non mi riferisco alle nuove aperture (che continuano a ritmo notevole). Quanto alle virulente chiacchiere da ring che si svolgono in rete. Non faccio il papa né il paciere per mestiere e, in tutta onestà, mi si potrebbe pure obiettare "a te chettifrega?", ma mi sembra sempre più un dato di fatto che quello della birra sia un webluogo che, in questo senso, ha abbondantemente superato il vino. La differenza è che il vino muove miliardi, il vino è uno dei sostegni della nostra economia nazionale (almeno per l'export), mentre la birra artigianale resta una parrocchietta dove i boyscout fanno a cazzotti con i ragazzini dell'Azione Cattolica.
Io lo trovo deprimente. Di più, comincio a trovarlo noioso. E quando mi annoio tendo a diversificare ovvero sposto il mio interesse su altro. Se il web è una fonte d'informazione (e in parte lo è), il web birrario è una pallosissima Royal Rumble dove, tra l'altro, non si capisce mai quando le botte sono vere o per scena.
Ecco quindi le ragioni del titolo di questo post. M'interessa solo la birra, per davvero. Non me ne frega assolutamente nulla di questo "brutal-gossip" da Famiglia Addams che ammorba l'aria e fa perdere di vista il fascino, la creatività, l'originalità delle birre artigianali. E che forse fa perdere di vista un sacco di altre cose. Nel frattempo, non ho letto da nessuna parte (microbirrifici.org a parte) della "produzione sospesa" per il Birrificio Freccia. Il giovanissimo Michele Montani ha mollato, non so se per riprendere da un'altra parte o se definitivamente. Ma io me lo ricordo quando era lanciato come "il birraio più giovane d'Italia"... E questa cosa mi mette un po' di tristezza addosso, anche se per uno che chiude ne aprono altri cinque.
Qualcuno di molto vicino a me, dopo aver letto questo post, mi direbbe: "E' solo colpa tua che perdi un sacco di tempo a leggere tutte quelle cose inutili...". Ragionamento che, effettivamente, non fa una grinza. Da oggi vorrei provare a dare, a questa persona, ragione...

27 settembre 2011

Dove eravamo rimasti?

Toh, chi si rivede... Il mio blog personale.... Vabbé, un post al mese non toglierà il medico di torno ma se non altro nessuno potrà dirmi che gli dò l'assillo con pistolotti inutili. I miei saranno anche inutili, ma l'assillo quello proprio no. Dunque: dove eravamo rimasti? Titolo copiato, orgoglio copione, da un grande editoriale di Montanelli al debutto sulla Voce dopo la sua dipartita dal Giornale. D'accordo, forse l'aveva usato anche Tortora al rientro in televisione, ma preferisco abbarbicarmi all'ombra del grande Indro, uno degli ultimi giornalisti veri di questo martoriato e triste Paese.
Comunque, l'ultimo post era di agosto. Faccio questo e con settembre siamo a posto. E visto che non ho un argomento ben preciso procediamo random... Torniamo innanzitutto a bomba sulla classifica Wikio dei blog birrari che avevo menzionato, con tono gnégné lo ammetto, recentemente. Beh, udite udite, la classifica di settembre mi vede addirittura al quinto posto con un recupero di ben undici posizioni. Qualcuno si chiederà come ho fatto visto che in agosto ho postato una sola volta e che il numero di contatti è stato di 2752 ovvero più di luglio (2638) ma meno di giugno (3850) - e poi non venitemi a dire che non sono per la trasparenza delle informazioni -, vero? Ve lo chiedete? Beh, mettetevi in coda perché ci sono prima io...
Classifica a parte gli ultimi tempi mi hanno visto giudice all'International Beer Challenge di Londra, di nuovo a Londra per il GBBF e un giro per nuovi locali, poi ad Apecchio che è diventata la prima "città della birra in Italia", grazie alla presenza del birrificio Tenute Collesi e del Birrificio Amarcord. Su questi argomenti spero di tornare presto (non domani è chiaro), ma sintetizzando posso dire che
L'esterno del Craft Beer Co. (dal loro sito)
1) l'International Beer Challenge ha un panel di giudici autorevoli, sebbene a forte ma comprensibile presenza britannica. Sorrido di fronte a battute del tipo "quest'anno non abbiamo vinto niente, ma gli abbiamo mandato su le seconde linee". Sorrido perché significa aver capito fin troppo bene a cosa servono questi concorsi. A fare da cassa di risonanza. Ma, è il mio parere, se non si vince è meglio stare zitti. Il gnégné lasciatelo fare a me su questo blog.
2) Il GBBF è sempre una manifestazione fantastica dove bevo sempre meno di quello che vorrei. Onestamente potrei vivere di real ale e il clima festaiolo è coinvolgente. Tutti gli anni mi ripropongo di versare l'obolo per diventare Life Member del Camra e tutti gli anni sbianco al cospetto della cifra (ed è tremendo fare i conti se quei soldi li ammortizzerò o meno. E' come chiedersi quanto mi aspetto di campare....). Sui locali londinesi dico un gran bene del Craft Beer Co., posto piccolo ed essenziale ma con una batteria di birre impressionante dove trovi "paradiso", alcune ale come quelle di DarkStar, e "inferno", la 1000 Ibu di Mikkeller. Buona la cucina del Cask Pub&Kitchen, meno buoni i tempi di attesa (mi ero convinto che l'agnello lo avessero ammazzato nel retro...)
3) I miei complimenti invece ai ragazzi di Apecchio e non solo perché mi hanno voluto con loro al convegno (ok, anche per quello). Il paese è di una bellezza amena, i birrifici sembrano andare d'accordo, alle parole fanno seguire dei fatti (elemento di incredibile valore e rarità di questi tempi). Gli auguro di tutto cuore le migliori fortune e gli auguro anche di non entrare nel vortice radical-chic che ogni tanto mi sembra prendere il mondo della birra artigianale e dei piccoli birrifici. Che aspetto di capire come saranno definiti nel prossimo futuro: artigianali, indipendenti, liberi? Liberti (schiavi liberati), in affidamento, single?
Ci si vede a ottobre....

11 agosto 2011

L'età dell'innocenza (perduta)


Tre indizi fanno un sospetto? Forse sì. Ricapitoliamo: da qualche mese a questa parte il Birrificio Italiano ha arruolato un ufficio stampa esperto e professionale come Rossi&Bianchi di Milano; il Birrificio del Ducato ha “buttato fuori” Emanuele Aimi con uno stile e un comunicato che nemmeno le multinazionali, notoriamente assetate di sangue, si potrebbero permettere; infine, sfogliando velocemente l’Annual Report 2011 di Assobirra, ecco spuntare il nome di Leonardo Di Vincenzo nel consiglio direttivo, ma fa più figo dire board, della stessa associazione. Tre indizi, un sospetto. 
Il sospetto che per la birra artigianale italiana si sia chiusa la stagione del “dilettanti allo sbaraglio”, del “volemose bene”, del “siamo tutti un movimento” e abbia decisamente imboccato il percorso aziendale e imprenditoriale che le compete. Insomma, meno poesia e più prosa. I tre indizi ovviamente, ci tengo a precisarlo, sono scelte legittime e poco discutibili, anche se forse la durezza dei toni nel caso Ducato-Aimi ha lasciato perplessi molti (un messaggio di “eliminazione” più duro me lo ricordo solo nel Padrino quando Sonny Corleone apprende che Luca Brasi “dorme con i pesci”), ma è una mera questione stilistica e non essendo al corrente dei retroscena, la prendo per quella che è. Ma non sono tanto i singoli episodi che mi interessano, quanto piuttosto l’atmosfera generale o l’aria che tira. Essendo agosto, mese del cazzeggio supremo, fare i Nostradamus de noantri è divertente. Ergo, mi sembra abbastanza chiaro che la fase rivoluzionaria della birra artigianale italiana sia giunta al termine. Ora si gioca sul serio. Dalle visioni ispiratrici di Lenin si è giunti alla realpolitik, con molti meno morti è chiaro, di Stalin.
Tutto sommato, io dico, bene così. La chiarezza di ruoli, di politiche e di ambizioni è sempre meglio della confusione e dell’ipocrisia. I birrai artigiani non sono solo degli imprenditori che vogliono crescere (è ironico notare che questa definizione calzava perfettamente anche al giovane Guinness e al giovane Heineken quando partirono per la loro avventura), ma giocano tutte le carte a loro disposizione per farlo: c’è chi percorre le strade dell’export, chi si allea con grossi distributori, chi sdoppia le linee produttive… Tutto lecito, ma tutto sintomatico di un cambio di passo dettato da una sana voglia di emergere e forse anche dalla sensazione che, presto o tardi, nell’ambiente verrà fatta una selezione “naturale” della specie. Teo Musso, con le doti da precursore che gli sono proprie, lo va ripetendo da qualche mese e francamente non credo abbia senso discutere sul numero dei “sopravviventi” o se Teo, tra le altre qualità, abbia anche quella del menagramo. Che, prima o poi, un taglio ci sarà è desumibile da diversi fattori: la crescita esponenziale dell’ultimo periodo, la notevole improvvisazione da parte di molti dei nuovi arrivati, il fattore “moda”, l’ingresso di imprenditori ai quali sembra di aver colto il “business” del decennio, l’attenzione, a dire il vero un po’ caotica e pressappochista, degli interlocutori “danarosi”, leggesi chef, l’estremizzazione spinta da parte di un certo tipo di pubblico al quale sembra non solo fare schifo una birra industriale qualsiasi, ma pure molte artigianali, per così dire, non da veri intenditori.
Tutti elementi che è facile capire come, presto a tardi, siano destinati a sgonfiarsi. Le mode, come l’idea di business facile e vincente, passano, i ragazzini crescono e magari si trasferiscono in massa a deglutire Nero d’Avola “tripla barricatura”, gli chef potrebbero passare alla cucina con fave di cacao monorigine… Ergo, ecco che i più brillanti, intuitivi e sagaci imprenditori del settore artigianale hanno iniziato a fare i loro conti. E se li fanno loro, dovremmo cominciare a farli anche noi. Consumatori, appassionati non dell’ultima ora e operatori vari. Che tipo di conti: bah, innanzitutto facendo selezione tra birre artigianali buone e birre artigianali da buttare, esistono entrambe le categorie, tra imprenditori che sanno fare il loro mestiere e altri che invece lo stanno ancora imparando, tra quelli che predicano bene e razzolano male. La patente di produttore di birra artigianale non assicura ormai nessuna verginità, nessun alone di santità, nemmeno contro gli orchi delle lager. Credo che vada detto e ricordato. L’età dell’innocenza è finita. E io, in parte, tiro un sospiro di sollievo…

13 luglio 2011

Maledetto blog! (Potete anche non leggere)

Esatto, maledetto blog! In primo luogo perché faccio una fatica del diavolo a starci dietro, a dargli un minimo di continuità. In secondo luogo perché da quando esiste quella classifica su Wikio, il narcisismo che si nasconde in ogni blogger viene mensilmente, e nel mio caso dolorosamente, solleticato. E infine perché la cazzata, sul blog ma non solo, è sempre dietro l'angolo. Infida e tignosa come poche. Perché seppur si dica che la comunicazione su internet è veloce come il vento, smart come un quartiere emergente di Londra e democratica come Pericle (ma solo quando tutti erano d'accordo con lui), in realtà scrivere sul web è come scolpire la nuda roccia. Resta per sempre. Almeno così sembrerebbe. Sembrerebbe appunto, perché in realtà blog, forum, social network, twitter e compagnia "webbando" durano lo spazio della vita di una farfalla (un giorno? due? Questa non prendetela come un'affermazione, ma solo una supposizione che altrimenti Danilo Mainardi mi querela). Cronache è già intervenuto sulla questione, nata da un'altra questione, per cui chi me lo fa fare a riprendere, appunto, la "questione"? Boh, come boh potrebbe essere la risposta a chi me lo fa fare di scrivere questo blog... Non ho un banner che sia uno (c'è stata un'occasione a dire il vero in cui un'azienda me l'ha chiesto, ma quando gli ho risposto che non sapevo come fare a mettere i banner non si sono più fatti sentire...) e mi barcameno all'undicesimo posto della suddetta classifica Wikio (oddio, e mi sa che tra luglio e agosto affonderò come il Titanic - rapidamente e "freddamente"). Insomma, se penso che mi pagano per scrivere e io perdo del tempo a scrivere gratis dovrei prendere due pastiglie di stricnina, mandarle giù con un sorso di birra e aspettare sorridendo sul divano che mi ghermisca lo spirito di Hemingway (spero arrivi lui, almeno quello!).
Poi però penso che io il blog lo scrivo per me. Non me ne frega nulla dell'audience e nemmeno della classifica (vabbé, un pelino mi frega), non mi frega se non ho i banner o centinaia di commenti. Io adoro il rumore che fanno le mie dita quando picchiettano agili sulla tastiera (è una delle poche cose agili che mi è rimasta del resto), adoro il fluire delle parole come fossero una cascatella d'acqua fresca e adoro rileggermi, anche se in realtà non lo faccio mai, nemmeno all'esame da giornalista a Roma che ebbene sì, a riprova che in Italia va tutto a rotoli, ho superato. Ecco, esatto, l'esame da giornalista... Qualcuno mi vorrebbe spiegare (la rete è zeppa di "spiegazionisti", pronti a dirti la loro, nemmeno come una tonnara di Mazara prima che arrivassero i giapponesi) perché diavolo uno si deve sobbarcare la duplice trasferta a Roma, una notte all'Ergife Hotel che ha molti inquietanti elementi in comune con il più famoso Overlook Hotel di Shining, delle domande di diritto raggelanti, lo studio di due tomi da due kili l'uno per poi scoprire che, cazzo, in Italia scrivono tutti? E per tutti intendo proprio tutti. Il sommelier scrive di vino sulla rivista aggratis (me l'ha chiesto il direttore, sai è un amico), il produttore manda le lettere che nessun giornale oserebbe cestinare (sai, è un investitore e poi, vuoi mettere, due paginette già belle che pronte),  e il figlio del giornalistone famoso ti dice che lui, ma solo lui sia chiaro, non ha mai avuto problemi a essere pubblicato e pagato... Dovessi rinascere non avrei dubbi: andrei a trovarmi un lavoro da scaldasedia qualunque, ce ne sono a vagonate, e poi mi troverei una bella passione, non la birra per carità ma magari le melanzane, e via di blog, articoli, dibattiti. Vogliamo mettere tutti gli abbinamenti possibili con la melanzana? E le diverse forme e origini delle melanzane? Avrei materiale da vendere...
Oppure, meglio ancora. Farei il direttore commerciale, no è troppo magari un venditore qualunque, e poi scriverei dello stesso argomento nel quale rientrano i prodotti che vendo. Tanto, in Italia, a chi gli frega? Bah, mestiere davvero difficile il mio (non tanto quanto lavorare in banca o in qualche megazienda come impiegatino, sia chiaro), mi sa che mi tocca cambiare. Poi però risento il ticchettio (sempre agile) sulla tastiera, le parole che sgorgano in un senso più o meno logico e penso... Massì, voglio far parte della massa, della ggente, del popolo italiano tutto.... Scrivo anche io. Olé!

27 giugno 2011

Tempo di lasciare il nido?

La testata di Ale Street News
E' un editoriale molto interessante quello di Tony Forder, direttore di Ale Street News, pubblicazione "arraffata" quando ero al Blind Tiger di New York e, credo, considerata tra le riviste birrarie più autorevoli degli States. Nel pezzo intitolato "Time to leave the Nest", Forder prende spunto da due recenti pubblicità televisive: la prima è di una grande catena di locali a stelle e strisce, i Friday's, che reclamizza alcuni piatti preparati con la Harpoon Ipa, l'altra è di Samuel Adams e parla di dry hopping. La prima considerazione che fa Forder è "game over, we won". E quel "we" è da considerarsi come la birra artigianale americana che, con lo sbarco sui media generalisti ha superato lo spartiacque della nicchia e ormai parla alla massa di consumatori senza timori...
La copertina di ASN Giugno - Luglio 2011
Sembra tuttavia esserci una specie di preoccupazione tra i produttori: alcuni hanno da sempre sposato le politiche di espansione del proprio prodotto, Samuel Adams è un esempio come lo è Sierra Nevada, altri invece preferiscono restare nelle loro, spesso però già ragguardevoli, dimensioni temendo che la crescita possa portare al rischio omogeneizzazione/globalizzazione che ha già contraddistinto il percorso delle grandi birrerie diventate, con il tempo, vere e proprie multinazionali. Insomma, è il tema caldo del momento che gli americani, con proporzioni enormemente diverse, vivono come noi. Pubblicità televisive a parte, ricordiamo che da noi il tema luppoli è stato affrontato da Birra Poretti in maniera alquanto discutibile, quello della crescita della birra artigianale come quote di mercato, fenomeno che in Usa è ben evidente rischierebbe di mettere a repentaglio la qualità della birra stessa. Peggio sarebbe se il rischio fosse quello di mettere a repentaglio l'immagine di prodotti esclusivi, per pochi eletti intenditori o, peggio ancora, per acquirenti danarosi. Che, per certi aspetti è quello che anche la birra artigianale in Italia. Conforta sapere che in America si stanno ponendo certe domande, ma conforta per il tristanzuolo "mal comune, mezzo gaudio". Forder alla fine si schiera per la crescita e per la diffusione anche perché, ritiene, sia un fenomeno inarrestabile. E io sono tentato a schierarmi con lui, in un'ottica italiana ovviamente. C'è bisogno di crescere e c'è bisogno di allargare le schiere di consumatori, anche a costo di correre dei rischi che cerco di sintetizzare: prodotti non sempre in forma per problematiche legate alla distribuzione e/o alla gestione da parte dei publican, maggiore diffusione di birre "normali" ovvero adatte ai palati dei più. La continua ricerca dello "stupefacente" comporta spesso ottime recensioni da parte della critica, professionale e non, ma spinge costantemente verso il vertice che, per essere tale, è di piccole dimensioni quantitative. Ultraluppolature, barrique, blend possono andare bene per il consumatore evoluto, sicuramente per il beer geek, non credo molto per quella larga fetta di pubblico che vuole bere birra buona, gusto e profumi integri e caratterizzati, e che esiste. Ne sono sicuro. Insomma, tra il mass market e il lavoro di cesello artistico-creativo, c'è spazio per tante ottima birra senza elucubrazioni o masturbazioni mentali. Ed è su questo tipo di birra che i birrai italiani dovrebbero puntare...

22 giugno 2011

Involtini di carne salada alla Achel Blonde

Ritorna su Birragenda Salvatore Garofalo, il mio chef a la bière preferito, con una ricetta che mi aveva girato qualche tempo fa e che, colpa mia, avevo perso nel "dedalo" del mio Mac. Faccio pubblica ammenda e privata acquolina però per questo piatto perché, da un lato, vado matto per la carne salada, dall'altro trovo la Achel Blonde una birra notevole, senza iperboli e senza "follie". Anzi, forse la trovo notevole proprio per questo. Ergo, basta indugi e spazio alla ricetta: ingredienti e preparazione. Come sempre, grazie Salvatore!
M.M.


INVOLTINI DI CARNE SALADA
CON SEDANO BIANCO CROCCANTE
E FONDUTA DI PARMIGIANO
ALLA “ACHEL BLONDE”

Il manzo marinato nella Achel Blonde

INGREDIENTI PER 2 PORZIONI:

8 fette di carne salada non troppo sottili
2 coste di sedano bianco
50 g di Parmigiano Reggiano
100 dl di latte
½ cucchiaino di Maizena
Una Achel Blonde
Una noce di burro
Olio e succo di limone, sale

PROCEDIMENTO:

Per la fonduta di parmigiano:
Sciogliere in poca acqua la Maizena e versarla in un pentolino assieme al latte. Unirvi la birra e la noce di burro e un pizzico di sale.
Portare a ebollizione mescolando continuamente.
Togliere dal fuoco il pentolino, unire al latte il parmigiano grattuggiato e mescolare bene.
Lasciar raffreddare.

Pelare con l’aiuto di un pelapatate il sedano.
Tagliarlo a losanghe (quindi per il lungo) abbastanza finemente.
Porlo in una ciotola con acqua e ghiaccio e lasciarvelo per almeno mezz’ora. Questo accorgimento farà arricciare il sedano tagliato e gli conferirà la giusta croccantezza.

Stendere su un tagliere le fette di carne salada a coppia.
Scolare il sedano dall’acqua e asciugarlo tamponandolo con della carta.
Condire il sedano con un po’ di olio, limone e sale e porlo  al centro di ogni coppia di fette di carne salada. Arrotolare la carne salada per ottenere così gli involtini.
Disporre gli involtini sul piatto di portata.
Intiepidire la fonduta al parmigiano e versarla sugli involtini.
Guarnire con delle erbe a piacere.


21 giugno 2011

Non chiedete cosa possa fare Unionbirrai per voi...

"Non chiedete cosa possa fare il paese per voi: chiedete cosa potete fare voi per il paese". Ecco questa era la frase giusta, detta da John Fitzgerald Kennedy al discorso inaugurale della sua presidenza. Ora, io ho pensato di applicarla a Unionbirrai perché Google Alert mi ha fatto leggere un articolo de Il Giornale, che per inciso non leggo più dal 1994 ovvero quando Montanelli dovette abbandonare, dove veniva citata nientepopodimenoche la storica associazione di birrifici artigianali made in Italy. L'articolo è un po' lungo, e Unionbirrai è citata più per scherzo che per altro motivo, ma l'argomento non è di nessun interesse perché mette a fuoco la secolare questione delle lobby che, in Italia, ci sono sempre state ma sempre, come dire, coperte. Uno dei tanti, innumerevoli, esempi dell'ipocrisia all'italiana, del "si fa, ma non si dice".
Invece fare lobby, in altri paesi di più consolidata tradizione democratica come gli Usa, è pratica ammessa ma regolata. Soprattutto la si fa alla luce del sole. Tuttavia la mia non è una dissertazione sulle lobby, semmai una mini dissertazione su Unionbirrai che potrebbe fare di più di quello che fa. Non solo, meriterebbe di fare di più di quello che fa. L'ho pensato anche qualche giorno fa, alla serata di consegna diplomi Unionbirrai Beer Tasters allo Scott Joplin di Milano, presenti Simone Monetti, arrivato da Bologna, e l'inossidabile Marco Giannasso. Persone che hanno tutta la mia stima.
Quello che tuttavia sento è che, mentre i singoli birrifici si stanno facendo strada, chi più chi meno, nel mare magnum del mercato, l'associazione stenta a trovare un proprio ruolo da protagonista. Premetto che parlo da esterno, quindi molte cose non le conosco e ribadisco che le mie sono sensazioni, non certezze. Tuttavia trovo, ad esempio, che 300 euro l'anno d'iscrizione a UB per un birrificio siano niente, se il birrificio è avviato e di comprovato successo, appena il minimo indispensabile se si tratta di una nuova attività. Perché non si stabilisce una cifra in base agli ettolitri prodotti? Non sono un economista né un ragioniere, ma una cifra fissa mi appare ridicola soprattutto se, come sembra, UB ha sempre il budget ridotto al lumicino. La questione economica è la cartina di tornasole della volontà dei soci di far crescere UB come associazione che tutela gli interessi dei microbirrifici aderenti e promuove la cultura artigianalbirraria in generale. A meno che non si confidi sempre e comunque nel volontariato a macchia di leopardo. Volontariato che si poteva giustificare quando la birra artigianale italiana muoveva i primi passi, un po' meno oggi che i birrai, o almeno una parte di essi, godono di buona salute.
UB è una realtà storica, se definiamo storico il movimento della birra artigianale italiana, ma un po' impalpabile. Tuttavia non credo sia da imputarsi all'inefficienza dei suoi coordinatori, direttori o comunque li vogliate chiamare. Credo sia una responsabilità condivisa da tutti gli aderenti. E allora forse si dovrebbe cominciare a parlarsi chiaro: ci si crede o no? A parole, ne sono certo, sarà un coro di sì (oddio, un coro proprio unanime magari no), ma nei fatti? I fatti si misurano anche in euro, ai quali seguono i controlli di spesa e la responsabilità che deriva da qualunque rapporto di lavoro. Ribadisco, parlo da esterno, e sono pronto alle smentite. Non ho parlato con Simone di questo mio post che è frutto di una coincidenza giornalistica, di un paio di birre bevute in un pub e di qualche riflessione. Ma negli ultimi mesi ho letto e ascoltato torrenti di parole, ad alcuni ho pure dato il mio contributo, con UB a volte incensata, a volte messa sulla graticola, chi spara a zero su quelli di UB che sono entrati anche in Assobirra, chi vuole (o voleva? boh?) fare un'associazione alternativa. Parole, parole, parole. Nel frattempo, credetemi, c'è già chi è passato all'azione...