28 maggio 2008

Tra la weizen e la bock


Rapido post per commentare e ricordare la serata Made in Lambrate di qualche giorno fa per la presentazione della nuova birra. Rilassante e divertente, era un po' che latitavo da queste improvisazioni birrarie, causa lavoro, e partecipare mi ha ricordato perché mi è sempre piaciuto frequentare gli artigiani della birra italiana. Ok, è vero, perché il più delle volte quando li conosci non comprendi più come facciano a realizzare delle birre praticamente perfette, ma quello che mi "rilassa" maggiormente è la loro serenità. Il più delle volte, quando mi confronto con dei produttori alimentari, in generale, mi devo subire lunghi monologhi sulla loro eccellenza, sul loro spirito di ricerca da benedettini, sul fatto che loro, e solo loro, sono illuminati dalla scienza e dall'arte. Ormai scafato al settore, nicchio sempre e guardo al sol dell'avvenire, ma con i nostri birrai non mi ci devo nemmeno mettere. Caso pratico: al Lambrate presentavano la 366, birra assai buona a mio avviso, ricca di profumi di caramello, anzi di caramella mou (quelle della Elah che masticavo nella mia infanzia), una banana appena nascosta, e poi molto bevibile, rinfrescante, insomma più una weizen che una bock. Nel dibattito successivo, appunto se si trattava di una weizenbock, di una weizen che tirava a una bock o di una bock che avrebbe voluto essere una weizen, emergeva lampante la dichiarazione del birraio che suonava pressapoco così: "A noi è venuta in questo modo!". Fantastico, benedetta sincerità.... E poi che c'è di male a dirla, la birra per essere buona lo era davvero, ma la frase non rivela pressapochismo solo libertà di espressione, quella che hanno i nostri birrai artigianali, quella che dovrebbero avere tutti i produttori alimentari, lasciando poi i consumatori a decidere. Senza farsi troppe seghe mentali sulle categorie, sottocategorie e alberi genealogici vari....
P.S. Sto ancora cercando Beers of the World. Abbiate fede.

6 maggio 2008

Milano da bere


Il blog zoppica e purtroppo non ci posso fare nulla. Ahimé, sono un mercenario (definizione non mia) e scrivo per guadagnarmi da vivere, altrimenti farei altro. Ma la notizia mi pareva carina e non potevo non rilanciarla su queste pagine. Se non altro perchè ci ho messo la zampa e, si sa, ogni giornalista è un pizzico narcisista. Allora, copertina dell'ultimo numero di Beers of the World, rivista birraria internazionale e assai patinata (decidete voi se è un complimento oppure no) con "striilo" in copertina "Milan Beer Guide", fatica stampata di Adrian Tierney Jones, uno dei tre giornalisti inglesi che l'anno scorso hanno fatto visita ad alcuni brewpub e micro del nord Italia: nell'ordine il Lambrate, il Birrificio Italiano, il Bidu e Le Baladin. Su Teo era già uscita una paginata su What's Brewing qualche mese fa (merito di Jeff Evans), ma questo reportage di Beers of the World ha il merito di riassumere l'esperienza itinerante dei tre sudditi della Corona. Nelle foto compaiono alcuni componenti dello staff del Lambrate, chi spilla le birre all'Hop e il quadro generale è assai positivo a conferma che i sorrisi dispegati dai colleghi non erano, pe fortuna, di mera circostanza. Io, nella veste inconsueta di suggeritore non scrittore, mi sono trovato abbastanza bene. Chi avrà la possibilità di leggere il pezzo saprà esprimere il suo giudizio. Nel caso, più che probabile, che io sia l'unico abbonato alla rivista posso inviare scansione dell'articolo....