8 agosto 2012

Uomini che contano: i risultati

Paolo Polli
301 voti espressi non mi sembrano poi malaccio. Che non si sia scatenato "l'inferno" sul sondaggio "Uomini che contano" mi appare chiaro, che non ci siano state delle vere e proprie "campagne elettorali" pure. Probabilmente qualcuno avrà chiesto in giro dei voti, qualcun altro no. Poco importa, almeno perché, a me personalmente, mi sembra che i risultati abbiano un senso. Le mie sensazioni al momento di stilare la lista infatti andavano verso un poker di personaggi che ritengo, allo stato attuale delle cose, particolarmente influenti nel mondo della birra artigianale. E questi quattro erano Vecchiato, Farinetti, Polli e Musso.
La "gara", diciamo così, è stata vinta da Paolo Polli e, a seguire, Sandro Vecchiato e Teo Musso. Mentre Farinetti è stato superato sul filo di lana da Agostino Arioli e Leonardo Di Vincenzo. Quali conclusioni trarre dal sondaggio? Premesso che, naturalmente, la fotografia non può essere reale al 100% a me sembra che abbiano vinto i "pratici" contro i "teorici". Ovvero chi fa della birra artigianale un business e non solo delle parole o una semplice passione. E la cosa ci sta tutta, ed è la naturale conseguenza di un lungo, ma nemmeno così tanto, processo di trasformazione del nostro piccolo mondo da un club di appassionati quanto entusiasti dilettanti (è non c'è la minima accezione offensiva nel termine) a un settore in rapida crescita sempre più nelle mani di professionisti. Una crescita a volte caotica, spesso fin troppo arrembante, ma che si poteva facilmente prevedere già qualche anno fa.
Sandro Vecchiato
Le conseguenze di questa crescita sono duplici e differenti: da un lato non si può non pensare che chi fa birra artigianale non abbia un proprio tornaconto economico. Il solo "amore" va bene per le anime pie. Dall'altro che di birra artigianale ormai se ne vede in giro fin troppa. E' un po' come se una scuderia avesse scoperto di avere un cavallo vincente e lo facesse correre in gara tutti i giorni. Il rischio è quello, prima o poi, di spomparlo. Purtroppo, come spesso accade in Italia, finché le cose vanno bene nessuno si preoccupa. Un mio amico pescatore mi ha rivelato qualche giorno fa che il divieto agostano di "fermo pesca" nell'Adriatico, necessario alla riproduzione e alla crescita del pesce, viene bellamente aggirato da molti pescatori. Ovvero proprio da coloro che dovrebbero tutelare, per il loro futuro e per quello delle generazioni prossime, il loro "luogo di lavoro". E' un'immagine inquietante e che non vorrei vedere nel settore dove lavoro anche io.
Teo Musso
Tornando ai risultati credo che sia stato premiato il ruolo e l'immagine che Teo ha per tutto il movimento. La sue abilità di comunicatore visionario e poetico hanno fatto indubbiamente tanto, e tanto continuano a fare, per il settore della birra artigianale. Oltre che, naturalmente, per il mondo Baladin inteso in senso ampio. Per quanto riguarda Polli credo invece che il suo dinamismo organizzativo, la sua capacità di dedicare tutte le sue energie agli Italia Beer Festival, a prescindere dai risultati favorevoli o meno, siano stati, giustamente, riconosciuti. Anche Polli, come Vecchiato e Farinetti, è del resto persona di fatti più che di parole. E Vecchiato e Farinetti sono, in conclusione, i due imprenditori che maggiormente hanno scommesso sulla birra artigianale italiana. Avranno fatto i loro conti, se non li facessero non sarebbero quello che sono, ma gli va dato atto di aver aperto una linea di credito verso il mondo dei piccoli produttori.
Chissà, qualcuno leggendo queste righe starà pensando che "si stava meglio quando si stava peggio" ossia che il simpatico ed entusiasta mondo dei dilettanti era più vero, sincero e autentico di quello di oggi dove le acque artigianal-birrarie sembrano infestate da squali e barracuda. Non so, non ne sono convinto.
Il processo in corso è un processo naturale. Impossibile fermarlo o pensare di poterlo modificare radicalmente. E credo che quella della professionalità, collegata alla qualità ma anche al profitto, sia la strada che è giusto percorrere. Potrebbe proprio essere la strada giusta per lasciare ai bordi gli improvvisatori, i millantatori e tutti coloro che, annusando il business della birra artigianale italiana, vi si stanno lanciando sopra all'insegna del vero e unico sport nazionale italiano. Non il calcio, ma la salita sul carro del vincitore...

30 luglio 2012

Ciao Franco

Scrivo queste righe dedicate a Franco Re in ritardo. Quando ho appreso la notizia, inaspettata e traumatica, mi trovavo in vacanza a Creta e ben poco potevo fare se non scrivere un rapido e conciso saluto su Facebook e su Twitter. Ma Franco, personalmente, merita qualcosa in più.
Franco Re, qualche anno fa...
Ogni volta che scompare qualcuno che hai conosciuto, inevitabilmente ciò che scrivi è filtrato dalla tua conoscenza della persona. Io Franco l'ho conosciuto alla fine del 1997 o i primi mesi del 1998. Avevo appena iniziato a collaborare con Il Mondo della Birra e ancora non mi rendevo conto che quella che consideravo una semplice passione potesse trasformarsi in un lavoro. Franco era fisicamente un po' diverso da quello che appariva negli ultimi anni, più simile alla prima foto che alla seconda. Leggendo i primi numeri della rivista (che è nata nel lontano 1983) avevo visto qualche sua foto ancora di più antica data e so che avevo scherzosamente pensato che, la birra, poteva essere un argomento interessante per la penna ma assolutamente rischioso per il giro vita.
Mentre io entravo negli ingranaggi del settore birrario conoscendo publican alternativi e seriosi manager di multinazionali, Franco era occupatissimo a definire gli ultimi tasselli di quella che sarebbe diventata l'Università della Birra. Tanto io riempivo pagine della rivista, tanto lui mollava il suo ruolo di colonna portante. Forse mi teneva d'occhio da lontano, perché un giorno, incrociandolo in redazione, mi disse: "Stai crescendo in maniera inquietante". Io lo considerai, e lo considero ancora oggi, uno dei migliori complimenti che mi siano mai stati fatti.
Franco negli ultimi tempi...
Non posso affermare di esserci frequentati con assiduità, ma quando lo vedevo restavo colpito, con un pizzico d'invidia, dalla sua cultura quasi enciclopedica. Capitava che si iniziasse a chiacchierare di birra belga o inglese per ritrovarci a discutere di "smorfia napoletana". Più che discutere, in realtà ad ascoltare, io, e a parlare, lui. Spesso non capivo come potevamo saltare di palo in frasca nel discorso ma erano delle belle chiacchierate. Aveva sempre un che di didattico nel suo interloquire. Un modo che solitamente a me mette i nervi, ma la sua bonomia compensava certamente quell'aspetto a me così tanto ostico. Del resto, Franco era della vecchia scuola, esponente di riferimento assoluto dell'era pre-artigianale. Si considerava un personaggio, certamente, e come tutti i protagonisti non ne faceva mistero. Ma in misura tollerabile. Senza spirito di onnipotenza e senza rivendicare diritti di primogenitura su qualsiasi cosa avesse a che fare con la birra.
Credo ne vedesse ancora l'aspetto "ludico" sebbene, per lui come per me, la birra fosse diventata un mestiere. Un mestiere comunque appassionante e nel quale lui ha buttato molte delle sue innumerevoli energie. Il ricordo di lui che mi terrò più stretto è comunque, senza dubbio, il suo "umanesimo", il fatto cioè di avere avuto molteplici interessi e di non essere mai stato un talebano. Alcuni suoi aneddoti e alcune sue imitazioni, del nostro mondo, erano fulminanti e molto divertenti. Mai livorosi. E questo mi piaceva davvero molto.
Un saluto, caro Franco, te ne sei andato via davvero troppo presto.

20 giugno 2012

Chi scrive di birra alla Metro?

La Carta delle Birre di Metro
Le scure? "Sono chiamate così perché a maggior contenuto di malto, hanno gusto più dolciastro, a volte zuccherato ed un sapore amaro". Le Weisse? "Non filtrate e opache...(omissis)... durante la cottura, possono essere aggiunti coriandolo e scorze d'arancia...". Queste un paio di perle che ho ricavato dalla rapida lettura dello speciale Carta delle Birre di Metro Italia, la catena di cash&carry. Ora io non vesto i panni del fustigatore, gli errori si fanno e so per esperienza che non c'è "visto si stampi" che sia immune da sviste, errori di ortografia et similia. Tuttavia gli svarioni firmati Metro Italia mi servono da spunto per compiere una riflessione che da qualche mese va e viene nel mio cervello. Che la birra in Italia abbia un'immagine percepita di gran lunga superiore rispetto ai tempi passati non ci piove. Di birra si parla anche su giornali extra-settoriali, i birrai vanno in televisione e la birra, soprattutto quella artigianale, è citata a ogni pié sospinto. Anche in occasioni dove non ricopre un ruolo principale. Altro esempio è la conferenza stampa che ha annunciato, qualche giorno fa, la collaborazione tra Gambero Rosso e IULM qui a Milano. Oltre all'annunciata inaugurazione, proprio nella sede dell'ateneo, della succursale meneghina della Città del Gusto (prevista nel 2013), sono stati presentati diversi corsi universitari e master in tema enogastronomico. Da quelli in area del Restaurant Management a quelli sul Web e Social Marketing per il settore enogastronomico e sul Food & Wine Communication. Tralascio volutamente le mie opinioni in merito, sono contento di aver imparato il giornalismo sulle strade di Mestre e Venezia, a furia di interviste de visu e qualche porta in faccia, ma faccio solo memoria a un servizio che avevo preparato per un mensile vinicolo anni fa in merito all'esplosione dei corsi di enologia non più confinati alle storiche istituzioni di Alba, Conegliano e San Michele all'Adige. Un autorevole intervistato mi confidò che, di questo passo, avremmo avuto più enologi che cantine in Italia...
Ma il passaggio che mi ha colpito è stata la precisazione, da parte del relatore, che il corso di Food&Wine Communication avrebbe riguardato anche i distillati e, certamente, la birra. Solo due paroline buttate lì che, tuttavia, solo qualche anno fa non sarebbero state dette. Indizi, certo. Ma che, come si dice nei gialli, messi tutti insieme fanno una prova...
E allora, ed è questa la mia domanda, perché ci si ostina a far scrivere di birra gente che ne sa poco o nulla? Nel vino è una cosa che succede di rado. Forse perché ci sono in giro personaggi molto più noti o perché ci sono in ballo interessi più sostanziosi, ma è raro che capiti a scrivere di vino qualcuno che ne sa poco. Nella birra invece va bene tutto, al massimo anche qui si sceglie un esperto di vino perché, tanto, sempre di bevande alcoliche stiamo parlando. E' stato ad esempio il caso di Giuseppe Sicheri, scrittore di lungo corso in materia enologica chiamato da Hoepli a pubblicare un volumetto sulla birra con risultati, a mio parere, modesti. So già l'osservazione che si sta levando nella testa di chi sta leggendo: questo post è un chiaro tentativo di portare acqua al mio mulino... Beh, lo è certamente, ma sono anche consapevole dei miei limiti fisici e di quelli temporali e anche di un sacco di altre cose, quindi non ho l'ambizione di diventare il monopolista della parola scritta intinta nella birra.
Considero solo come ci sia ancora parecchia strada da fare nel campo della comunicazione birraria e di come la birra sia ancora considerata un'appendice curiosa e simpatica nel campo del bere, magari da tenere d'occhio ma senza investire troppe risorse. E' miopia bella e buona. E' come se per innaffiare aspettassimo di vedere se la pianta cresce. E, in ultima battuta, detta fuori dai denti, dispiace pure vedere l'associazione di riferimento del settore, la storica Assobirra, scegliere sempre dei foodblogger per commentare risultati di ricerche in tema birra. Con risultati a volte imbarazzanti. Qui non si tratta di avere chissà chi a raccontare di birra davanti a un pubblico comunque di giornalisti, e spesso di settore, solo trovare qualcuno che sa andare un po' più in profondità, trasmettere più passione e amore per il prodotto e non parlare di birra per luoghi comuni. E' quello che è capitato appena due giorni fa sempre a Milano, ma non era nemmeno la prima volta. E forse non sarà neanche l'ultima...

13 giugno 2012

AIS-Unionbirrai: questo matrimonio...

Il Westin Palace a Milano
Lunedì scorso ho fatto un salto all'evento targato Associazione Italiana Sommelier e Unionbirrai che si è tenuto al Westin Palace Hotel di piazza della Repubblica a Milano. L'hotel, location di lusso, è la sede ormai naturale degli eventi e dei corsi organizzati dalla sezione milanese e/o lombarda dell'Ais. Questa era però la prima volta, andando a memoria, che ospitava una serata interamente dedicata alla birra artigianale italiana. A mio merito, voglio ricordare una serata di degustazione di un paio d'anni fa, tenutasi a Crema con birre artigianali lombarde. Quella volta, l'Ais locale era rimasto a bocca aperta perché, a fronte delle solite 40-45 persone per tasting enologici vari, ma di livello, gli iscritti paganti erano addirittura 90. Milano comunque era rimasta una piazza "vergine" tolte le apparizioni, di successo, di Teo Musso e di Agostino Arioli.
L'evento "Birra, che stile!" dunque si preannunciava interessante, forte anche di 13 birrifici lombardi e non solo. La notizia sta anche in una prima forma di collaborazione tra le due associazioni di riferimento dei rispettivi settori, la storicissima Ais e la consolidata Unionbirrai. Che gli uomini in giacca blu e modi misurati fossero leggermente in antitesi con il popolo "indie" della birra si poteva presumere, ma è stato divertente vedere il contrasto di persona. Da un lato giacche e cravatte, dall'altro pantaloni a mezza gamba e tatuaggi in vista.
Il logo Ais
Le apparenze comunque contano poco. L'iniziativa è meritevole visto che di birra l'Ais mastica ancora troppo poco. Una lezione dedicata durante il primo corso, e condivisa con nozioni sui distillati di malto, lascia il tempo che trova. E servono a poco anche i corsi promossi in collaborazione con Assobirra, il cui limite a birre mainstream e dei grandi gruppi, evidenzia una certa caratura "pubblicitaria" e autopromozionale dell'iniziativa. Ma forse questo è davvero uno dei limiti più evidenti di Assobirra, dimostrato anche dalla sparizione all'orizzonte della discutibile operazione "Tavole della birra" firmata in collaborazione con il gruppo L'Espresso. Faccio solo due rapide riflessioni, con poca voglia di far polemiche: se a una guida non dai un respiro annuale e non la mantieni in vita almeno per tre anni, i costi della pubblicazione sono gettati nel vento. E se ai sommelier del vino che si sono incuriositi alla birra per le sue particolarità fai assaggiare birre che si trovano in grande distribuzione, il flop è abbastanza annunciato.
E quello di Unionbirrai...
Detto questo mi riporto rapidamente sull'argomento del post ovvero Birra, che stile! In tutta franchezza mi aspettavo più pubblico e più facce sconosciute, invece ho avuto i piacere di rivedere alcuni volti noti del mondo della birra artigianale, ma non la ressa tipica dei banco d'assaggio organizzati dall'Ais. Vero anche che, in questo senso, non ho una frequentissima partecipazione da addurre, e forse mi ero fatto qualche illusione di troppo, tuttavia ero convinto che le birre si sarebbero volatilizzate in poche ore. Colpa di qualcuno? Forse no, forse serviva solo un po' di pubblicità in più, forse i tempi non sono ancora così maturi, forse i sommelier preferiscono, con un tema abbastanza nuovo per loro come le birre, partecipare a una degustazione guidata piuttosto che a un tasting.
Ma, in questi casi, si deve sempre fare la tara del debutto. Magari la prossima volta andrà meglio. Io personalmente invece ho avuto modo di conoscere dal vivo Nicola Grande del Siebter Himmel. Conoscevo di nome il suo pseudonimo e il suo talento grafico, ma la Nuce è una dubbel che mi ha convinto molto. Soprattutto tenendo conto che lo stile a volte mi sembra accusare una certa "pesantezza" e non è mai stato tra i miei preferiti. Molto buona anche la 2 Cilindri del Birrificio del Forte, una porter morbida morbida, con un profumo che mi ha fatto venire in mente quando, bimbo, spendevo i miei soldi in Kinder Cereali. Quindi grazie per l'effetto nostalgia! Infine sono stato letteralmente "piallato" dalla Machete Double Ipa di Giovanni Campari, "conducator" del Birrificio del Ducato. E' stato come infilarsi con una tavola da surf in un tunnel di luppolo: inebriante, pericolosa, adrenalinica, "assuefacente"...

1 giugno 2012

Uomini che contano...

Charlie Papazian
Sì, ma non nel senso che ci sanno fare con i numeri... Contano nel senso che hanno un "peso", un'influenza specifica nel settore della birra artigianale. Insomma, gli opinion leader, quelli che fanno il piccolo mercato della birra artigianale italiana. L'idea di questo post mi è venuta qualche settimana fa, dando un occhio a questa pagina dell'americano The Daily Meal. Il quale proponeva una classifica delle 30 persone più "potenti" nel settore del beverage, quindi non solo birra. In classifica, che vede al primo posto il Ceo di Starbucks, con altri big boss tipo della Coca Cola, Pepsi Cola e AB Inbev, compaiono anche dei noti personaggi della birra artigianale a stelle e strisce: da Jason e Todd Alstrom di Beer Advocate (30) a Charlie Papazian (20). Mi sono chiesto quindi se si poteva fare un sondaggio, qui su Birragenda, per capire tra i miei sparuti lettori chi si ritiene influente nel nostro ambiente. Ovviamente si tratta di un giochino e niente di più, in primo luogo perché il mio pubblico non è così vasto da decretare una classifica davvero credibile, in secondo luogo perché comunque le classifiche di questo tipo tendono a premiare le persone più amate o con maggiore visibilità in rete e non, con matematica certezza, quelle che davvero hanno il "potere" d'influenzare il mercato della birra artigianale.
Fatta questa premessa ho allora cercato di riflettere sulla mia personale classifica per arrivare a creare una lista di nomi che ritengo abbiano tutti un certo peso eliminando dal contest solo due figure: una è la mia, né per timori di finire a zero voti né per sicurezza di vincere ma solo per onestà intellettuale (dovrei come minimo votarmi), la seconda figura è quella di Lorenzo Kuaska Dabove, ma per ragioni diverse ovvero credo vincerebbe troppo facilmente e poi lo considero troppo "padre della patria" per metterlo in sfida con gli altri.
Jason e Todd Alstrom
Ripeto, è solo un gioco ma è anche un tentativo di capire, in minima parte, a che livello è la percezione tra i miei lettori di chi davvero fa il mercato della birra artigianale. Sicuramente dalla mia lista resteranno fuori delle persone che qualcuno invece troverà giusto inserire. A questo punto vi invito a segnalarmi la persona nei commenti. Per il resto ho cercato di mettere dentro personaggi diversi: blogger e distributori, curatori di guide e produttori, gestori di locali...
Il criterio non deve essere la bravura o la competenza, ma solo l'influenza (definirlo potere mi sembra eccessivo, ma il termine vi si avvicina molto) cioè la capacità di avvicinare nuovo pubblico, e non consolidare il vecchio, al fenomeno birra artigianale.
Ok, credo di aver detto tutto. Adesso appronto il sondaggio e poi via ai voti.

29 maggio 2012

A tu per tu con l'uomo Mikkeller

Mikkel Borg Bjergsø
Di solito le interviste sono il metodo migliore per penetrare dentro la cortina che ognuno di noi possiede, o eregge, per difendersi dagli altri. Ho studiato per anni il modo migliore per farle. Una buona intervista necessita innanzitutto di sintonia con l'intervistato, una lenta tattica per invitarlo a "sbottonarsi", a uscire dalle dichiarazioni "a mezzo stampa" per rivelare qualcosa di sé. Nella mia "carriera" ho incontrato un po' di tutto, da chi in due secondi era pronto a raccontarti qualsiasi cosa a chi tentava in tutti i modi per farsi accreditare come un genio assoluto. Da chi, falsamente, cercava di mantenere un low profile a chi lo aveva davvero. Mai un'intervista è stata però così difficile come quella ottenuta da Mikkel Borg Bjergsø, l'uomo che sta dietro il progetto Mikkeller, sicuramente uno dei più rivoluzionari e, comunque la si pensi, interessanti fenomeni dentro il mondo della birra artigianale.
E invece, seduti su un divanetto di fronte a lui e in compagnia di solo un altro collega, il nostro ha mantenuto per tutto il tempo un atteggiamento distante. Io mi aspettavo un qualcosa in stile Teo Musso in salsa scandinava, lo sguardo acceso, le parole a rotta di collo, la visione messianica, insomma... fuoco e fiamme.
E invece Mikkel Borg Bjergsø ha un aplomb invidiabile. Certo, magari il fatto di averci fatto una chiacchierata a un'ora dall'apertura cancelli del suo primo Copenhagen Beer Celebration può giustificare il fatto che avesse altri pensieri in testa. Poi mettiamoci pure il carattere ma, onestamente, il creatore e guida spirituale del progetto Mikkeller appare come una persona molto seria. Che abbia carattere non ci piove visto che l'idea di organizzare una sorta di "controfestival" nelle stesse giornate del Copenhagen Beer Festival non può non avere delle motivazioni serie. E per serie intendo dire "politiche"... Ovvero non mescolarsi alla presenza di Carlsberg nel Beer Festival. Ma, questa, è solo una mia supposizione perché a domanda specifica, il nostro uomo ha glissato...
Ma ecco qui la breve intervista con Mikkel Borg Bjergsø...
D. La Copenhagen Beer Celebration coincide perfettamente con il Copenhagen Beer Festival...
R. Sì, nella stessa settimana a Copenhagen si tiene un altro festival, molto più grande del nostro. Ci siamo stati anche noi gli anni scorsi, ma abbiamo ritenuto che non ci fossero degli sviluppi interessanti, che l'evento si ripetesse sempre uguale. Sempre le stesse cose... Abbiamo deciso di farcene uno nostro, focalizzato maggiormente sul rapporto tra birra e cibo che credo sia la grande sfida del prossimo futuro per noi produttori... Oggi nei ristoranti il vino è ancora la scelta dominante... ma le birre si possono abbinare benissimo con il cibo... Qui abbiamo creato un rapporto con un bravo chef danese che prepara la cena per tutti i partecipanti alla Celebration, inclusa nel prezzo del biglietto, con una birra in abbinamento...
D. Questo festival ha comunque una caratteristica particolare: i biglietti in vendita non erano più di mille al giorno...
R. E li abbiamo venduti tutti in poche ore. In realtà il nostro scopo non era quello di fare un vero e proprio festival, ma più che altro una grande party e, naturalmente, il fatto di servire la cena comportava un numero "chiuso". Volevamo anche che il pubblico potesse incontrare davvero i birrai presenti, il tutto in un'atmosfera più tranquilla rispetto a quella dei festival tradizionali, ma anche di festa con i birrai...
D. Tutti i birrai sono presenti?
R. Non tutti, ma la stragrande maggioranza sì. Chi non era presente ha preso parte a una specie di stand "collettivo"...
D. Come giustifica la rivoluzione artigianalbirraria danese?
R. Beh, tradizionalmente le birre artigianali arrivavano dall'Europa, dal Belgio, dalla Germania e dal Regno Unito. Poi c'è stata l'esplosione del fenomeno americano e infine l'onda è arrivata anche da noi. Perché? Perché si è manifestato il desiderio di fare birre diverse rispetto a quelle che si bevevano normalmente. La Danimarca è una piccola nazione con uno dei più grandi produttori di birra del mondo. Logico quindi che il mercato fosse molto dominato da Carlsberg. Qualcuno si è stancato e la gente era pronta a un cambiamento... Nel 1997 avevamo circa 9 birrerie in Danimarca, oggi ce ne sono circa 130... Ma il fenomeno non riguarda solo noi, è dilagato anche nel Regno Unito, in Italia, in Spagna, in Brasile, persino in Francia e in Belgio. Forse solo la Germania al momento è ferma....
D. Lei però è una figura strana nel movimento internazionale. Fa la birra senza avere un impianto....
R. Io ho iniziato a fare la birra in casa nel 2003 e nel 2005 ho pensato che avrei voluto dimostrare agli altri cosa sapevo fare. Mi rendevo conto che quello che facevo in cucina era meglio di quello che bevevo in giro. Anche le nuove birrerie tendevano a fare cose abbastanza normali, ma era ovvio. Se hai un impianto e tutta un'organizzazione hai dei costi che devi sopportare e avere questi costi ti costringe a dover fare delle scelte che non erano solo le tue, ma quelle dettate dalle esigenze commerciali. Sì, le etichette erano più accattivanti, le birre un po' più buone, ma niente di davvero originale. Noi non volevamo avere un'attività commerciale, volevamo far vedere cosa eravamo in grado di fare con la birra...
D. E così siete partiti solo con la ricetta in mano...
R. Esatto, e noleggiando un impianto per un giorno o per una settimana, poi anche per un mese quando le cose hanno iniziato a funzionare. Solo un anno dopo ero in giro per il mondo a cercare collaborazioni di prestigio. Credo che la prima sia stata con l'americana Three Floyds, per me la birreria numero uno al mondo. E così andiamo avanti, facendo le nostre ricette e collaborando con quelli che consideriamo i migliori birrai nel campo internazionale...
D. Ma all'inizio non avere l'impianto poteva anche essere una necessità, oggi è sicuramente una scelta...
R. Sì, oggi è una scelta. La scelta di essere liberi di fare quello che si vuole. Se domani la gente smettesse di comprare la mia birra, io posso chiudere senza troppi problemi. Al momento, fortunatamente, non abbiamo problemi a venderla...
D. Ultima domanda: ha idea di quante etichette Mikkeller ci siano in giro attualmente?
R. (sorride per la prima volta) Tante di sicuro. L'anno scorso ne abbiamo fatte oltre 110, oggi abbiamo più di 200 etichette diverse. Forse 220. Ma questa è la cosa interessante ed eccitante allo stesso tempo. E sono i numeri della mia libertà di espressione...

28 maggio 2012

Pub crawling in Copenhagen...

Copenhagen Brewpub
I lati positivi del mio lavoro sono molteplici. Mi guadagno da vivere scrivendo. E già questo è, per me, una cosa fantastica. Scrivo delle mie passioni, in primis la birra, ed è anche meglio. Infine viaggio per lavoro. Superlativo. Non che non ci siano dei lati negativi nella mia professione, anzi sono talmente tanti che, da un lato, sconsiglierei di seguire le mie orme, dall'altro fare la lista mi deprimerebbe troppo. Ma oggi mi sento positivo, quindi bando alle lamentele e ricordiamo la recente spedizione in terra danese dove ho avuto la fortuna di seguire due festival birrari di livello eccellente e fare qualche visita lampo in alcuni locali di Copenhagen.
I tempi, durante questo tipo di viaggi, sono sempre ristretti. Si cammina molto, si fa quasi irruzione nel pub prescelto, si bevono un paio di birre tanto per farsi un'idea e si prosegue verso la tappa successiva. Insomma, un vero e proprio pub crawling senza indugi e, elemento negativo, senza troppi approfondimenti. Devo confessare comunque che tutte le mie più rosee aspettative su Copenhagen sono state rispettate. La città nasconde un sacco di "fermate" birrose di alto livello. La prima uscita è stata quindi destinata al Copenhagen Brewpub. La scelta è stata determinata da mere questioni di vicinanza visto che la prima sera eravamo un po' cotti dalla levataccia mattutina e dal lavoro dei giorni precedenti. Il posto è comunque suggestivo, ha un bel cortile interno, l'impianto a vista sulla sinistra e una scaletta che porta nell'interrato dove si trova il vero e proprio locale. Area pub con servizio di cucina veloce (hamburger e cose così) e sala ristorante dove si cena a un livello insolitamente alto per una birreria o brewpub. Le carni, come vuole la fama danese, sono eccellenti, i dessert favolosi. In accompagnamento ho provato un po' di tutto vista la possibilità di fare piccoli assaggi (samples): risultato qualità più che buona su tutto con vertice assoluto per la Cole Porter, birra con la quale avrei potuto fare tutta la serata.
L'ingresso della Norrebro
Meno bene invece sul fronte Norrebro Bryghus sulla quale avevo riposto ampie speranze. Il locale è carino, interrato come il precedente (ma scoprirò più tardi che questa sembra essere una pratica molto diffusa tra i locali cittadini) e sicuramente molto noto. Impianto a vista, possibilità di prenotare beer tasting (cosa che forse avremmo dovuto fare anche noi) e pure di acquisto take away. Tuttavia le due pinte al nostro tavolo, una di New York Lager e l'altra di Bombay Pale Ale, ci sono sembrate anonime e un po' prive di personalità. Il giudizio definitivo è comunque sospeso: al Copenhagen Beer Festival, l'ottimo Laurent Mousson, nostra guida e vate in materia di birre danesi, ci ha detto che le produzioni Norrebro sono due e la migliore non è davvero quella del brewpub.
Ol Baren
Comunque ripartenza e a caccia dell'Ol Baren (alcune O dovrebbero essere scritte "alla danese", ma non trovo da nessuna parte il modo per farlo... sigh!). Dell'Ol Baren ci aveva parlato bene Alessio Leone, globe trotter della birra con i giusti agganci "familiari" a Copenhagen. Trovare il posto non è stato comunque facile. Sono un convinto sostenitore dell'understatement, ma un locale così dimesso non mi era ancora capitato... La porta in legno è sormontata da una piccola insegna al neon che recita "Ol" (che significa birra). A fatica si capisce che dietro la porta e le vetrate c'è dentro qualcuno che beve. Entriamo e scopriamo che il posto è piccolo, quasi un ritrovo per carbonari. Qualche tavolino, il bancone non certo immenso e una signorina alle spine che, quando non deve spillare, si diletta con ferri e maglia. Niente di male in tutto questo, anzi, solo che sembra di essere finiti dentro una distorsione temporale ed esserne usciti in un qualche pub sperduto nelle isole Shetland, anno di grazia attorno al 1930. Quando però riesco a mettere a fuoco le birre scritte sulla lavagnetta scopro che, oltre a qualcosa di abbastanza comune tipo Pilsner Urquell e Paulaner, ci sono due proposte firmate Beer Here, craft brewery di cui avevo sentito parlare bene in Italia. Mi fiondo quindi deciso su Hopfix e Hoptilicus e, se non è amore vero, è una passionaccia di quelle di cui serbi un lungo ricordo. Davvero delle grandi birre, da bere con disinvoltura e soddisfazione anche se, come è capitato a noi, te le servono nei bicchieri firmati Stronzo, nome di un'altra birreria danese (e che forse dovrebbe assumere un esperto di relazioni internazionali o almeno un nerd che sa fare delle ricerchine su Internet) che all'inizio pensavo che la ragazza "del maglione" ce l'avesse con me.
Applaudendo dunque all'Ol Baren e pure al lavoro di maglia della ragazza (un primo segno che la "ribellione craft" si sta imborghesendo?) e alzando un dito virtuale agli amici della Stronzo, decidiamo di accogliere un altro suggerimento italiano e ci diamo da fare per trovare il Plan B. Mappa di Copenhagen in mano, navigatore GPS installato su Iphone e tasso alcolico sotto controllo, passiamo per ben due volte nell'inpronunciabile Frederiksborggade (avete idea di cosa significa chiedere indicazioni stradali a Copenhagen?), per poi trovarci impietriti davanti al civico 48 a contemplare due vetrine talmente sporche che quasi nascondono un antro vuoto e squallido. Il Plan B è defunto, non sappiamo se per risorgere "alla nazarena" o per scomparire tra i flutti dei ricordi come l'Andrea Doria, ma al momento è out.
Mikkeller Bar
Quindi? Quindi abbiamo perso del dannato tempo, prezioso per vedere altro. Poco male, rapida tappa di decompressione all'Apollo Bryggeriet che sta all'ingresso dei giardini di Tivoli, utile se non altro a capire che puoi fare delle birre decenti anche senza essere famoso, avere atteggiamenti pseudo rivoluzionari o strizzare l'occhio solo ai talebani della birra artigianale, e infine touchdown al Mikkeller Bar. Ecco, il Mikkeller... Di questo "supereroe" della "nuova birra", di questo danese ormai più famoso di Amleto, delle sue birre da vertigini, avevamo sentito parlare fino a farci sanguinare le orecchie. Ogni tanto ci eravamo imbattuti in qualche sua creazione con impressioni a dir poco inquietanti. La Mikkeller 1000 Ibu provata al Craft Beer Co. di Londra ci era sembrata ad esempio una pugnalata ai nostri sensi, a partire dalle gengive per finire con il retrogusto. Ma come si fa ad andare per la prima volta a Copenhagen  e non fare un salto al Mikkeller Bar? La sirenetta passi pure, ma questo locale giammai. E infatti ci andiamo, anche con un collega dell'Irish Times che non gli pare vero di bere qualcosa di diverso da una stout. Il posto è maledettamente piccolo e maledettamente pieno, segno evidente che la fama ha ormai valicato i confini dei beer hunter "so-tutto-io" per conquistare i giovani gaudenti della capitale. Arredamento in stile minimalista Ikea, un po' deprimente a dirla tutta, piano interrato come si conviene e lavagna con tanti numerini per indicare la birra se la pronuncia danese non è il vostro forte. Ho deciso di andare in contropiede e invece di mettermi alla prova con varie amenità tipo le Geek Breakfast mi sono preso una Mikkeller Super Galena Ipa... Poi una "banale" American Dream Lager e.... incredibile, erano buonissime! Quindi, mi sono detto, Mikkeller non è solo un fuoco fatuo di provocazioni e "visioni", il tutto condito da una certa filosofia politica da guerrigliero zapatista. Quelle due birre erano fantastiche: aromatiche e luppolose, con un bellissimo taglio secco finale che faceva cantare le mie papille con "ancora, ancora....". Il mio cervello ha comunque mantenuto il suo consueto aplomb da ufficiale inglese in India (si fa per dire) e la scelta successiva è stata indirizzata sulla Zombie Dust dell'americana Three Floyds. Dentro di me pensavo, se sei in Danimarca devi bere danese, ma la curiosità ha preso il sopravvento. Birra strepitosa, che qualcuno la importi immediatamente (sono disponibile a investirci tutto il mio peso giornalistico... e pure quello fisico che è nettamente superiore!) o che qualcuno mi dica dove la si trova in Italia (Roma?). Sono disposto anche a prendere a pedate il posteriore del Freccia Rossa in qualsiasi momento pur di berla nuovamente... Altrimenti mi tocca andare a Chicago oppure, ovviamente, al Mikkeller Bar di Copenhagen...

6 maggio 2012

Teo vs Ago: l'intervista doppia...

Tempo di sperimentazioni qui a Birragenda. L'idea dell'intervista doppia ci scompifferava, a dire il vero, da un po' di tempo ma era sempre mancata l'occasione e, soprattutto, immaginavo che la cosa potesse funzionare bene solo in televisione (Le Iene docet). Tuttavia l'occasione della cotta insieme tra Teo Musso e Agostino Arioli mi sembrava troppo ghiotta per non provarci e allora eccola qui. La regola era che le domande fossero le stesse, i protagonisti sono stati intervistati separatamente.
Buona lettura...
Agostino Arioli
- Perché una birra insieme?
Ago: Perché Teo mi ha invitato (risposta concisa e lunga pausa, ndr.). Certo che c'è il gusto del confronto. Io non avevo pensato a una cosa del genere. Ci ha pensato lui e io sono stato contento di aver accettato l'invito. Sacrificando un impegno che avevo che a sua volta mi aveva costretto a sacrificare l'invito alla World Beer Cup di San Diego. Ma è stato un sacrificio che ho fatto volentieri: innanzitutto perché tutte le collaborazioni tra birrai sono delle occasioni di crescita, di scambio e di piacere. Poi Teo è sempre stato un amico per me, soprattutto agli inizi, ma lo è sempre rimasto... Ritrovare un amico e fare insieme a lui quello che ci piace maggiormente è quindi sempre un piacere per me...
Teo: Per me l'idea era quella di mettere insieme 30 anni di birra artigianale italiana (16 di Ago e 16 di Teo, ndr.). Far incontrare due storie, due filosofie, due pensieri diversi dopo tanti anni sarebbe stata una bella cosa. Dall'idea di fare una birra insieme siamo passati all'idea di fondere due filosofie in un unico prodotto. Bellissimo, molto stimolante ma anche molto difficile. Infine, questo nostro incontro è anche un modo per rispondere giocosamente al mondo degli appassionati che, in qualche modo, ha supposto una rivalità tra me e Ago, quando invece è tutto il contrario... Rivali proprio non lo siamo mai stati... Per giocare al massimo avrei voluto creare qui in birrificio una sorta di "ring" dove all'angolo di Ago ci stava la Tipopils e al mio la Super Baladin. Ci è mancato il tempo....
- Cosa invidi dell'altro?
Ago: La cosa che invidio di più a Teo è la sua energia, il fatto che è perennemente in movimento. Ma la parola "invidia" è oggi poco attuale per me. Ci sono stati dei momenti in cui invidiavo davvero la sua capacità di fare tante cose, il suo essere sempre così brillante. Ora più che altro ammiro la sua energia, ne sono incantato. Non si ferma mai, è sempre in movimento e tutte le idee che gli vengono in mente riesce a portarle avanti. Cazzo, un'energia incredibile. Questo aspetto lo ammiro molto...
Teo Musso
Teo: Guarda, penso di dire l'opposto di quello che ti ha detto lui (ride, ndr.). Io gli invidio il fatto di riuscire a stare fermo su una stessa cosa. Io so che non potrei mai essere come lui, ma ci sono dei momenti che gli invidio proprio questo suo lato del carattere, la sua solidità. Io ho un bisogno continuo di esplorare, muovermi...
- Una birra che ruberesti a Teo/Ago...
Ago: (lunghissima pausa, ndr.l). Guarda, rispondo solo per dovere d'intervistato. Perché, la cosa bella che c'è tra me e Teo è che facciamo birre molto diverse, ma anche molto complementari. Una linea di birre che comprendesse le mie e le sue sarebbe, non dico completa, ma straordinariamente interessante e variegata. Comunque ritengo che la birra più geniale di Teo sia la Xyauyù. Non è forse una birra che bevo spesso, ma quando me ne faccio un mezzo bicchiere godo...
Teo: Bah, ruberei naturalmente la sua birra simbolo, la Tipopils. Perché è in realtà una grande birra, sotto tutti gli aspetti. E' una grande pils, ma anche per il suo modo di comunicarla, la serietà nel comunicarla. Indubbiamente una grande birra...
- Dove sarai tra dieci anni?
Ago: Prima di tutto vorrei essere ancora sulla faccia della terra, con la mia compagna e mio figlio in Indonesia, però immagino che tu me lo chieda dal punto di vista professionale (ride, ndr.), e quindi ti dico che non c'è il minimo dubbio che vorrei essere ancora a fare birra. negli anni passati ho avuto dei momenti di dubbio ma oggi mi dichiaro felicemente birraio. Sono rilassato, non devo dimostrare niente a nessuno, lavoro il giusto. Fare birra è fantastico, ma vorrei migliorare sempre la mia produzione e realizzare qualche progetto che ho in cantiere. Sai, le mie birre richiedono degli anni per arrivare a maturità... Ah, e vorrei sempre riuscire a mantenere intatto il legame che ho con i consumatori...
Teo: Tra dieci anni non ne ho la più pallida idea (ride di nuovo, ndr.). No, in realtà, vorrei continuare a ricercare nuovi percorsi del gusto riuscendo però a mantenere questo dimensionamento. Di sicuro tra dieci anni avrò la cantina d'invecchiamento per le birre più figa del mondo! Ci sarà la possibilità di assaggiare Xyauyù di dieci anni di invecchiamento, posso immaginare già l'evoluzione, ma forse no, Forse i risultati saranno oltre l'immaginazione....

4 maggio 2012

The rumble in the jungle

Ago vs Teo: la foto simbolo (Ph. F. Mozzone)
La giornata del 30 aprile io l'ho vissuta come un vero e proprio evento. Come credo di aver scritto da qualche parte, non mi ricordo nemmeno più dove, la notizia dell'incontro-scontro tra Teo Musso e Agostino Arioli per fare una birra insieme mi era apparsa quasi poco credibile. Vero, i due si possono considerare, volenti o nolenti, i "padri nobili" della rivoluzione artigianal-birraria tricolore. Padri nobili ma anche padri diversi, per filosofia produttiva e filosofia commerciale. Diversi pure dal punto di vista caratteriale, comunicativo, di pura e semplice immagine. Anni fa li definivo "due occhi della stessa testa" ma pensavo agli occhi di David Bowie (che dovrebbero essere di colore differente, ma sembra sia una leggenda metropolitana). Comunque sia, questa loro reunion mi suonava come una jam session tra i Beatles e i Rolling Stones e la mia attesa saliva proporzionalmente all'avvicinarsi della data fatidica.
Il 30 aprile le colline attorno a Piozzo sono state sferzate da una pioggia insistente, costringendo il team del Baladin ad attrezzarsi per gestire tutta la giornata all'interno. Nessun problema. Era almeno un annetto che non bazzicavo da quelle parti e il birrificio l'ho visto trasformato: il capannone è stato dipinto a pié sospinto da Marco Bailone, l'artista che segue Teo da anni, trasformando una grigia sede produttiva in un colorato ambiente dove si lavora ma dove il pubblico si può trovare a proprio agio. Sala spedizioni, sala rifermentazioni, sala imbottigliamento (molto moderna e "aggressiva"), le botti per gli esperimenti e quella per il distillato di birra e infine il cuore pulsante con fermentatori da 130 ettolitri e tutto il resto. Difficile non restare impressionati pensando alla prima volta che ho conosciuto Teo almeno un decennio fa. Difficile anche stare dietro alla sua parlantina, a quel linguaggio che usa e che, con le parole, riesce sempre a disegnare una visione, un progetto nel quale, inevitabilmente, ti trascina. Agostino, da parte sua, sembra possedere maggiore concretezza, è didattico nei suoi ragionamenti e ti rendi conto che ogni frase che dice è stata meditata e ha un fondamento logico. Teo è l'elastico, Ago la fionda, Teo il politico, Ago il tecnico. Ma le metafore terminano qui. Che siano entrambi due dannatamente bravi birrai non ci piove e siamo d'accordo con Agostino quando ci fa pensare che le gamme del Birrificio Italiano e quelle del Baladin si potrebbero integrare quasi alla perfezione. Di sicuro, sarebbe una batteria fenomenale...
Agostino Arioli e Teo Musso
Ma parliamo dunque della birra in comune. Dire "in comune" forse non è del tutto esatto. Il progetto è un parto delle due menti, certo, ma la scelta sembra essere ricaduta più sulla strategia napoleonica del "marciare divisi per colpire uniti" piuttosto che su una classica collaboration brew. La birra finale, che ricadrà nello stile Imperial Russian Stout, sarà infatti figlia di un blend a sua volta figlio di due birre sviluppate singolarmente da Ago e Teo. Birre che potranno stare in piedi per conto loro e delle quali sono una parte confluirà nel blend Ago+Teo finale.
Insomma, i due protagonisti si sono spartiti i compiti con Agostino a disegnare la sua birra giocando forte sul fronte dei luppoli ("sopra le righe", per usare le sue parole), ma ricorrendo anche a un apporto interessante come l'uso di lamponi ("solo delle note"). Teo invece si è divertito con malti e lievito. L'assemblaggio, infine, è stato posto a maturare in botte, quasi 1500 litri, e in un'anfora da 150 litri.
Che birra salterà fuori? Boh è la mia risposta, sebbene la curiosità sia notevole sia per i "giocatori" in campo ma anche per il meccanismo produttivo complesso. Con quella dell'anfora che sembra proprio essere il nuovo trip dei birrai artigiani dopo le esperienze Cantillon e quelle di Leonardo Di Vincenzo.
Se il futuro di questa cotta straordinaria è nelle mani di Cerere, a me è rimasta la gioia di vedere due punti di riferimento assoluti della scena birraria italiana fianco a fianco, belli sorridenti, diversi sì, ma anche simili per molti versi. Nei prossimi giorni potrete leggere una specie d'intervista doppia ai due ma chiudo qui questo post per spiegare lo strano titolo che gli ho dato. Quando ho infatti chiesto che nome avrebbero dato alla birra (il blend intendo) non ho avuto risposte certe. Ci penseranno, ma a me è venuto subito in mente. "Rumble in the jungle" come il leggendario incontro di boxe tra Muhammad Ali e George Foreman tenutosi a Kinshasa nel 1974, incontro tra due grandi campioni, diversi per stile e carattere proprio come Teo e Ago, immortalati poi nel documentario When we were kings. Non so voi cosa ne pensate, ma a me piace un sacco...

20 aprile 2012

Birrificio, si spera, Yblon

Il logo del birrificio Yblon
Di questi tempi i miei sentimenti oscillano tra il nichilismo e il qualunquismo. Non ne sono fiero, sia chiaro. Ma vivere in Italia sta diventando sempre più complicato, frustrante, avvilente, deprimente. Non penso di essere una mosca bianca: basta leggere twitter o facebook, sempre più delle cartine di tornasole dell'aria che tira, per rendersene conto. L'allegra conduzione di vita della nostra classe politica, l'immutabilità delle facce in tutti gli schieramenti, l'uso personale del denaro pubblico e, allo stesso tempo, le incredibili giustificazioni date da questi elementi che a fatica si possono reputare membri del genere umano vanno di pari passo con uno Stato levantino, che sembra capace solo di asfissiare i piccoli mentre è completamente "zerbinato" di fronte ai grandi. Di là un certo Renzo Bossi che studia (?) a Londra (sembra) con i soldi dei rimborsi elettorali (ovvero nostri), di qua un ragazzino che aspetta oltre dieci anni per essere giudicato del furto di un ovetto Kinder, di là un imprenditore proprietario di televisioni e di media che diventa premier, di qua un imprenditore che fa fatica ad arrivare a fine mese e mica perché è un incapace, ma perché massacrato a ripetizione da leggine e normative applicate con la sagacia di un cinghiale che si vede circondato dai cacciatori.
Una delle birre dell'Yblon
Birragenda non è un blog politico, né lo vuole essere. Anche se parlare di birra di questi tempi potrebbe sembrare una perdita di tempo di fronte all'immensità del disastro che è stato perpetrato ai nostri danni. Che si perpetra ancora e che, con molta probabilità, si perpetrerà anche in futuro. Tuttavia, Birragenda si occupa di birra, nel senso più ampio del termine, e pertanto si occupa dei problemi che alcuni piccoli produttori si trovano a lamentare. Se non altro, cerca di essere una microscopica cassa di risonanza.
Perché fa male, fa incazzare, leggere che Jurij Ferri sembra a volte non poterne più. Perché ho il sospetto che dietro le "filippiche" di Bruno Carilli ci sia un malessere vero. E sono convinto che, se si facesse un sondaggio, dal mondo dei piccoli imprenditori della birra si leverebbero solo lamenti e urla di guerra. L'ultimo mi è arrivato oggi e riguarda un birrificio di cui ho solo sentito parlare, ma che non conosco personalmente. Si tratta del siciliano, di Ragusa, Yblon. Giornalisticamente parlando, dovrei scriverne solo dopo aver sentito "l'altra campana", ma dubito che la storia sia frutto dell'immaginazione. Non ne trovo i motivi.
Ordunque, il racconto che fa l'Yblon è inquietante ma, a mio avviso, tristemente rappresentativo di alcuni degli aspetti più drammatici in cui versa l'Italia. Il comunicato stampa è lunghino, ma non mi sono sentito di tagliarlo o di riassumerlo. Va letto per intero e meditato. Alcuni passaggi sfondano il senso del ridicolo, ma la sostanza non fa ridere per niente. Un ultimo avvertimento: se lo leggete dopo aver visto una puntata di Report, Servizio Pubblico o, anche, Le Iene, lo fate a vostro rischio e pericolo...

“Impresa e burocrazia. Il caso del Birrificio Yblon”

La storia del marchio Yblon è complessa e travagliata. Racconta della determinazione di un gruppo di giovani imprenditori ragusani ostacolata, come spesso accade, dalle cavillose procedure burocratiche italiane e dalla scontata esigenza di rispetto delle leggi, che però devono potersi interpretare con elasticità per non divenire barriere insormontabili.
La società Yblon nacque lo scorso anno dall’idea di realizzare una nuova ricetta di birra artigianale. Come iniziare? Come ovvio, dalla struttura: bisogna trovare i locali, acquistare i macchinari e testare la ricetta prima di poter dare inizio alla produzione.
Così, trovata la sede, il gruppo inizia i lavori di ristrutturazione dei locali e acquista i macchinari. In attesa che il cantiere si completi, il gruppo Yblon, che non ha intenzione di perder tempo, si  organizza per iniziare a testare la ricetta e per mettere in produzione un primo lotto, appoggiandosi ad un birrificio della provincia già fornito di tutte le autorizzazioni possibili.
Quest’ultimo, prima di iniziare la collaborazione con Yblon, si rivolge all’agenzia di dogana di Pozzallo, che come unica istruzione dà disposizioni sulla registrazione delle materie prime in entrata e su quella della merce prodotta in uscita.
Intanto, i titolari del gruppo Yblon decidono di attivare l’impianto pilota nella propria sede, che ancora è un vero e proprio cantiere, per testare (con cotte da 15/20 litri) le ricette che in seguito sarebbero andate in produzione presso le strutture dell’altra azienda. Sperimentare una ricetta, come è facile intuire, è un passaggio fondamentale per assicurare al consumatore finale un prodotto di qualità.
Il 24 giugno, però, una visita a sorpresa dell’agenzia di dogana di Siracusa, dispone il sequestro delle attrezzature ancora scollegate, dell’intero immobile ancora in costruzione e dell’impianto pilota. L’accusa è di produzione clandestina, nonostante i funzionari della dogana abbiano constatato di trovarsi in un cantiere. La presenza dell’impianto pilota funzionante, dei fermentatori in plastica, di qualche vecchia bottiglia e di due sacchetti di malto forniscono prove sufficienti per l’accusa.
“Durante le fasi di archiviazione dei materiali - raccontano i titolari del gruppo – ci è stato chiesto più volte di illustrare le fasi di lavorazione della 'distillazione' della birra e, in merito alla decisione di produrre la nuova ricetta presso un altro birrificio, ci sono state poste domande del tipo ‘Ma com’è possibile che un birrificio concorrente produca per voi?’ e anche ‘Ma non è controproducente per voi dare la vostra ricetta ad un concorrente?’. Da restare allibiti !
A questo punto il gruppo Yblon si trova costretto ad avvalersi di un legale che dopo un mese riesce ad ottenere il dissequestro dei locali, ma non dell’impianto pilota e dei fermentatori che rimangono per il magistrato un mezzo con il quale nei mesi successivi l’impresa avrebbe potuto continuare la sua “attività illecita”; impedendo così  la continuazione dei lavori di sistemazione degli impianti (gas, vapore, acqua e via dicendo).
Oggi, a distanza di otto mesi dal sequestro, gli impianti sono ancora bloccati, le bottiglie sequestrate, anche se prodotte legalmente sotto la licenza del birrificio partner, sono scadute e quindi invendibili.

Birrificio, si spera, Yblon.    

6 aprile 2012

An interview with Jeff Evans

Jeff Evans
Jeff Evans è uno dei più autorevoli beerwriters britannici, con un impressionante curriculum a partire dagli anni Ottanta quando ha iniziato a scrivere professionalmente di birra. E' stato editor della Good Beer Guide del Camra, la "bibbia" dei migliori pub inglesi, ha scritto diversi libri (sette edizioni della Good Bottled Beer Guide, A beer a day, The Book of Beer Knowledge e il recentissimo e-book Beer Lover's Britain). I suoi articoli appaiono sulle principali riviste in lingua inglese, da All about beer a What's Brewing dal Morning Advertiser a Class. Infine è chairman all'International Beer Challenge di Londra e giudice in diversi concorsi birrari. Incluso, recentemente, quello di Birra dell'Anno. Jeff è molto interessato alla realtà artigianale italiana, mi è capitato di fargli da driver qualche anno fa in visita ad alcuni birrifici del nord Italia, e sono quindi felice di poter pubblicare qui una breve intervista proprio sulla realtà artigianale tricolore vista attraverso i suoi occhi... e il suo palato. L'intervista è pubblicata in inglese, spero non sia un problema per nessuno.
In rete, potete trovare Jeff Evans, i suoi libri e le sue recensioni, su InsideBeer.
M.M.


You experienced judging at Birra dell'Anno this year, but this is not your first time sampling Italian micro brews. So, what's your overall opinion of the average quality of the Italian craft scene?

It's like the craft beer scene in every country: there are good experiences and not so good experiences. But I find it very exciting. The best Italian beers are up there with the best in the world. There's no doubt about that. Italy has some very accomplished and innovative brewers. I think it possibly comes from being a nation that has not given up on the simple pleasures of taking time over preparing and enjoying food and drink. The wine influence always strikes me as being very important, too.

Strength and weakness of the Italian craft beer. What's your opinion?

It's still a very young sector and people are still learning. There will be a shake out of breweries in time, with those that are not up to scratch leaving the business and those that are good going from strength to strength. That's what has happened in the UK and in the US. Apart from the natural talent and keenness to learn of your brewers, one of the biggest assets is probably the huge competition from wine. This means that brewers have had to compete at the highest level right from the start in order to gain public acceptance as producers of a quality, gourmet product.

Baladin, Italiano, Ducato... Are any "new" Italian microbreweries that impressed you lately?

There are so many new breweries that it is now difficult to keep up. The well-established breweries still set the standard but I know from the results of Birra dell'Anno that there are plenty of challengers now. In addition to the names you mention, I am always impressed with Toccalmatto. Their beers always do well in the International Beer Challenge. At Selezione Birra, they had a one-off saison called Oceania, brewed with New Zealand hops. It was excellent, full of zesty citrus flavours but with the quenching dryness of a Belgian saison.

How do you consider the Italian craft beers in the British market? Do you think they have a chance for success in a traditional beer market like UK?

In the traditional UK beer market no, but the UK beer market is changing fast. We now have lots of specialist beer bars and specialist beer shops, where customers are happy to pay more for exotic beers of high quality. That's where I see the Italian craft beer imports sitting. There are certainly some beers that would prove popular on draught (Tipopils, for example), but it'll mostly be high-end, well-presented bottled beers that will succeed. Sales will not be huge but there will be a market for them as the word goes around that Italian craft beer is something to seek out. What will help is the excellent packaging. Many of the Italian beers just look so classy and inviting.

Last, but not least. Are you planning a "brew-visit" to Italy soon? Which micros would you like to see?

I'm afraid I can't see me getting to Italy for a while but I've promised Giovanni Campari at Ducato and Bruno Carilli at Toccalmatto that I will visit them one day. I hope it will be sooner rather than later. And I'm always open to invitations!

2 aprile 2012

Dentro lo Zythos Bierfestival...

Premessa importante: io allo Zythos Bierfestival non sono mai stato. Ergo, teoricamente, non dovrei parlarne... Il caso vuole però che, un paio di settimane fa, fossi stato invitato a fare un breve ma intenso viaggio stampa a Lovanio e a Beersel e che, la prima sera, fosse stato organizzato una sorta di "pre" Zythos a uso e consumo di una pattuglia di giornalisti arrivati dall'Italia, dalla Spagna e dall'Inghilterra.
Ho quindi avuto modo di conoscere e scambiare due parole con Yannick de Cocquéau, uno dei componenti del "board" dello Zythos, vale a dire un membro del comitato organizzatore. A lui ho chiesto lumi su alcuni aspetti organizzativi partendo dal presupposto, confermatomi da Yannick, che di italiani allo Zythos se ne sono sempre visti parecchi e che, da quest'anno, il festival avrà come sede proprio la città di Lovanio. Una location strategica per diversi fattori: in primo luogo Lovanio è facilmente raggiungibile in treno direttamente dall'aeroporto di Bruxelles (in 15 minuti circa), in secondo luogo Lovanio è città universitaria quindi con una vita serale-notturna intensa e vivace, punteggiata di locali dove incontrarsi davanti a una birra e con un'ottima e diversificata ricettività alberghiera.
- Allora Yannick, diamo un po' di numeri allo Zythos...
«Innanzitutto il festival è nato nove anni fa per promuovere le birre belghe. La scorsa edizione ci sono state circa 10mila persone. Quest'anno, con la sede a Lovanio, ne aspettiamo almeno 15mila. Ci saranno 96 stand per circa 104 birrerie. Tutte le trappiste, tranne Westvleteren ma, per la prima volta, le birre di St. Bernardus»
- Chi viene allo Zythos?
«Beh, innanzitutto belgi ovviamente. Ma abbiamo molta partecipazione dalla Francia, dall'Olanda e dall'Italia. Tanto che il nostro sito è presentato anche in italiano»
- Quanto costa entrare allo Zythos?
«L'ingresso è gratuito, con cauzione per il bicchiere, e lo staff è composto da volontari. Lo Zythos Bierfestival ha un board organizzativo permanente di circa dieci persone. Durante il festival i volontari sono circa 250. All'ingresso si possono acquistare i token per la birra: un token vale 1,40 euro. I soldi vengono ripartiti in questo modo: sull'incasso la piccola birreria può trattenere fino a 80 centesimi per token, la grande fino a 70 centesimi. Nulla vieta comunque che il partecipante possa trattenere meno, concedendo una percentuale superiore all'organizzazione»
- Cosa significa "birreria piccola", "birreria grande"?
«Il confine tra le due è determinato dalla produzione: più o meno di 750 ettolitri l'anno»
- Perché andare allo Zythos?
«Perché è una vetrina importante per conoscere le birre del Belgio, perché molte birrerie aspettano lo Zythos per presentare nuovi prodotti e sottoporli al giudizio degli appassionati, perché partecipano piccoli produttori spesso ancora poco noti e... perché ci si diverte!».

29 marzo 2012

Una giornata al Vinitaly


Una giornata, ecco, perché a Verona una giornata basta e avanza. Andiamo con ordine. Partenza da Milano Centrale in treno perché l’esperienza, vado a Vinitaly dal 2000 (che culo, eh?), m’insegna che parcheggiare fuori dalla Fiera è come giocare a Tetris. Ci metti del tempo a trovare l’incastro giusto poi, quando provi ad andartene, ti chiedi perché non ti sei portato con te Guerra e Pace, che hai ancora un paio di capitoli da leggere…
Il treno si affolla sempre più. Davanti a me un collega di quelli simpatici, che non se la tirano, che non si sono esaltati con Twitter e con Facebook, che non credono di essere i Messia dell’Aglianico. Insomma, merce rara. Ma la carrozza, all’ultima fermata prima di Verona Porta Nuova, è stipata. Mi guardo in giro e incrocio sguardi poco rassicuranti. C’è voglia di bere. E parecchia…
Dalla stazione alla fiera si va a piedi, così possiamo incrociare i bagarini che vendono sottocosto i biglietti d’ingresso. Penso che se hai fortuna, a Vinitaly al massimo incontri Piero Antinori, mica Bruce Springsteen… Dentro una calca pazzesca, un popolo in cammino, gente che trinca dappertutto, cercando comunque di darsi un contegno ovvero socchiudendo leggermente gli occhi, inspirando dal bicchiere come un bloodhound, prendendo un piccolo sorso, assumendo il volto di uno che cerca di calcolare la trigonometria dei tannini e concludendo con un “buono, buono davvero”.
Ma siamo solo alle prime ore. La Fiera Internazionale del Vino è comunque già in tilt. I cellulari sono in affanno, il wifi collassa probabilmente sotto le raffiche di tweet (al 99% condensati di fuffa e onanismo digitale) targati Vinitaly o Vinitaly2012. Decido di fare quello per cui sono venuto. Mi butto su Agrifood e sullo spazio dedicato alle birre artigianali, organizzato da Luca Grandi e Officina Eventi (ovvero quelli che fanno Birra Nostra a Padova). L’idea della concentrazione in un unico spazio piace. È sul perché essere a Vinitaly che si registrano pareri discordanti: entusiasti (Birrificio Elav), soddisfatti (Birra del Borgo), perplessi (Birrificio Italiano), sereni (Birra Baladin), decisamente scontenti (Tenute Collesi) . Leonardo Di Vincenzo mi racconta l’esperienza della birra “etrusca” elaborata a sei mani con Sam Calagione e Teo Musso (e la collaborazione dell’archeologo molecolare Patrick McGovern). Ingredienti “archeologici” come il grano Saragolla, miele di castagno, rosa canina e millefiori, nocciole, melograno, resina d’albero, uva passa e, ovviamente, luppolo e malto d’orzo. Al momento sta fermentando in anfore di terracotta a Borgorose ed è inutile dire che non vedo proprio l’ora di assaggiarla…
Teo Musso, Agostino Arioli ed io (courtesy Luca Grandi)
Tuttavia non è questa la notizia clou della giornata, quanto piuttosto l’annuncio della collaboration brew tra Agostino Arioli e Teo Musso. La notizia me la passa Agostino con la solita flemma che lo contraddistingue. A me che sgrano gli occhi pensando a un’iniziale presa per il culo, risponde il suo sorriso. Poi arriva Teo e la conferma definitiva: appuntamento al 30 aprile all’Open Day di Piozzo.
E così eccoli lì i due (anche in foto grazie a Luca Grandi). Pronti al concerto che nemmeno i Rolling Stones e i Beatles hanno fatto insieme. Maradona e Platini che giocano insieme (altra bella metafora made in Schigi). Qualunque cosa verrà fuori dalla collaborazione, in termini di comunicazione la “strana coppia” ha fatto centro. E, per dirla tutta, se la comunicazione fosse un loro ben preciso intento, chi se ne frega. A me incuriosiscono molto queste collaborazioni, soprattutto se arrivano da birrai diversi e dal carattere ben preciso. Schigi e Carilli, tanto per non far nomi. Ma anche un Beppe Vento e Dano del Troll. E mi piacerebbe pure vedere robe strane tipo Leonardo Di Vincenzo e Fabiano Toffoli, Nicola Perra e Renzo Losi, Fabio Brocca e Jurij Ferri… Fantascienza? Forse sì, però…

22 marzo 2012

Visions of Brewfist

Lo so, sono sparito dalla circolazione per qualche giorno e ho pure ritardato a pubblicare gli ultimi commenti relativi all'IBF ma, capitemi, avevo una rivista in chiusura e sto recuperando per consegnare un altro lavoro, a sfondo belga diciamo così... Tuttavia, ora che mi trovo a Lovanio per lavoro, provo a buttare giù qualche riga sull'inaugurazione del locale bandiera del Brewfist ovvero il Terminal 1 di via Ferrari a Codogno. Pur non potendo vantarmi di essere un globetrotter della birra artigianale italiana, ci tenevo molto a presenziare al debutto in società di quello che ritengo essere il birrificio del momento. Sicuramente la rivelazione 2011 insieme a Extraomnes. Di Pilato e Maiocchi mi avevano convinto fin dai primi, casuali, assaggi; mi era piaciuta anche la loro immagine, o meglio l'immagine trasferita dal loro sito, tanto da convincermi a coinvolgerli nella serata "Birra.com" che avevo organizzato alla Triennale di Milano più o meno un mese fa. Un tono leggero, vagamente ironico, con un pizzico di insolito understatement, per delle birre costruite solidamente e di notevole affidabilità sul medio-lungo periodo mi fanno pensare che il Brewfist non sia una meteora nel sempre più affollato firmamento artigianal-birrario nazionale. E "l'acquisto" recente di Alessio Allo Gatti, che dove è andato ha sempre fatto grandi cose, è una conferma ulteriore delle intenzioni serie dei ragazzi di Codogno...
Andrea Maiocchi al lavoro
Il locale mi sembra molto ben piazzato come location a livello strategico: tanto per dire, il mio navigatore non aveva identificato la via con precisione, ma in pochi minuti mi ci sono trovato davanti lo stesso. L'arredamento con bancone a isola centrale è convincente anche se eliminerei il parcheggio aereo per le bottiglie di distillati sopra la testa (saranno anche comode, ma a me fanno un po' bar-tabacchi). Bella la mega-lavagna con l'elenco delle birre a disposizione, mi ricorda i pub americani, ambiente nel complesso un po' spoglio e freddino, ma giudicare un locale appena aperto è come prevedere a quale corso di laurea si iscriverà un bimbo delle elementari.
Buono l'hamburger, soprattutto in una serata inaugurale, e perfette le birre assaggiate. Jale a parte che, personalmente, non mi ha emozionato tanto. Sicuramente non tanto quanto la Burocracy o la Spaceman in versione Dry Hop, delle due la mia birra "per tutta la sera" resta comunque la prima, o la Fear...
In buona sostanza e per quanto sia difficile giudicare un posto al suo debutto, credo che il Terminal 1 si candidi con autorevolezza a diventare un punto di riferimento birrario per la zona. E un valido motivo per andare a Codogno. Del resto, fino al 16 marzo scorso, non ne conoscevo altri...