28 ottobre 2008

Siamo tutti "beer snob"?




Prendo spunto da un interessante commento del sempre interessante Kelablu direttamente dal Salone del Gusto di Torino che, ahimé, ho dovuto saltare questa volta. Alla pagina http://blog.gamberorosso.it/kelablu/node/1187 l'autore riporta il commento di un visitatore appena riemerso dallo spazio birre artigianali che riporto fedelmente: "Uff che caldo, c'è troppa gente, e questi sono tutti snob". Evidentemente riferito ai produttori, e forse pure ai consumatori, di birra artigianale. In effetti, da un po' di tempo a questa parte, anche a me pare che il virus dei "gran sacerdoti del vino" ovvero di quelli che sono prontissimi a pontificare, denunciare, fucilare a parole chiunque non sia acceso dal sacro fuoco dell'artigianalità (parola sulla quale oggi andrebbe aperto un dibattito serio e approfondito perché spesso si rivela cortina fumogena abusata e vilipesa), si sia esteso alla comunità dei "birrofili". Il rischio è quello di essere visti, almeno da fuori, come una sorta di "chiesa" con tanto di pontefice massimo, clan di cardinali e folla urlante e pronta a mettere al rogo i presunti eretici o miscredenti. Sia chiaro, non è mia intenzione proporre l'adozione della filosofia qualunquista del "vivi e lascia vivere" ma lo spazio alla critica, e anche all'autocritica, mi sembra si stia riducendo con il rischio di arrivare a una forma di paranoia mentale. La stessa che ogni tanto si respira, da molto più tempo, nel mondo del vino e che ha portato a note prese per il culo (su tutti un fantastico Albanese) che poi possono sfociare in, questo sì, qualunquismo di rigetto, per cui è buono ciò che piace e chissenefrega del parere del presunto esperto di turno. Che spesso invece di educare con la cortesia dovuta a un argomento che sarà importante ma non vitale, spara sentenze inappellabili e giudizi sommari. Ho sempre in mente il, per me, mitico Colonna del Macche di Roma. Uno che potrebbe avere tutte le ragioni di tirarsela all'infinito e che invece propone le sue birre, quasi sempre sconosciute ai più, con garbo e rispetto. Senza far sentire il cliente profano come un idiota da circo. E il risultato è che l'idiota, pardon il cliente profano, quella birra poi la beve, la comprende. E spesso e volentieri, gli piace pure.

15 commenti:

Anonimo ha detto...

Caro Maurizio, leggo con interesse il tuo ed altri blog, specie quando ci sono critiche, in quanto sono proprio queste, se prive di faziosità e se costruttive, a dare la versa spinta per crescere, sia singolarmente che come gruppo. In questo caso credo, che a meno che non si voglia fare di un erba un fascio, la critica che riporti, non sia nè costruttiva, nè tantomeno realistica. Mi spiego meglio. Non ho la fortuna di conoscere tutti i birrai italiani, ma una buona parte sì e togliendo alcune eccezioni di personaggi che appaiono più come guru ed imprenditori che come semplici birrai, più unici che rari , ed altri, più ristoratori, gli altri sono gente schietta, che amano la gente, lo stare insieme, che cercano di spiegare la birra artigianale con semplicità. E' gente che fa anche 200 Km su una Diane per andare a presentare le proprie birre in un locale, misurandosi spesso con gente che ignorava fino al giorno prima cosa significasse birra rtigianale e nonostante questo, con il linguaggio della gente, spiegano perchè fanno birra, come la fanno ed accettano critiche, suggerimenti. Io non fumo e ho pochi capelli, nonostante ciò faccio la birra, mi ritengo una persona semplice e creativa, così come tanti colleghi, che proprio per questo vestono in maniera "easy", hanno qualche tatuaggio o si arrotolano da soli la sigaretta, gente che ha una propria visione della vita che molto spesso è in forte conflitto con lo snobbismo di certi ambienti. Che dire poi degli amanti/utenti della birra artigianale? Un ventaglio di umanità diversa, dal "bocconiano" al punk-rock alla ragazza che cerca un prodotto naturale e genuino. C'è chi ama degustare e chi ama bere, poi ci sono gli homebrewers, sempre desiderosi di apprendere o di confrontarsi o di criticare, persone che magari parlano ore delle proprie cotte o ricette, ma che non sono assolutamente snob.
Chi crede che una rondine faccia primavera, chi pur di scrivere e fare platea, getta in campo conclusioni affrettate e scarsamente motivate, impari a prendersi il tempo necessario prima di giudicare un ambiente che conosce di sfuggita o per sentito dire. Saluti Claudio

Maurizio ha detto...

Caro Claudio (ho la sensazione che ci conosciamo anche di persona),
ti ringrazio per il tuo commento che non posso non condividere. Non ho nessuna intenzione di fare di tutta un'erba un fascio e sono perfettamente consapevole, e d'accordo con te, sulla maggior parte dei birrai (almeno quelli che conosco anche io) e idem per gli appassionati. Certo che il commento di Kelablu mi ha incuriosito perché per quanto adesso sia diventato di moda parlare o intendersene (o presumere di) di birra artigianale, questa non è ancora una realtà che ha tutta l'attenzione che merita. Però quella frase detta dal visitatore X non credo sia inventata (certo potrebbe essere anche lo sfogo di un idiota che ha dovuto aspettare più di 5 secondi per una birra)e a mio avviso riflette un rischio più che una realtà. Un rischio che, magari inconsapevolmente, tutte le comunità corrono quando, per cause diverse, vengono messe sotto i riflettori e si allargano improvvisamente. Capita così che qualcuno si senta custode dei "bei vecchi tempi" e rimpianga quando si era pochi ma buoni (nessun birraio appartiene a questa schiera), qualche appassionato, a mio avviso, invece sì. Ma, ripeto, si tratta di eccessi personali, magari anche caratteriali, e non di uno stile del gruppo... Comunque, il mio post era una condivisione di una sensazione e sono davvero contento del tuo intervento... (Nooo, la rima nel finale, nooo....)

Anonimo ha detto...

E’ però più di una sensazione quella che i signori produttori di birra artigianale italiana siano ( e lo voglio dire in maniera davvero amichevole in quanto alcuni “mastri birrai” sono bravi per davvero ) una banda di extraterrestri che producono birra per poi ritrovarsi a fiere ed a manifestazioni in giro per l’Italia per berselo il loro nettare e tutti insieme divertirsi come fossero ad una sagra di paese. Al Salone del Gusto l’astronave su cui erano ospitati era davvero emblematica per ribadire questo concetto. Sono davvero pochi quelli che sanno il fatto loro, troppa improvvisazione, spesso cattivi imprenditori. Ho un attività di somministrazione e ricordo che nello scorso autunno avevo contattato telefonicamente 5 birrifici sparsi per l’Italia per avere i loro prodotti. Il primo non lo si trovava, il secondo mi riferì che sarei stato richiamato appena possibile per prendere accordi,il terzo non sono riuscito a trovarlo il quarto si sarebbe fatto sentire lui non appena avesse finito l’ultima cotta il quinto…boh ! Risultato: nessuna delle birre dei 5 birrifici per colpe a me non imputabili è mai finita su un tavolo del mio locale. E poi, vogliamo parlare del prezzo ? Non conoscono quasi niente di economie di scala e di come si possa gestire un 'azienda quale la loro attività sino a prova contraria dovrebbe essere. Le birre pur artigianali non possono costare così tanto e praticamente ben più di un buon vino...Comprendo e capisco lo sfogo del consumatore in quanto troppo spesso preferiscono cantarsela e suonarsela da soli e a volte la presunzione fa il resto. Meditate birrai meditate. Luciano

Maurizio ha detto...

Ottimo intervento Luciano, anche se un po' preoccupante per chi, come me, fa il tifo per i birrai artigianali. Ma le critiche, se giustificate, vanno rese pubbliche per cui ti ringrazio per il post che spero sia letto e, possibilmente, commentato. Anzi, ti dirò di pià, se mi autorizzi e mi scrivi chi sei e che locale hai (nome e località), vorrei riproporlo integralmente sul mio blog per dargli il massimo della pubblicità (non ti aspettare fiumi di commenti comunque, non ho davvero idea di quanta gente passi di qui ma non credo siano delle folle....).
Ciao!

Anonimo ha detto...

Ciao Maurizio, ho scoperto il tuo blog quasi per caso e mi ci sono intruffolato. Complimenti davvero molto corretto e ben fatto. Tornando al tema anch’io credimi ho sempre fatto il tifo per i birrai artigianali ma purtroppo in questi anni nei quali i nostri cari birrai si sono manifestati ai più, hanno cavalcato l’opinione pubblica e … poi basta ! Sempre in televisione, sulle riviste di settore e non a pavoneggiarsi e a farci credere di essere la reincarnazione di Gambrinus, esseri da venerare e ringraziare per averci aperto gli occhi di fronte ad un nettare unico superbo e fantastico ( è purtroppo con presunzione ciò che lasciano intendere ) solo se è artigianale….Va bene la poesia la musica e tutti gli orpelli del caso ma quando perdi il senso della realtà ( e qualche storico e pionere birraio l’ha proprio persa e credo che essendo nel settore te ne sia reso conto anche tu… ) anche tu birraio fresco di impianto invece vuoi emulare “quello là” e anche tu vuoi vendere solo favole, aria fritta, beh allora la fine è prossima…

p.s. Non ho troppo voglia di manifestarmi, non ho proprio voglia di discutere ancora con la categoria, se ne saranno capaci cresceranno da soli altrimenti continueremo a comprare ( peraltro a prezzi molto interessanti senza plusvalori inutili e balle colossali inventate al momento..) birre artigianali come sto facendo da un po’ di tempo in Francia, Belgio e… da provare in Germania…. Claudio

Anonimo ha detto...

Scusatemi ma mi accorgo solo ora che nel post del 6/11 mi sono firmato Claudio anzichè Luciano... tra i vari copia ed incolla per meglio consultare i testi ho fatto confusione con il vero Claudio che invece ha scritto poco più in su. Luciano

Anonimo ha detto...

Ringrazio Luciano per il suo post che mi fa riflettere su un paio di aspetti fondamentali. Il primo è che oggi non conta più tanto chi si è, ma come si appare. Nel mio messaggio precedente ho cercato di dire chi siamo realmente, ma ovviamente ho parlato per quella che è la mia visione. Ma cosa pensa in realtà la gente comune di "quelli della birra artigianale" non è noto a nessuno. Leggendo qua e là, i commenti sono troppo pochi e troppo "tecnici" per estrapolare un giudizio. E' anche poi vero che a certe fiere dove non si batte chiodo, ci si ritrova tra birrai ed è un'occasione di scambio e forse anche un pò goliardica, che potrebbe aver contribuito a travisare l'immagine del gruppo. Comunque torniamo al punto.
Se Birra Artigianale Italia fosse un'azienda che fattura quanto la somma di un terzo di tutti i birrifici artigianali, avrebbe già contattato un'agenzia di ricerche di mercato per svolgere una CATI o una CAWI (in soldoni interviste telefoniche o web) per capire come viene percepita da quelli che sono i clienti (operatori o clienti finali). Purtroppo l'azienda non esiste e l'associazione che rappresenta la birra artigianale, pur da lodare per alcune attività, non ha le risorse per condurre delle attività di ricerca ed aiutare a comprendere se, bendati come siamo, stiamo procedendo sull'orlo di un precipizio oppure dinanzi ad una pianura verde e rigogliosa. Questo attacco serve per passare al secondo punto, assai più spinoso. L'imprenditorialità dei birrai e qui mi metto in prima fila perché di errori nè ho fatti per colpa mia e perché mal consigliato.
E qui si apre un capitolo forse troppo grande per un singolo post. Fiere, pubblicità, interviste, tutto quanto è marketing post apertura del birrificio, ha senso solo quando si è investito per una linea di produzione oltre che in grado di garantire una qualità standard, anche di essere flessibile a richieste altalenanti e crescenti, non dettate solo dalla stagione, ma anche dal fatto che il consumo di birra artigianale non è costante.
Invece in molti si comincia con un impianto piccolo, con pochi tini di fermentazione, con attrezzature più da vino che da birra. Se non vendi, quella poca birra che hai prodotto si accumula in magazzino, allora fai pubblicità, ma se trovi un buon cliente allora ti si svuotano subito i magazzini e resti senza birra per cui quando chiama un nuovo cliente ti viene o un infarto o un attacco di bile. Allora ordini subito dei nuovi tini, ma chi li produce acquista l'acciaio con la tua caparra per cui ci vogliono 60 giorni per averlo, altri 20 per trovare il corriere che ti consegna, altri 20 per gli idraulici che hanno tempo per attaccarlo alla tubazione.
Quindi laudi a chi, da vero imprenditore, pianifica l'apertura in una locazione ad alta potenzialità, pianifica la flessibilità dell'impianto, parte con un sistema di CRM. Questo è un vero imprenditore. C'è poi l'appassionato che corona il sogno di una vita, che apre con pochi soldi, in un piccolo fondo, con la speranza di ingrandirsi. E' certo che questi ultimi "inquineranno" l'immagine dei primi ed è forse anche per questo che nascono i consorzi, anche se invece servirebbero disciplinari chiari, requisiti minimi, consigli trasparenti, sia per i neo birrai che per la filiera, per non lasciare la birra artigianale solo a chi ha tanti soldi da investire, ma creando un percorso anche per chi si vuol affacciare in questo mondo, con tanto amore, tanta passione e pochi soldi.
Saluti Claudio

amicidellabirra ha detto...

Ho letto una serie di interessantissimi commenti, però noto che il discorso si è un pò spostato. Sul fatto che qualcuno se la tira, beh, non si può dir no.
Chi ha avuto successo, anche all'estero, impone i suoi sistemi di vendita e i prezzi. Giustamente, si sono mossi bene e i prodotti sono validi. Non gradiscono intermediari nella vendita, in quanto per l'utente finale o il distributore, il prezzo è quasi uguale a meno che non si acquisti una enorme quantità di prodotto che faccia salire lo sconto. Quì entra in gioco la seconda parte del discorso: la promozione della birra artigianale italiana. Con l'attuale sistema non si fanno lavorare piccoli distributori e rivenditori, che dovrebbero spingere prodotti su cui praticamente non c'è guadagno. Dalle mie parti c'è un importante distributore di bevande che lavora molto grazie ai prezzi bassi. Come fà? Bene, approfitta di promozioni, offerte, grossi acquisti con sconti, poi esaurito il prodotto non viene più rifornito ma si prende una nuova offerta di altro produttore. Continuità e qualità pari a zero, prezzi sempre buoni.La birroteca che ci rifornisce, seleziona uno micro italiano che gli lascia spazio per lavorare ( e sia naturalmente valido) e poi spinge quel prodotto. Di conseguenza poi noi, come associazione, promuoviamo quel prodotto. Come appassionati ci piace l'idea di una distribuzione più capillare piuttosto che scaricare tutto da un grossista "vampiro" che approfitta dell'occasione, non capisce un tubo di birra ed una volta finita arrivederci e grazie.
Capisco poco di economia e commercio e sicuramente ho detto un mucchio di cavolate, però io ed i miei amici siamo di quelli che poi la birra la compriamo e penso che i nostri produttori è ora che si diano un'organizzata.
Di nuovo, scusate. Luca

Maurizio ha detto...

Il solo fatto che questo post si avvii a diventare il più commentato di sempre, la dice lunga sul "calore" del tema. Per quanto, almeno qui, siamo in pochi a parlarne rappresentiamo le diverse categorie: un birraio, un venditore, un appassionato... Punti di vista diversi, ma in comune la sensazione che per la birra artigianale si sia in mezzo al guado. Lecito che ognuno faccia da sé, ma se si vuole crescere, con vantaggi per tutti, forse bisogna ridefinire gli obiettivi e mettere in preventivo qualche sacrificio più "professionale" rispetto all'entusiasmo garibaldino dei primi tempi. Che però ha dato i suoi frutti. Dieci anni fa quelli che sapevano di birra artigianale erano come i carbonari, oggi tutti ne hanno almeno sentito parlare. Tutte le cose che crescono si annacquano e mostrano qualche falla ed è per questo che il dibattito è aperto. Punto primo da affrontare: la serietà professionale: fare birra sarà bellissimo e finché la bevi con gli amici nessuno ti viene a dire nulla, ma quando la vuoi vendere, il discorso cambia. Punto secondo: la costanza qualitativa, il mercato lo si conquista con la riconducibilità. Non è possibile che la stessa birra, ogni cotta sia diversa (a volte anche perché è lo stesso birraio che la modifica!). Punto terzo: alcuni nuovi birrifici sono come delle start up, in pochi mesi sono già lì a vendere birra e spesso trovano sedicenti o "troppo buoni" esperti che li premiano facendo loro perdere la bussola e, qualche volta, i piedi per terra.
Insomma, taglio qui perché rischio di essere troppo lungo: avrei altre cose da sottolineare. Soluzioni? Non a portata di mano, ma una riflessione comune questa sì. Perché di birrai coscienziosi e lungimiranti ne abbiamo, tatuati e non ;-), loro hanno anche il compito di indicare la via e, con l'esempio, lo stanno facendo. Certo che se si continua a guardare alla birra artigianale come tutto "genio e sregolatezza", creatività del famolo strano e il sottofondo vascorossiano del "Siamo solo noi...", aspettiamoci tempi difficili per il movimento...

Anonimo ha detto...

Mi permetto di fare ancora poche considerazioni sul tema: debbono cominciare a fare sul serio, non potrà essere il genio e la sregolatezza di chi ha reso grande in questo decennio la birra artigianale senza però dare spinte vere alla qualità ed alla sostanza dei prodotti. Mi rendo conto purtroppo siano davvero tanti i prodotti fatti dai “grandi nomi” reggere solo sull’abbellimento dell’ultimo momento ( il chicco di caffè o la foglia di tabacco aggiunti piuttosto che la musica in fermentazione ecc. ) . Hai ragione Maurizio: occorrono costanza qualitativa e vere strategie commerciali.
Quante palle ho ascoltato in serate di degustazione ! Ora basta ! Di questo fumo negli occhi il consumatore credo non ne possa più. La svolta ci sarà se oltre ad apparire in tv alla “Prova del Cuoco” piuttosto che a “Mela Verde” il birraio riuscisse a trovare ancora un po’ di tempo per “fare della birra” anziché fare la fine di grandi cuochi televisivi neanche più in grado di reggere in mano un cucchiaio da cucina. Se no il sogno svanirà senza praticamente essere mai cominciato, come gli amici al bar di Gino Paoli sognavano di cambiare il mondo, invece… Luciano

Tyrser ha detto...

Grazie Maurizio dello spazio.
Questro thread mi ha davvero stimolato a scriverti e apormi delle domande.

Ma perchè la birra artigianale si deve trovare dapperttutto?
Perchè se la Confine la posso bere solo a Rodero allora vuol dire che il Bi-Du non è bravo commercialmente?
Perchè bisogna sempre paragonare?
Allora i tedeschi non son capaci di fare la birra perchè la Koelsh fuori da Colonia non è come a Colonia?
E gli inglesi nemmeno, non trovo neanche una mild nel mio pub preferito (italiano).
Perchè se Teo va in TV allora si è venduto l'anima?
E soprattutto, quale anima? Magari neanche lo hai mai visto.
E se vuoi un cartone di birra per il tuo locale e il birrificio non te la vende, allora vuol dire che non sono dei veri Tronchetti-Provera?
E poi in verità la birra non la fa il birraio, lui fa solo il mosto, poi ci pensa il lievito.
E quindi non ci sono i birrai. ;-)

amicidellabirra ha detto...

caro Tyrser, ma allora perchè si trova in Olanda, negli USA e chissà in quant'altri posti....e non in Italia.

Anonimo ha detto...

Il settore della birra artigianale è in crisi aldilà del particolare periodo economico.
L’industria birraia guarda a questo 1% del mercato con neanche troppa attenzione ben conscia che se le cose dovessero davvero cambiare radicalmente in termini di volumi e di visibilità sarebbero pronti a tirare fuori dal cilindro anche la “loro” birra artigianale senza troppi problemi anche nel collocarla sul mercato.
Per i guru nostrani visti sinora, si, penso che qualcuno l’anima al diavolo l’abbia proprio venduta. Troppo spesso accade a chi rimane folgorato dalla rapida notorietà e purtroppo dal danaro. Proprio non riesco a farmene una ragione di come persone umili semplici carismatiche possano quasi “improvvisamente” trasformarsi in individui distanti dalla gente comune, distanti da quella fantastica e pura idea iniziale con in testa ormai solo pensieri e progetti che non gli appartengono.
Per fare un parallelo con il mondo del vino, chi potrà mai per la birra essere il Bartolo Mascarello piuttosto che il Giacomo Bologna, severi ed intransigenti con se stessi e con le loro creature vinicole senza debolezze anche di fronte alla notorietà ed alla tecnologia ?
Ora i leader birrari sembrano piuttosto i Becham ( si scrive così ? ) e gli Adriano del calcio piuttosto che dei puri e geniali artisti brassicoli. Sarebbe davvero una manna dal cielo per l’artigianalità italiana se esistessero personaggi così. Aspettiamo di conoscerli, ma non più di tanto… Luciano

Anonimo ha detto...

Cari tutti, mi pare che questo post sia un coacervo di umori discordanti. Si passa dall’accusa di snobbismo a quella di scarsa professionalità o addirittura bassa imprenditorialità.
Credo che in primis vada detto che non è corretto etichettare un movimento con l’icona di uno – due, forse anche 5 personaggi. E’ come etichettare tutti i tifosi come ultras o tutti i manifestanti come black block. Molti fanno la birra per passione e per amore di questo prodotto, sono genuini nel vero senso del termine. Poi ci sarà anche chi si autocelebra, ma fa parte di una assoluta minoranza, per quanto abbia comunque gli elementi per “tirarsela”.
A chi giudica il valore delle birre, dico che è un approccio corretto, che poi sarà pur sempre soggettivo in quanto i sapori hanno un forte potere evocativo e pertanto richiamano piaceri o dispiaceri dell’individuo. A chi giudica invece l’imprenditorialità di un birrificio, dico che non è corretto farlo senza sapere quelli che sono gli obiettivi che il titolare o i soci si sono dati. Mi spiego meglio attraverso un esempio: se faccio la birra per valorizzare il mio locale, produco per me e basta. Non mi preoccupo di comprare un imbottigliatrice, un magazzino per le bottiglie, non mi metto alla ricerca di uno o più distributori, ma al tempo stesso non posso essere giudicato un asino perché la sua birra non è diffusa nello stivalone italico. Esempio troppo scontato? Un birraio, benché contornato da parenti votati al sacrificio del tempo libero, deve pensare a tante cose, vorrebbe delegare a chi ha le competenze o a delle agenzie, ma il fatturato non lo permette. Dopo la produzione, la parte più importante di un birrificio è il commerciale. Quindi il nostro birraio si troverà a fronteggiare all’inizio qualche amico e cliente affezionato, poi man mano che il prodotto sarà presente nei menù o negli scaffali dei locali, arriveranno i distributori, poiché è impensabile (anche se più remunerativo) per i piccoli pensare di seguire centinaia di ordini, spedizioni con corrieri, recupero dei crediti (oppure degli insoluti!). Cercherà di canalizzare i flussi sui distributori, perdendo forse il contatto (e forse la propria empatia…) con i singoli.
Qui viene “a fagiolo” un altro concetto fondamentale: la professionalità. Si può essere seri professionisti producendo 10 ettolitri al mese e professionisti non seri vendendo 1000 ettolitri al mese. La professionalità è quell’atteggiamento mentale, un misto di rigore, di autovalutazione e di orgoglio, che ti fa dire le cose come stanno, che ti fa promettere solo ciò che puoi mantenere. Questo atteggiamento a volte viene meno, (specie nei mesi in cui c’è il mutuo da pagare?), ma è di questo che il movimento ha bisogno.
Il suggerimento che posso dare a tutti (dal mio piccolo…) è il seguente: che stia partendo con un’idea commerciale nuova o che tu sia nel settore della birra artigianale da tempo, già prima di pensare alla birra, pensa ai traguardi che vuoi raggiungere, poniti degli obiettivi che siano raggiungibili, magari parlando con colleghi, amici, agenti, commercialisti. E’ questa la fase più critica: darsi degli obiettivi raggiungibili che ti permettano di stare a galla. Quando questi traguardi saranno chiari, allora ci sarà anche la professionalità nel dire no ad una richiesta che sembra allettante, ma che in realtà cela dei tranelli subdoli (aumento della produzione non programmato, riduzione dei tempi di fermentazione, aumento delle spese di carico e scarico magazzino). Altra cosa fondamentale è inquadrare con la massima lucidità i tuoi pregi o elementi distintivi ed i tuoi difetti. Non c’è niente di male a sbagliare 8entro certi limiti…), l’importante è rendersene conto e rimediare quanto prima possibile.
Ci sono ancora un punti da toccare (chi fa la birra?) e da considerare l’impulso che il marketing territoriale sta dando anche alla birra, ma credo di avervi annoiato già troppo, per cui ringrazio Maurizio per aver ospitato e sostenuto questa discussione e chi mi ha letto per la pazienza.
Ciao Claudio

Maurizio ha detto...

Cari amici,
tirare le somme di questo bel dibattito è arduo (anche perché a leggere e rileggere i vostri interventi mi sta venendo il mal di mare, scrollando su e giù), ma ci provo anche dopo aver sentito, a voce, il pensiero di un birraio che stimo moltissimo (e le sue birre perfino di più!) e vorrei fare qualche precisazione: io, per la mia esperienza personale e le mie conoscenze, non trovo che i birrai se la "tirino" e, per essere più precisi, non ritengo che sia un errore andare in televisione. Credo che comunicare, in tutti i modi possibili, sia utile a tutto il movimento anche se sono perfettamente consapevole che una trasmissione televisiva o un articolo sul Corriere siano per forza di cose informazioni "generaliste". Chi vuole un'informazione ultratecnica può tranquillamente affrontare, e lo consiglio pure, la rivista Birra & Malto dell'ottimo Tullio Zangrando. E' la rivista di riferimento per tutti i birrai, ma a chi non mastica di chimica e di fisica (come il sottoscritto) appare francamente assai ostica. Detto questo, la mia provocazione sullo "beersnobbismo" riguarda semmai gli adepti del movimento, i fedeli di questa specie di religione che, a volte, sembrano più realisti del re. Ecco, ogni tanto, li trovo irritanti o, meglio, trovo irritanti le loro posizioni e il modo di esprimerle. Questa atmosfera, alla lunga, potrebbe allontanare nuovi appassionati di cui, credo, la birra artigianale italiana ha ancora bisogno. Poi, last but not least, ogni birraio imprenditore sceglie i suoi obiettivi e le modalità per raggiungerli. Così ci sarà chi vuole "conquistare il mondo" e chi preferisce avere i clienti della sua provincia. Su questo non si può sindacare. E' una loro libera scelta... Sindachiamo semmai, ma senza erigerci a sacerdoti del tempio, sulla qualità delle birre, sulla loro riconducibilità e costanza, magari sui prezzi (che meriterebbero un discorso a parte) e sulla filosofia produttiva che, soprattutto nei neofiti, appare a me troppo attratta dal lato "creativo" della forza...