20 febbraio 2012

Il Circo Barnum della comunicazione enogastronomica

Vecchia locandina del Circo Barnum
Il titolo di questo post è rimasto "steso al sole", come il bucato, per qualche giorno. Il titolo mi è sembrato azzeccato da subito, ma sul contenuto avevo molti dubbi, consapevole, come ancora sono, del rischio di farmi un bell'autogol. Tuttavia la lettura di qualche articolo come quello di Valerio Visintin e la serata in Triennale a chiacchierare di Birra Artigianale Italiana e New Media, si sono rivelati stimolanti a sufficienza per farmi rompere gli indugi e dedicare qualche minuto a delle riflessioni sull'argomento "la comunicazione del cibo, del vino e della birra al giorno d'oggi". Innanzitutto Circo Barnum perché? Perché l'idea del circo come insieme variegato di talenti acrobatici, fenomeni, "da circo" appunto, e freak mi sembra ben descrivere un ambiente che si è tramutato in pochi anni in una specie di giungla con pochi animali predatori e un numero quasi infinito di prede. L'allargamento della comunicazione, intesa nel senso più ampio possibile, a tutti è sicuramente sinonimo di democrazia oltre che di modernità. Ma se alla seconda non ci si può opporre, è nella prima definizione che si deve indagare. Internet è stato ed è tutt'ora il detonatore di spazi d'informazione diversissimi. Come ha scritto recentemente qualcuno "qualunque sia il vostro hobby, per quanto peculiare possa essere, troverete qualcuno in rete che lo condivide". Non fa una piega. Il problema sta, però, nell'hobby. Mi spiego meglio: la moltiplicazione dell'hobby "enogastronomico" ha lanciato in rete migliaia di "hobbisti" (e ci tengo a chiarire che, la mia, non è una definizione spregiativa) che scrivono di tutto e di più. Alcuni di questi hobbisti sono autorevoli, molti altri fanno semplicemente casino. In rete capita di trovare perle come questa, dove si rivela ai lettori che il marchio di birra Heineken è nato a Vienna... Non è l'unica, ma non è tanto l'errore che mi colpisce, quanto le dimensioni del fenomeno che sta impazzando con fenomeni di "groupismo" evidenziati con acuta ironia da Visintin, e sensazione che chiunque, ma proprio chiunque, possa scrivere di cibo, vino e birra. Verità internettiana che, tuttavia, mi provoca scene di ilarità isterica quando il mio beneamato Ordine dei giornalisti mi spiega le sue battaglie per la salvaguardia dell'ordine stesso, per il rigore elvetico nell'ammissione all'albo e per la tutela dei freelance sottopagati. Ecco, capitolo freelance. La situazione mi tocca, grazie a Dio, relativamente, ma il problema è serio. Con l'esercito di hobbisti (e qui metto dentro anche sommelier, chef, uffici stampa, PR, responsabili marketing) pronto a tutto pur di poter pubblicare qualche riga sulla tal birra, tal vino o tal ristorante, gli unici che si fregano le mani sono gli editori. Editori che, considerata l'offerta mastodontica di collaboratori, non hanno che l'imbarazzo della scelta e stipulano retribuzioni da fame (quando le stipulano) ben sapendo che per un collaboratore che, logorato, si ritira, ce ne sono altri venti pronti a prendere il suo posto.
Il nuovo giornalista italiano
Direte voi: "è la concorrenza, ragazzo" oppure "internet è democrazia" o qualsiasi altra baggianata che vi può venire in mente. Ma, a parte il fatto che il problema non riguarda solo la rete ma pure i cartacei, le conseguenze sono serie: non solo la sempre più prossima impossibilità a fare solo e semplicemente il mestiere di giornalista (che dovrebbe essere una delle garanzie d'indipendenza di pensiero), ma pure il totale vassallaggio dei giornalisti nei confronti degli editori e degli editori nei confronti degli investitori. Il primo si traduce in tempi di lavoro strettissimi, con ovvie ricadute sulla qualità complessiva del lavoro, il secondo si traduce, beh lo sapete anche voi in cosa si traduce...
Per la serie "casi personali": a me è capitato recentemente di fare un pezzo per la nota rivista Maxim. Bella, patinata, etc... Mi è stato commissionato un pezzo "vino-birrario" con deadline letterale (nel senso che era talmente breve da rischiare l'ictus). Fatto, non pagato, collaborazione morta nel silenzio (nel senso che non l'ho interrotta io) e proseguimento dei pezzi vino-birrari con altra firma. Oppure ci sono le guide di settore che ti pagano 36 euro netti a recensione di ristorante. Il problema è che giustamente ti chiedono di mantenere l'anonimato. Quindi tu paghi un conto da 200 euro per ricavarne 36. Rosso Malpelo era meglio retribuito.
Casi estremi ma indicativi della situazione attuale. Una bolgia dantesca dove, certo, un giorno saranno solo i migliori a sopravvivere (speranza alla quale mi aggrappo anche io), ma che si può confutare semplicemente ricordando che un hobbista ha, quasi sempre, un lavoro vero con il quale si mantiene e la delizia della scrittura enogastronomica come piacevole passatempo. Ergo, il suo passatempo lo coltiva fino alla fine.
Mi fermo qui. La lunghezza di questo sfogo è già eccessiva. Tralascio volutamente il fenomeno dei viaggi stampa con giornalisti pensionati da anni e giornalisti che sanno già di non scrivere una riga sul viaggio stesso. Tralascio le figure proteiformi di chi scrive di prodotti che vende, o di chi recensisce in base alla pubblicità, o di chi scrive da giornalista, ma scrive anche da ufficio stampa e sempre della stessa cosa. In qualche caso comprendo i colleghi. A fine mese ci si deve arrivare tutti. I colleghi però. Ovvero chi fa del giornalismo la sua principale attività economica. Adesso, davvero, scusate. Mi vado a rileggere gli ultimi tariffari con le retribuzioni minime fissate dall'Ordine. In confronto i comici di Zelig sono tristi come delle lapidi....

4 commenti:

davide ha detto...

Maurizio,
io sono tra gli hobbisty ma non discuto il problema sia presente e come (anche se non mi sento "di rubare il lavoro" a nessuno). Pero' ti faccio "challenging" come dicono quelli che sanno:

1) Ordine e' anacronistico ed e' un disordine. Tanti scrivono pezzi a tre euro anche perche' alcuni ordini accettano come giornalisti/publicisti chi ha fatto attivita' continuativa per n anni in un blog o altro online. Problema che ogni provincia ha le sue regole...e sembrano tutte basate sulle trattative personali.

2) Alcuni PRO scimmiottano gli hobbisti nel senso peggiore, scrivendo vaccate senza verificare e senza l'umilta' di correggere. Un esempio di pat(t)inato? Eccolo
http://www.vanityfair.it/vanityfood/ricevere/occasioni/febbraio-12/degustazione-whisky-bourbon

3) So che nel mondo ideale l'autorevolezza e la correttezza dovrebbero trionfare, il fatto e' che l'editoria sta alla canna del gas, deve accettare le markette per stare in piedi (i giornali di auto costavano piu' 10 anni fa di adesso...) e semischiavizzare anche gli editor. Non e' una giustificazione ma lo stato dell'arte.
Chi vi dovrebbe difendere che fa?

Dal lato hobbisty proprio perche' e' gratis (o dovrebbe esserlo) servirebbe molto piu' filtro sulle cose che ci offrono e su come le offrono. E molta piu' accuratezza.

Alla fine ho detto quello che hai detto tu.

Maurizio ha detto...

Ciao Davide e grazie per il tuo commento. Solo una precisazione da parte mia: l'ordine è anacronistico ed è un disordine solo perché l'ordine non funziona o, meglio, non funziona in tempi dove le redazioni sono ridotte all'osso e i collaboratori sono decine di migliaia. Ma, mi chiedo, se per fare l'architetto devo essere iscritto all'ordine degli architetti e per fare l'avvocato devo essere iscritto al relativo ordine, perché per fare il "giornalista" devo essere iscritto all'ordine (e pagare le relative quote) ma poi sono quotidianamente costretto a battermi con una concorrenza che non si può che definire scorretta? La sostanza del discorso è che, potendo tutti scrivere sui giornali, giornalisti ma anche chef, sommelier, casalinghe, impiegati, vigili urbani, nani e ballerine, gli editori fanno i prezzi che vogliono, dettano i tempi e sono talmente "zerbinati" sulle aziende che investono che i servi della gleba al tempo degli Zar si sarebbero considerati dei fortunati...

marco ha detto...

Ciao,
sono un hobbysta neo sommelier AIS, homebrewer ecc. che non ruba troppo spazio a voi pro perché francamente non ho il tempo e la voglia di scrivere un blog con la dovuta costanza (scrivere decentemente costa tempo e fatica, e io per vivere faccio altro).

Detto questo, e dichiarato che trovo inutile e anacronistico l'ordine dei giornalisti (come quello degli architetti, peraltro), "i feel your pain".

Ti capisco, perché il tuo problema è quello di molti altri lavoratori: per ogni impiegato o operaio con contratto a termine o cassintegrato ce ne sono mille fuori dalla porta che spingono per entrare a condizioni che fino a ieri sarebbero state considerate ridicole.
Qualcuno (che su altre cose sbagliava molto, ma in questa forse ci ha azzeccato) in passato lo avrebbe chiamato "esercito industriale di riserva".

A questo puoi aggiungere che l'editoria è in palese crisi e che ci vorranno anni prima che il settore riesca a trovare un nuovo equilibrio basandosi totalmente su nuovi media, pubblicità ecc. e come è evidente, nelle fasi di transizione sono in molti a farsi male.

Detto questo, è anche vero che i "pro" hanno delle colpe.
Se tanti editori sono disposti ad accettare l'articoletto del bloggarolo di turno, pagandolo con due spiccioli, è perché il pubblico non nota tutta questa grande differenza rispetto alla fatica del solone giornalista patentato di turno. Perlomeno io, spesso, queste superiori capacità di analisi, stile e autorevolezza non le vedo, anzi.

Quindi, per concludere, hai ragione, ma la situazione che stai vivendo temo sia quella di gran parte dei lavoratori...

davide ha detto...

Chiedo senza malizia perche' conosco poco la materia: nei paesi dove non c'e' l'ordine (penso quasi tutti) come funziona? Io penso che uno dei problemi e' tenere un ordine agganciato alla carta stampata (i giornali) quando il mondo e' cambiato completamente col web. Le leggi non servono, se mi vietassero di avere un blog potrei aprire un dominio in cina e buonanotte.Ci sono due aspetti, uno è chi deve mettere insieme il pranzo con la cena e viene toccato da questa invasione ma c'e' anche un aspetto che ritengo altrettanto importante: facendo il dovuto bilancio tra bravi e cani il mondo dell'editoria e dell'informazione in genere sarebbe migliore senza i blogger? Io penso di no.