1 dicembre 2010

Lo chef è un dio... minore

Riprenderò nei prossimi giorni a scrivere di birra, ma non riesco a non buttare giù due righe su un libro che sto, con fatica, terminando di leggere in questi giorni. L'ho acquistato quasi per dovere, per colpa di letture fatte qui e qui e perché mi ero animato delle migliori intenzioni. Cavoli, ho pensato un libro che mette alla berlina l'aureo mondo degli chef, che descrive con stile tagliente l'intoccabile circolo dei fornelli stellati, va letto assolutamente. Beh, quando poi l'ho avuto in mano e presentato come un libro dalla scrittura brillante e molto pop, "Lo chef è un dio" di Ilaria Bellantoni l'ho trovato un po' deludente, noiosino e tristanzuolo. Giudizio personale ovviamente, da me che sono un paria del giornalismo gastronomico, ma avrei sperato in colpi più fragorosi di cannone invece di qualche randellata data con una borsetta, però firmata. Se per scrittura "molto pop" si intende una scrittura che, come una bolla di sapone, fa pop e poi svanisce allora ci siamo. Ma tutto questo intercalare di bon appétit, di en effet, di borse Prada e Gucci, mi ha provocato molti

Ma non un santo
brividi di gelo finendo per rendermi antipatica l'autrice e, di conseguenza, il suo libro. Lo chef è un dio, titolo anche azzeccato, è la storia della scrittrice che va a fare un periodo di esperienza nella cucina di un ristorante blasonato di Milano (da più parti indicato come Cracco) uscendone inorridita per i modi da galea romana in periodo di guerra. Ovvero un comandante assoluto e una ciurma di schiavi da sacrificare. In verità dalle pagine non esce il ritratto di un serial killer ma quelle di un un talentuoso artista della pentola un po' bastardo. Insomma, più Keith Richards che Charlie Manson. Detto questo, la reazione di critica e appassionati è stata esagerata, sopra le righe, spesso dettata da dogmi di fede più che da conoscenza reale. Una reazione che, presumo, avrà mandato in sollucchero l'autrice e aumentato le vendite del libro, ci sono cascato anche io in effetti. Un libro che si fa davvero fatica a terminare perché pagina dopo pagina aumenta una sensazione di vuoto cosmico, un sorta di malessere da assenza di gravità. Perché sembra di leggere una lettera privata di qualcuno che è incazzato con qualcun altro e passata quindi la sensazione di voyeurismo, tranquilli non c'è nessuna scena hard, rimane la sensazione del "che diavolo sto facendo"....
Insomma, l'idea iniziale era secondo me buona. Credo che la gente sia forse un po' stanca di tutti questi chef, bravi e meno bravi, che ogni tre per quattro irrompono in televisione per dire la loro, stufa dell'ennesima ricetta impossibile pubblicata sul libro strenna da 100 euro, stufa della miniporzione da 60 euro (esperienza vissuta sulla mia pelle), geniale ma tutto sommato sovrastimata economicamente. Il fatto è che questa tentata presa per i fondelli per l'alta cucina arriva da una che ogni tre per quattro ti ricorda che indossa le scarpe Miu Miu e la borsa di Prada, o di Gucci. Non molto credibile, no?

3 commenti:

Anon ha detto...

Il target di quel libro è l'appassionat* di sex and the city. Quindi parecchia gente.
Gia' in tempi meno sospetti (2002) segnalata da "penne rubate all'agricoltura" http://www.clarence.com/contents/tecnologia/penne/bellantoni/

Come si chiama una donna che scrive su Novella 2000? Intellettuale.

fiorenza ha detto...

Grazie per esserti "sacrificato" alla lettura, tanto più che personalmente non ho nessuna intenzione né di comperare né di leggere il libro in questione, e proprio per i motivi che hai spiegato tu. Se è sacrosanto criticare, informare e approfondire, non penso sia questo un modo corretto e sensato per farlo. Mi sembra più un'operazione di voyerismo che di giornalismo

Maurizio ha detto...

Ciao Fiorenza, felice di averti salvato dalla lettura di un libro davvero stancante per i neuroni. Anche se la parte su quanto poco guadagnano i giornalisti di settore è condivisibile in toto (leggi compensi per collaborazioni a Guide). A questo punto, Anthony Bourdain tutta la vita!