20 ottobre 2010

And so this is... Eataly

L'ingresso
Il titolo va letto con nella mente la musica di "Happy Xmas (War is over)" di John Lennon. Ordunque, siamo alla fine capitati a Eataly New York di persona. Dopo averne sentito parlare enne volte e dopo averne parlato anche noi qui. La prima impressione conferma l'idea che mi ero fatto ovvero che si tratti di una geniale, efficiente e, vista l'affluenza, molto probabilmente remunerativa trovata commerciale di Farinetti. Lo spazio è strategicamente posizionato a due metri dal Flatiron Building e a due passi dalla 5th Avenue ergo frotte di turisti di passaggio e newyorchesi in abbondanza pronti a celebrare i fasti del Made in Italy. Perché di Made in Italy si tratta anche se si potrebbe discutere a iosa di luoghi di produzione e di definizione stretta del Made in Italy. Di certo, Eataly è un'ambasciata italiana non ufficiale: produzioni a tiratura limitata, quanto limitata è da vedere, insieme a produzioni industriali. La pasta Latini e la pasta Barilla, gli aceti artigianali e gli aceti Ponti, le birre Baladin e Birra del Borgo (ma anche di Beba, di Montegioco, di Grado Plato...) e le birre Moretti. Uno scandalo? No, perché come avevo sostenuto in un post precedente se vuoi fare le cose in grande devi muoverti in grande. Un supermercato, ma anche un ristorante e una pizzeria (Rossopomodoro non il micropizzaiolo di Fuorigrotta), che deve macinare numeri e fatturato (ho provato a immaginare il costo dell'affitto ma non ci sono riuscito) non credo possa stare in piedi a lungo con le microproduzioni artigianali che, ribadisco, per essere anche eticamente corrette (come in qualche caso si sostiene) non dovrebbero comunque attraversare l'Atlantico per sbarcare negli Usa.
Lo spazio della birra è la celebrazione dei fasti di Teo Musso e Leonardo Di Vincenzo, immortalati in altrettanti manifesti. Un chiaro segno che la personalizzazione, nel food, è vincente. Se i grandi chef ormai sono considerati delle star perchè non i birrai, gli allevatori di suini allo stato brado, i formaggiai d'alpeggio, etc...
My pride is Lurisia

I'm also in love with Eataly

E' vero, resto un po' perplesso, a leggere che l'orgoglio di Teo sono le birre Lurisia. E idem a vedere il volto di Sam Calagione, anche lui immortalato come i nostri due alfieri italici. Che il concetto Made in Italy sia stato esteso anche a tutti gli italoamericani? Ma nel suo specifico cartellone c'è, nero su bianco, la risposta alla mia domanda "Perché le birre di Calagione e non, che so, Cilurzo?". " La risposta, la potete leggere qui sotto, all'ultima riga.
A noi piace tanto!
Comunque, sul fatto che Eataly sia una vetrina prestigiosa nella piazza, altrettanta prestigiosa, di New York City credo ci sia poco da discutere. Come direbbero gli americani "business is business" e Eataly lo è. Fino a che punto staremo a vedere, ma sospetto che le cose andranno bene per Farinetti e soci. Avevano capitale (molto) da investire e lo hanno fatto in maniera intelligente. Da imprenditori previdenti quali, tutti, sono. Onestamente, da italiano in vacanza, mi sono divertito di più a girare tra i banchi di Dean & De Luca, gastronomia boutique (vietato fotografare!) dove compaiono molti prodotti italiani, insieme a salsine americane per barbecue da mille e una notte. Ma, se fossi americano a stelle e strisce possibilmente discendente da una delle famiglie sbarcate dalla Mayflower, a Eataly ci andrei volentieri. A livello comunicazione e marketing il gioco è pressoché perfetto. Prodotti tricolori, ambiente italian style anche nei giornali, schermo al plasma collegato alla Stampa di Torino (e quale altro quotidiano avrebbero dovuto scegliere), bancomat firmato Unicredit. In più, ospitate regolari per i grandi chef di casa nostra (quando sono passato io era in corso Identità New York, emanazione di Identità Golose Milano, con la presenza di Bottura, Cedroni e il firmamento dei cuochi di grido della Penisola). Gli americani si divertiranno parecchio, chi avrà i soldi per comprare comprerà (a Manhattan non ci dovrebbero essere troppi problemi) per la soddisfazione di tutti: proprietari, partner, aziende grosse e piccole, giornalisti italiani inorgogliti e, magari, ospitati nella Grande Mela a spese dell'organizzazione (non era purtroppo il mio caso). D'altro canto, il messaggio finale del foodstore farinettiano è di una chiarezza d'intenti lampante.
D'accordo, ma Eataly is truly Italy?
Decidete voi se si tratta di una verità inconfutabile o... di una "minaccia".

18 ottobre 2010

Back with a World Champion

Ohibò, avevo pensato di riprendere la scrittura del blog con un report birrario Made in Usa pescando a scelta tra lo stupefacente Toronado di San Francisco, le meraviglie delle birre hawaiane di Kona Brewing, e di Maui Brewing, il sorprendente Father's Office di Santa Monica e il rumoroso, ma avvincente, The Gingerman Pub di New York. E invece, i casi della vita, scrivo di vino anzi di sommelier perché in attesa di acchiappare il volo che, purtroppo e con sofferenza, ci ha riportati sull'amaro suolo natio ho praticamente sbattuto contro il giovane Luca Gardini, noto come sommelier del ristorante Cracco di Milano e fresco trionfatore del campionato mondiale di sommellerie. Con Luca ci conosciamo da anni e, senza inutili piaggerie, di lui ho sempre apprezzato la freschezza, la spontaneità e il fatto di non tirarsela come potrebbe. Di lui invidio peraltro la giovane età e il cursus honorum quasi inquietante: a 22 anni è il campione italiano dei sommelier, a 28 l'europeo, a 29 il mondiale. Così, in scioltezza. E in mezzo l'Oscar del Vino 2005, il titolo di Ambasciatore del Metodo Classico nel Mondo... Prima di salire in aereo ci facciamo un paio di birre e proseguiamo su questa strada anche durante il volo. Niente vino, che forse in questi ultimi mesi a Luca potrebbe anche essergli uscito dagli occhi...

"In effetti", ha confessato, "se di norma assaggio tra i trenta e i quaranta vini alla settimana, per prepararmi al concorso ne provavo una trentina... al giorno! Più le ore dedicate allo studio, anche della lingua inglese, che si sono aggiunte al solito lavoro".
Ma come si svolge un campionato mondiale di sommelier?
"Si parte con una prova scritta: cinquanta domande aperte da concludere in un'ora (in lingua inglese). Poi ci sono tre vini da degustare davanti alla commissione (2 scritti e 1 orale), per uno di questi vini va trovato anche l'abbinamento, e infine c'è la prova di decantazione di un rosso dove si giudica lo stile, la classe e l'eleganza del sommelier". Luca ha sbaragliato tutti facendo praticamente l'en plein di risposte corrette, azzeccando le annate dei vini e comportandosi con la classe innata che possiede e lo stile messo a punto da Cracco, ma anche all'Enoteca Pinchiorri in precedenza.
Quando hai bevuto il tuo primo vino?
"A tredici anni, ma per nove anni ho studiato violino e forse, dovessi tornare indietro, non lascerei quella strada. Anche mio padre (Roberto Gardini, campione italiano sommelier nel 1993) non l'aveva mandata giù al tempo, ma il vino mi ha obbiettivamente dato molte soddisfazioni".
Come negarlo. Ma, a 29 anni, adesso cosa ti resta da fare o da vincere?
"Forse nulla. Ma tra un mesetto mi rimetto a studiare e ad assaggiare. In questo lavoro non ci si può riposare sugli allori. Poi, chissà, al futuro ancora non ci penso. Sono contento come sto...".
Incredibile Gardini. Ha sempre l'argento vivo addosso, una vitalità che non so mai se dipenda più dal fatto di essere d'origini romagnole, dall'età o dalla determinazione assoluta nel voler essere il migliore. Forse un mix di tutte e tre le cose, in effetti.
Mentre parliamo, sorseggiamo Heineken gentilmente offertaci dalla Delta Airlines. Luca stupisce anche per questo. Può passare da un Romanee Conti a una birra senza problemi, senza elucubrazioni inutili e senza troppi preconcetti. Mi piace anche per questo, a dirla tutta.

17 settembre 2010

Perché do ragione a Farinetti

Eataly New York
Arrivo buon ultimo, spero però non fuori tempo massimo, sulla querelle Eataly New York e Birra Moretti, più che adeguatamente sviluppato da Cronache di Birra qualche settimana fa. L'argomento è senza dubbio interessante, considerata anche la mole di commenti, e mi sembra valga la pena espandere qui qualche riflessione che avevo già postato su CdB. Parto subito con il dire che non mi sento proprio di attaccare Oscar Farinetti, geniaccio commerciale come se ne vedono pochi in Italia. L'uomo ha saputo annusare benissimo l'aria che tirava, e nel Piemonte slowfoodiano tira più forte che da altre parti, ci ha investito credo parecchi soldi e ha tirato fuori dal cilindro la carta vincente, in Italia non so fino a che punto ma all'estero senza dubbio. Se all'estero siamo conosciuti per la moda, vabbé anche per la mafia e per il nostro divertente quanto inquietante Presidente del Consiglio, lo siamo anche per il cibo. In Italia si mangia e si beve bene, questo è il refrain, poco importa se poi gli inglesi concludono il pranzo con un cappuccino e tutti insistono a mangiare le tagliatelle alla bolognese che sono una colossale balla. Il food italiano tira ed ecco allora arrivare Eataly che è una sorta di Unieuro in versione gastronomica con l'aggiunta, a me pare, di una fondamentale benedizione slowfoodiana. Il che aiuta parecchio visto che l'associazione fondata da Petrini (onore al merito e incommensurabile stima) è, volenti o nolenti, la portaerei della gastronomia italiana con sedi universitarie, casa editrice, presidi, master e tutto il resto. Tuttavia, se Farinetti fa Eataly vuole evidentemente fare una cosa che produca business (altrimenti i dipendenti non sarebbero tali ma degli eroici volontari). Ovvero la "baracca" che sembra un vero e proprio grattacielo, deve stare in piedi. Almeno. Per farlo ha bisogno di partner commerciali affidabili, con volumi importanti visti gli spazi e la presumibile affluenza nei vari Eataly sparsi nel mondo, partner quindi che difficilmente possiamo considerare artigianali se per artigianali intendiamo produzioni limitate, seguite passo a passo e di persona dal produttore. Quelle, che ci sono a Eataly non vi è dubbio, servono per dare qualcosa in più, la ciliegina sulla torta. Ma solo con quelle non so quanto si possa andare avanti e far funzionare una macchina che non è una Skoda ma più un Mercedes. E allora largo a Birra Moretti e Lavazza che fanno spina dorsale, ma spazio anche a Baladin e Birra del Borgo che sono i preziosi ossicini... Fin qui, secondo me, non fa una piega il progetto visto che già al Lingotto la birra alla spina era di Forst e non, che so, del Bidu. E' un progetto commerciale che però fa bene anche ai piccoli e allora tanto di guadagnato. Quello che stona semmai è l'aura di santità che circonda sempre e comunque quello che fa Slow Food e Farinetti, almeno fino alla nascita di Eataly New York. E' come se la gente avesse aperto gli occhi improvvisamente. Al Salone del Gusto io ho sempre visto pastifici enormi e nessuno ha mai messo in discussione la loro presenza. Strano no? Se si vuole contestare radicalmente l'operazione Farinetti e Birra Moretti perchè il Baffo è industriale e ormai in mano olandese, si deve farlo, appunto radicalmente, fino alle estreme conseguenze. Ovvero, visto che a Eataly Grande Mela ci sta anche un birraio americano perché non un birraio olandese (forse siamo tutti un po' italiani dentro). E ancora, se si vuole tanto parlare di artigianalità, di terra, di microproduzioni, di qualità, perchè diavolo esportiamo le birre artigianali negli Usa su aerei che contribuiscono a inquinare il pianeta? Perché dobbiamo mangiarci i nostri peperoni e non quelli, che so, del Perù e poi spediamo mozzarelle per ogni dove? Autarchia, ci vuole. Ognuno si mangia e si beve quello che si produce nell'arco, facciamo, di cento kilometri. E basta. Ma considerato che l'export alimentare pesa parecchio sulle sorti economiche del nostro strampalato Paese, forse è meglio di no. Forse è meglio continuare a esportare mozzarelle e caffè, pasta e birra. E allora, scusate, un applauso per Farinetti. Che magari non ci salverà dal male, ma dal fallimento forse sì.

26 agosto 2010

Comunicare la mozzarella?


"Due ragazzi, freschi di laurea in scienza delle comunicazioni, sono venuti da me a Torino. Chiedevano lavoro. Gli ho detto: qui non ho niente, ma sto aprendo un grande complesso a New York. Emporio dell'alta qualità alimentare e sette ristoranti. Mi serve qualcuno che sappia fare la mozzarella a mano. Se imparate, il posto è vostro. Sono partiti di corsa: li ho mandati ad Andria, sono lì da due mesi". Dichiarazione di Oscar Farinetti letta ieri sulle pagine del Corriere della Sera in un articolo molto interessante sulla prossima apertura di Eataly nella Grande Mela. Due considerazioni veloci... Ma Eataly NY non doveva aprire i battenti i primi di agosto? Seconda considerazione un filino più importante: laurearsi in scienza delle comunicazione oggi, in Italia, ha ancora un senso? Che fine fanno i laureati di Pollenzo e di Colorno, e tutti quelli che finiscono il "leggermente" costoso corso di giornalismo enogastronomico made in Gambero Rosso? Ovviamente il tutto ritenendo che un'esperienza, anche facendo mozzarelle a mano, a New York non l'avrei buttata via nemmeno io e che Farinetti mi sembra essere uno dei pochi imprenditori gourmet con una visione ampia e strategica del futuro...

19 agosto 2010

Assaggi di Ferragosto


Si può star lontani dalle birre? No, assolutamente no. Sono qui, quasi nascosto in un paesino del Bellunese ma ad Alleghe c’è un brewpub a pochi passi dagli impianti di risalita che da anni fornisce due birre, una chiara e un’ambrata, normalmente discrete. Normalmente perché due giorni fa ci sono tornato e l’impressione è stata deludente: la chiara quasi imbevibile, con delle evidenti note lattiche, l’ambrata appena un filino meglio, ma caramellosa e quasi stucchevole. Lasciate a metà entrambe con un po’ di rammarico. È invece andata meglio con la Birra di Fiemme (www.birradifiemme.it), recuperata in un supermercato di Agordo dove solitamente trovavo le birre di Arte Birraia. La loro chiara Fleimbier nel bicchiere forniva una bella schiuma bianca e compatta, persistente oltre le più ottimistiche speranze. Profumi gradevoli e delicati, di fiori inizialmente ma, dopo qualche secondo, mi è sembrato di cogliere anche un fruttato leggero, che ricordava un po’ le pere e una punta di ananas. Una birra semplice indubbiamente, ma ben fatta, che si lascia bere e che lascia un retrogusto piacevolmente luppolato. La seconda, la Weizenbier, è più anonima; si presenta bene per aspetto e schiuma, ma i profumi sono come trattenuti e si deve aspettare qualche minuto per accorgersi del fruttato e dei cenni di spezie. Vale l’assaggio certamente, ma la Fleimbier invece merita la bevuta "ripetuta". Il che, nel clima di molleggiato relax che contraddistingue questo agosto, me la fa preferire.

5 agosto 2010

Il libro fantasma


Lo stacco netto dal blog, dagli articoli e da tutta una serie di altre cose è stato dettato da felici motivi personali (ebbene sì, mi sono sposato) ma, visto che siamo ancora in ballo a Milano, ne approfitto per sintetizzare l'avventura di un lavoro annunciato su Facebook e che sembra essersi smarrito per cause indipendenti dalla mia volontà. Ovvero il libro dedicato alla birra che chiudeva la collana I love Vino, realizzata dal Gambero Rosso in collaborazione con Food Editore e in uscita, un lunedì dopo l'altro, in allegato alla Gazzetta dello Sport. Lo scorso 19 luglio, il libro in edicola è risultato pressoché introvabile, solo qualche sparuta copia per chi fin dall'inizio aveva deciso di fare tutta la collana e io stesso ne ho ricevuto due copie direttamente dall'editore. Le cause del fenomeno sembrano imputabili a problemi legati alla distribuzione, all'intasamento delle edicole di allegati di tutti i tipi ma anche, sicuramente, allo scarso successo ottenuto dalla collana stessa. Nascondersi dietro un dito mi pare ipocrita. Visto che non è una tragedia di dimensioni inaffrontabili, magari il volume sarà ripubblicato in futuro per le librerie ed è già oggi acquistabile online su www.store.gazzetta.it), mi rimane la riflessione che forse tutta questa pubblicistica "enogastronomica" possa avere in qualche modo stancato. Troppe trasmissioni a tema, troppi interventi estemporanei di chef ed esperti, troppe riviste di settore, montagne di libri di ricette e chissà cos'altro. Mentre la nostra nicchia vola alto verso le vette estreme della cultura gastroenobirraria, la gente normale continua ad andare in trattoria tenendo d'occhio i prezzi e bevendo meno. Sbagliano loro o magari stiamo sbagliando qualcosa noi?

21 luglio 2010

Fotografa una Forst!


Il panico dell'ultimo minuto è una condizione credo molto diffusa nell'ambiente lavorativo giornalistico. Quando collaboravo con i quotidiani era una conditio sine qua non; oggi mi capita spesso. Ma nel panico dell'ultimo minuto si possono fare grandi cose, avere l'ispirazione migliore. Quella magari vincente. E allora, benché rimangano solo dieci giorni alla conclusione del concorso "Forst Reporter" vi rimpallo l'idea di partecipare all'iniziativa lanciata dalla beneamata birreria di Lagundo. In palio una settimana di soggiorno in Alto Adige, uno skipass per Merano 2000 e relativa visita alla Birreria Forst. Tutte le indicazioni le trovate su http://www.forstreporter.it/; la scadenza è il 31 luglio. Le foto, che devono ritrarre una birra Forst riprendendo lo stile della recente campagna televisiva e stampa, saranno giudicate da una giuria di qualità. A me sembra un'iniziativa simpatica, come mi sembrava simpatica la campagna lanciata qualche mese fa. E se durante la visita guidata dubito mancheranno le degustazioni, credo anche che, nel caso non siate sciatori, lo skipass avrete modo di barattarlo facilmente con enne boccali di Sixtus...

18 luglio 2010

I tre luppoli


La pubblicità l'avevo vista di sfuggita in televisione. Esempio perfetto di come stia tirando in Italia il mito dell'artigianalità, della cura estrema del prodotto, del "questo l'ho fatto io" come un vetusto giochino della Settimana Enigmistica. La Splugen ai tre luppoli. Bella davvero. Un po' come le merendine fatte con la marmellata delle albicocche appena colte dall'albero, le verdure innaffiate ogni santo giorno da un sorridente ometto, e via di questo passo... Mi aspetto a breve la carne in scatola di angus scozzese o di bruna alpina e il tubetto spalmabile di tonno rosso in via di estinzione. Ma non voglio qui aprire una discussione sulla liceità, o almeno sulla veridicità, di queste tecniche di comunicazione. La pubblicità di per sè è esaltazione, credo che 50 anni di televisione siano stati chiari in questo senso. No, qui mi interessa capire perchè se proprio si deve fare 30, non si possa fare poi 31. Ovvero, se mi pubblicizzi una birra ai 3 luppoli, perché non mi dici di che luppoli stiamo parlando? Sono convinto che l'italiano medio non abbia molto l'idea di cosa sia il luppolo, ma se almeno vogliamo affascinarlo con cose strane, facciamo i nomi... Invece in controetichetta niente di niente. Con il risultato che il profano resta nel dubbio che i tre luppoli siano magari proprio tre di numero e quello appena più scafato si vede confermare il sospetto che sia solo una trovata pubblicitaria. Tra l'altro fatta male....

21 giugno 2010

Birra e comunicazione



Mi è piaciuta fin da quando mi è stata proposta, da Lorenzo Bottoni di Bad Attitude (http://www.badattitude.ch/), l'idea di partecipare all'incontro sul tema "Birra e comunicazione" insieme a Davide Bertinotti, Agostino Arioli, Paolo Polli, Laurent Mousson, Tony Manzi, Antonio Simonetti, Luca di Birrophilia e Davide de La Bussola della Birra. Onestamente ho fatto del mio meglio per arrivare puntuale, sebbene tra Venezia e Milano la batteria della mia auto avesse deciso di smettere di collaborare, ma alla fine sono arrivato.

Argomento interessante, che per molti aspetti sento mio (non in esclusiva comunque...), e che mi sembra solo sia arrivato tardi sul tavolo delle discussioni. Non faccio qui la telecronaca del dibattito: non ho preso appunti, chi c'era lo sa meglio di me e ho visto altri report in giro per la rete. Piuttosto provo a puntualizzare alcune cose che forse ho detto e altre su cui ho sorvolato (complice anche un'ottima Bootlegger).


Allora, punto primo: bravo Lorenzo a sollevare l'argomento, che semmai andava già affrontato anni fa. Ovvio che ognuno è libero, nel suo mestiere, di fare quello che gli pare (tranne nuocere agli altri) tanto le conseguenze le paga lui. Osservo solo che certi birrifici, dalla nascita, si sono sempre orientati alla comunicazione. Altri meno. Mi sembra anche di poter dire che chi ha comunicato più efficacemente è oggi più conosciuto di chi non lo ha fatto. Ne deduco che comunicare è importante. Per tutti. Almeno per chi vuole uscire dal giro, benché affollato, dei soli appassionati. Punto secondo: se comunicare è importante perché a molti birrifici non sembra fregargliene niente o pochissimo? Domanda che mi pongo spesso, alla quale non trovo risposta e che risolvo passando ad altro (birrificio). Esempio concreto: sono stato tampinato per mesi da un birrificio artigianale che voleva proporsi per un articolo. Tanta passione, tanto entusiasmo, nessuna birra da provare e niente in bottiglia. Io su certe riviste scrivo solo di birre in bottiglia, perchè quei lettori sono interessati alle bottiglie. Non alla spina. Torto o ragione è così. E quindi, al momento, devo passare. Per settimane invece cerco di avere info e/o bottiglie da un altro birrificio perchè mi piacerebbe scriverne e non ottengo risposta. Nessuna illazione: nessun birrificio artigianale mi ha mai pagato per scrivere. Io me li cerco e io ne scrivo. Assumendomi la responsabilità delle scelte. Sta di fatto, comunque, che certi birrifici comunicano, altri no. Alcuni comunicano per altre vie rispetto a quelle che batto io, la carta stampata. E' una scelta legittima ovviamente, ma che non posso dire, a mio modo di vedere, accorta. Soprattutto quando non costa niente.

Terzo punto: come comunicare, ammesso che si voglia farlo. I corsi di degustazione, almeno quelli validi, vanno benissimo perché fanno proseliti, gli eventi pure, le associazioni sono meritevoli quando animate da spirito costruttivo, il passaparola e l'opera di alcuni, ancora troppo pochi, publican sono cose fantastiche. Poi ci sono i blog, i forum e la stampa ma se si sente il bisogno di parlare di comunicazione un problema ci deve essere. E, a mio avviso, risiede nei birrifici che da un lato sono poco organizzati o sensibili alla cosa, dall'altro non vogliono investire un euro su un ufficio stampa (anche collegiale) e quando va bene si affidano a qualche amico volenteroso. Forse è il caso di accorgersi che siamo usciti dalla fase pionieristica-entusiastica della birra artigianale italiana e siamo entrati nel pieno del gioco. Fatto di un mix di concorrenza e di professionalità, di qualità e costanza della produzione e di marketing (brutta parola ma necessaria), di (ancora più brutto magari) capacità di vendersi. Che non significa necessariamente prostituirsi, ma semplicemente tenere presente che per vendere beni "superflui" cioè non necessari al sostentamento umano, e la birra come il vino ne fanno parte, bisogna anche saperli raccontare. In una parola, comunicare.

8 giugno 2010

Ma dai, la birra al ristorante...


Ne avevo sentito parlare un paio di mesi fa, delle Menabrea Top Restaurant, ma ancora non ho avuto modo di assaggiarle. E così, comunque, ecco altri due arrivi nel sempre più affollato, di birra, canale della ristorazione. E' certamente un segno dei tempi e sembra davvero un'altra era geologica quando nei ristoranti appena appena blasonati, a volte semplicemente pretenziosi, a chiedere una birra si veniva guardati come marziani. Quando il miglior risultato possibile era vedere l'impassibile sommelier frugare vigorosamente nel fondo del cassetto refrigerato per estrarne una lager industriale. Portandola poi al tavolo con una certa riluttanza. L'estate scorsa mi è capitato di cenare alla Madonnina del Pescatore di Senigallia, quella del talentuoso Cedroni, aprire la carta dei vini e beccarmi una minilista d'apertura dedicata alle birre. Prima ancora avevo visto servire, da Cracco a Milano, una birra senza esitazione alcuna. Anzi raccomandata dal bravo sommelier. Che cosa è successo in questi ultimi tempi? E' successo che tutti si sono accorti delle birre artigianali italiane e a furia di parlarne, per la novità indubbia, si è creata una moda. E quando una cosa diventa di moda crea proseliti, suscita l'imitazione, viene insomma cavalcata come una tigre (sebbene di piccole dimensioni). Così allora Assobirra si è messa in scia, ha stretto accordi con associazioni di cuochi, i Jeunes Restaurateurs d'Europe, e con guide di settore, più o meno tutte, che a loro volta hanno iniziato a premiare le cosiddette "tavole della birra" stimolando ancora di più gli chef a prestare attenzione al fenomeno. Che ovviamente non poteva fermarsi alle birre artigianali, ma è finito per traslocare alle specialità belghe, a qualche arrembante americana, fino alle birre create apposta per la ristorazione. Sulle quali si può discutere certamente, ma che non si possono arrestare. Era francamente prevedibile, come è prevedibile che alcuni piccoli birrifici artigianali si mettano a fare qualche birra per grandi distributori o per grandi produttori, fino al momento in cui un grande si "farà" il suo piccolo birrificio personale, affidandogli ovviamente le birre creative, quele a tirtura limitata. E quelle di cui volentieri parlano i giornali. C'è poco da lanciare scomuniche e c'è da diffidare da chi indossa la veste del supremo magistrato contro questa presunta invasione. Anche le vecchie e storiche bottiglierie si sono viste in breve tempo accerchiate dai modaioli winebar. E adesso siamo, più o meno tutti, dei sommelier. E' la democrazia applicata al bere, è il libero mercato delle bottiglie. Che tuttavia trova adeguata compensazione nel discernimento personale. E nell'educazione al gusto.

19 maggio 2010

Scotland Forever


Una quattro giorni di Edimburgo intensa, con finale al cardiopalma grazie alla simpatica nuvola vulcanica che scorrazza per i cieli d'Europa e che ci ha costretto a percorrere on the road tutta la Gran Bretagna per trascorrere una notte in bianco all'aeroporto di Gatwick e, da lì, saltare sul primo aereo per Milano. Ma a parte questo, Edimburgo è sempre stranamente affascinante. Sarà il contrasto tra l'austerità dei suoi palazzi e la cordialità degli abitanti, sarà che la Scozia si è distinta negli ultimi anni per le sue birre di notevole spessore. E allora l'elenco è abbastanza lungo: una Harviestoun Bitter&Twisted al Guildford Arms, una Deuchars Ipa all'Oxford Bar (grazie Vale per aver letto tutti i libri di Ian Rankin!), e poi una Brewdog Trashy Blond e una Brewdog The Physics, una Caledonian 80, una Cairngorn Trade Winds, una Lomond Gold e una Directors Courage, una Harviestoun Schiehallion e una Isle of Skye (non ci fanno solo il Talisker) Hebridean Gold. Insomma, se qualcuno mi pagasse delle corrispondenze (possibilmente alle cifre britanniche e non a quelle italiane) il pensiero di restarmene in terra scozzese si sarebbe fatto ancora più insistente. Difficile fare una classifica personale: a parte una prima Deuchars Ipa fuori forma, la seconda era da podio. Ma entrambe le Brewdog le ho trovate splendide, ritemprante la Caledonian 80 ed estremamente interessanti sia la Schiehallion, la lager di Harviestoun, sia la Trade Winds (mai bevuta prima). Il primo posto però va alla Bitter&Twisted che, non sarà tanto professionale, ma andava giù come acqua di fonte. Straordinarie tutte comunque, nella loro semplicità e nella loro bevibilità. Senza alchimie, senza pensieri, senza voli pindarici di degustazione paranoica. Nella valigia piena come un uovo sono riuscito a infilare tre pezzi: il libro "Beer Hunter, Whisky Chaser", dedicato a Michael Jackson, e due Harviestoun Ola Dubh, la Special 30 Reserve e la Special 40 Reserve. Prima o poi mi terranno il cuore in caldo. Che si sta già raffreddando per il fatto di essere tornato.

9 maggio 2010

Birre in corso...


Per la serie: se non trovi la birra artigianale, sarà lei a trovare te. Che il fenomeno dei microbirrifici fosse in forte espansione lo sapevo da tempo, come tutti, ma andare a fare due passi in corso Buenos Aires la domenica pomeriggio in coincidenza di non so bene quale fiera e ritrovarsi a bere birra italiana di piccoli produttori, francamente non me lo sarei aspettato. Alcune bancarelle sono state una tentazione impossibile da contrastare. Così dopo aver incredibilmente ritrovato un altoatesino dal quale facciamo acquisti quando siamo in montagna e aver comprato leberkase e carne salada, da lui, ma in ordine successivo pure testaroli, uova d'oca, prosciutto d'oca, un caprino erborinato da paura, eccoci di fronte a due birre di riso del Birrificio Vallecellio, nel vercellese. Formato da mezzo litro, 6 euro cadauna. Passo. Pochi metri più avanti ecco il Birrone, zona vicentina, dove la SS 46 non mi convince del tutto, ma si lascia bere. E allora, visto che 3 bottiglie da 0,33 viaggiano a 8 euro, incamero anche la Brusca e la Punto G, nome che è tutto un programma. Vedremo, ma ho apprezzato la dicitura "mantenere in frigorifero" sull'etichetta. Onesti. Altri dieci metri e vado quasi a sbattere contro una minibaita del Teddy Bier, micro trentino di cui non avevo mai sentito parlare. Mi incuriosisce la loro porter Tinera. Invece la trovo inquietante e da dimenticare. Peccato, perché mi si stronca l'entusiasmo e lascio perdere anche la Meppler, ale aromatizzata con la mela. Arriva infine la pioggia di questa primavera così scozzese, ma almeno fossimo in Scozia dannazione, e si torna a casa. La prossima volta però che qualcuno mi chiederà dove si può trovare la birra artigianale, non avrò esitazioni. Dappertutto: nei locali, nei ristoranti, nei supermercati e negli ipermercati, alla Metro, in corso Buenos Aires... Ogni tanto i vecchi tempi mi sembrano proprio quello che sono: vecchi.

6 maggio 2010

Forst, la nuova campagna


E' simpatica la nuova campagna pubblicitaria della Birra Forst. La si vede in televisione, ma anche sulla carta stampata, e gioca su quelli che sono i requisiti classici della birra altoatesina che, dalle sue parti, ha percentuali di mercato bulgare. I bicchieri di Forst che sembrano vivere tra torrenti e boschi innevati sono in linea con la fabbrica di birra più bella d'Italia. La prima volta che ci sono stato ero rimasto sbalordito dalla cura per i dettagli: i vasi di gerani fioriti alle finestre, addirittura le sbarre all'ingresso dei camion in legno intagliato. Tocco femminile forse, ma anche scelta di trasmettere naturalità e piccole dimensioni. Piccole fino a un certo punto ovviamente, perché la Forst oggi fa 700mila ettolitri all'anno e con la nuova sala cottura, la cui inugurazione è prevista per la primavera prossima, si arriverà a 900mila. Numeri di tutto rispetto benché molto lontani dai traguardi delle majors italiane. Tre settimane fa sono stato a Merano e ho fatto una scappata a Lagundo per provare la birra della casa, che si beve solo lì, e una letteralmente fantastica "crema alla birra". Una specie di "passato" che considero tra le migliori ricette birrose provate negli ultimi mesi, insieme al Birramisù di Claudio Sadler. Confesso di avere un piccolo debole per la Forst, mi piacciono quasi tutte le loro birre (in primis la Sixtus e la Pils), stimo la serenità e la competenza di Antonio Cesaro, il loro ex mastro birraio ancora in pista per diffondere il "verbo" della birra e sono rimasto impressionato, durante la presentazione milanese alla stampa della nuova campagna, dalla classe e dal fascino della signora Margherita Fuchs von Mannstein. Vera first lady della birra italiana.

4 maggio 2010

Teo va in barrique


Tanta gente, molti birrai (Montegioco, Orso Verde, Scarampola), volti noti (Paolo Massobrio, Luca Giaccone, Oscar Farinetti, Walter Massa) per l'inaugurazione della Cantina Baladin in quel di Piozzo sabato scorso. L'ultima, chissà però per quanto, "follia" firmata Teo Musso, il sempre più adrenalinico birraio delle Langhe che non pago della linea bibite Baladin (la cedrata e il ginger sono dannatamente buoni) ha deciso di inoltrarsi, almeno a me così pare, in una specie di giungla impenetrabile, senza bussola e armato solo di machete. Le 160 barrique sono lì dove qualche anno fa si celavano i tank con le cuffie, la sala antistante è invece una riproduzione della cucina della vecchia casa di Teo, impilate una sull'altra in ordine di tre. I nomi sono tra quelli più noti del mondo vinicolo italiano. Così a memoria Sassicaia, Antinori, Donnafugata, Caprai, Walter Massa, Felluga, Monterossa, Cottanera, Cantine del Notaio, insomma una specie di nazionale del vino. In queste barrique Teo affinerà due birre: Terre nelle botti che hanno tenuto vino rosso, Lune nelle botti che hanno visto maturare vino bianco. Ma la distinzione non è così semplice. Come evolverà la stessa birra in un barrique del Mille e una notte piuttosto che in quella del Sassicaia? Come incide il Nero d'Avola rispetto al blend di Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc su una birra che, quando vedrà la luce ovvero nel 2011, avrà circa 9% vol? Teo è sicuramente avvinto da questa nuova strada e promette di dedicarsi alla cantina per parecchi mesi in maniera quasi esclusiva. Che sia un percorso innovativo mi appare chiaro perché qui non si tratta solo del legno in senso generale, ma di quel legno specifico... In più le birre dovranno essere sottoposte al vaglio della cantina che ha messo a disposizione le botti, un altro potenziale ostacolo da superare... Ma ho visto Teo al settimo cielo per la sua cantina e per questa nuova avventura e, visti i suoi precedenti, non me la sento proprio di scommettergli contro...

19 aprile 2010

BlogDilemma...


Allora, qualche tempo fa ho deciso che i commenti dovessero essere moderati dal sottoscritto. In parte per evitare facili insulti da chi non ha nemmeno le palle per presentarsi di persona, ma soprattutto perché un mio vecchio post, dove parlavo di un libro di Rudi Peroni, è stato preso letteralmente d'assalto da spammatori incomprensibili. Il ritmo è di un paio alla settimana. Ora, mi tocca subire la presenza in mail di questi "commenti" ma, d'altro canto, avendo moderato il dibattito sono nelle condizioni di poterli rifiutare. Al costo, è ovvio, di entrare nel blog e cliccare su "rifiuta il commento". Ergo, lascio tutto come prima e commento libero per tutti oppure filtro ogni santo giorno o quasi? Non è un quesito esistenziale, me ne rendo conto. Ma pensare che il post su Peroni si avvii a battere tutti i record, numerici, di commenti mi inquieta un po'...
Accetto suggerimenti, ma anche risposte alla domanda: che cosa c'è in Peroni che attira così tanto lo spam internazionale?

14 aprile 2010

Santo subito!


Non ho idea di quanti publican ho incontrato nella mia "carriera", di buona parte ho perso praticamente il ricordo, qualcuno l'ho eliminato volutamente dai ricordi, altri invece mi hanno insegnato qualcosa anche se, le distanze e la vita, non mi hanno permesso di rivederli più spesso. Uno però in particolare è per me una specie di icona del publican perfetto, nel senso che se qualcuno volesse aprire una birreria dovrebbe prima andare a studiarselo per qualche sera, ed è Manuele Colonna, titolare del Ma che siete venuti a fa' di Roma. A dire il vero, la prima volta che l'ho visto non mi sembrava molto rassicurante. Non era tanto il capello lungo, quanto l'indiscutibile competenza che, molto spesso nell'ambiente eno-birro-gastronomico, diventa arroganza e fanatismo patologico. Vederlo al lavoro però mi ha fatto cambiare idea. Colonna conosce le birre, in maniera quasi enciclopedica ma allo stesso tempo profonda, e su questo non ci sono dubbi. Ma ha la straordinaria capacità di avvicinare alla complessità del mondobirra anche chi non va oltre la "bionda". Sa spiegare, fa provare, non cade dall'alto e non fa sentire il peso dei suoi enne assaggi fatti in giro per il mondo. Questo è l'aspetto, al di là di quanto possa essere bravo a spillare e delle chicche che tiene alla spina, che di lui mi ha più colpito. E che mi fa dire che uno come lui andrebbe utilizzato in versione "master" per futuri gestori. Non ho idea se possa essere d'accordo, anzi presumo proprio di no, ma io continuo a consigliare a tutti un pellegrinaggio in via Benedetta. E pellegrinaggio mi sembra proprio il termine più preciso da usare.

31 marzo 2010

1001 beers you must try before you die


Dopo averci lavorato alacremente sotto la canicola della scorsa estate è finalmente uscito questo compendio sulle 1001 birre da provare nella vita(vabbé, prima di morire ma non credo vada inteso alla lettera). Libro ideato, curato e coordinato dal giornalista inglese Adrian Tierney-Jones (www.maltworms.blogspot.com) con la collaborazione di numerose firme del settore: da Jeff Evans a Conrad Seidl, da Joris Pattyn a Evan Rail, da Randy Mosher a Laurent Mousson. Le collaborazioni italiane, oltre alla mia, sono state di Eugenio Signoroni e Stefania Siragusa. Le recensioni tricolori sono circa una quarantina con quasi tutti i microbirrifici più noti segnalati, con una o più etichette. Quella nella foto è la copertina del volume che ho acquistato in Feltrinelli, ma la copertina può cambiare e così il titolo (che nell'edizione americana diventa "you must taste" invece di "you must try" - non chiedetemi perché). Quello che non cambia sono invece i contenuti. Sicuramente un lavoraccio, soprattuto per aver dovuto scrivere direttamente in inglese, ma il risultato a me pare più che buono. Poi si sa, le recensioni sono sempre opinioni non vangelo.

12 marzo 2010

Questione di etichetta


Nella plaga semidesertica di Pianeta Birra, brillava lo spazio della birra artigianale, con i suoi protagonisti, noti e meno noti. Un pacchetto notevole di spunti giornalistici se non fosse che, a Rimini, passo la maggior parte del tempo a salutare volti noti, almeno per me, e fare chiacchiere, anche da cortile lo ammetto. Quindi ho trovato molto interessante la conferenza organizzata dal Mobi per presentare l'iniziativa Birra Chiara. Ovvero, per farla breve visto che la notzia è stata ampiamente riportata sul web, la richiesta di etichette più trasparenti e informative quindi non solo rispettose delle indicazioni previste dalla legge, ma anche più ricche di "contenuti utili" per il consumatore. Premesso che ogni produttore fa quello che gli pare, dopo aver almeno rispettato gli obblighi di legge, sono assolutamente convinto che le istanze del Mobi vadano in questo senso non solo accolte, ma anche sostenute. Ritengo che le informazioni aggiuntive (in termini di ingredienti, di tpo di produzione, etc...) siano la prima e immediata risposta alla recente curiosità del consumatore generalista nei confronti dell'universo birra. Una curiosità che è stata il terreno fertile del successo di molti birrifici artigianali e, in un ottica di mercato complessivo, del significativo trend di crescita delle birre cosiddette speciali che, fino a qualche anno fa, sembravano in crisi di ossigeno. Insomma, le informazioni più chiare che chiede il Mobi sono a mio avviso le stesse che potrebbe, e dovrebbe, chiedere un gestore consapevole, chiamiamolo così, un sommelier, un titolare di enoteca o di bottega gourmet, un ristoratore (ma anche un pizzaiolo). Quale sarà la risposta? Tutto sommato credo, e spero, positiva. Per quanto il convegno non fosse particolarmente affollato, i birrai artigianali dovrebbero immaginare che questa è una strada giusta da percorrere per dare forza alla propria impresa. Privi delle risorse delle multinazionali, necessarie per far crescere il brand nella percezione collettiva, si deve per forza lavorare sulla specificità e riconoscibilità delle loro birre. E questo lo si fa anche aggiungendo qualche informazione in più sull'etichetta.

11 marzo 2010

Cascinazza Amber alla Trattoria Mirta


Avevo letto opinioni contrastanti su questa birra prodotta nell'hinterland milanese da una comunità di monaci benedettini. Così quando, ieri sera, mi sono trovato a cena alla Trattoria Mirta (http://www.trattoriamirta.it/) per una guida, ho colto al volo l'occasione di assaggiare la loro Amber, restandone piacevolmente impressionato. A dire il vero, mentre la versavo, mi veniva da pensare a Teo Musso, in parte perché mi sembrava di ricordare una sua collaborazione, e forse anche quella di Agostino Arioli, nei primi passi della Cascinazza, ma anche perché aspetto, consistenza della schiuma e primi profumi me la facevano apparire molto Baladin's style. Resta il fatto che l'ho trovata ben fatta, senza difetti. Un naso gentilmente agrumato, un ricordo di fiori e una leggere sottolineatura di spezie, di pepe bianco. In bocca non eccessivamente muscolare, ma consistente e con un finale pulito e gradevole. Insomma, una buona birra che mi è piaciuta anche di più in abbinamento con lo Sformatino di patate e parmigiano con mozzarella e paté di peperoni. Paté di puro visibilio, tra l'altro. Ma, birra a parte, al Mirta ho mangiato una delle migliori sbrisolone della mia vita, friabile e burrosa con sopra una mousse di nocciola da "sindrome di Stendhal". Ovvero da svenimento. Ho riflettuto sull'apporto calorico, ma lo chef è stato lapidario: "Non chiedere". Meglio, anche perché quella sbrisolona era, a detta dello stesso chef, la versione "leggera".

9 marzo 2010

Il lavoro degli altri


Tre post in due giorni... Wow, si vede che non ho un cazzo da fare... Invece pur con l'acqua alla gola per correre dietro agli editori che si svegliano sempre all'ultimo momento eccomi qui a sfogare un po' di bile su chi, e Dio solo sa quanto sia diffusa questa cosa oggi nel nostro settore, ritiene non solo di saper fare divinamente il proprio lavoro. Ma pure il tuo! Ah, ne ho proprio le palle piene di spremitori d'uva che sanno l'italiano come Biscardi, di formaggiai convinti di aver scoperto il Caglio Santo, di birrai che imbroccano una birra sì e otto no però ti vengono a spiegare come si deve scrivere e magari anche quanto o dove... Mi ricordo anni fa un tizio che faceva bruschette, bruschette eh mica chissà cosa, che aveva una segretaria che una volta era stata maestra elementare, la quale aveva il compito di "passare" i publiredazionali che, in un momento di raro masochismo, avevo deciso di accettare di scrivere. Una tragedia, i pensieri e le frasi ridotti allo stato espressivo semilarvale di un fanciullo in fase di sviluppo, concetti degni di un ET "io telefono casa" che riscuotevano le lodi del neanderthaliano bruschettaro. Ho sempre cercato, sbagliando, di rispettare il lavoro altrui e di capire quando il mio giudizio aveva il senso dell'esperienza acquisita o era semplicemente una mia impressione personale. In sostanza, comprendere la differenza che passa tra il giudizio di un competente e quello di uno zotico appena sbarcato sulla Terra. Ma, evidentemente, ho sbagliato... Molto meglio imbracciare il fucile e sparare al bersaglio grosso, stroncare un po' a destra e un po' a manca, tanto per fare rumore e vedere l'effetto che fa... Il mio sogno nel cassetto? Leggere un publiredazionale sulla bruschetta scritto dalla maestrina senza penna rossa: "La bruschetta è buona. La bruschetta fa bene. Comprate la nostra bruschetta. La bruschetta la trovate a...". Oggesù, perchè non intuisco mai le potenzialità da romanzieri di successo planetario, quando le incontro?

Il miglior panettone di Natale


Allora, punto primo: ho sempre preferito il pandoro al panettone. Saranno le origini venete o che altro, ma così stanno le cose fin dall'infanzia. Punto secondo: resto sempre un po' perplesso di fronte alle produzioni extrabirrarie artigianali. Siano esse marmellate, gelatine, biscotti, pane, formaggi, jeans o profumi per l'ambiente. Anche se in qualche caso mi sono dovuto ricredere. Ma mai tuttavia come per questo panettone firmato Le Baladin. Semplicemente superlativo! Negli stessi giorni avevo speso oltre 10 euro per un panettone Loison, marchio molto gettonato tra i critici gourmet, rimanendone fondamentalmente deluso. Ora, d'accordo che non conosco il prezzo del "Panettoladin", ma morbidezza, gusto e profumi erano indimenticabili. Tanto è vero che lo segnalo e ne scrivo, in mostruoso ritardo, a marzo (ma mi è capitato di rivedere la foto per caso facendo ordine sul desktop).

8 marzo 2010

Assaggi al BQ


Questo pomeriggio abbiamo rotto gli indugi e abbiamo deciso di fare un salto al BQ per l'ultimo scampolo di Italia Beer Festival che si è svolto nello spazio di via Losanna. La scusa di passare anche all'Esselunga della zona è miseramente naufragata con la scomparsa dell'Esselunga stessa (cosa che mi ha fatto capire che era un po' di tempo che non bazzicavo da quelle parti), ma le due ore passate al BQ mi sono servite per assaggiare qualcosa in ordine sparso e soprattutto riflettere sul fatto che agli operatori (un po' pochini nel tempo passato nel locale) forse non è che gli frega poi così tanto della birra artigianale italiana. Sicuramente molto meno di quanto, noi appassionati del settore, siamo portati a pensare. Il che fa sorridere pensando al pathos che si respira in rete ma anche nelle fiere (tipo Rimini), ma fa quasi piangere se si pensa al mercato reale, alle sue problematiche (qualità, costanza, prezzi, logistica, distribuzione, etc...). Comunque, dovendo poi recarci per davvero all'Esselunga, ho deciso di provare come prima birra la tanto reclamizzata, quasi famigerata, La Trenta del duo Polli-Trentalance (ma soprattutto del birraio che materialmente la fa). Beh, a me è piaciuta. Davvero. L'aroma era fresco e rinfrescante, aveva delle note intriganti che mi ricordavano l'uvaspina, in qualche maniera l'anguria (!), un sentore di menta bianca. In bocca il luppolo era preciso, gradevole, un taglio secco e pulito, persistente. Buono, insomma. Sono passato poi alla Schwarz del Birrificio Henquet che ho trovato discreta, molto beverina. Insomma, senza gioie e senza dolori. Infine, ho trovato alla spina la Rude Boy del Birrificio Toccalmatto. Premetto che le etichette del Toccalmatto, a mio gusto personale, sono le più belle oggi in circolazione in Italia, e che le ultime loro birre assaggiate mi avevano proprio convinto. Non è stato invece così per la Rude Boy, molto bella al naso con una pazzesca nota di arancia e una sottolineatura speziata, ma dall'amaro eccessivamente brutale in bocca, con un retrogusto che mi ha ricordato il chinino e la cicoria. Davvero un po' troppo per i miei gusti.

24 febbraio 2010

Satellite Birra


Un unico giorno dedicato a Pianeta Birra è davvero poco per esprimere un giudizio definitivo. Lo dico come premessa perché non vorrei passare per l'inquisitore di turno che spara sentenze senza avere una conoscenza approfondita dell'argomento (attività molto in voga nella rete...). Tuttavia dopo tanti anni di frequentazione riminese è difficile non accorgersi dei cambiamenti radicali in quella che era una volta la manifestazione principale, e imperdibile, del settore birrario nel suo complesso. Spariti i grandi gruppi, ormai forti del loro network distributivo, la fiera per operatori è diventata un accampamento riservato agli artigiani italiani, a qualche media azienda tedesca e al distributore-importatore Interbrau che sembra avviarsi sulla strada del "re dei piccoli". Di per sé la cosa non è triste (per rispondere al commento di Stefano) perché Rimini è sempre stata un'occasione di incontro, di amici che rivedi con grande piacere, di spunti giornalistici interessanti (da birrifici e birre da scoprire a temi caldi come il disciplinare Mobi sulle etichette che mi sembra un'iniziativa intelligente e meritevole di spazio sulla carta stampata di settore). Per cui, Rimini è ancora una fiera da non perdere. Tuttavia non si può negare che la sua rappresentatività è ormai ridotta ai minimi termini. Almeno dal mio punto di vista che è quello di uno che si deve occupare del mercato birrario italiano, delle sue prospettive, della sua evoluzione. Una fiera che mi rappresenta il 2% del mercato è una fiera senza senso, da "divieto di sosta", tanto per riprendere la foto qui sopra. Mancano del tutto gli interlocutori, oltre alle minigonne delle standiste, motivo per cui la maggior parte dei giornalisti si è autodirottato al Mia (nel quale io non ho mai messo piede, ma non è un vanto...). Insomma, più che Pianeta Birra, Satellite Birra. Per molte cose simile ad altre fiere o festival della birra che ci sono in giro per l'Italia. Certo a Rimini l'albergo lo trovi anche il giorno prima, una bella commodity pensando che per Vinitaly la prenotazione va fatta con mesi d'anticipo altrimenti ti ritrovi in una camera vista lago di Garda. Ma è questo il plus che fa una grande fiera? Lo spazio artigianale, quello che ho girato maggiormente, mi è piaciuto (a parte la benedetta sala degli incontri) ma vorrei sapere quanti contatti "utili" sono stati fatti dai produttori... Qualcuno è stato abbastanza positivo ma altri mi hanno semplicemente risposto che Rimini è bella, che ci sono affezionati, che si spende poco, che si rivedono gli amici.... Tutto fantastico, ma questo fa crescere il settore o, più biecamente, la loro attività? Io me lo chiedo...

23 febbraio 2010

La prima volta


La prima volta che scendo a Rimini in treno. La prima volta che vado e torno in giornata. La prima volta che resto basito vedendo che la fiera si è "accorciata" fisicamente. La prima volta che non devo scrivere nessun articolo per nessuna rivista. La prima volta che i miei colleghi in sala stampa mi dicono: "siamo qui più per il Mia". La prima volta che Pianeta Birra mi sembra l'Interbrau Beer Festival. La prima volta che vedo uno stand dove la birra la devi pagare. La prima volta che un convegno con personaggi famosi della scena birraria internazionale più un giornalista profondo conoscitore della birra italiana (sic), salta per totale assenza di pubblico. La prima volta che trovo l'immagine "istituzionale" (quella nella foto) davvero orrenda. La prima volta che vedo lo stand di Villacher affollato. E' proprio vero. C'è un prima volta per tutto.

18 febbraio 2010

La patatina tira...



Prendo spunto da una recente Notizia del giorno, newsletter quotidiana di Paolo Massobrio, dove viene riportato un commento poco lusinghiero di Aldo Grasso all'apparizione di Gianfranco Vissani quale testimonial di una linea di patatine "gourmet". Tanto per intenderci, di quelle fritte e insacchettate. La cosa mi ha prima di tutto fatto tornare in mente una foto (eccola) che avevo fatto un paio d'anni fa, o forse tre, in un bar tabacchi di Siviglia. Le patatine, quella volta, le "certificava" nientepopodimeno che Ferran Adrià, ovvero la leggenda della cucina iberica e più volte consacrato miglior chef del mondo.

13 febbraio 2010

Cenare al Lambrate


L'ultima volta al Lambrate è stato un paio di settimane fa, più o meno, per la presentazione pubblica della nuova Imperial Ghisa, al debutto ufficiale dopo un anno di maturazione. Gran cerimoniere il solito, sempre brillante, Kuaska per una birra che mi ha convinto davvero parecchio. Bassa fermentazione, quasi 100 Ibu, prevedibili note di caffè e di liquirizia, ma anche prugna e (considerazione molto personale) quel profumo che avverto quando cucino alla piastra il radicchio rosso tardivo di Treviso. In bocca molto morbida e, per i suoi 8,5% vol, davvero scorrevole. Ma se il Lambrate ultimamente mi sembra non stia più sbagliando una mossa (ottima l'Ortiga e meravigliosa la Ligera) non ero "pronto" per l'agnello preparato per l'occasione da Davide Danko Sangiorgi in collaborazione con un amico di cui non ricordo più, sorry, il nome. Beh, quello in primo piano nella foto è stato l'agnello più fantasticamente buono che mi sia capitato di assaggiare negli ultimi due anni (tour dei ristoranti dell'Alpago - dove un eccellente agnello è di casa - inclusi). Cottura perfetta, morbido al punto giusto e godurioso in tutto e per tutto. Per un paio di giorni mi sono tenuto in tasca l'anice stellato come promemoria.
Ieri poi sono tornato al Lambrate con amici. Ho capito che l'agnello era una special guest (ma spero davvero di essere smentito), però lo stinco che me lo ha sostituito non lo ha fatto troppo rimpiangere. Insomma, a parte i timpani seriamente compromessi dopo due ore di full immersion nel brewpub, devo dire che la cucina del Lambrate mi ha favorevolmente impressionato. Per quello che ho provato, ovvio. Ma è stato bello capire che oltre sulle birre, la tribù, come la chiama Kuaska, sta crescendo anche sul versante gastronomico. D'ora in poi, si potrà smettere di vivere di solo happy hour...

10 febbraio 2010

Mi chiamo Name, Nick Name


Che cosa fantastica la rete. Internet intendo, ovviamente. Per me che ormai vivo nel panico degli scaffali stracolmi di libri in procinto di crollare e seppellirmi, il magico mondo del web è una costante tentazione. Blog, siti, forum e wikipedia: basta un pc, ti colleghi e via. Risolvendo tutti i tuoi problemi di spazio. Cerchi un informazione e la trovi. Trovi spesso anche il suo contrario, a dire il vero. Ma vuoi mettere? E' democrazia allo stato puro, stupefacente nel senso tossicologico del termine. Chiunque può dire la sua, senza limiti, senza regole, senza conseguenze (quasi sempre). E poi soddisfa la sottile, ma nemmeno tanto, voglia di protagonismo che c'è in ognuno di noi. Meglio di lei c'è solo la televisione, ma quella evidentemente è per pochi, raccomandati o bionde siliconate. La rete invece non fa differenze e accetta tutti come nemmeno l'arca di Noè. Trovati un argomento e spara la tua opinione www. E se ti va metterti addosso un'aura da castigamatti ti puoi pure scegliere un bel nickname, coprirti di mistero e lanciarti nella nobile arte del giudizio apocalittico. Davvero fantastico. Tutto merito della buonanima di Andy Warhol che profetizzò dieci minuti di celebrità per tutti. E tutti quanti lo abbiamo preso in parola. Me compreso, naturalmente. Però, perché c'è un però, se c'è proprio una cosa che trovo insopportabile della rete è questo utilizzo del nickname. Ok per quelli che ormai sono più conosciuti per il nick che con il proprio nome (gli esempi non mancano), ma perchè diavolo tutti gli altri devono nascondersi dietro un soprannome? Abuso di letture di supereroi Marvel da piccoli? Per non parlare poi dei commenti anonimi... In realtà questo sembrerebbe contraddire la mia teoria del desiderio di protagonismo, ma in realtà no, perché il desiderio di protagonismo si ammanta, dietro il nick, di una discreta perversione. Con il nick, insomma, la libertà di pensiero assume sfumature onanistiche. Comunque, sono convinto che il mio sia solo un nuotare controcorrente su un fiume sbarrato da una diga. Faticoso e pure inutile.

8 febbraio 2010

Di corsa...


Ho mollato questo blog al suo destino per più di un mese e quasi non mi ricordavo più la mia password d'accesso. Che devo fare. Quando inizio a pensare che sia solo una perdita di tempo, arriva qualcuno che mi sprona a scrivere, ma in questo periodo manca proprio il tempo necessario. E non solo per questioni lavorative. Tuttavia alcune cose che posso scrivere qui non potrei pubblicarle da nessuna altra parte per cui prometto di riprendere con una certa frequenza (sicuramente non quotidiana comunque...). Avrei alcuni libri da consigliare, qualche serata birraria da raccontare, molte opinioni da esprimere perché, lo ammetto, quello della birra artigianale è un mondo sempre pieno di sorprese (qualcuna poco piacevole). Poi è in vista l'appuntamento riminese ovvero "Satellite Birra", chiamarlo Pianeta mi sembra davvero troppo, dove sarà rappresentato ancora una volta il 2% circa del panorama birrario nazionale (alla faccia della rappresentatività) e allora non potrei davvero trattenermi. Oddio non voglio che pensiate che odio Rimini o la sua Fiera. Sono dodici anni ininterrotti che ci vado e i primi tempi ho lavorato come una bestia ma mi sono anche molto divertito. A ben pensarci, negli ultimi anni ho lavorato invece pochissimo ma forse mi sono divertito di più e allora, penserete voi, che mi lamento a fare? Il problema è che nella birra, bene o male, ci lavoro e a fine mese non posso solo contare le risate. Detto questo, non sono stato a Birra Nostra versione padovana, il primo anno di Rovigo era da mettersi a ridere in maniera isterica tanto il flop era assordante. Forse a Padova è andata meglio, ma 10-100-1000 fiere della birra faranno bene o male al settore? Ogni tanto me lo chiedo... Comunque segnatevi anche Birra e Dintorni dal 14 al 17 febbraio in quel di Erba (http://www.ristoexpo.com/), i birrifici sono una garanzia e il collega che l'organizza pure. Se non altro le occasioni non mancano. Tuttavia, ripeto, quanto siano utili in termini di contatto di lavoro (non solo insomma per dare da bere agli assetati) mi piacerebbe proprio saperlo. Ma forse ai birrifici basta anche questo: ovvero farsi conoscere, fare "cassetta" (come mi spiegava un birraio una volta) e ritrovarsi tutti insieme. Almeno per ora. E per ora, vi saluto. Soprattutto i 14 lettori fissi, ma pure i vari spammatori che stanno tenendomi informato su varie amenità: dalle pilloline blu che cambierebbero la mia vita a dove acquistare il miglior prosciutto iberico ('azz, adesso che l'ho citato mi sa che ritornano all'assalto...).

30 dicembre 2009

Messaggio di fine anno



Il messaggio di fine anno, tranquillizzo subito tutti, non lo farò io. Solo che in questi giorni ho letto un passo da Vino al Vino di Mario Soldati che mi ha colpito e mi è rimasto dentro. Mi sembrava bello condividerlo. Eccolo dunque:


"La verità è che, in fatto di gusto, nessuno potrà mai sostenere che la maggioranza abbia necessariamente ragione. Nemmeno in politica è così. Infatti, che la maggioranza abbia sempre ragione non è, contrariamente a quanto si crede, la base della democrazia: ma soltanto il suo ideale, il suo miraggio. La base della democrazia è un'altra, più complicata, più delicata, più radicata nel cuore dell'uomo: è che gli inconvenienti di un regime politico autoritario sono, o presto o tardi, tali e tanti che è più saggio per i popoli affidarsi alle decisioni di una maggioranza, che abbia torto, piuttosto che alle decisioni di una minoranza, che abbia ragione. In ogni modo, questo, ovviamente, non è il caso del vino. Giacchè la minoranza, sempre più esigua, che difende il vino genuino e instabile, non pretende affatto di governare i consumatori e i produttori, nè di proibire il vino troppo lavorato e troppo stabile: si limita a compiangere codesta maggioranza e a consigliarle di convertirsi, per il suo bene. Nel vino, come nella cucina, può succedere che il parere di una persona sola sia più giusto del parere di milioni di persone".
Se volete, potete sostituire la parola birra alla parola vino. Buon 2010 a tutti...

11 dicembre 2009

Qui es in caelis...


Lo confesso, non ho mai dato di matto per il miele. Non mi è mai piaciuto spalmato su una fetta di pane (preferisco di gran lunga burro e zucchero), nè lo uso per addolcire bevande calde. Al massimo, come rimedio della nonna, ne mescolo un cucchiaio con rum e latte bollente quando sono raffreddato. Forse dipende dal fatto che non ho mai provato un grande miele. Invece lo scorso anno, nel girone dantesco e milanese dell'Artigiano in Fiera, mi sono trovato a tu per tu con Andrea Paternoster, apicoltore nomade e artefice dei Mieli Thun (http://www.mielithun.it/), che conoscevo solo indirettamente per le birre (Erica di Le Baladin, Utopia di BiDu e Troll) che impiegano alcuni dei suoi mieli. Con lui, cucchiaino dopo cucchiaino, ho visto la luce (in stile Jake Blues) e ho capito le differenze tra un miele di girasole (il preferito della Vale) e quello d'edera, tra quello di cardo (letteralmente fantastico) e quello di timo. Mi si è aperto un mondo di profumi e di dolcezze, di consistenze diverse. Una goduria pazzesca, senza mezzi termini e che volevo rendere pubblica. Soprattutto, ho scoperto che il mondo dei mieli è affascinante, ricco di sfumature, fatto di sano lavoro manuale (la definizione "artigianale" mi ha un po' stufato), di pazienza e di intuizione geniale. Quindi conoscere Paternoster (se riflettete sul cognome, si capirà anche il titolo forse un po' criptico di questo post) è stato proprio un bel regalo. Tanto che, quest'anno in fiera, l'acquisto di mieli Thun è stato paragonabile a quello di un malato cronico di bronchite...

9 dicembre 2009

Un po' di numeri


Al Simei, l'esposizione milanese di macchine e tecniche vitivinicole, si va, almeno nel mio caso, perché si deve. Poi magari si trova pure qualcosa di curioso e di interessante, ma ahimé tutto quello che riguarda chimica e tecnica, macchinari e utensili, mette sempre in difficoltà i miei neuroni. Così sono stato contento, dopo essermi sciroppato una dissertazione sui tappi, essermi fatto coinvolgere dalle linee di imbottigliamento viaggianti (nel senso che arrivano con un tir attrezzato e fanno tutto o quasi loro) e aver quasi masticato un'etichetta biodegradabile, nel leggere un dossier Birra preparato da qualche ufficio fieristico su basi e dati elaborati dalla solita "miniera" Beverfood, catalogone imprescindibile anche se dal prezzo che intimorisce.
Andando rapidi e saltando le mega-acqusizioni mondiali, si scopre che quattro gruppi (Heineken, Sab-Miller, AB-Inbev e Carlsberg) controllano oltre il 65% dei volumi totali, che le birre cosiddette "standard" valgono il 51% del mercato, che la birra più esportata in Patria in assoluto è la Beck's, seguita dalla Ceres e dalle birre dell'olandese Bavaria. Si scopre anche che i birrifici artigianali valgono tutti insieme oltre 150 mila ettolitri, un risultato insperabile fino a qualche anno fa, ma distante anni luce dagli oltre 5 milioni di ettolitri prodotti da Heineken e anche dai 500 mila che sembra valere la Ceres, in tutte le sue varianti.
Ogni tanto questa cifre me le vado a rileggere, un po' per mantenere i piedi per terra e un po' per considerare che il mercato della birra si sta in qualche modo "divaricando": da un lato percentuali, marchi e volumi, dall'altro nicchie, prodotti e bottiglie. E ciò, francamente, mi sembra meglio oggi di ieri. La scelta si è ampliata a dismisura, il consumatore è mediamente cresciuto, un comparto non cannibalizzerà l'altro, nemmeno se qualche grande gruppo deciderà, e non è detto che non succeda prima o poi, di "comprarsi" una birreria artigianale "da vetrina". Insomma, c'è spazio per tutti nel mercato italiano e ancora tanto da conquistare. Soprattutto per i più piccoli che, forse, l'unico pericolo che possono correre è quello di inerpicarsi troppo sulla vetta dell'eccellenza, vera o presunta che sia, dell'immagine e del prezzo. Il mercato è sempre una piramide. Stare in vetta è bellissimo, non c'è dubbio, ma in vetta la superficie calpestabile è alquanto limitata.

11 novembre 2009

Beer Lover's Britain



Per tutti coloro che, come me, si sono innamorati della birra sorseggiando una pinta ambrata in un pub caldo e fumoso in terra d'Inghilterra, spillata a forza di bicipite da un signore brizzolato e rubizzo, standosene poi appoggiati a bancone come un cavallo alla staccionata... ecco l'ultimo lavoro, in ordine di tempo, di Jeff Evans, una delle firme d'Oltremanica più note in materia birraria. Serio, curioso, competente, Jeff ha la capacità di raccontare con brio l'argomento che affronta, senza sbilanciarsi in giudizi apocalittici e senza mettersi al centro dell'attenzione. A mio avviso sono parametri che aggiungono ulteriore valore al suo lavoro. Detto questo il suo Beer Lover's Britain è un e-book rintracciabile e scaricabile dal suo sito (www.insidebeer.com) per 5.99 sterline (fate voi la conversione in euro, please...). Il contenuto è un compendio esaustivo e chiarificatore del mondo anglosassone della birra passando in rassegna produttori e stili, pub e retail, cultura e storia. Insomma, un volumetto agile a mio avviso da non perdere. L'unica controindicazione è che la voglia di acchiappare un volo per la terra d'Albione diventerà quasi insopportabile ma, arrivati al punto, basterà votarsi a Sant'Easyjet... Per quanto invece riguarda Jeff Evans , rumours lo danno in arrivo a febbraio a Pianeta Birra in veste di giurato alla prossima Birra dell'Anno organizzata da Unionbirrai...

7 novembre 2009

Lunedì a Golosaria...


Parte oggi l'edizione milanese di Golosaria, l'evento culturale e gastronomico firmato dal Club di Papillon guidato da Paolo Massobrio (http://www.golosaria.it/), all'Hotel Melià in via Masaccio. Ve lo comunico per due motivi, anzi tre: il primo è che l'occasione sembra interessante per conoscere produzioni artigianali di qualità, dai salumi ai formaggi, dai dolci alla pasta. Fare qualche assaggio e scambiare le proprie impressioni con i produttori (annunciata anche la presenza del grande Lelio Bottero allo stand delle Fattorie Fiandino). Il secondo motivo è perché ho sempre trovato il Golosario (al maschile) una delle guide più utili e interessanti del panorama librario enogastronomico con il merito ulteriore di aver considerato le produzioni di birra artigianale in tempi non sospetti, ovvero prima che il fenomeno esplodesse e diventasse, con tutti i pro e contro, una moda. Infine, il terzo motivo è che l'ultimo giorno di Golosaria, lunedì 9 alle ore 11, andrà in scena Teo Musso in un incontro a tre (ovvero Paolo Massobrio e il sottoscritto) sullo stile de "Il senso della vita" ossia una decine di foto che ripercorrono la storia di Teo e del Baladin, commentate da lui medesimo e intervallate dall'assaggio di tre birre: nell'ordine Super Baladin, Xyauyu e Open. Chi vuole partecipare può iscriversi gratuitamente all'evento, scaricando l'invito dal sito di Golosaria... Vi aspettiamo!

26 ottobre 2009

Il Big Bang della birra italiana?


Ho dato, ahimé, buca al Milano Whisky Festival e ne provo ancora rimorso. In compenso sabato mattina, pur ingannato dalla bastardissima sveglia del mio cellulare che non ha suonato, mi sono fiondato in quel di Pombia per seguire, per la prima volta nella mia vita, l'annuale convegno che in qualche modo celebra la scoperta del famoso, almeno dovrebbe essere tale, bicchiere in argilla contenente resti di pollini di cereali e di luppolo trovato nella tomba identificata 11/95 di un'antica necropoli pombiese databile attorno al VI secolo avanti Cristo. Una testimonianza importante, che certifica la presenza di una cultura brassicola in pianura padana prima che vi arrivassero i Romani e che getta una nuova luce sull'Italia "Paese del vino". Il tema del convegno di quest'anno aveva però a che fare con un'altra bevanda fermentata dal sapore antico, ovvero l'idromele. Tra i relatori il soprintendente per i Beni Archeologici della Liguria, Filippo Maria Gambari, Davide Bertinotti, che ha avuto il merito aggiuntivo di aver preparato una birra al miele, il "mitico" Tullio Zangrando, la ricercatrice Sabina Rossi e Franco Thedy, patron di Birra Menabrea (li vedete tutti nella foto). Sono rimasto affascinato da Gambari e le sue parole su tombe celtiche e usanze antiche, non per niente mi sono sciroppato in età adolescenziale Il Signore degli Anelli, divertito dagli aneddoti di Zangrando, ancora una volta stupefatto dalla competenza di Davide e infine intrigato dal lavoro meticoloso della dottoressa Rossi. Su tutto comunque, mi rimane in testa quel bicchiere d'argilla, un vasetto in realtà, che ho anche comprato (una replica ovviamente).

21 ottobre 2009

Ultimi assaggi...


Visto che passo la maggior parte del mio tempo ammanettato al notebook tentando di accontentare gli editori che mi rincorrono per gli articoli, editori che a mia volta poi devo rincorrere per i pagamenti, spezzo il ritmo stappando qualche birra e godendomela senza tante paturnie descrittive. La birra mi piace e, raggiunta una certa quantità, mi rende più fluida la scrittura e più chiara la mente. Detto questo vado a memoria sulle ultime birre che mi hanno piacevolmente impressionato e che, a dirla tutta, mi dispiace di aver terminato. Al primo posto ecco allora la Utopia 2009 prodotta in collaborazione tra il Bi-Du e il Troll, con miele di rododendro firmato Thun. Tanto di cappello a Dano e Beppe: profumi avvolgenti e fruttati, perfetto equilibrio in bocca, una birra goduriosa per la quale avrei francamente strizzato il vetro vuoto cercando di carpirne l'ultima goccia. Ho anche tirato il collo alle due irlandesi dell'isola di Aran ovvero la Rùa e la Bàn della Arainn Mhòr Brewing Company. Le avevo esportate dall'ultimo blitz a Dublino e le ho trovate gradevoli e non impegnative, abbastanza almeno da giustificarne il passaggio in valigia. Più che discreta infine la Gotha dell'Hibu, che sto bevendo adesso, per la struttura e il finale che ricorda la liquirizia dolce. Il tenore alcolico a quest'ora del giorno lo avverto pertanto torno rapidamente a scrivere quello per cui mi pagano. Forse.

9 ottobre 2009

Amor di Borgotaro


Sarò per sempre debitore a due miei cari amici, Giacomo e Marika, per questa scoperta dolce fatta a Borgotaro, provincia di Parma, dove i funghi porcini regnano sovrani. In misura tale da far dimenticare tutto il resto... Ma dopo una cena che avrebbe fatto scappare a gambe levate Jane Fonda, un peccato trent'anni fa ma oggi più che accettabile, ho avuto modo di azzannare una pasta dolce chiamata Amor e composta da due sottili cialde di wafer ripiene di una crema burrosa da svenimento. Qualche ricerca in rete e ho scoperto gli ingredienti del ripieno ovvero burro, zucchero, uova, farina, latte e mandorle tritate. Una goduria senza se e senza ma. Ne avrei fatto fuori un vassoio anche a costo di sentire il mio colesterolo saltare l'ostacolo dell'umana tollerabilità. Restringimento delle arterie a parte, l'Amor sembra essere di importazione svizzera (come le Ricola) e borgotarese solo d'adozione. Ma chissenefrega, è un dolcetto superlativo. Tanto inoffensivo alla vista e per le dimensioni, quanto in grado di dare assuefazione al primo morso. Di questi tempi, poi, c'è bisogno più che mai di dolcezza.

1 ottobre 2009

Benvenuto Torrone


Un paio di settimane fa ho accettato di fare un educational un po' fuori dai soliti giri, che sono più o meno tutti all'insegna delle bevande alcoliche e, con Valentina, ho fatto rotta per Cremona, patria del violino e del torrone. Ho accettato in primo luogo perché chi mi ha invitato è un buon amico e in seconda battuta perché, fin dall'infanzia, il torrone era per me il dolce più significativo del Natale. Da rosicchiare con la pazienza di Giobbe o da riempirsi le guance come un criceto, andava bene tutto. Mandorle o nocciole, ricoperto di cioccolato o tradizionale. A me, il torrone è sempre piaciuto fin troppo. Come mi ha sempre detto il mio dentista. Ma tra una visita all'azienda Rivoltini, artigianale modello zia-buona-molto-ben-organizzata, e alla Sperlari, formulauno profumata al miele e alle mandorle, ho semplicemente perso la testa. Ho agguantato dove ho potuto, ho annusato fino a intasarmi gli alveoli (sempre meglio che le mie maledette Camel comunque) e mi è sembrato di tornare infante ovvero quando sognavo, come in un racconto di Calvino (se non sbaglio...), di restare chiuso per una notte in una pasticceria.

Emozioni a parte, ho scoperto che di varianti il torrone è ormai ricco. Quelli già detti va bene, ma si fanno torroni con pistacchi, castagne, i canditi della cassata siciliana, aromatizzati al limoncello, con la panna cotta, con il nocino e via di dolcezze caloriche ma, ammettiamolo, consolatorie come mai di questi tempi. A Cremona il torrone va in scena a metà novembre circa (http://www.festadeltorronecremona.it/), per una manifestazione di piazza che l'anno scorso ha visto passare circa 100 mila persone per sgranocchiarsi in letizia torroni cremonesi, ma anche sardi, veneti, piemontesi, siciliani, calabresi, campani e spagnoli. Credo di essermi fatto prendere un po' la mano perché, tra un morso e l'altro, ho pensato che sarebbe una bella cosa dare da bere a tutti i torronedipendenti d'Italia e perché non provare con la birra artigianale... Ma quali birre abbinare ai diversi torroni che, pur giocando molto sull'ingrediente fondamentale che è il miele, offrono sensazioni diverse a seconda delle diverse declinazioni? Qualche suggerimento? Qualche birraio interessato a raccogliere una sfida che, male che vada, comporta assaggiare del buon torrone? E visitare Cremona, che è una gran bella cittadina. E suonare uno Stradivari al chiar di luna. No, quello non ve lo faranno fare. A meno che non sia di torrone pure quello.