18 novembre 2010

La mia "Tavola della Birra"

Sarà stato il fatto che la guida dell'Espresso "Le Tavole della Birra" mi ha turbato non poco oppure che il navigatore ieri sera funzionava una meraviglia, ma eccoci varcare la soglia de La Ratera, a Milano in via Ratti 22. Era un po' che non ci si andava in effetti e così vedere il work in progress di Marco Rinaldi e Salvatore Garofalo sul loro locale mi ha fatto molto piacere. Ancora qualche mese e questo ristorante birrario sarà pronto a spiccare definitivamente il volo. Ristorante birrario ho detto, perché mi sembra incomprensibile che la EspressoGuida lo abbia segnalato come pub (per quanto il giudizio sia stato il migliore possibile), ma sarebbe bastato sedersi a un tavolo e scorrere il menu di Salvatore per capire che tipo di lavoro stanno facendo da queste parti. Salvatore e Marco hanno, e mi sembra il caso di sottolinearlo ancora una volta, il merito dei precursori del genere, quando ancora in Italia di birra al ristorante se ne vedeva pochina. Tuttavia non sono bravi perché pionieri, sono bravi perché sono bravi. Nei fatti quotidiani, giorno per giorno. Capaci di affrontare le critiche (che ci sono state e spesso ingenerose) e di proporre una cucina non banale, spesso coraggiosa, sempre gratificante. E con il sorriso sulle labbra. Il che non guasta...

Salvatore Garofalo
La bravura, dicevamo, consiste nel saper servire una Tipopils di benvenuto spillata alla perfezione. La bravura significa pensare e creare un piatto come gli Anelli di grano duro cotti nella Tripel Karmeliet con cime di rapa, radicchio e zucca; dove gli anelli si cuociono per i primi minuti in acqua e poi si "definiscono" nella birra, dove la dolcezza della zucca si incastra "alla Tetris" nell'amaro del radicchio e delle cime di rapa, dove il sottofondo di purea di ceci poi armonizza il tutto. Un piatto, questo senza dubbio alcuno, coraggioso perché giocato sul contrasto di sapori netti e dove pertanto trovare l'equilibrio giusto non è proprio facile...


I favolosi Anelli

Un piatto, per inciso, proposto a 9 euro che onestamente non mi sembra una cifra inaffrontabile per nessuno e che, forse, in un ristorante più blasonato sarebbe uscito almeno al doppio di quella cifra. Abbinato alla Chimera del Birrificio del Ducato è stato davvero la più bella sorpresa della serata. Non che l'Ossobuco di vitello (carne squisita) alla Gouden Carolus con polenta e cipolle borettane glassate fosse da meno, sia chiaro. Una carne del genere, per un piatto proposto a 13 euro, e un midollo che era un concentrato di sapore sono stati la fantastica chiusura di una cena da ricordare. Salvatore Garofalo è bravo ed è sereno. Io se fossi in lui sarei sicuramente meno bravo e sarei, senza ombra di dubbio, meno sereno ancora. Di più, sarei seriamente incazzato a guardare le pagine della EspressoGuida. La sua cucina alla birra è, a mio avviso, tra le prime in Italia. La competenza e il valore di Marco Rinaldi sono tra i primi in Italia. Più Tavola della Birra di così!
Ogni tanto, anche se la tribuna è modesta, qualche cosa va urlata. Non sarà risolutorio, ma almeno è liberatorio...

16 novembre 2010

Beer & Design

Qualche giorno fa avevo sottolineato l'attenzione per la grafica e il design che distingue il lavoro di 32 Via dei Birrai, ricordando come le loro bottiglie fossero apparse sulla rivista britannica "posh" Wallpaper... Qualcuno potrebbe anche rilevare che poco la grafica e il design hanno a che fare con la qualità della birra ma, stante l'indiscutibile talento di Fabiano Toffoli come birraio, proporre al mercato confezioni attraenti è un plus da non sottovalutare. La semplicità minimalista delle etichette di 32 Via dei Birrai era fin dall'inizio un chiaro segnale della strada che il birrificio veneto avrebbe intrapreso, un look che sembra essere piaciuto molto visto che Toffoli e soci godono di buona salute e li si incontra in molti eventi (anche questi selezionati secondo la loro strategia). Ora, le nuove confezioni mantengono l'eleganza e la "presa" estetica, basta guardare qua...


La "piramide" di 32 Via dei Birrai
Ma non è tutto. L'attenzione per l'aspetto esteriore è spesso la premessa per le idee più originali come, ad esempio, il cosiddetto "alveare". Si tratta dell'arcinoto, fondamentale, separatore in cartone che si piazza all'interno della scatola da sei bottiglie. Praticamente quello che hanno tutti: produttori di birra e produttori di vino. I ragazzi di 32 hanno però deciso di personalizzarlo allungandogli pure la "vita". E così il separatore

E il loro "alveare"
diventa anche espositore da piazzare sul tavolo, completo di informazioni sulle birre e perfino di QR Code per accedere in diretta al sito web del birrificio. A me l'idea, dopo aver impiegato dieci minuti a comprendere il meccanismo arcano del QR Code, è piaciuta molto e la trovo intelligente. Presumo sarà anche presto emulata, se non nel mondo della birra, probabilmente in quello del vino... Di certo, un riconoscimento va dato a 32 Via dei Birrai e, immagino, ai loro consulenti per la grafica. Insomma, la dimostrazione che anche la birra, perfino quella artigianale, ha bisogno di costruirsi un'immagine e una comunicazione di prodotto. Non è detto che, per forza di cose, debba assomigliare a quella di 32 (anzi la virtù è distinguersi e non scimmiottare), ma la strada va imboccata assecondando la propria personalità, il proprio stile nel fare la birra, il proprio target... Rimanere con le mani in mano o, peggio, attaccati al palo del "c'era una volta", non porta da nessuna parte.

 

15 novembre 2010

Fumo di Bamberga

Una volta arrivati a Norimberga sarebbe stato da idioti non fare un salto, una sessantina di kilometri più a nord, in quel di Bamberga. E' con questa indiscutibile motivazione che, due giorni dopo la cerimonia di premiazione allo European Beer Star, siamo arrivati in città. Il tempo di parcheggiare lungo il fiume, girare per il centro storico e, Good Beer Guide Germany di Steve Thomas in mano, prima e irrinunciabile tappa alla birreria Schlenkerla per godere beati della loro Marzen che, alla spina, è più buona che mai.

In attesa dei piatti
Il locale (in Dominikanerstrasse 6) è ovviamente ultrafamoso (gli italiani non mancavano) con un servizio di cucina tra i più sorprendenti mai incontrati in giro per il mondo. Allora, c'era un menu che andava bene fino alle 12, un altro dalle 14.30 fino alle 22 e infine una minilista per colmare il buco temporale. Considerato che il cibo, peraltro ottimo, non sembrava richiedesse ore e ore di lavoro ai fornelli, la scelta era quantomeno discutibile. Sia come sia, le marzen ci hanno dato serenità. Se al primo sorso hai la sensazione di essere stato chiuso in castigo da piccolo in un affumicatoio (con tutti gli incubi ricorrenti che la cosa comporta) in breve ti rendi conto che questa rauchbier ti intriga e non ti demolisce, non è aggressiva come sembrerebbe di primo acchito e si lascia bere ripetutamente. Visto che eravamo in ballo e complice qualche incontro inaspettato...


Conrad Seidl alla Schlenkerla
come quello con Conrad Seidl, il più noto beerwriter austriaco che avevamo conosciuto nel lontano 2000 per il debutto della Samichlaus prodotta dall'austriaca Eggenberg, ci siamo lasciati andare sulla stagionale Urbock ovvero una versione più forte della Marzen, stagionata in grotta (almeno così dicono loro) e spillata dalla botte. Una birra a dir poco corposa, con evidenti e ovvie note di affumicato, forse a mio gusto un pochino greve. Alla lunga mi ha stancato e sono tornato alla mia Marzen. Almeno fino a quando non abbiamo deciso di portarci verso la birreria Spezial, in Obere Konigstrasse 10 che è risultata clamorosamente chiusa! Lo sconforto è stato notevole, ridotto solo di poco dall'acquisto successivo di bottiglie di Spezial Rauchbier, tanto da permetterci di arrancare appena al di là della strada e imbucarci nella birreria Fassla dove non abbiamo fatto in tempo ad apprezzare le piccole botti dalle quali ardite cameriere spillavano senza sosta per "sbattere" contro un gruppo di italiani "torreggiati", nel vero senso della parola, da Simone Dal Cortivo, birraio del vicentino Birrone, insieme a Paolo De Martin, sempre da me stimato birraio (dai Soci dea Bira al Birrificio Villa Pola e ora consulente on the road).


Simone Dal Cortivo e Paolo De Martin
L'occasione per scambiare idee e opinioni sulla birra a tutto campo, chissà magari da riprendere e sviluppare proprio su questo blog, e la strana sensazione che sia quasi più facile, per noi italiani, incontrarsi all'estero che in Madrepatria....

12 novembre 2010

Il tricolore sventola allo European Beer Star

Massì, ogni tanto essere un po' nazionalisti va bene. Possibilmente senza sbragare. Però, cavoli, vincere la medaglia d'oro al serissimo European Beer Star nella categoria German-Style Keller Pils è un po' come se un pizzaiolo cinese vincesse il campionato della Pizza Margherita disputato a Napoli. Beh, oggi pomeriggio a Norimberga (da dove scrivo stile Ruggero Orlando...) il Birrificio del Ducato ha fatto l'impresa. Oro, con la loro Viaemilia, in una delle categorie a cui i birrai tedeschi tengono maggiormente. Non paghi, Giovanni Campari e soci hanno pensato bene di infilare anche due argenti, il primo con la Sally Brown nella categoria Sweet Stout e il secondo con la Chimera in quella riservata alle Belgian Style Strong Ale, e un bronzo, nella categoria Herb and Spice Beer, con la New Morning. Un risultato impressionante che porta il birrificio emiliano a chiudere il 2010 con ben 14 medaglie vinte in vari concorsi: dall'italiano Birra dell'Anno, alla World Beer Cup passando per l'International Beer Challenge. Abbastanza prevedibile quindi il loro entusiasmo finale immortalato qui sotto...

Il team del Ducato festeggia a Norimberga
Ma se il birrificio di Roncole Verdi ha senza dubbio impresso il suo marchio sulla manifestazione, ottime soddisfazioni se le sono tolte anche il Birrificio Italiano che si è guadagnato la medaglia d'argento con la Vudù nella categoria South German-Style Weizenbock Dunkel e una di bronzo con la Tipopils sempre nelle German-Style Keller Pils. Classe che quindi ha assunto connotati pesantemente italiani (per la cronaca al secondo posto si è piazzata la Ruppaner Brauerei), tanto che a fine serata, dove giravano birre da lacrime - di gioia - agli occhi, qualche birraio bavarese ammetteva a denti stretti che forse un po' d'ispirazione andava presa dagli italiani. E, prima di crollare dalla stanchezza, va festeggiata un'altra medaglia d'oro made in Italy, ovvero quella andata al Doppio Malto Brewing Company con la loro Zingibeer nella categoria Herb and Spice Beer. Che dire di più? Un'edizione dello European Beer Star da incorniciare, la verifica che i riconoscimenti internazionali si stanno facendo numerosi e costanti (vale la pena ricordare anche la recente medaglia di platino per la Chocarrubica del bravo Sergio Ormea all'ultimo Mondial de la bière) e un doppio monito: mai adagiarsi sugli allori, ma anche non criticarsi addosso allo sfinimento. Per il resto complimenti a tutti e anche a me stesso, che a fine serata me ne sono uscito con una Smoked Porter 2009 di Alaskan Brewing invano cercata per giorni e giorni negli Stati Uniti.

10 novembre 2010

Assobirra chiama, Espresso risponde

La birra una bevanda per giovani? Per motociclisti? Per gente che adora tavoli e panche di legno (possibilmente da incidere) e luci abbassate tanto da non farti vedere nemmeno il panino che hai ordinato? Beh, da oggi non è più così. Segnatevi la data che sarà ricordata negli annali come quella del debutto ufficiale della guida, firmata Antonio Paolini e Roberta Corradin, Le Tavole della Birra, ultima uscita sugli scaffali de Le Guide de L'Espresso. Ben 433 indirizzi distribuiti tra tre categorie: ristoranti (e affini), pub e beer shop con ricchi premi e cotillon. La Tavola della Birra dell'Anno va a Ilario Vinciguerra, ottimo chef dell'omonimo ristorante di Galliate Lombardo, Selezione Premio Tavole della Birra l'Ora d'Aria di Firenze, stesso premio anche per il fantastico marchigiano Symposium Quattro Stagioni di Serrungarina e per il ragusano Duomo, Premio speciale per il miglior abbinamento cibo-birra Cracco di Milano, Pub dell'Anno Open Baladin di Roma, Beer Shop dell'Anno Grand Cru di Santarcangelo di Romagna, Premio speciale per la diffusione della cultura della birra Nidaba di Montebelluna. Una sequenza lunga sulla quale si potrebbe discutere a iosa (come si fa più o meno sempre sulle guide, il bello è quello...) e qui non vorrei tediarvi sulle mie preferenze all'insegna del "questo sì, questo no" (a meno che non me lo chiediate espressamente). Voglio solo fare qualche riflessione...

La copertina della nuova "birroguida"

La prima: in quarta di copertina si dice che la guida è stata fatta "in collaborazione con Assobirra". Collaborazione di che tipo? Segnalazioni? Sostegno economico? Vattelapesca... Seconda riflessione che è più una domanda di scuse: non mi ero mai reso conto che in Italia ci fossero tanti giornalisti esperti di birra... La mia cecità è davvero riprovevole, ma adesso lo so. Un numero poco inferiore agli inglesi e forse ce la giochiamo con i belgi. Terza riflessione che si ricollega all'introduzione di questo post: la birra è ufficialmente, definitivamente, consacrata come una (anzi la) bevanda più trendy che ci sia oggi in Italia. Così è e niente discussioni. Chi vuole esultare esulti e chi vuole recriminare recrimini. Io non dirò l'avevo detto (ma sì, in effetti, l'avevo detto), ma da adesso è ufficiale. Il che comporta in primo luogo una presa d'atto e in secondo luogo la considerazione che, da oggi in poi, sarà tutto più difficile. Sarà più difficile distinguere la realtà dall'apparenza, la passione dalla moda, gli improvvisatori dell'ultimo minuto dai navigatori di lungo corso...

9 novembre 2010

Cambio vita (e pure birra...)

Come dicevo ieri, una delle più belle scoperte fatte al Merano Wine Festival  è stata la birra San Biagio prodotta nell'azienda agraria Monastero di San Biagio a Nocera Umbra. Ne avevo solo sentito parlare anche perché avevo conosciuto il loro "beer creator", ovvero Giovanni Rodolfi, come uno dei manager di punta di Heineken Italia. Questo almeno fino a un paio d'anni fa, circa. Ora Rodolfi ricompare nel "cuore verde d'Italia" facendo birra in un posto che, visto in foto, appare come l'ideale buen retiro per chiunque non riesca a sopportare il peggio, e francamente ce n'è abbastanza di questi tempi, di Milano.

L'azienda agraria Monastero di San Biagio
L'ex (a questo punto) monastero si trova a circa 750 metri di quota al'interno del Parco del Monte Subasio e fa parte di una azienda agricola e biologica ci circa 50 ettari. Quattro le birre stabilmente in produzione per un volume complessivo che dovrebbe raggiungere quest'anno i 100 mila pezzi. A Merano ne ho assaggiate tre più una fuori catalogo. La prima, la Verbum, è un'ottima weizen da 5,2% vol molto delicata ma elegante, con note di frutta bianca e camomilla, quasi una carezza nel palato. Mi ha proprio convinto. Molto meno, onestamente, la Gaudens che vorrebbe essere una pils sempre da 5,2% vol, ma sembra un po' debole, poco caratterizzata per quanto gradevole. Insomma, ha un'aria da rullaggio in pista senza decollo. Vola già invece molto bene la Monasta, birra che si ispira "alle antiche tecniche produttive dei monaci trappisti". Prodotta con orzo italiano, come tutte le altre, vede la partecipazione di miele millefiori della zona e alloro. Alloro che la caratterizza senza stravolgerla, un tocco distintivo che a me è piaciuto parecchio. Anche perché, con i suoi 7% vol, la si beve volentieri, facilmente e a lungo.


Giovanni Rodolfi
Soddisfatto quindi degli assaggi fatti ero allora pronto a passare oltre, ma due minuti di chiacchiera in più mi hanno permesso di assaggiare l'ultima loro birra dell'unica bottiglia (non etichettata) che si erano portati in Alto Adige. Una kriek in buona sostanza, a fermentazione spontanea e aggiunta di ciliege varietà Moretta di Vignola. Non essendo, confesso, un fanatico della tipologia "spontanea" l'ho trovata una meraviglia. Una birra da aperitivo che mi avrebbe permesso di attraversare la strada e affrontare a testa alta uno stinco e un piatto di canederli al burro fuso. Una acidità bella convinta ma non sgraziata, un profumo di ciliege ovviamente ma anche di mandorle e tanto altro ancora, dissetante e determinata senza essere iper aggressiva. Ripeto, non essendo un fanatico, me ne sono quasi innamorato. Non ho idea di quante bottiglie ne facciano ma spero che la mettano in produzione tutti gli anni.

8 novembre 2010

Merano, la pils e il caviale

Due giorni a Merano per il notevolissimo (per affluenza e per rango di produttori) Wine Festival. Sono riuscito nella quasi incredibile impresa di non assaggiare alcun vino (tranne Prosecco e Cartizze di Le Colture) perché, per la prima volta, debuttavano le birre. Dieci produttori inclusa la "padrona di casa" Birra Forst e la "della famiglia" Menabrea, a seguire Amarcord, Birrificio del Ducato, Cittavecchia, Bruton, 32 Via dei Birrai, Turbacci, Zahre e Monastero di San Biagio (che ho assaggiato per la prima volta e su cui tornerò nei prossimi giorni). Location: la centralissima Kurhaus (si dirà al femminile o al maschile? Boh...)

L'ingresso della Kurhaus. Il biglietto costava 80 euro!

Pubblico numeroso con un biglietto da tagliar le gambe a sbevazzatori casuali, stand birrari piccolini ma attaccati uno all'altro. Sensazione, non mia ma dei protagonisti, positiva con inevitabili smagliature da debutto. Si può senza dubbio fare meglio il prossimo anno. Di sicuro c'è da correggere il tiro sulle birre in degustazione nel senso che i nostri potevano mettere in assaggio solo tre esempi della loro arte. Così mentre ho provato quasi tutte quelle di Zahre (fantastica l'Affumicata e sempre buona la Canapa), mi è sfuggita l'Ultima Luna del Ducato e tante altre belle loro cosette sulle quali spero presto di poter mettere le mani e il palato. A Merano si fa così ma, onestamente, non ne capisco il motivo. Solita marcia in più per il 32 Via dei Birrai, sia sotto il profilo della qualità dei prodotti di Fabiano sia dal punto di vista della grafica, design etc (torneremo presto anche su questo). D'altro canto 32 mi sembra proprio l'unico birrificio artigianale italiano che può vantare un'apparizione sull'iper elitaria rivista di design Wallpaper e scusate se è poco...

Le birredi Zahre. I ragazzi di Sauris hanno rinnovato il loro website
Serata con relativa cena nella dimora (definirla casa mi sembra riduttivo) della "first lady" della birra italiana ovvero Margherita Fuchs von Mannstein. Ospite straordinariamente affabile che ha saputo vincere un certo timore reverenziale provato dalla ridotta pattuglia giornalistica (almeno così è stato per me) di fronte a un arredamento degno dei migliori servizi di AD. Abbiamo naturalmente bevuto Birra Forst scoprendo un insospettabile ma affascinante abbinamento tra la Pils di casa e il Caviale Beluga con blinis all'orzo e luppolo. Il caviale era quello, eccellente a mio avviso ma molto più abbordabile - meno male - della bresciana Calvisius, geniale idea di un imprenditore lombardo del quale si dovrebbe scrivere di più, visto che, tra le altre cose, sembra esportare addirittura in Russia. Ma l'abbinamento è stato davvero ben fatto grazie a una pils che, volutamente, non è "troppo pils" nel senso amaro del termine e un caviale sì salato, ma molto delicato. Dopo tanta esclusività e atmosfera quasi d'altri tempi, rientro a Milano con "dimenticanza grave" al distributore di Brescia e conseguente "gita" di recupero. Come si dice, chi non ha la testa ha le gambe. O per lo meno, le ruote...

3 novembre 2010

Quel cartello "vendesi"...

Nella sinfonia festaiola che ho respirato al Salone del Gusto ho colto una nota stonata. Il mio cervello ci ha messo un po' a metabolizzarla, eppure il segnale era chiarissimo e difficilmente interpretabile. Sono sicuro che sia stato visto anche da altri ma, finora, non ho letto niente in merito. E allora inizio io. Mi riferisco al cartello "vendesi" che Enrico Borio aveva attaccato, in bella vista, sopra lo stand del suo Beba. Con Enrico ci conosciamo da anni, conosco il suo carattere a volte un po' "fumino", ma ne ho sempre apprezzato la sincerità e la grande capacità di lavoro. In un'occasione, durante un Cibus a Parma di qualche anno fa, lo ricordo come una componente essenziale per la riuscita dello "spazio birre artigianali" in città. Non lo avessi coinvolto, non so se saremmo riusciti in un'impresa realizzata in fretta e furia. Sono convinto anche che si sia impegnato molto per Unionbirrai, soprattutto nei primi difficili anni di pionerismo. E' per questi motivi, ma ce ne sarebbero anche altri, che quel cartello esposto al Salone del Gusto mi ha colpito particolarmente.

Lo stand del Beba al Salone del Gusto -Torino 2010
Certo, con Enrico si scherza sempre. Ma le sue intenzioni sono serie. Il Beba è davvero in vendita. E allora varrebbe la pena porsi qualche domanda anche se, probabilmente, tra gli squilli di tromba della moda birrarioartigianale e le nuove aperture che si succedono a ritmo quasi quotidiano, cadrà nel dimenticatoio. Perché il Beba appartiene alla prima schiera dei birrai artigianali, fa parte di quella "storica" pattuglia che ha avviato la rivoluzione e la sua, eventuale, scomparsa o cessione non ha lo stesso significato della chiusura di un birrificio che "ci ha provato" da pochi anni, magari allettato dalle sirene del business facile, e che si è reso conto che le vie della birra artigianale italiana non sono esattamente lastricate d'oro. Almeno non per tutti.
Perchè Enrico vende? I motivi vanno chiesti a lui, che ve li dirà nel suo, colorito, modo. Ma di certo qualcosa sembra essersi spezzato e, tolte le ragioni meramente personali, resta il dato di fatto. Che sia iniziata la fase di selezione che in molti, birrai compresi, paventano? Oppure che oggi fare birra artigianale in Italia, così senza troppi pensieri, non è più sufficiente? In un mercato che si infittisce di piccoli produttori, tra loro in inevitabile competizione, come si fa ad emergere (per sopravvivere)? Si deve fare birra buona ok, ma la si deve anche poter vendere. E allora, con oltre 300 impianti in attività e stante il ruolo massiccio di grandi aziende e importatori vari, dire "questa è una birra artigianale" forse non basta più.
Enrico ripensaci!
Questo post non vuole essere in alcun modo un "coccodrillo". Io vorrei che Enrico ci ripensasse, che il cartello "vendesi" fosse la sua ennesima "impennata" e, alla fine, la vita comunque va avanti. Magari Enrico andrà a fare la sua Motor Oil o la sua Toro in qualche isola polinesiana. Bene per lui, cercheremo di andare a trovarlo. Ma il suo cartello impone una qualche riflessione. Soprattutto a vantaggio di chi pensa che aprire un birrificio e farlo funzionare sia solo una questione di buone materie prime, capitali per l'avviamento e tanta fantasia...

2 novembre 2010

Toronado (I left my heart in...)

Così cantava Tony Bennett, riferendosi tuttavia alla città di San Francisco. Posso condividere, ovviamente. Soprattutto perché gli abitanti della città che, dopo più di cinquant'anni, è tornata a vincere le World Series di baseball, avranno la possibilità di andare a festeggiare al Toronado Pub. Io invece no. E la cosa un po' mi deprime. A vederlo da fuori, in effetti, il locale non ti impressiona. La prima persona che incontri solitamente ti chiede i documenti per verificare se hai compiuto i 21anni regolamentari. La cosa è successa anche a me, la prima sera, e confesso che dopo un attimo di stupore mi ha gratificato non poco. La sera successiva invece, malgrado le mie vibranti proteste, sono passato con uno sguardo d'intesa e basta. Un'insegna azzurrina a dirti che sei arrivato e un antro in penombra con gente assiepata al bancone, a sgomitare per ottenere una birra.
L'ingresso del Toronado
Ambiente dunque che descriverei come essenziale, fatto per gente che beve birra senza troppe elucubrazioni e senza, forse, nemmeno guardarsi troppo intorno. Si guarda al massimo lo sport in televisione o, luce permettendo, la birra del vicino per capire, dalla sua faccia, se gli piace o no. E, nel primo caso, la si mette in scaletta per l'ordinazione successiva. Su una lavagna sei messo al corrente delle birre alla spina disponibili: molti micro californiani (Russian River, Lagunitas), un buon tour americano (Allagash, Dogfish Head), apparizioni belghe e tedesche. Non si mangia al Toronado. O meglio, non si mangia il cibo del Toronado. Perché non esiste. Se dopo qualche birra si sente la necessità, comprensibile, di confortare lo stomaco sempre più in balia di un "mare forza 9", basta uscire e girare a destra. La vetrina del Rosamunde Sausage Grill è una benedizione scesa (quasi) dal cielo. "Fanno una cosa sola", ha scritto un giornale locale, "ma la fanno da dio". Le salsicce più succulente, caloriche, incasinate (come sapori) che mi siano mai capitate sotto i denti. Le potete trovare, e provare, anche di carne d'anatra o di fagiano. Fatto l'acquisto, si rientra al Toronado. Perché il vostro panino lo potete mangiare lì. Se c'è coda al Rosamunde, fate l'ordinazione, tornate a bere birra e poi rientrate, al minuto consigliato, al Rosamunde. Non lo so, io sono stato in una sorta di estasi mistica per tutto il tempo e per le due serate consecutive passate al "Toromunde".

Rosamunde Sausage Grill
Tuttavia, visto che adesso mi sono ripreso, provo a buttare giù un'idea. Che ci vuole per aprire un Toronado anche in Italia? E un Rosamunde? Ambienti piccoli, arredamento spartano, un notevole, questo sì, impianto di spillatura e una selezione birraria da paura (ma anche le salsicce non scherzano). Togli invece l'atmosfera da "priorato di Sion" che ogni tanto si respira in qualche locale italiano, menu che gironzolano tristemente tra panini e piadine, piadine e panini (senza menzionare le spesso orrende bruschette), cocktail e vini. Sia il Toronado sia il Rosamunde invece fanno "una cosa sola, ma la fanno da dio". Difficile? Forse ma nel caso qualcuno ci stesse pensando sono pronto a darvi il mio indirizzo di casa. L'ItalyToronado lo vorrei vicino. Il più possibile.

1 novembre 2010

Il giorno della zucca

Io onestamente non comprendo il livore che, spesso anche dal mondo cattolico, viene riservato alla festa di Halloween. Robaccia statunitense, viene detto, festa pagana che ruba spazio agli Ognissanti. E ancora: bieca operazione commerciale per "attizzare" bimbi e ragazzini e costringere i genitori ad aprire i portafogli. Sarà anche vero, e lo è senza dubbio, ma anche il Natale cristiano, a dire la verità, è la sostituzione di una festa pagana e l'orgia consumistica per l'arrivo del "Babbo surgelato" scatta almeno un mese prima del 25 dicembre. E vogliamo parlare della Befana, della festa del papà, del 14 febbraio e via dicendo? Perché va bene tutto, tranne Halloween?
Comunque non è di questo che volevo parlare e nemmeno della zucca che ho sapientemente intagliato ieri (e per la quale mi faccio i complimenti da solo, essendo la mia seconda volta), ma di birre alla zucca....

La zucca d Halloween... "home made"
A New York ho avuto il modo di provare due "pumpkin ale". La prima, molto buona, era la Post Road Pumpkin Ale di Brooklyn Brewery, provata alla spina in un locale a due passi da Times Square. La seconda, più buona ancora, l'ho trovata in una Heartland Brewery vicina al Ponte di Brooklyn e si chiama Smiling Pumpkin Ale. Confesso però di non avere un lungo background in fatto di birre alla zucca. Negli Usa, dove Halloween e tutto quello che ne consegue, la zucca regna sovrana già un mese prima del 31 ottobre, se ne fanno molte, alcune sono anche firmate da grosse aziende come Coors e Anheuser-Busch. In Italia conosco la Stregale del Birrificio Karma e ho sentito parlare della Candeot del friulano La Birra di Meni e poi buio totale. Sembra peraltro che, quest'anno, anche l'ineffabile Teo Musso abbia fatto proprio una birra alla zucca in omaggio alla tradizionale fiera annuale di Piozzo. Paesino che, prima del suo "avvento", era famoso proprio per l'arancione cucurbitacea. Sapendo per esperienza che quando Teo fa una mossa, qualcosa, prima o poi, succede, potrei anche aspettaremi che, per l'anno prossimo, le birre alla zucca made in Italy aumentino di numero... Si vedrà. Non tante, comunque, che Halloween resta pur sempre un'americanata....

29 ottobre 2010

On the road...

Rapido giro nel Nord Est per due visite previste da tempo. La prima è stata a Duino Aurisina, a due passi da Trieste, dove si trova la Birreria Bunker gestita con grandi capacità da Danijel Lovrecic. Danijel è un po' che lo conosco, ha saputo fare del suo locale una meta sicura per gli appassionati. Ottima scelta di birre e cucina di territorio interpretata con le birre (come la jota, tradizionale minestra triestina, con Duchesse de Bourgogne). Al suo invito per una cena con birre abbinate alla cucina slovena non abbiamo saputo dire di no. E per fortuna, posso dire a posteriori. Perché altrimenti non avrei avuto modo di provare i notevolissimi piatti di Uros Stefelin (mancano degli accenti ma non so come fare), giovane chef del ristorante dell'Hotel Triglav di Bled. Il menu comprendeva, cito le mie preferenze, un fantastico Carpaccio di cervo su terrina di fegato d'oca con scaglie di tartufo abbinato alla Silly Pils, un indimenticabile Brodo di castagne con risotto nero e filetto di branzino, abbinato alla Maredsous 6 e infine, mai provato prima, il Muflone cotto nella birra con una pallina di gelato alla barbabietola, abbinato alla Achel Brune. Il piatto migliore della serata, davvero straordinario. Se la cucina slovena è anche questa, allora tanto di cappello (odio dire "chapeau", fa troppo "Dolce&Gabbana")...
Danijel Lovrecic e Uros Stefelin
Serata successiva invece tutta dedicata alla nuova avventura di Denis Calzavara, già storico elemento chiave del Voodoo Child Pub di Caltana. In pochissimo tempo Denis ha messo su un locale a Camposampiero, in posizione strategica tra Padova, Treviso e Venezia. Si chiama Beer House e si trova in via Visentin 31. Una sessantina di posti a sedere, birre in bottiglia selezionate (così a memoria Brewdog, Sierra Nevada, St. Peter's, Dupont, Girardin, Cantillon...) e Augustiner (più altre) alla spina. Cucina alla birra semplice ma di grande soddisfazione (i ravioli al sugo di cervo alla Gouden Carolus erano spettacolari), e una piccola, ma promettente, cantina dove far maturare qualche birra che merita. Se siete in zona vi consiglio di farci una tappa, Denis è davvero bravo e merita il successo.
La cantina del Beer House

24 ottobre 2010

Il Salone del G(i)usto...

Giornata di sabato interamente dedicata al Salone del Gusto a Torino. Arrivati verso le 13 abbiamo incredibilmente trovato un parcheggio sicuro e gratuito. Il che ci ha messo nella giusta disposizione d'animo per varcare le soglie del Lingotto. Molta gente, come ricordavamo da esperienze precedenti ma nessun congestionamento drammatico tra gli spazi espositivi e le bancarelle di olive ascolane. Ogni volta che ci torno il Salone mi appare come un entusiasmante farmer's market di dimensioni notevoli. Ci si diverte, si fanno acquisti e si incontrano facce amiche. D'accordo, su qualche stand continuo a nutrire delle perplessità, ma ormai mi sono convinto che Terra Madre costituisca lo spazio filosofico-politico di Slow Food e il Salone invece una food hall dove trovi birra, formaggi, salumi, carni, spezie e via dicendo... Onestamente, abbiamo saltato con rammarico la gran parte dello spazio food (guadagnando però la gratitudine imperitura del nostro portafoglio). Certo, la colatura di alici calabrese l'abbiamo pagata qualcosina in più rispetto a quando la compriamo al food store della Rinascente, ma volete mettere l'emozione di comprarla al Salone? I prezzi, quindi, non sono vantaggiosi, in compenso si incontra un sacco di gente. Egoisticamente, mi è dispiaciuto non vedere una piazza, o via, o viale o chiamatela come vi pare, della birra. Avere tutti i birrifici concentrati facilita le visite e si risparmia sulle suole delle scarpe ma, a detta di molti di loro, la cosa non ha guastato. Massimo Versaci ha ritenuto giusto il posizionamento nella sua Liguria (la birra artigianale è in effetti anche espressione del territorio) e gli affari per molti sembrano anche essere andati meglio. Cosa da non sottovalutare visti i costi di affitto degli stand (tra i 2500 e i 3000 euro se non sbaglio)....

Fausto Marenco e Massimo Versaci di Maltus Faber

Prima tappa quindi da Massimo e Fausto dove abbiamo trovato una Tripel in forma eccellente. Ne avremmo bevuta di più se non fosse stato per l'apparizione improvvisa di Kuaska che ci ha spostato in quel del Birrificio San Paolo di Torino dove presentava l'ultima nata dei birrai Graziano e Maurizio ovvero l'Ipè Harvest 2010, prima birra italiana prodotta con luppolo, varietà Cascade,  impiegato ancora umido e coltivato in Liguria. Birra senza dubbio notevole che tuttavia ho sbagliato a bere rapidamente, senza accorgermi forse di tutte le sue potenzialità aromatiche che, a detta dei vicini, emergevano prepotenti dopo qualche minuto. Io invece, dopo qualche minuto, avevo finito il bicchiere...
Kuaska, Graziano e Maurizio
Archiviata comunque l'esperienza ho cercato di accellerare i tempi saltando così al Baladin che custodiva in barrique una versione di Terre e una di Lune, le sperimentazioni avviate in Cantina Baladin qualche mese fa. Troppo presto, francamente, per dare dei giudizi. Lune era un qualcosa di indefinibile, mentre Terre (da barrique da vini rossi), era già più evoluta, promettente come un neo acquisto nelle amichevoli estive. La Riserva 2008 di Xyayu, invece, splendida. Con tutte le complesse e ampie sensazoni che ho imparato ad apprezzare in questa geniale creatura di Teo. Visto che si stava da Teo abbiamo pensato bene di fare tappa dal suo "compagno di merende" (in senso buono e newyorchese), al secolo Leonardo di Vincenzo. Affascinante la sua L'Equilibrista, una birra champagne estremamente elegante e raffinata. Molto contento di essere riuscito a provarla, anche se avrei detto che le uve impiegate sarebbero state di una varietà a bacca bianca e non di Sangiovese.
Per non stare solo in Italia abbiamo deciso di andare a trovare l'amico Lorenzo Fortini e il suo fantastico "temporary pub" firmato Ales&Co. Qui stazionava Alessandro Coggi e, visto il successivo via vai di facce note, era lecito sospettare la qualità delle birre in offerta. Tanto che al bancone di Ales&Co. siamo rimasti praticamente imbullonati per quasi quattro ore tra assaggi di Brewdog, credo quasi tutte, intervallate da assaggi di ostriche britanniche (mai pensato che potessero essere così buone), salami e formaggi polacchi. Il gentile signore di Brewdog di cui, comprensibilmente visto il tasso alcolico in aumento, non ricordo il nome (chi vuole può aiutare perché lo vedete nella foto qui sotto) ha stappato e spillato di tutto.
Natascia Tion, Alessandro Coggi e Michael Cameron di Brewdog
I ricordi si soffermano sul fatto che adoro come al solito le Brewdog, chiamiamole così, normali ma sono rimasto estasiato di fronte alla Abstrakt 04, una birra quasi masticabile fatta impiegando cocco, peperoncino e caffè. Io l'ho trovata semplicemente sontuosa e bene è andata anche, subito dopo, con la Abstrakt 03 giustamente rinfrescante con una nota evidente di lampone e di mela. Dagli americani ho fatto semplicemente un salto, senza assaggiare nulla, ma rimpiangendo il fatto che appena due settimane fa ero a sole due miglia dalla Lagunitas Brewery, a Petaluma che è a un tiro di schioppo da San Francisco. Due chiacchiere con birrai di passaggio (Michele Barro) e poi si tornava in Piemonte per provare con soddisfazione l'ultima nata dei Borio Brothers (la risposta birraria a Brooks Brothers?) e un paio di produzioni di Birra Pasturana davvero interessanti (soprattutto la Filo di Fumo, di cui ho apprezzato la mano leggera e l'indiscutibile eleganza).
E, infine, sperando di non aver dimenticato nulla (ma è possibilissimo), "ultimo ballo" dal rinnovato BiDu. Ovvero, a mio avviso, una sicurezza di tutto relax perchè, a memoria, non mi ricordo di aver mai bevuto una birra del Beppe cannata. Tra l'altro la presenza al suo fianco dei nuovi soci (Marco e Nino) fa ben sperare anche dal punto di vista della reperibilità e dello sviluppo. Perchè questo è senza dubbio un birrificio che merita di crescere. La H10Op5 l'ho trovata francamente un filo meno aggressiva del consueto, ma sempre una birra da bere con gioia, in quantità e senza sofismi inutili. Bene così, adesso si tratta solo di continuare...

Birragenda "necessita" delle birre di Beppe Vento

Questa, insomma, la nostra giornata al Salone. Non ho molta voglia adesso di trarre morali su un evento che comunque mi piace, mi permette di incontrare amici e professionisti che stimo, togliermi qualche sfizio gastronomico e fare molte chiacchiere utili. Confesso che all'uscita eravamo quasi tentati di trovare un alberghino per la notte per bissare la mattina successiva. Mi dispiace solo, e mi scuso pubblicamente, con chi avevo promesso di passare a salutare e non ci sono riuscito (gli interessati sanno di chi parlo), faccio ammenda ma alla fine ero un po', come dire, "piallato". Vorrà dire che mi toccherà aspettare Pianeta Birra a febbraio. O meglio, Selezione Birra come più opportunamente, ahimé, sembra l'abbiano chiamato...

20 ottobre 2010

And so this is... Eataly

L'ingresso
Il titolo va letto con nella mente la musica di "Happy Xmas (War is over)" di John Lennon. Ordunque, siamo alla fine capitati a Eataly New York di persona. Dopo averne sentito parlare enne volte e dopo averne parlato anche noi qui. La prima impressione conferma l'idea che mi ero fatto ovvero che si tratti di una geniale, efficiente e, vista l'affluenza, molto probabilmente remunerativa trovata commerciale di Farinetti. Lo spazio è strategicamente posizionato a due metri dal Flatiron Building e a due passi dalla 5th Avenue ergo frotte di turisti di passaggio e newyorchesi in abbondanza pronti a celebrare i fasti del Made in Italy. Perché di Made in Italy si tratta anche se si potrebbe discutere a iosa di luoghi di produzione e di definizione stretta del Made in Italy. Di certo, Eataly è un'ambasciata italiana non ufficiale: produzioni a tiratura limitata, quanto limitata è da vedere, insieme a produzioni industriali. La pasta Latini e la pasta Barilla, gli aceti artigianali e gli aceti Ponti, le birre Baladin e Birra del Borgo (ma anche di Beba, di Montegioco, di Grado Plato...) e le birre Moretti. Uno scandalo? No, perché come avevo sostenuto in un post precedente se vuoi fare le cose in grande devi muoverti in grande. Un supermercato, ma anche un ristorante e una pizzeria (Rossopomodoro non il micropizzaiolo di Fuorigrotta), che deve macinare numeri e fatturato (ho provato a immaginare il costo dell'affitto ma non ci sono riuscito) non credo possa stare in piedi a lungo con le microproduzioni artigianali che, ribadisco, per essere anche eticamente corrette (come in qualche caso si sostiene) non dovrebbero comunque attraversare l'Atlantico per sbarcare negli Usa.
Lo spazio della birra è la celebrazione dei fasti di Teo Musso e Leonardo Di Vincenzo, immortalati in altrettanti manifesti. Un chiaro segno che la personalizzazione, nel food, è vincente. Se i grandi chef ormai sono considerati delle star perchè non i birrai, gli allevatori di suini allo stato brado, i formaggiai d'alpeggio, etc...
My pride is Lurisia

I'm also in love with Eataly

E' vero, resto un po' perplesso, a leggere che l'orgoglio di Teo sono le birre Lurisia. E idem a vedere il volto di Sam Calagione, anche lui immortalato come i nostri due alfieri italici. Che il concetto Made in Italy sia stato esteso anche a tutti gli italoamericani? Ma nel suo specifico cartellone c'è, nero su bianco, la risposta alla mia domanda "Perché le birre di Calagione e non, che so, Cilurzo?". " La risposta, la potete leggere qui sotto, all'ultima riga.
A noi piace tanto!
Comunque, sul fatto che Eataly sia una vetrina prestigiosa nella piazza, altrettanta prestigiosa, di New York City credo ci sia poco da discutere. Come direbbero gli americani "business is business" e Eataly lo è. Fino a che punto staremo a vedere, ma sospetto che le cose andranno bene per Farinetti e soci. Avevano capitale (molto) da investire e lo hanno fatto in maniera intelligente. Da imprenditori previdenti quali, tutti, sono. Onestamente, da italiano in vacanza, mi sono divertito di più a girare tra i banchi di Dean & De Luca, gastronomia boutique (vietato fotografare!) dove compaiono molti prodotti italiani, insieme a salsine americane per barbecue da mille e una notte. Ma, se fossi americano a stelle e strisce possibilmente discendente da una delle famiglie sbarcate dalla Mayflower, a Eataly ci andrei volentieri. A livello comunicazione e marketing il gioco è pressoché perfetto. Prodotti tricolori, ambiente italian style anche nei giornali, schermo al plasma collegato alla Stampa di Torino (e quale altro quotidiano avrebbero dovuto scegliere), bancomat firmato Unicredit. In più, ospitate regolari per i grandi chef di casa nostra (quando sono passato io era in corso Identità New York, emanazione di Identità Golose Milano, con la presenza di Bottura, Cedroni e il firmamento dei cuochi di grido della Penisola). Gli americani si divertiranno parecchio, chi avrà i soldi per comprare comprerà (a Manhattan non ci dovrebbero essere troppi problemi) per la soddisfazione di tutti: proprietari, partner, aziende grosse e piccole, giornalisti italiani inorgogliti e, magari, ospitati nella Grande Mela a spese dell'organizzazione (non era purtroppo il mio caso). D'altro canto, il messaggio finale del foodstore farinettiano è di una chiarezza d'intenti lampante.
D'accordo, ma Eataly is truly Italy?
Decidete voi se si tratta di una verità inconfutabile o... di una "minaccia".

18 ottobre 2010

Back with a World Champion

Ohibò, avevo pensato di riprendere la scrittura del blog con un report birrario Made in Usa pescando a scelta tra lo stupefacente Toronado di San Francisco, le meraviglie delle birre hawaiane di Kona Brewing, e di Maui Brewing, il sorprendente Father's Office di Santa Monica e il rumoroso, ma avvincente, The Gingerman Pub di New York. E invece, i casi della vita, scrivo di vino anzi di sommelier perché in attesa di acchiappare il volo che, purtroppo e con sofferenza, ci ha riportati sull'amaro suolo natio ho praticamente sbattuto contro il giovane Luca Gardini, noto come sommelier del ristorante Cracco di Milano e fresco trionfatore del campionato mondiale di sommellerie. Con Luca ci conosciamo da anni e, senza inutili piaggerie, di lui ho sempre apprezzato la freschezza, la spontaneità e il fatto di non tirarsela come potrebbe. Di lui invidio peraltro la giovane età e il cursus honorum quasi inquietante: a 22 anni è il campione italiano dei sommelier, a 28 l'europeo, a 29 il mondiale. Così, in scioltezza. E in mezzo l'Oscar del Vino 2005, il titolo di Ambasciatore del Metodo Classico nel Mondo... Prima di salire in aereo ci facciamo un paio di birre e proseguiamo su questa strada anche durante il volo. Niente vino, che forse in questi ultimi mesi a Luca potrebbe anche essergli uscito dagli occhi...

"In effetti", ha confessato, "se di norma assaggio tra i trenta e i quaranta vini alla settimana, per prepararmi al concorso ne provavo una trentina... al giorno! Più le ore dedicate allo studio, anche della lingua inglese, che si sono aggiunte al solito lavoro".
Ma come si svolge un campionato mondiale di sommelier?
"Si parte con una prova scritta: cinquanta domande aperte da concludere in un'ora (in lingua inglese). Poi ci sono tre vini da degustare davanti alla commissione (2 scritti e 1 orale), per uno di questi vini va trovato anche l'abbinamento, e infine c'è la prova di decantazione di un rosso dove si giudica lo stile, la classe e l'eleganza del sommelier". Luca ha sbaragliato tutti facendo praticamente l'en plein di risposte corrette, azzeccando le annate dei vini e comportandosi con la classe innata che possiede e lo stile messo a punto da Cracco, ma anche all'Enoteca Pinchiorri in precedenza.
Quando hai bevuto il tuo primo vino?
"A tredici anni, ma per nove anni ho studiato violino e forse, dovessi tornare indietro, non lascerei quella strada. Anche mio padre (Roberto Gardini, campione italiano sommelier nel 1993) non l'aveva mandata giù al tempo, ma il vino mi ha obbiettivamente dato molte soddisfazioni".
Come negarlo. Ma, a 29 anni, adesso cosa ti resta da fare o da vincere?
"Forse nulla. Ma tra un mesetto mi rimetto a studiare e ad assaggiare. In questo lavoro non ci si può riposare sugli allori. Poi, chissà, al futuro ancora non ci penso. Sono contento come sto...".
Incredibile Gardini. Ha sempre l'argento vivo addosso, una vitalità che non so mai se dipenda più dal fatto di essere d'origini romagnole, dall'età o dalla determinazione assoluta nel voler essere il migliore. Forse un mix di tutte e tre le cose, in effetti.
Mentre parliamo, sorseggiamo Heineken gentilmente offertaci dalla Delta Airlines. Luca stupisce anche per questo. Può passare da un Romanee Conti a una birra senza problemi, senza elucubrazioni inutili e senza troppi preconcetti. Mi piace anche per questo, a dirla tutta.

17 settembre 2010

Perché do ragione a Farinetti

Eataly New York
Arrivo buon ultimo, spero però non fuori tempo massimo, sulla querelle Eataly New York e Birra Moretti, più che adeguatamente sviluppato da Cronache di Birra qualche settimana fa. L'argomento è senza dubbio interessante, considerata anche la mole di commenti, e mi sembra valga la pena espandere qui qualche riflessione che avevo già postato su CdB. Parto subito con il dire che non mi sento proprio di attaccare Oscar Farinetti, geniaccio commerciale come se ne vedono pochi in Italia. L'uomo ha saputo annusare benissimo l'aria che tirava, e nel Piemonte slowfoodiano tira più forte che da altre parti, ci ha investito credo parecchi soldi e ha tirato fuori dal cilindro la carta vincente, in Italia non so fino a che punto ma all'estero senza dubbio. Se all'estero siamo conosciuti per la moda, vabbé anche per la mafia e per il nostro divertente quanto inquietante Presidente del Consiglio, lo siamo anche per il cibo. In Italia si mangia e si beve bene, questo è il refrain, poco importa se poi gli inglesi concludono il pranzo con un cappuccino e tutti insistono a mangiare le tagliatelle alla bolognese che sono una colossale balla. Il food italiano tira ed ecco allora arrivare Eataly che è una sorta di Unieuro in versione gastronomica con l'aggiunta, a me pare, di una fondamentale benedizione slowfoodiana. Il che aiuta parecchio visto che l'associazione fondata da Petrini (onore al merito e incommensurabile stima) è, volenti o nolenti, la portaerei della gastronomia italiana con sedi universitarie, casa editrice, presidi, master e tutto il resto. Tuttavia, se Farinetti fa Eataly vuole evidentemente fare una cosa che produca business (altrimenti i dipendenti non sarebbero tali ma degli eroici volontari). Ovvero la "baracca" che sembra un vero e proprio grattacielo, deve stare in piedi. Almeno. Per farlo ha bisogno di partner commerciali affidabili, con volumi importanti visti gli spazi e la presumibile affluenza nei vari Eataly sparsi nel mondo, partner quindi che difficilmente possiamo considerare artigianali se per artigianali intendiamo produzioni limitate, seguite passo a passo e di persona dal produttore. Quelle, che ci sono a Eataly non vi è dubbio, servono per dare qualcosa in più, la ciliegina sulla torta. Ma solo con quelle non so quanto si possa andare avanti e far funzionare una macchina che non è una Skoda ma più un Mercedes. E allora largo a Birra Moretti e Lavazza che fanno spina dorsale, ma spazio anche a Baladin e Birra del Borgo che sono i preziosi ossicini... Fin qui, secondo me, non fa una piega il progetto visto che già al Lingotto la birra alla spina era di Forst e non, che so, del Bidu. E' un progetto commerciale che però fa bene anche ai piccoli e allora tanto di guadagnato. Quello che stona semmai è l'aura di santità che circonda sempre e comunque quello che fa Slow Food e Farinetti, almeno fino alla nascita di Eataly New York. E' come se la gente avesse aperto gli occhi improvvisamente. Al Salone del Gusto io ho sempre visto pastifici enormi e nessuno ha mai messo in discussione la loro presenza. Strano no? Se si vuole contestare radicalmente l'operazione Farinetti e Birra Moretti perchè il Baffo è industriale e ormai in mano olandese, si deve farlo, appunto radicalmente, fino alle estreme conseguenze. Ovvero, visto che a Eataly Grande Mela ci sta anche un birraio americano perché non un birraio olandese (forse siamo tutti un po' italiani dentro). E ancora, se si vuole tanto parlare di artigianalità, di terra, di microproduzioni, di qualità, perchè diavolo esportiamo le birre artigianali negli Usa su aerei che contribuiscono a inquinare il pianeta? Perché dobbiamo mangiarci i nostri peperoni e non quelli, che so, del Perù e poi spediamo mozzarelle per ogni dove? Autarchia, ci vuole. Ognuno si mangia e si beve quello che si produce nell'arco, facciamo, di cento kilometri. E basta. Ma considerato che l'export alimentare pesa parecchio sulle sorti economiche del nostro strampalato Paese, forse è meglio di no. Forse è meglio continuare a esportare mozzarelle e caffè, pasta e birra. E allora, scusate, un applauso per Farinetti. Che magari non ci salverà dal male, ma dal fallimento forse sì.

26 agosto 2010

Comunicare la mozzarella?


"Due ragazzi, freschi di laurea in scienza delle comunicazioni, sono venuti da me a Torino. Chiedevano lavoro. Gli ho detto: qui non ho niente, ma sto aprendo un grande complesso a New York. Emporio dell'alta qualità alimentare e sette ristoranti. Mi serve qualcuno che sappia fare la mozzarella a mano. Se imparate, il posto è vostro. Sono partiti di corsa: li ho mandati ad Andria, sono lì da due mesi". Dichiarazione di Oscar Farinetti letta ieri sulle pagine del Corriere della Sera in un articolo molto interessante sulla prossima apertura di Eataly nella Grande Mela. Due considerazioni veloci... Ma Eataly NY non doveva aprire i battenti i primi di agosto? Seconda considerazione un filino più importante: laurearsi in scienza delle comunicazione oggi, in Italia, ha ancora un senso? Che fine fanno i laureati di Pollenzo e di Colorno, e tutti quelli che finiscono il "leggermente" costoso corso di giornalismo enogastronomico made in Gambero Rosso? Ovviamente il tutto ritenendo che un'esperienza, anche facendo mozzarelle a mano, a New York non l'avrei buttata via nemmeno io e che Farinetti mi sembra essere uno dei pochi imprenditori gourmet con una visione ampia e strategica del futuro...

19 agosto 2010

Assaggi di Ferragosto


Si può star lontani dalle birre? No, assolutamente no. Sono qui, quasi nascosto in un paesino del Bellunese ma ad Alleghe c’è un brewpub a pochi passi dagli impianti di risalita che da anni fornisce due birre, una chiara e un’ambrata, normalmente discrete. Normalmente perché due giorni fa ci sono tornato e l’impressione è stata deludente: la chiara quasi imbevibile, con delle evidenti note lattiche, l’ambrata appena un filino meglio, ma caramellosa e quasi stucchevole. Lasciate a metà entrambe con un po’ di rammarico. È invece andata meglio con la Birra di Fiemme (www.birradifiemme.it), recuperata in un supermercato di Agordo dove solitamente trovavo le birre di Arte Birraia. La loro chiara Fleimbier nel bicchiere forniva una bella schiuma bianca e compatta, persistente oltre le più ottimistiche speranze. Profumi gradevoli e delicati, di fiori inizialmente ma, dopo qualche secondo, mi è sembrato di cogliere anche un fruttato leggero, che ricordava un po’ le pere e una punta di ananas. Una birra semplice indubbiamente, ma ben fatta, che si lascia bere e che lascia un retrogusto piacevolmente luppolato. La seconda, la Weizenbier, è più anonima; si presenta bene per aspetto e schiuma, ma i profumi sono come trattenuti e si deve aspettare qualche minuto per accorgersi del fruttato e dei cenni di spezie. Vale l’assaggio certamente, ma la Fleimbier invece merita la bevuta "ripetuta". Il che, nel clima di molleggiato relax che contraddistingue questo agosto, me la fa preferire.

5 agosto 2010

Il libro fantasma


Lo stacco netto dal blog, dagli articoli e da tutta una serie di altre cose è stato dettato da felici motivi personali (ebbene sì, mi sono sposato) ma, visto che siamo ancora in ballo a Milano, ne approfitto per sintetizzare l'avventura di un lavoro annunciato su Facebook e che sembra essersi smarrito per cause indipendenti dalla mia volontà. Ovvero il libro dedicato alla birra che chiudeva la collana I love Vino, realizzata dal Gambero Rosso in collaborazione con Food Editore e in uscita, un lunedì dopo l'altro, in allegato alla Gazzetta dello Sport. Lo scorso 19 luglio, il libro in edicola è risultato pressoché introvabile, solo qualche sparuta copia per chi fin dall'inizio aveva deciso di fare tutta la collana e io stesso ne ho ricevuto due copie direttamente dall'editore. Le cause del fenomeno sembrano imputabili a problemi legati alla distribuzione, all'intasamento delle edicole di allegati di tutti i tipi ma anche, sicuramente, allo scarso successo ottenuto dalla collana stessa. Nascondersi dietro un dito mi pare ipocrita. Visto che non è una tragedia di dimensioni inaffrontabili, magari il volume sarà ripubblicato in futuro per le librerie ed è già oggi acquistabile online su www.store.gazzetta.it), mi rimane la riflessione che forse tutta questa pubblicistica "enogastronomica" possa avere in qualche modo stancato. Troppe trasmissioni a tema, troppi interventi estemporanei di chef ed esperti, troppe riviste di settore, montagne di libri di ricette e chissà cos'altro. Mentre la nostra nicchia vola alto verso le vette estreme della cultura gastroenobirraria, la gente normale continua ad andare in trattoria tenendo d'occhio i prezzi e bevendo meno. Sbagliano loro o magari stiamo sbagliando qualcosa noi?

21 luglio 2010

Fotografa una Forst!


Il panico dell'ultimo minuto è una condizione credo molto diffusa nell'ambiente lavorativo giornalistico. Quando collaboravo con i quotidiani era una conditio sine qua non; oggi mi capita spesso. Ma nel panico dell'ultimo minuto si possono fare grandi cose, avere l'ispirazione migliore. Quella magari vincente. E allora, benché rimangano solo dieci giorni alla conclusione del concorso "Forst Reporter" vi rimpallo l'idea di partecipare all'iniziativa lanciata dalla beneamata birreria di Lagundo. In palio una settimana di soggiorno in Alto Adige, uno skipass per Merano 2000 e relativa visita alla Birreria Forst. Tutte le indicazioni le trovate su http://www.forstreporter.it/; la scadenza è il 31 luglio. Le foto, che devono ritrarre una birra Forst riprendendo lo stile della recente campagna televisiva e stampa, saranno giudicate da una giuria di qualità. A me sembra un'iniziativa simpatica, come mi sembrava simpatica la campagna lanciata qualche mese fa. E se durante la visita guidata dubito mancheranno le degustazioni, credo anche che, nel caso non siate sciatori, lo skipass avrete modo di barattarlo facilmente con enne boccali di Sixtus...

18 luglio 2010

I tre luppoli


La pubblicità l'avevo vista di sfuggita in televisione. Esempio perfetto di come stia tirando in Italia il mito dell'artigianalità, della cura estrema del prodotto, del "questo l'ho fatto io" come un vetusto giochino della Settimana Enigmistica. La Splugen ai tre luppoli. Bella davvero. Un po' come le merendine fatte con la marmellata delle albicocche appena colte dall'albero, le verdure innaffiate ogni santo giorno da un sorridente ometto, e via di questo passo... Mi aspetto a breve la carne in scatola di angus scozzese o di bruna alpina e il tubetto spalmabile di tonno rosso in via di estinzione. Ma non voglio qui aprire una discussione sulla liceità, o almeno sulla veridicità, di queste tecniche di comunicazione. La pubblicità di per sè è esaltazione, credo che 50 anni di televisione siano stati chiari in questo senso. No, qui mi interessa capire perchè se proprio si deve fare 30, non si possa fare poi 31. Ovvero, se mi pubblicizzi una birra ai 3 luppoli, perché non mi dici di che luppoli stiamo parlando? Sono convinto che l'italiano medio non abbia molto l'idea di cosa sia il luppolo, ma se almeno vogliamo affascinarlo con cose strane, facciamo i nomi... Invece in controetichetta niente di niente. Con il risultato che il profano resta nel dubbio che i tre luppoli siano magari proprio tre di numero e quello appena più scafato si vede confermare il sospetto che sia solo una trovata pubblicitaria. Tra l'altro fatta male....

21 giugno 2010

Birra e comunicazione



Mi è piaciuta fin da quando mi è stata proposta, da Lorenzo Bottoni di Bad Attitude (http://www.badattitude.ch/), l'idea di partecipare all'incontro sul tema "Birra e comunicazione" insieme a Davide Bertinotti, Agostino Arioli, Paolo Polli, Laurent Mousson, Tony Manzi, Antonio Simonetti, Luca di Birrophilia e Davide de La Bussola della Birra. Onestamente ho fatto del mio meglio per arrivare puntuale, sebbene tra Venezia e Milano la batteria della mia auto avesse deciso di smettere di collaborare, ma alla fine sono arrivato.

Argomento interessante, che per molti aspetti sento mio (non in esclusiva comunque...), e che mi sembra solo sia arrivato tardi sul tavolo delle discussioni. Non faccio qui la telecronaca del dibattito: non ho preso appunti, chi c'era lo sa meglio di me e ho visto altri report in giro per la rete. Piuttosto provo a puntualizzare alcune cose che forse ho detto e altre su cui ho sorvolato (complice anche un'ottima Bootlegger).


Allora, punto primo: bravo Lorenzo a sollevare l'argomento, che semmai andava già affrontato anni fa. Ovvio che ognuno è libero, nel suo mestiere, di fare quello che gli pare (tranne nuocere agli altri) tanto le conseguenze le paga lui. Osservo solo che certi birrifici, dalla nascita, si sono sempre orientati alla comunicazione. Altri meno. Mi sembra anche di poter dire che chi ha comunicato più efficacemente è oggi più conosciuto di chi non lo ha fatto. Ne deduco che comunicare è importante. Per tutti. Almeno per chi vuole uscire dal giro, benché affollato, dei soli appassionati. Punto secondo: se comunicare è importante perché a molti birrifici non sembra fregargliene niente o pochissimo? Domanda che mi pongo spesso, alla quale non trovo risposta e che risolvo passando ad altro (birrificio). Esempio concreto: sono stato tampinato per mesi da un birrificio artigianale che voleva proporsi per un articolo. Tanta passione, tanto entusiasmo, nessuna birra da provare e niente in bottiglia. Io su certe riviste scrivo solo di birre in bottiglia, perchè quei lettori sono interessati alle bottiglie. Non alla spina. Torto o ragione è così. E quindi, al momento, devo passare. Per settimane invece cerco di avere info e/o bottiglie da un altro birrificio perchè mi piacerebbe scriverne e non ottengo risposta. Nessuna illazione: nessun birrificio artigianale mi ha mai pagato per scrivere. Io me li cerco e io ne scrivo. Assumendomi la responsabilità delle scelte. Sta di fatto, comunque, che certi birrifici comunicano, altri no. Alcuni comunicano per altre vie rispetto a quelle che batto io, la carta stampata. E' una scelta legittima ovviamente, ma che non posso dire, a mio modo di vedere, accorta. Soprattutto quando non costa niente.

Terzo punto: come comunicare, ammesso che si voglia farlo. I corsi di degustazione, almeno quelli validi, vanno benissimo perché fanno proseliti, gli eventi pure, le associazioni sono meritevoli quando animate da spirito costruttivo, il passaparola e l'opera di alcuni, ancora troppo pochi, publican sono cose fantastiche. Poi ci sono i blog, i forum e la stampa ma se si sente il bisogno di parlare di comunicazione un problema ci deve essere. E, a mio avviso, risiede nei birrifici che da un lato sono poco organizzati o sensibili alla cosa, dall'altro non vogliono investire un euro su un ufficio stampa (anche collegiale) e quando va bene si affidano a qualche amico volenteroso. Forse è il caso di accorgersi che siamo usciti dalla fase pionieristica-entusiastica della birra artigianale italiana e siamo entrati nel pieno del gioco. Fatto di un mix di concorrenza e di professionalità, di qualità e costanza della produzione e di marketing (brutta parola ma necessaria), di (ancora più brutto magari) capacità di vendersi. Che non significa necessariamente prostituirsi, ma semplicemente tenere presente che per vendere beni "superflui" cioè non necessari al sostentamento umano, e la birra come il vino ne fanno parte, bisogna anche saperli raccontare. In una parola, comunicare.

8 giugno 2010

Ma dai, la birra al ristorante...


Ne avevo sentito parlare un paio di mesi fa, delle Menabrea Top Restaurant, ma ancora non ho avuto modo di assaggiarle. E così, comunque, ecco altri due arrivi nel sempre più affollato, di birra, canale della ristorazione. E' certamente un segno dei tempi e sembra davvero un'altra era geologica quando nei ristoranti appena appena blasonati, a volte semplicemente pretenziosi, a chiedere una birra si veniva guardati come marziani. Quando il miglior risultato possibile era vedere l'impassibile sommelier frugare vigorosamente nel fondo del cassetto refrigerato per estrarne una lager industriale. Portandola poi al tavolo con una certa riluttanza. L'estate scorsa mi è capitato di cenare alla Madonnina del Pescatore di Senigallia, quella del talentuoso Cedroni, aprire la carta dei vini e beccarmi una minilista d'apertura dedicata alle birre. Prima ancora avevo visto servire, da Cracco a Milano, una birra senza esitazione alcuna. Anzi raccomandata dal bravo sommelier. Che cosa è successo in questi ultimi tempi? E' successo che tutti si sono accorti delle birre artigianali italiane e a furia di parlarne, per la novità indubbia, si è creata una moda. E quando una cosa diventa di moda crea proseliti, suscita l'imitazione, viene insomma cavalcata come una tigre (sebbene di piccole dimensioni). Così allora Assobirra si è messa in scia, ha stretto accordi con associazioni di cuochi, i Jeunes Restaurateurs d'Europe, e con guide di settore, più o meno tutte, che a loro volta hanno iniziato a premiare le cosiddette "tavole della birra" stimolando ancora di più gli chef a prestare attenzione al fenomeno. Che ovviamente non poteva fermarsi alle birre artigianali, ma è finito per traslocare alle specialità belghe, a qualche arrembante americana, fino alle birre create apposta per la ristorazione. Sulle quali si può discutere certamente, ma che non si possono arrestare. Era francamente prevedibile, come è prevedibile che alcuni piccoli birrifici artigianali si mettano a fare qualche birra per grandi distributori o per grandi produttori, fino al momento in cui un grande si "farà" il suo piccolo birrificio personale, affidandogli ovviamente le birre creative, quele a tirtura limitata. E quelle di cui volentieri parlano i giornali. C'è poco da lanciare scomuniche e c'è da diffidare da chi indossa la veste del supremo magistrato contro questa presunta invasione. Anche le vecchie e storiche bottiglierie si sono viste in breve tempo accerchiate dai modaioli winebar. E adesso siamo, più o meno tutti, dei sommelier. E' la democrazia applicata al bere, è il libero mercato delle bottiglie. Che tuttavia trova adeguata compensazione nel discernimento personale. E nell'educazione al gusto.