15 marzo 2011

Torta Mimosa alla Bloemenbier

Lievemente in ritardo sulla festa dell'8 marzo, ma noi apparteniamo a quelli che non credono molto in queste ricorrenze, ecco il secondo appuntamento con le ricette di Salvatore Garofalo ovvero la Torta Mimosa. Ma, Mimosa in versione birraria naturalmente, quindi con la Bloemenbier, una birra belga aromatizzata con fiori che la rendono particolarmente dolce. A mio gusto, perfino troppo, nel senso che non riesco a berne più di qualche sorso. Ma così, in versione "aromatizzante" di una torta, credo abbia tutto un altro senso. Complimenti dunque a Salvatore, chef de La Ratera di Milano, che come sempre apre nuove porte alla scoperta delle birre speciali.
M.M.

TORTA MIMOSA ALLA BLOEMENBIER

La Torta Mimosa alla Bloemenbier

INGREDIENTI

4 dischi di pan di spagna
2 vaschette di fragole o 1 vasetto di ananas sciroppato
50 cc di Bloemenbier
250 dl di panna fresca

Per la crema pasticcera:
7 tuorli
150 g di zucchero
45 g di farina
650 dl di latte
100 cc di Bloemenbier

PROCEDIMENTO:

Battere i tuorli con lo zucchero e la farina, versarvi parte del latte freddo e i 1000 cc di Bloemenbier; amalgamare bene.
Porre sul fuoco la restante parte del latte e portare a ebollizione.
Versare il latte caldo sulle uova unite allo zucchero, al latte e alla farina, mescolare bene e versare in un tegamino.
Portare il tegamino sul fuoco e, mescolando continuamente per evitare che la crema attacchi sul fondo, portare a ebollizione.
Lasciar raffreddare la crema.
Montare la panna fresca e unirla alla crema, una volta raffreddatasi.

Con l’aiuto di un pennello, bagnare i dischi di pan di spagna con i 50 cc di Bloemenbier.
Tagliare a spicchi le fragole o a cubetti le fette di ananas sciroppato (esistono in commercio vasetti di ananas sciroppato, già tagliato a cubetti).
Su un primo disco di pan di spagna, sistemare la crema alla Bloemenbier e un terzo della frutta; ricoprire col secondo disco di pan di spagna e ripetere l’operazione. Completare con l’ultimo disco di pan di spagna, sistemare la crema e la frutta anche su quest’ultimo disco.
Tagliare a cubetti il disco di pan di spagna rimasto e guarnire con questi cubetti la torta.
Lasciar riposare almeno un paio d’ore in frigorifero prima di servire.

10 marzo 2011

Basta che sia autoctono?

Mi cospargo il capo di cenere per aver millantato che sarei passato all'Italian Beer Festival la domenica. Ma, ahimé, la chiusura adrenalinica di un lavoro per la Regione Lombardia mi ha costretto a fare i doppi turni alla tastiera. Leggendo qua e là mi sono reso conto di essermi perso una kermesse importante e interessante, soprattutto la possibilità di incontrare parecchi produttori in un unico luogo (che per chi ha poco tempo è particolare non indifferente). Poi, certo, il mio lato "perverso" avrebbe tanto voluto conoscere i campioni dello yo-yo che, per certi assurdi versi, mi ricordano un po' alcuni web-commentatori. Comunque, sia come sia e Ibf ormai archiviato, butto giù qualche riflessione dopo aver acquistato e assaggiato la Birra Stelvio Saraceno, produzione valtellinese localizzata in quel di Sondrio e nota per essere proprietà degli stessi artefici del famoso Amaro Braulio. La birra in sé è abbastanza anonima, evidentemente il grano saraceno, una delle produzioni più caratteristiche della zona (i pizzoccheri tanto per fare un esempio), non contribuisce a renderne particolare il profilo aromatico. Oppure il birraio ne mette troppo poco. Boh...
Birra Stelvio

Ma la questione mi ha fatto pensare a questa tendenza tutta italiana di "tipicizzare" le birre con prodotti vari del territorio. Sia chiaro alcune cose sono state delle intuizioni, e realizzazioni, particolarmente felici. Penso ad esempio al Birrificio Montegioco, al Birrificio Barley, a Birra del Borgo, al Birrificio Amiata, ma in altri casi l'aggiunta dell'ingrediente "di zona" poco ha fatto per la birra. Insomma, a parer mio è più una trovata di marketing che altro. Il problema è che se si decide di fare una birra "autoctona" si dovrebbe tentare in tutti i modi di riuscire a esprimere il carattere dell'ingrediente "autoctono". In che modo io non lo so, ma questa tendenza ha senso solo se si schiaccia l'acceleratore della caratterizzazione. A costo di buttare via tutto. Altrimenti meglio lasciar perdere, dopo un po' sembra quasi una presa in giro. Bisognerebbe anche iniziare a convincersi che non tutto ciò che è autoctono è sinonimo di qualità. O, almeno, non tutto vale l'immissione in una birra. Molto meglio lavorare bene su lieviti, cereali, luppolo e acqua che, a dirla tutta, non è cosa facile. Passato lo stupore e la curiosità della birra "al rapanello di Fondi" (spero non esista sul serio una birra così), sembrerà che i birrai sono degli improvvisatori o, peggio, dei bambini alle prese con Il piccolo alchimista. E le cose, pensando ancora a Montegioco & Co., non stanno così. Almeno per ora...

3 marzo 2011

Birra Fare & Gustare

Si preannuncia come una lettura interessante l'ultima fatica letteraria di Daniele Fajner e Mirco Marconi. Il titolo è Birra fare & Gustare, edizioni Edagricole per 15 euro da pagare alla cassa. Sui due autori non credo ci siano molte parole da spendere perché ben conosciuti nell'ambiente birrario italiano. Marconi, insieme a Tullio Zangrando, aveva dato qualche anno fa alle stampe Il libro della Birra e, più recentemente, insieme a Fajner il molto interessante Dentro al gusto dove alla birra si dedicava un capitolo insieme a vino, olio, caffè, tè ma anche pasta, riso e cioccolato. Nella vita Fajner è responsabile di laboratorio al Dipartimento di Ingegneria Chimica dell'Università di Bologna, collabora inoltre con Slow Food. Marconi invece è un insegnante di chimica agraria, assaggiatore Onav, collaboratore di Slow Food e un sacco di altre cose.

La copertina del libro
Il taglio è abbastanza tecnico professionale e molto rivolto a chi vuole mettersi in campo come birraio casalingo, quindi un sacco di nozioni scientifiche descritte con meticolosità dai due autori. Che del resto hanno entrambi una formazione "chimica". A tal proposito, un passaggio a pagina 143 è emblematico: "Degustatori e beerwriters ci deliziano spesso con descrizioni degli aromi delle birre molto fantasiose e colorite, dove sono presenti profumi a volte del tutto inaspettati. Ovviamente queste percezioni del profumo della birra sono del tutto personali, frutto della propria memoria olfattiva e creatività, ma di difficile riscontro su base scientifica". Che dire? Lo sappiamo, ma un pizzico di poesia ci vuole... Comunque tra citazioni di feniletanolo e butoanoato di etile, che mi dimenticherò sicuramente di aver letto dopo nemmeno dieci secondi, restano molte cose interessanti per cui vale la pena sfogliare con cura il libro. Come ad esempio il fatto che "il profilo aromatico del luppolo statunitense differisce completamente dagli altri, dominato da un profumo di ribes nero, la cui causa è stata identificata con la presenza del 4-metil-4-sulfanil-pentan-2-one (MSP)". Vabbé, ribes nero, d'accordo. Questo me lo posso ricordare...

1 marzo 2011

Prendila "sfusa"...

La nuova frontiera della birra artigianale potrebbe passare da Spinea (Venezia)? Me lo sono chiesto quando i fari dell'auto hanno illuminato per un attimo questo cartello lungo la strada che mi riporta a casa (quella "natale". Mi sono incuriosito parecchio per quel termine "sfusa" che per la prima volta vedevo applicato alla birra e, per di più, in un'enoteca. Così il giorno dopo eccomi alla porta di un'enoteca che conoscevo da anni per l'onesto Merlot del Piave venduto, per l'appunto, sfuso. La proposta oggi si è arricchita pur restando ancorata al buono senza pretese. Niente SuperTuscan o etichette blasonate, ma del vino decente per chi ne fa un consumo quotidiano (ebbene sì, esistono ancora), poi qualche salume, dei formaggi, delle confetture e, incredibile ma vero, delle birre artigianali. Bottiglie del birrificio trevigiano San Gabriel, del beneventano Saint John's e parmense pluripremiato Birrificio del Ducato. Fin qui tutto bene, convengo con il gestore che, di questi tempi" non puoi proprio non tenere delle birre artigianali. Ma allo stesso tempo resto perplesso per il
fatto che di rappresentanti di birra artigianale "se ne vedono ormai tutte le settimane". Quello che si dice: conseguenze concrete del fenomeno del momento. Ma, bottiglie a parte (la Viaemilia da 33 cl va via a 4,90 euro), la mia attenzione si concentra sulla questione della "birra artigianale sfusa". Il trucco è facile facile, soprattutto forse perché io mi aspettavo chissà che cosa, e si concretizza in un impianto mobile alla spina fornito dal birrificio San Gabriel e da enne bottiglie, tappo metallico, sempre firmate San Gabriel. le bottiglie le prendi in comodato d'uso a 2,50 euro; il litro di birra, per ora solo la chiara ma si pensa presto ad aggiungere un'ambrata, costa 4,90. Tanto quanto una Viaemilia da 33. I paragoni economici mi interessano poco (sono convinto che sia il mercato a fare il prezzo), ma trovo tutto sommato simpatica questa idea della birra sfusa.

Il titolare e l'impianto della "birra sfusa"

Mi ricorda la vecchia abitudine, tuttora credo in vigore, di fare un salto alla Birreria Pedavena, quella storica dell'omonima fabbrica di birra, per bersi la Centenario, non pastorizzata e non filtrata, ed eventualmente farsi riempire un bottiglione da due litri per esigenze future. Bottiglione, come all'enoteca di Spinea, concesso in comodato d'uso. Insomma, è un'iniziativa che fotografa il momento di straordinaria vitalità per le birre artigianali. Se, da un lato infatti, Unionbirrai propone la "bottiglia unica", e ci torneremo sopra su questo argomento, alcuni birrifici propongono la "sfusa". Se alcuni birrifici cominciano a puntare su prezzi più bassi e, presumo, diffusione più allargata, altri invece tengono prezzi più elevati e diffusione più ristretta. Scelte diverse, indubbiamente. Non saprei dire, in tutta onestà, chi vincerà. In realtà, mi piacerebbe che vincessero tutti.

23 febbraio 2011

Fenomenologia Del Ducato

Terzo e, presumo, ultimo post a margine di Selezione Birra e tutto interamente dedicato al Birrificio del Ducato. D'altro canto credo che i ragazzi di Roncole Verdi se lo siano ampiamente meritato. Non ho mai visto infatti in ambito artigianale una progressione così micidiale di grandi risultati, in Italia ma non solo. Provo brevemente a ripercorrerli perché a volte i numeri dicono molto. Allora, Giovanni Campari, Emanuele Aimi e Manuel Piccoli inaugurano le attività nel 2007 e già a novembre dello stesso anno "sparano" il primo colpo con la AFO che si aggiudica la medaglia d'oro nella sua categoria al Birra dell'Anno, l'anno successivo le medaglie diventano tre, sebbene d'argento, sempre a Birra dell'Anno. I motori sono accesi perchè a novembre la Verdi Imperial Stout guadagna la medaglia d'oro allo European Beer Star. E' la prima affermazione all'estero per il Birrificio del Ducato. Il 2009 è invece l'anno della New Morning: argento allo Stockolm Beer Festival e ingresso nella Top 25 Beers su due riviste statunitensi, Draft Magazine e la prestigiosa Wine Enthusiast. Il 2010 "l'esplosione": il Ducato diventa per la prima volta Birrificio dell'Anno con un oro (Black Jack Verdi Imperial Stout), due argenti (Verdi Imperial Stout e Sally Brown Baracco) e un bronzo (Sally Brown); la Viaemilia guadagna l'argento alla prestigiosa World Beer Cup e al più "giovane" International Beer Challenge gli ori sono due (Black Jack VIS e Sally Brown Baracco) più due argenti e un bronzo. L'annus mirabilis si conclude ancora una volta con lo European Beer Star e la medaglia d'oro per la Viaemilia, accompagnata sempre da due argenti e un bronzo a testimonianza che Campari è bravo un po' in tutte le categorie. E infine la cronaca di oggi: il secondo titolo consecutivo di Birrificio dell'Anno ma questo giro glorificato da una vittoria schiacciante (cinque medaglie d'oro in diverse categorie non credo si fossero mai viste prima).


Vincenti: Emanuele Aimi, Manuel Piccoli e Giovanni Campari del Birrificio del Ducato
L'elenco termina qui, almeno per ora, e sperando di non aver dimenticato nulla nella cronistoria. Ora le riflessioni: sul valore birrario complessivo di Giovanni Campari, Matteo Milan e il team non ci sono dubbi di sorta. Un conto è l'exploit, un conto sono le conferme ripetute, da parte di giurie diverse, tra competitori differenti. Appare chiaro che quelli del Ducato hanno, allo stato attuale delle cose, una marcia in più. Appare chiaro anche che gli piace competere prendendosi i rischi che questo comporta e il risultato sono immagine brillante, report giornalistici (sono contento di aver fatto per tempo un pezzo per il Gambero Rosso in uscita a marzo), vendite. Ecco, le vendite. Se i concorsi servono anche sotto questo punto di vista, e sembra proprio che lo siano, è logico aspettarsi una crescita di attenzione da parte di tutti i birrifici italiani verso questo tipo di competizioni. Il Ducato del resto non è l'unico ad aver tentato la strada dei grandi concorsi internazionali (e, a onor del vero, nemmeno l'unico a essersi tolto delle belle soddisfazioni), ma la mia idea è che gli italiani si daranno ancora più da fare sotto questo punto di vista. Sono anni che i venditori di vino girano i punti vendita con i risultati di guide e concorsi sotto braccio come prova del valore dei loro prodotti. Certo, niente può sostituire l'assaggio in diretta ma, nel mondo del vino, questi elementi hanno indiscutibilmente avuto il loro peso. E sembra proprio che ne avranno in misura sempre maggiore anche nel campo della birra...

22 febbraio 2011

Selezione Birra - Per chi suona la campana

Sono ormai alcuni anni che racconto la Fiera di Rimini come il triste declino dei "bei tempi che furono". L'anno scorso mi ero permesso di suggerire il cambio di denominazione, passando da un empireo Pianeta Birra a un più realistico "Satellite Birra". Mi hanno quasi preso in parola, ma la cosa non mi riempie certo di soddisfazione. In parte, lo ammetto, l'amarezza personale era dettata da un ridimensionamento lavorativo e quindi, considerato che sono un freelance, retributivo, ma il dato di fatto era sotto gli occhi di tutti. Scomparsi i grandi gruppi, scomparse le aziende di medie dimensioni. Se nel primo caso la spiegazione più corretta va ricercata nei cambiamenti di mercato, le acquisizioni da parte dei big di distributori di bevande avevano fatto venir meno la necessità di uan fiera B2B, nel secondo caso le ragioni vanno probabilmente cercate nella staticità del mercato italiano (la crescita dei consumi è praticamente ferma) e nei costi elevati dell'Ente Fiera. Certo gli artigiani ci sono, crescono di numero e ci si ritrova tutti quanti appassionatamente a scoprire nuovi birrifici e ad assaggiare nuove birre. Ma, me lo chiedo tutte le volte, quanti contatti utili si fanno in fiera? Quante strette di mano e brindisi hanno un futuro? Probabilmente più di quanti sospetto perchè i bravi birrai non credo si facciano la strada per Rimini solo per una bella bicchierata. Almeno è questo che mi auguro...


La foto è del 2010

Certo che vedere Selezione Birra ridotta a un gramo padiglione con presenza inclusa di distillatori, Bertagnolli, venditori di energy drink, Playboy mi sembra, con uno stand Interbrau ridotto quasi al lumicino (chi si ricorda quello dello scorso anno capirà) e stand vari di editori, fornitori di materie prime e produttori di impianti, mi lascia qualche preoccupazione. Restano i birrai artigiani forti di un loro indubbio successo e di una forte scontistica per l'affitto dello stand. Alcune dichiarazioni degli ultimi "big" sono tuttavia lapidarie: Rimini è ormai considerata una fiera regionale. Quando una volta era la fiera nazionale per eccellenza, una delle più importanti, concretamente importanti, d'Europa. Era normale incontrare amministratori delegati di grandi aziende tedesche, export manager di birrerie spagnole, danesi, britanniche. Oggi manca tutto questo. Restano, è vero, i produttori artigianali con tutto il loro carico di novità e di entusiasmo e il loro desiderio di rosicchiare quote di mercato alle grandi aziende. Probabile che ci possano riuscire, il fatto è però che nessuno, né gli artigiani né i big, riesca a far crescere i consumi complessivi. La trovo una cosa preoccupante perchè potrebbe, ma uso il condizionale, voler dire che neppure gli artigiani riescono a conquistare nuovi consumatori, solo a convertirne dei vecchi. Io non lo so con certezza per chi sta suonando la campana. Solo che ne sento suonare i rintocchi...

21 febbraio 2011

Birra dell'Anno 2011 - Prime note sparse e personali

Credo di aver seguito, bene o male, tutte le edizioni di Birra dell'Anno, il concorso dedicato alla birra artigianale italiana organizzato da Unionbirrai. Questa volta però l'ho vissuto dall'interno, in giuria, attimo per attimo. Visto che i risultati sono ormai apparsi un po' dappertutto credo sia inutile riportarli anche qui, piuttosto provo a fare qualche riflessione personale sulla manifestazione. In primis dirò che ci sono poche esperienze più formative nella vita di un appassionato birrofilo dell'assaggio ripetuto e ravvicinato di tante birre. Che si faccia o meno parte di una giuria. Certo avere come vicini di tavolo personaggi come Carl Kins o poter dialogare con Derek Walsh aiuta e migliora l'esperienza, ma poter mettere a confronto decine di birre assimilabili per categoria ti permette di affinare le tue capacità e sviluppare un certo discernimento. Il concorso in sé è stato ben organizzato, l'appoggio dei ragazzi di non mi ricordo quale scuola professionale ha


La giuria di Birra dell'Anno 2011
velocizzato i tempi, purtroppo il forfait improvviso e dell'ultimo minuto di qualche giudice ha un po' complicato le cose ma credo che Unionbirrai stia prendendo in considerazione il problema al fine di risolverlo. Sono convinto che ci sia una soglia umana di percezione oltre la quale si rischia di intasare mucose e palato. Ma, detto questo, non ho rilevato delle criticità organizzative a parte la quantità industriale di grissini torinesi che ho sgranocchiato per "resettare" la bocca (adesso per un paio di mesi non li voglio più vedere nemmeno da lontano). Complessivamente, in base alle birre che ho assaggiato, mi sento di affermare che lo stato di salute della birra artigianale italiana è molto buono, ma non ancora ottimo. Poche birre chiaramente con dei difetti, piuttosto se una critica si può fare, molte birre un po' anonime, deboli in quella caratterizzazione che mi dovrebbe far dire "preferisco un'artigianale". Altre le ho trovate che si "stancavano" presto nel bicchiere, magari dopo un primo assaggio gradevole. Certo, credo sia importante anche sottolineare che un concorso non va preso come "il giudizio di dio" o una sentenza inappellabile, piuttosto come un'occasione da sfruttare. Ci vuole un pizzico di fortuna, e questo magari spiega alcune affermazioni inaspettate, ma si può rischiare soprattutto per chi dà il suo meglio nelle versioni alla spina. I risultati sono stati indubbiamente sorprendenti. Credo anche per tutti i giurati che, ovviamente, hanno assaggiato alla cieca. Del Birrificio del Ducato ci si poteva anche aspettare grandi cose, visto come gli era andata nel 2010 tra World Beer Cup, International Beer Challenge, European Beer Star e, ancora, Birra dell'Anno, ma


Giuria al lavoro
onestamente che Campari & Co. fossero un rullo compressore di questa portata non me lo potevo immaginare. Complimenti a loro senza dubbio, credo sia la prima volta nella pur non lunga storia della manifestazione che un birrificio si ripeta per due volte consecutive. Di certo, mi pare chiaro che quelli del Ducato abbiano capito prima e soprattutto meglio degli altri il valore dei concorsi in ottica di ritorno, d'immagine ma anche commerciale, per la loro attività. Dispiace per le assenze (Barley, Birrificio San Paolo, Loverbeer, ...) magari ci ripenseranno quando apparirà chiaro a cosa serve un concorso come Birra dell'Anno. Un concorso che andrebbe più tarato ancora sulla semplice verione "gara". Ovvero trovo francamente ormai un po' superata la questione dei "feedback" ossia le note compilate dai giudici per fornire delle osservazioni utili (?) ai birrai. In primo luogo i feedback portano via tempo prezioso e poi la fase pionieristica è ampiamente superata. I birrai devono fare i birrai, i giudici devono fare i giudici e i consumatori, consapevoli o meno, devono fare i consumatori. In verità, il concorso è un momento, certo importante e certo con delle conseguenze, ma il valore del birraio si costruisce nel tempo. Anno dopo anno, attraverso la critica positiva e il riscontro dei beerlovers. Anche dopo una Birra dell'Anno così speciale per me, non me lo voglio certo dimenticare...

16 febbraio 2011

BQ, atto terzo sui Navigli

Tutto si potrà dire di Paolo Polli tranne il fatto che non abbia idee e il coraggio di realizzarle. Quando l’ho conosciuto, lo ammetto, non avevo la più pallida idea di chi fosse se non che quella di un tizio che stava per aprire un beershop dalle parti di via Piero della Francesca. Bene, mi ero detto, andiamo a vedere questa nuova vetrina della birra in città… Da quella volta, l’ineffabile Paolo è diventato rapidamente un protagonista di questo mondo un po’ agitato ma, alla fine dei conti, divertente. La nascita dell’associazione ADB, la fiera della birra artigianale, il campionato per birre e per degustatori di birra, la rivista BQ. Una serie di cose che prima erano annunciate e poi realizzate. Onestamente, lo confesso ma Paolo lo sa, trovavo alcune idee di Paolo un po’ strampalate, forse azzardate. Ma più volte mi sono dovuto ricredere. Certo la rivista è naufragata, una ipotetica guida alle birre artigianali non è mai decollata, ma nel frattempo ci sono stati i corsi, alcune delegazioni regionali, il birrificio Baüscia, la collaborazione con Franco Trentalance e, infine, i locali ad alta vocazione birraria: i BQ, appunto. Mi piace ricordare anche lo stile con il quale era stato accolto nella piccola ma agguerrita comunità di appassionati. Una Royal Rumble, più o meno, ovvero una fantastica rissa tipica del wrestling americano. Polli, novello Hulk Hogan, a volte provocava, a volte si difendeva, a volte veniva mandato a quel paese per sempre. Sembrava avesse spaccato il movimento in due come una mela. C’era chi indubbiamente lo amava e chi, altrettanto indubbiamente, lo odiava. Ora mi sembra che il clima sia diverso e ogni tanto mi chiedo il perché. È più simpatico Paolo o sono più simpatici i suoi tre locali e le fiere itineranti? Chissà…
Il terzo BQ di Milano
All’inaugurazione del terzo BQ c’erano comunque alcuni volti noti e forse parecchie “firme digitali”. Sicuramente un discreto numero di persone che fanno ben sperare per il futuro di questa terza “ambasciata” del crescente “impero di Polli”. Tinteggiature dell’ultimo minuto a parte, il locale è spartano (a dir poco) ma le spine sono molte e, per quello che ci interessa, è questa la cosa più importante. Dieci spine normali e dieci pompe con una rappresentanza variegata del mondo artigianale italiano. Io ricordo di aver bevuto un po’ di tutto: la Burocracy di Brewfist (complimenti, bel debutto), la Zona Cesarini di Toccalmatto, la Confine di Bidu, la Bitterland di Doppio Malto, La30 del Baüscia e qualche altra cosa che però mi è sfuggita. Nel complesso molta soddisfazione, molte chiacchiere informali e l’atmosfera scanzonata quando si sta insieme con una birra in mano. Eh sì, sono davvero lontani i tempi in cui Unionbirrai e Polli si guardavano negli occhi con le dita sul grilletto. Ora sembra quasi che l’amore trionfi. Sarà merito de La30?

15 febbraio 2011

Rinascente Fast Food

La serata ci era sembrata invitante, con quel fascino esotico della meta sognata e, non ancora, raggiunta. Così ieri sera eccoci all'ultimo piano della Rinascente, vista guglie del Duomo, seduti al tavolo del ristorante Maio. Mauritius Food Festival era scritto in cima al menu che prevedeva: Fondente di cuore di palma e carpaccio di pesce spada affumicato, Composta di pomodori e olio al coriandolo; Ravioli di gamberi e melanzane al curcuma, con salsa di "pommes d'amour" al coriandolo; Spezzato di manzo alla creola, bietole saltate e riso profumato al garofano; Tortino al cioccolato fondente, sorbetto al frutto della passione e peperoncino. Tutto buono e interessante con menzione di merito per il Fondente di cuore di palma e lieve perplessità invece per il dolce dove il sorbetto era gradevolmente rinfrescante fino a quando non ti capitava sotto i denti un pezzo di peperoncino selvaggiamente piccante. A parte quello, l'aspetto invece inquietante è stato un servizio a tratti compulsivo e angosciante con camerieri rapidi come dei ninja nel farti sparire il piatto da davanti non appena deposta la forchetta e, nei momenti di chiacchiera, capaci di aggirarsi nei dintorni dando al tavolo lo stesso sguardo del leopardo che ha individuato una gazzella zoppa...

Il Fondente di cuore di palma

Vabbé, dall'atmosfera del Maio mi sarei aspettato un andamento più tranquillo. Comunque il risultato è stato che abbiamo levato le tende abbastanza in fretta, ma non abbastanza per evitare la chiusura dei piani commerciali. Ergo, invece di prendere le scale mobili abbiamo deviato (in realtà ci hanno fatto deviare) verso l'ascensore che ti porta direttamente all'uscita. Ho fatto in tempo comunque a dare un rapido sguardo allo scaffale delle birre, sul quale anni fa c'era stata una lunga discussione in rete, e l'occhio mi è caduto su questa

La preziosa Zoogami
bottiglia da 0,75 venduta alla modica cifra di 25 euro. Si tratta della Zoogami Bock, birra prodotta su commissione dalla austriaca Eggenberg di cui non posso dire molto, a parte sottolineare il prezzo quasi incredibile, non avendola mai assaggiata. Ho avuto anche il tempo di rabbrividire per un jeroboam di HY alla stupefacente cifra di 125 euro e poi ho infilato la porta dell'ascensore con due domande nella testa. Chi compra le birre alla Rinascente? E, quanto pesano i ricarichi dello storico centro commerciale meneghino? Perché, d'accordo che la birra te la compri ammirando la Madonnina. Però poi te la bevi a casa tua...

14 febbraio 2011

Pelforth Brune: ricordi di Parigi

Alcune birre hanno una sorta di valore aggiunto, legato a ricordi o esperienze personali. Per me, ad esempio, la Guinness è sempre stata la birra delle prime bevute al pub, il Dubh Linn di Parma, e di un viaggio fatto in solitaria in Irlanda. Se la devo giudicare, faccio fatica a limitarla esclusivamente alle sensazioni di naso e palato. E, onestamente, questa cosa mi piace molto. Altre birre dal "valore aggiunto" sono la Duvel, la Bulldog Pale Ale (che non esiste più), la Courage Best Bitter, la Orval, la Anchor Steam. E la Pelforth Brune. Ora la Pelforth Brune è arrivata anche in Italia, grazie a Dibevit Import, e la cosa mi rende felice. E' la birra che ho indubbiamente bevuto più spesso quando mi sono trovato in Francia: a Parigi, a Bordeaux, in Normandia. Di facile reperibilità, la potevo trovare nei caffè e berla ai tavolini all'aperto in qualche piazza

Pelforth Brune

o boulevard. Ha toni caldi, note di miele e di caramello, ma non risultava stucchevole o sdolcinata come altre birre che mi capitava di provare in Francia. Ed era più gustosa da bere rispetto a una normalissima Kronenbourg. Ha una lunga storia alle spalle perché è nata nel 1921, quando la Brasserie du Pélican la lanciò sul mercato. Mi ricorda le serate a Montmartre o le spedizioni alla Brasserie Lipp in Saint-Germain des Prés, dove si andava solo perché Ernest Hemingway l'aveva fatta diventare una specie di suo ufficio quando scriveva. Una specie di pellegrinaggio quindi. Le birre, ma anche i vini o i distillati, sono anche questo per me. Non semplicemente profumi e gusto, men che meno correttezza tecnica e stilistica, ma emozioni. Quindi personali. Quindi poco o niente discutibili. Perché ognuno ha le sue, non siete d'accordo?

11 febbraio 2011

La bevanda "socializzante"

Ho iniziato a scrivere di birra semplicemente perchè c'è stato qualcuno che mi ha proposto di farlo. Sul finire del 1997, mentre vivevo a Parma e lavoravo nella redazione di un settimanale cittadino occupandomi di cronaca. Ho iniziato per curiosità, poi perché mi offrivano da bere gratis più spesso di prima e infine perché potevo incrementare in tempi rapidi la mia collezione di bicchieri. Talmente rapidi che l'ho abbandonata perché una collezione è divertente se ti costa un po' di fatica. I primi tempi sentivo ripetere in giro, in Italia e in Europa, da piccoli e grandi produttori, che la birra è la bevanda socializzante per antonomasia. Informale, easy, insomma amichevole. Ho finito per crederci, anche se sospettavo fosse un po' un luogo comune... Però era uno degli elementi che mi piaceva, rispetto almeno all'ambiente del vino. Più serioso, più compassato, anche un pelino più ipocrita. Ogni produttore faceva il miglior vino d'Italia, se non del mondo, ogni vignaiolo aveva, sì, visto la grandine durante la vendemmia ma, ogni volta, era caduta sulla vigna del vicino. Sull'altro lato della collina. Nella birra mi era sembrato di capire, salvo qualche eccezione, che non ci fosse tutta questa
acrimonia. Invece, qualche settimana fa, al telefono con un produttore (no, non è Nicola Perra) mi sono reso conto che i tempi sono cambiati parecchio. E, ritengo, in peggio. Ho lasciato perdere per qualche giorno la lettura del "beerweb", mi ci sono dedicato oggi. Agghiacciante. Le bordate si sprecano in ogni direzione, sembra un po' le partite di pallone che si facevano da bambini: il "tutti contro tutti". Al tempo lo trovavo anche divertente, sebbene il risultato fosse principalmente quello di fare un grandissimo casino a centrocampo e di non vedere la porta nemmeno per sbaglio. L'importante era sudare, schiamazzare, consumare energie (e ce n'erano in abbondanza). Non segnare certamente. Il "tutti contro tutti" aveva però anche un altro vantaggio ovvero quello di permettere di sentirsi "centravanti" anche quando normalmente si era dei brocchi. Perciò destinati alla difesa o alla porta. Invece nella fase casinara era bello, perchè ti impossessavi della palla, anche a gomitate, e non la passavi a nessuno. Nemmeno se ti ammazzavano. Eri tu il protagonista assoluto, magari per pochi secondi, e fanculo al risultato. Certo, il "tutti contro tutti" aveva delle elevatissime percentuali di finire in rissa, molto più elevate che in una partita normale, ma era un pegno che tutti pagavano volentieri. Pur di essere protagonisti per qualche secondo nella baraonda generale. Alla fine io ho scelto il tennis. Sei da solo, ma talmente solo che ti prendi tutto quello che viene dalla partita. I bei colpi e gli errori. Chi ti guarda ti vede chiaramente, non in una selva di gambe e braccia, e ti può giudicare. Sei il responsabile del risultato finale. E un risultato finale c'è sempre.

10 febbraio 2011

Mal di classifica

Lo ammetto, non sono un "ratebeeriano", sono arrivato solo a una misera quota nove come recensioni su Microbirrifici, tendo a non partecipare a sondaggi e sondaggini, ma le classifiche esercitano un fascino malevolo su di me. Quando escono le guardo, vedo se e quanto mi ci ritrovo, e l'anno scorso, all'uscita dei risultati di Ratebeer che avevano consacrato il Macche al primo posto assoluto mondiale, avevo anche fatto un pezzo per Il Mondo della Birra. Insomma mi riesce difficile fregarmene del tutto. Ma quest'anno dopo l'intervento di Joris Pattyn sul forum Mobi, dopo l'uscita delle Top of the "beer" pops, dopo vari interventi critici su alcuni blog, in primis quello di Martyn Cornell, il mio entusiasmo si è raffreddato. E mi chiedo quanto servano queste classifiche, quanto pesino e quanta credibilità abbiano. Nei primi due casi sono sicuro che un valore ce l'abbiano, altrimenti non si spiegherebbe la grande partecipazione. Di sicuro però la loro credibilità è stata pesantemente scalfita dalla masnada di recensori che affollano il sito. Mi spiego meglio: sebbene non tutti siano convinti della cosa, quello che si dice acquista valore in considerazione di chi lo dice. Se mia zia astemia mi consigliasse un vino prenderei il suo suggerimento con le pinze, se invece a farlo fosse, chessò, Sandro Sangiorgi, la sua proposta avrebbe per me un altro valore. E' una questione di credibilità, di esperienza (che si acquista in anni di assaggi) e, lo ammetto, di talento. Così se vedere il Macche al secondo posto dei "best beer bars" è tranquillizzante (preferisco le conferme agli exploit), resto come dire impressionato dall'apparizione nella categoria "best beer restaurants" di ben quattro locali romani e in quella dei "best beer retailers" di due beershop sempre della capitale. Ne deduco che all'ombra del Colosseo sia spuntata la nuova mecca birraria mondiale oppure che a Roma il giochino delle classifiche stia dando un po' di assuefazione. Poco male, almeno fino all'intervento, questo sì credibile e autorevole, di uno come Joris Pattyn. Il rischio insomma è che nel delirio di onnipotenza, e di "onniconoscenza", tipico delle fiammate di entusiasmo che prendono noi italioti ci si faccia un po' prendere per il culo. Tanto per dire: tra i "best beer bars" del 2008 non compariva nessun italiano tra i primi cinquanta, idem per i "best beer retailers" e deserto anche tra i "best beer restaurants". Stessa cosa nel 2009. Che dire, nemmeno Steve Jobs ha raggiunto i vertici planetari in così poco tempo. La differenza è che lui è riuscito a restarci fino a oggi, chissà se ne saranno capaci anche gli "scalaclassifiche" birrarie "de noantri"...

8 febbraio 2011

Identità di Birra

Un blog di taglio più o meno giornalistico, sebbene di "settore", andrebbe aggiornato quotidianamente. Basta infatti lasciar passare una settimana e le cose di cui mi piacerebe parlare si accumulano "effetto valanga" e d'un tratto mi ritrovo a dover inseguire argomenti, notizie, eventi e chi più ne ha più ne metta. Mi avrebbe fatto piacere, ad esempio, parlare della prima edizione della Settimana della Birra Artigianale, una bella pensata di Andrea Turco, che sta riscuotendo un indubbio successo. Avrei voluto anche dire qualcosa di mio sui risultati delle varie, e variopinte, classifiche uscite da Ratebeer, sito dalla grande popolarità ma sempre più oggetto di discussioni. Infine avrei voluto in qualche modo tirare le somme sulla conversazione avuta qui su Birragenda a proposito delle categorie decise per l'imminente Birra dell'Anno. Al momento però, non riesco a fare nulla di tutto ciò tranne pensare di poterne scrivere "a posteriori", per usare un gergo da ufficio stampa... Tuttavia, considerato che il blog è soprattutto uno spazio personale, ho deciso per ora di raccontare la mia esperienza a Identità Golose, congresso italiano di cucina d'autore, che si è tenuto a Milano qualche giorno fa. Identità Golose è da sette anni a questa parte un appuntamento difficile da perdere per gli appassionati di cucina. Una via di mezzo tra la notte degli Oscar (per le celebrità dei fornelli che si incontrano) e un campus universitario temporaneo (per le lezioni di cucina che si tengono a ritmo forsennato). A me è capitata l'incombenza di condurre un mattinata un po' speciale, definita "Identità di Birra" durante la quale tre chef, che prima conoscevo solo di nome e di fama, hanno dato prova del loro talento applicato alla birra, per l'appunto, in cucina. Evento fortemente voluto da Birra Moretti, che di Identità Golose è sponsor da qualche anno, Identità di Birra ha fotografato la crescita d'interesse che la birra, generalmente intesa, riscuote presso la giovane, soprattutto, generazione di chef. Il primo a brillare è stato Luigi Taglienti, regista
Luigi Taglienti, Delle Antiche Contrade, Cuneo
del ristorante Delle Antiche Contrade di Cuneo. Il suo piatto, "Testa sgombra e... a tutta birra!", composizione a base di sgombro, testina di vitello e gel di birra, è stato una enunciazione di principio verso la birra fin dal nome. Che rivelava, appunto, mentalità aperta e una buona dose di coraggio. Ancora più coraggiosa, e dai risultati entusiasmanti, la tecnica adottata dal fiorentino Marco Stabile, cucina a l'Ora d'Aria, per donare tutti gli aromi della birra alle sue animelle. Le ha lasciate marinare sottovuoto, con la birra
Marco Stabile, Ora d'Aria, Firenze
e un po' di miele di rododendro, per ventiquattro ore e poi le ha cotte a bassa temperatura per mezz'oretta. Risultato: profumi birrosi riportati nelle animelle nella loro interezza e complessità. Quella del sottovuoto è una tecnica che mi ha davvero convinto. Così come mi ha convinto la chef pasticcera Loretta Fanella. Considerata da qualcuno la migliore d'Italia, anni alla corte di Ferran Adrià e poi da Pinchiorri, sono rimasto basito non appena ha confessato di essere astemia. Però deve essersi fatta ben consigliare perchè la sua meringa al miele, parte della ricetta "Mela alla birra con meringa al miele e gelato alla crema", esprimeva

Loretta Fanella mostra la meringa al miele
un profumo che, in buona misura, tracciava un parallelo perfetto con la birra usata. E' la cosa che mi colpito maggiormente, oltre alle macchine mirabolanti che gli chef d'oggi usano, oltre alla loro incredibile vena artistico-compositiva e alla loro sana curiosità verso il mondo delle birre. Perché in effetti Identità di Birra è stato soprattutto un seme gettato in un solco, quello della grande ristorazione, e un seme che avrà certamente modo di crescere e di ramificarsi. Secondo l'estro degli chef, d'accordo, ma anche secondo la varietà di birre che questi chef andranno a conoscere nel prossimo futuro. A patto, ovviamente, che ci sia qualcuno intenzionato a fargliela conoscere questa varietà.

28 gennaio 2011

Birra ai Fornelli - La rubrica di Salvatore Garofalo

Oggi è una buona giornata: sono sopravvissuto alla lezione ADB di ieri sera a Milano (sarebbe forse meglio dire che sono sopravvissuti quelli che sono stati ad ascoltarmi) e adesso posso finalmente inaugurare la prima rubrica "esterna" di questo blog. Ci ho girato intorno per un po' ma alla fine Salvatore Garofalo, brillante chef de La Ratera di Milano e persona che stimo da quando ho avuto modo di conoscerlo, ha accettato. Salvatore si è fatto le ossa con celebrati maestri dei fornelli italiani come Gualtiero Marchesi, Ezio Santin e Pietro Leemann ed è oggi,  mio avviso, l'uomo che maggiormente si confronta con la cucina alla birra. Ho sempre trovato i suoi piatti delle felici intuizioni, stimolanti per il palato quanto per il cervello. E, nel momento in cui ho pensato di avviare una rubrica, appunto Birra ai Fornelli, non potevo che pensare a lui. Ecco dunque il suo primo contributo: ricetta, ingredienti e procedimento. Buon appetito!                                                       M.M.

Salvatore Garofalo

TORTELLI DI FARINA DI CASTAGNE E PORCINI SECCHI PESTATI,
RIPIENI DI VERZA E SALSICCIA ALLA SCHLENKERLA



I Tortelli di farina di castagne e porcini secchi pestati, ripieni di verza e salsiccia alla Schlenkerla

INGREDIENTI

Per la pasta:

Farina bianca g 140

Farina di castagne g 50

Porcini secchi g 10

Uova 2

Sale 1 pizzico

Olio extra vergine d’oliva 1 cucchiaino


Per il ripieno:

Una piccola verza

Salsiccia 3 hg

Scalogni 2

Schlenkerla 33 cl

Sale q.b.

Per il condimento:

Burro 1 noce a porzione

Salvia 3 foglie a porzione

PROCEDIMENTO
In un mortaio pestare finemente i porcini secchi (in alternativa, utilizzare un frullatore). Mescolare la farina bianca e quella di castagne; unirvi la polvere di porcini secchi. Sulla spianatoia formare con le farine una fontana, al centro rompervi le uova, aggiungere il sale e l’olio. Impastare energicamente fino ad avere una palla di pasta liscia; avvolgerla nella pellicola e lasciarla riposare almeno mezz’ora.

A parte sfogliare la verza, lavarla accuratamente e tagliarla grossolanamente.

Pelare e tritare gli scalogni; porli in una casseruola con un filo d’olio e fare “appassire” dolcemente.

Sgranare la salsiccia.

Una volta appassito lo scalogno, unire nella casseruola la salsiccia sgranata e lasciar rosolare bene; aggiungere alla salsiccia la verza e continuare a far cuocere il tutto.

Quando la verza comincerà a intenerirsi, bagnare con la birra; coprire con un coperchio e lasciar stufare dolcemente per 20 minuti circa.
Scoperchiare, regolare di sale (e pepe se gradito) e sminuzzare il tutto con l’aiuto di un frullatore o di un cutter. Avremo così ottenuto il ripieno per i tortelli.
Stendere la pasta con la macchina apposita. Ricavarne, con l’aiuto di un cerchio tagliapasta, dei dischi di circa 8 cm di diametro. Al centro dei dischi porre un cucchiaino colmo di ripieno e richiudere i dischi di pasta formando delle mezze lune. Unire i due angoli di pasta e spingere verso l’alto il centro della mezza luna col ripieno. Nel caso la pasta non fosse umida e si faticasse a tenere uniti gli angoli del disco di pasta, aiutarsi con dell’acqua, giusto una goccia d’acqua che farà da collante. Si saranno così preparati i tortelli.
Riempire una pentola d’acqua e portarla a ebollizione. Cuocervi i tortelli avendo cura che l’acqua non bolla troppo violentemente per evitare che la pasta fresca ne patisca e i tortelli si aprano. Cuocere per 3 minuti circa.

A parte porre una padella sul fuoco, farvi sciogliere il burro, unirvi le foglie di salvia e lasciar colorare il burro fino ad avere un colorito nocciola.

Scolare i tortelli e versarli nella padella col burro e la salvia. Condirli bene e impiattarli.
Salvatore Garofalo

27 gennaio 2011

Birra dell'Anno - La risposta di Nicola Perra

Nicola Perra, come immaginavo e speravo, ha risposto ai commenti fatti sul post relativo a Birra dell'Anno e, considerando che è stato lui a far partire la discussione con le sue, legittime, critiche e l'altrettanto sua legittima non partecipazione al concorso ho ritenuto più opportuno, anche in termini di visibilità, lasciargli uno spazio su questo blog esattamente come avevo fatto per Claudio Cerullo. La discussione ovviamente può proseguire: in questo o nel precedente post....
M.M.
Nicola Perra: niente Barley a Birra dell'Anno 2011

Chiamato in causa da Maurizio tramite il suo post e da altri indirettamente (tramite le loro risposte) in questo blog, mi permetto di chiarire il mio punto di vista che, sia chiaro, non vuole essere offensivo nei confronti del lavoro di nessuno ma solo un invito alla riflessione.
Le categorie così come strutturate quest'anno non mi trovano d'accordo per vari motivi:
- mettere insieme nella stessa categoria birre fatte a bassa con birre fatte ad alta fermentazione
- distinguere in base al colore (chiara, ambrata e scura)
- distinguere le categorie in modo non preciso(basso o alto grado alcolico), anzichè usare il grado alcolico o quello saccarometrico, ponendo dei confini numerici
- mettere tutte insieme in unica categoria le birre affinate in legno (ce ne sono in Italia molto alcoliche così come poco alcoliche)e le differenze sono a mio avviso enormi tra loro in termini aromatici e gustativi e lo stesso dicasi per le categorie 17,18,19 e 20.

A mio avviso questi sono motivi più che sufficienti per pensare che non abbia senso far partecipare le mie birre a questo concorso.
Se poi UB attirerà molte più birre dello scorso anno e così potrà fare cassa tanto meglio, ma così si calpesta parecchio la corretta informazione e cultura birraria che proprio Unionbirrai ha mandato avanti decorosamente per tanti anni.

Mi spiace, ma non posso partecipare in un concorso strutturato su basi in cui non credo.
Se poi partecipare ad un concorso significa andare a caccia di premi, beh non credo che uno si possa vantare se ad es. la sua birra a bassa fermentazione ha vinto contro una ad alta o viceversa.

Sulla compilazione delle schede come utile feedback, beh...pensate a come sono andate le cose lo scorso anno. So di certo che gli scontenti (per usare un eufemismo) sono stati parecchi!
Comunque, buon concorso a chi parteciperà!
Nicola Perra

25 gennaio 2011

Il giornalista nella neve

A scrivere di birra, vino, distillati e ristoranti non è che capita di vivere chissà quali avventure. Il massimo è provare il brivido di soffiare nell'alcoltest, resistere a enne boccali da litro durante le interviste a birrai tedeschi, evitare di addormentarsi sul bancone di qualche pub londinese o sorseggiare impavidi e di prima mattina una Rochefort 10. Ma venerdì scorso, 21 gennaio, ho preso il treno da Milano, sono sceso a Bologna, sono salito in un'auto, ne sono sceso a Fossombrone (Pesaro Urbino), sono risalito in una seconda auto per arrivare infine in quel di Apecchio, paesino di poco più di duemila abitanti ma con ben due birrifici: Amarcord e Tenute Collesi. Io ero lì per il secondo, Tenute Collesi, e questa è la scena che avevo davanti...

Bufera di neve alla marchigiana

Cinquanta centimetri di neve soffice e un vento che giustamente la sollevava per sbattertela in faccia. Una scena alla Zanna Bianca o, appunto, da Sergente nella neve (entrambi romanzi della mia adolescenza), tuttavia uno scenario fantastico, suggestivo (leggermente rischioso solo nello scendere i gradini). Ma uno scenario che i soci di Tenute Collesi possono ammirare (beati loro) tutti i giorni dalla grande vetrata panoramica. All'interno si trova l'impianto di produzione dal quale nascono, a tutt'oggi, le sei birre firmate Tenute Collesi e distribuite in Italia dalla D&C, azienda storica nel settore e di comprovata abilità.
La gamma di Tenute Collesi
Giuseppe Collesi e Roberto Bini sono i due soci che hanno dato vita al birrificio. Come spesso accade l'unione di passione e competenza commerciale permette loro di ottenere buoni risultati ma, visto che l'arroganza intellettuale non abita evidentemente ad Apecchio, a progettare le loro birre hanno chiamato un tecnico belga, quel Marc Knops che lavora da Achel e che è stato definito da Roger Protz "peripatetic brewer". Il risultato sono delle birre molto equilibrate, di facile approccio, eleganti e non troppo caratterizzate. Così, insomma, come le avevano pensate Collesi e Bini che puntano dritti alla ristorazione, alle gastronomie gourmet, ai winebar. Tra tutte ho trovato molto interessante la Ego, una chiara da 6% vol con aromi delicati, floreali e un finale bello asciutto, e la Ubi, ambrata (definita Rossa) da 8% vol che lascia intendere il caramello, toni di biscotto, una punta di rabarbaro, mantenendosi comunque sempre beverina. Di recente inoltre è nata la Triplo Malto, una chiara da 9% vol che vede la luce tutti gli anni il 4 luglio (anniversario del birrificio) e a tiratura limitata: sulle quattromila bottiglie. Interessante infine, ma almeno per me da approfondire, l'approvvigionamento del malto che Tenute Collesi ha risolto affidandosi al Cobi, una malteria anconetana che produce malto d'orzo per birra. Un segnale, nemmeno troppo urlato a dire la verità rispetto ad altre situazioni, che forse anche in questo campo qualcosa si sta muovendo...

22 gennaio 2011

Birra dell'Anno - Si discute sul concorso...

Evitato l'ibernamento in quel di Apecchio, nelle Marche, dove sono andato in visita da Tenute Collesi, c'era una nevicata più adatta a una Iditarod che a un assaggio sul posto di birre, si riattacca con il blog e con un post che, mi auguro, dia adito a un confronto tra le diverse "anime" della birra artigianale italiana. Allora, qualche giorno fa ho ricevuto un sms da Nicola Perra, birraio di solida e meritata fama del Birrificio Barley, che muoveva delle critiche alle modalità previste dall'imminente Birra dell'Anno, il concorso organizzato da Unionbirrai che vedrà la premiazione dei vincitori a Rimini, il 19 febbraio, durante Selezione Birra. Nicola, in poche parole, critica la composizione delle categorie che mettono in ballo birre diverse all'interno dello stesso campo di gioco (così, su due piedi, penso alle chiare di ispirazione tedesca, basso grado alcolico ma alta e bassa fermentazione). Il giudizio di Nicola è che "UB ha fatto un brutto passo falso sulla via della divulgazione della cultura birraria di cui, per anni, è stata promotrice".

Nicola Perra e le sue birre

Ma è la conclusione dell'sms di Nicola che mi ha allarmato: "Inutile dire che come birrificio non parteciperò a questa farsa e ciò mi spiace giacché la giuria ha tutto il mio rispetto". Niente birre del Barley dunque a Birra dell'Anno? Se così fosse la sua assenza, a mio avviso, sarebbe di quelle pesanti. Ho parlato con Nicola, anche per essere autorizzato a riferire qui i contenuti del suo sms, ed è convinto delle sue posizioni. Conoscendolo, e stimandolo, ho pensato d'accordo con lui di renderle pubbliche qui ma, allo stesso tempo, ho deciso di coinvolgere i vertici di Unionbirrai per ottenere da loro una spiegazione. A me la tecnica del linciaggio, del sasso lanciato o del pubblico ludibrio non piace molto ma so per certo che altri la pensano diversamente da me. Comunque, battute a parte, le risposte di UB sono arrivate nelle persone di Alessio Leone e di Marco Giannasso, responsabile dei corsi di formazione Unionbirrai, entrambi parte del comitato che ha elaborato le diverse categorie. Io mi limito a riproporle nella speranza che in primo luogo si possa discuterne e in secondo, è una mia speranza personale, Nicola ci ripensi.
Ecco, allora, l'opinione di Alessio Leone: "Mesi fa, al momento dello sviluppo delle nuove categorie, ci si è posti il problema se continuare con la politica fino ad allora intrapresa da UB (ossia definire una categoria mediante i suoi parametri "tecnici") oppure abbracciare la pratica diffusa in quasi tutti i concorsi birrari di chiamare ogni categoria con lo stile di riferimento, e solo dopo aggiungere le descrizioni tecniche. La seconda opzione sarebbe risultata più semplice sia per i giudici, sia per i birrai che per tutti quanti; secondo UB però questo avrebbe compromesso la nostra libertà rispetto alle tradizioni birrarie, e si è quindi optato per la prima opzione.
Posto quello, c'era la necessità di far fronte a una quantità notevole di birra iscritte nel 2010: si è pensato ad un primo ampliamento delle categorie, che è quello che avremo al campionato in arrivo. Certamente ci sono delle categorie "ibride", nelle quali confluiscono birre con parametri non esattamente uguali, ma certo neanche completamente divergenti: per esempio, poteva esserci una categoria "Kolsch", ma con due/tre birre iscritte quale sarebbe stata la credibilità della premiazione? Queste 20 categorie sono state poi testate con simulazione basata sulle 300+ birre iscritte l'anno passato.
L'unico e reale problema che vedo oggi rileggendole è una certa mancanza di immediatezza, essendo definite appunto da parametri tecnici e non nomi di stili conosciuti e condivisi. Ma davvero è l'unico difetto che vedo, in un lavoro svolto in diversi mesi da un gruppo preparato che si è trovato ad affrontare le problematiche di un mercato in continua fase di crescita come il nostro.
Credo che il lavoro, positivamente o negativamente, possa e debba essere giudicato solo alla fine del concorso".


Birra del'Anno 2011
 E di seguito, le parole di Marco Giannasso: "Leo ha espresso perfettamente le motivazioni e le modalità che ci hanno condotto a queste categorie. Vorrei solamente aggiungere che anche queste ultime si potrebbero ancora definire delle "macro categorie" in quanto sono stati accorpati diversi stili in ognuna di esse. Gli accorpamenti sono stati fatti in modo da avere diverse birre con parametri di produzione e sensazioni degustative i più simili possibili. E' chiaro che la situazione ottimale sarebbe, probabilmente, avere una categoria per ogni stile, ma, come ha già detto Leo, il numero non ancora grandissimo di birre in concorso non ci permette di fare ciò. Con l'aumentare delle partecipanti si renderanno necessarie ulteriori modifiche e nuovi ampliamenti e questo lo si farà al momento opportuno. Quest'anno abbiamo fatto già un grosso passo in avanti rispetto alle passate edizioni. Infine un'ultima considerazione: grazie ai nostri birrai, caratterizzati da fantasia ed inventiva, questa catalogazione risulterà sempre abbastanza complicata in quanto ci presentano spesso prodotti che si potrebbero definire unici. Ma del resto se anche si volessero iscrivere queste birre "particolari" ad un altro qualsiasi concorso internazionale credo che non si troverebbe neanche lì la categoria che calza a pennello per tutte le partecipanti".

Ecco, queste sono le dichiarazioni, avallate anche da Simone Monetti, di Unionbirrai. Ho già chiesto a Nicola di replicare come meglio crede (anche sul modello dei post di Claudio Cerullo); l'argomento mi sembra serio e "profondo" e Birra dell'Anno è concorso nazionale che, da sempre, per giurie e qualità ha saputo distinguersi nel panorama nazionale. Metterlo in crisi potrebbe essere un errore grave, metterlo in discussione invece è sempre legittimo. Soprattutto quando gli argomenti, e chi li esprime, merita il rispetto di tutti.




14 gennaio 2011

Hipster e Rudolph: tecniche di depistaggio...

Ohibò, riprendiamo la sana (o forse insana) abitudine di scrivere sul blog e lo facciamo mantenendo la promessa di raccontare le nostre impressioni delle due birre arrivate dal birrificio Bad Attitude di Lorenzo Bottoni & Company qualche giorno prima della roulette russa (gastronomicamente parlando) delle festività natalizie. Allora, iniziamo con il dire che ricevere le birre a casa in assaggio da parte di un birrificio artigianale è pratica quasi del tutto sconosciuta in Italia (primo applauso per Bad Attitude) il che potrebbe far concludere che chi scrive di birra non serve a nulla oppure che ai birrifici artigianali non gliene frega niente. Boh, fate voi. Tuttavia l'iniziativa di Bottoni è lodevole anche perchè si espone consapevolmente a critiche, eventuali e si spera ovviamente motivate, e perché legittima il piccolo popolo di blogger italiani. Le due birre in questione si chiamano Hipster e Rudolph, immortalate qui sotto poco prima della stappatura....

Hipster e Rudolph by Bad Attitude Craft Brewing
Partiamo con la confezione, perchè sono convinto che l'occhio voglia la sua parte. Formato della bottiglia in stile "muratore anni Cinquanta", ma reso simpatico dalle etichette: una in stile "summer of love" e l'altra che rivisita la renna dal naso rosso che guida la slitta di Babbo Natale. A me sono piaciute entrambe perchè mi hanno messo allegria e mi è pure piaciuta la dizione "birra artigiana" invece di artigianale (che sia questa la chiave di volta della sfuggente quanto inflazionata definizione?). Alleluia finale per la citazione dei luppoli. La trovo una cosa buona e giusta e suggerisco a Lorenzo di inviare un campione anche a quelli della Splugen scrivendogli "ecco, i tre luppoli. Li trovate nella retroetichetta". Perplessità invece sulla Hipster presentata come una Pilsener Organic Wine. Vero che la presa per i fondelli è già nella dizione, ma la parolina pilsener ai più dice una cosa (luppolo, luppolo e ancora luppolo) mentre al naso la realtà è un'altra. Insomma, a parte qualche nota così così ma che presto scompare, la birra sembra pensare in ceco ma parlare in belga. Io, ad esempio, ho sentito un fruttato di albicocca e un cenno di miele e dopo ancora qualche minuto una sottilissima speziatura, più un'articolazione del profumo che un sentore vero e proprio. Al palato il corpo c'è e


La Hipster nel bicchiere

si sente (7,62% vol). Un bell'equilibrio, una bella aromaticità che lascia uscire un piacevole amaro (adesso sì) e che termina molto bene nel retrogusto, lasciando la bocca piva di acidità e pronta per bere ancora. Insomma, una birra che mi ha convinto con qualche smagliatura (il naso iniziale), ma che ti porta un po' fuori rotta... Discorso diverso invece per la Rudolph, presentata come "winter warmer" categoria che si presta maggiormente alle interpretazioni sul tema. Il colore è ambrato con tonalità che ricordano il rame, schiuma davvero imponente (un po' debole nella Hipster), compatta e persistente. Profumo complesso, speziatura subito immaginabile anche se, non avendo letto prima le note, ho imbroccato solo la cannella. Dello zenzero e del ginepro ho avuto la sensazione solo a posteriori, per cui vale quello che vale. Cioè niente.


La Rudolph nel bicchiere

Ma è una birra affascinante sebbene l'avrei forse preferita con un corpo ancora maggiore, più solido e più "caldo". Sempre al naso ho scritto di getto "miele di castagno e frutta esotica (datteri?), caramello e cannella". Cannella che torna a farsi sentire anche in bocca. Ma senza risultare eccessiva; solo quel tanto che basta per farti tornare in mente certi dolci natalizi anglosassoni e la voglia di accendere un fuoco (il che essendo circondato da libri e carta in genere comporta un certo rischio). Comunque birra più che piacevole. La riberrei volentieri (anche la Hipster), perché il finale di entrambe non te le incolla al palato ingolfandolo. Il che vuol dire che mi rimane la sete. E attacco le seconde bottiglie...

28 dicembre 2010

L'anno che verrà

Si chiude un 2010 difficile e si apre un 2011 non facile. Già questo dovrebbe far riflettere un po' tutti sul fatto che, anche in termini birrari, ci sarà da stringere la cinghia e ci si dovrà aspettare che la selezione sui birrifici e sulle birre da loro prodotte aumenterà. Non che il mercato sia saturo, questo non lo credo, ma i "pesci" abboccheranno con minore facilità. Non tutto ciò che è artigianale è buono  e pure la parola "artigianale" sta un po' rompendo le scatole visto che tutti, o quasi, se ne sono appropriati senza colpo ferire. Ergo prevedo che la birra artigianale avrà qualche sofferenza in più rispetto al passato, soprattutto l'avrà chi è convinto che questo settore sia ancora così fertile per le start up. I segnali preoccupanti arrivano sui prezzi, certo, della birra artigianale italiana ma pure sul pressapochismo di alcuni produttori. E nel frattempo scendono in campo i "pezzi da novanta" che, ovviamente, fanno il loro mestiere. Fanno accordi con le mele migliori del cesto, acquisiscono quote, si preparano insomma al futuro che sarà meno Far West di quello di oggi e un po' più Nuova Frontiera. Qualche giorno fa ho letto di un distributore di Bergamo che sta per lanciare sul mercato la sua birra artigianale: l'anno chiamata Cuvèe Millesimata. Nome da "notte degli Oscar" ma è una birra chiara venduta a prezzo competitivo perché, come ammette il titolare nell'intervista, "non possiamo costare sempre più degli altri". Sintomatico, a mio avviso. Così come sono sintomatici i rumors che danno per operativo dal primo gennaio un accordo tra un big player della distribuzione e uno storico commerciante bolognese di beverage (birre incluse). E così si nota, sul web, che il leggendario Teku, il calice risolutivo per la degustazione della birra, è finito nelle confezioni natalizie di Birra Moretti Grand Cru. Insomma, ogni tanto ho idea che il mondo della birra artigianale italiana assomigli un po' a quelle scene dove le carovane sono strette a cerchio per resistere all'attacco degli indiani. Una politica che potrebbe pure avere successo ma che comporta l'immobilismo.


Just a decent pint of beer

Questo il mercato prossimo futuro e mentre il mercato cambia e si trasforma, le associazioni (forse) si moltiplicano, gli appassionati di nicchia si arrampicano sempre di più sulle specialità da "fuori di testa" e le lotte di quartiere, come l'esilarante querelle di Ratebeer sui voti ai locali italiani letta sul forum di Mobi, mi portano a pensare che la bussola possa definitivamente impazzire. Che la cosa riguardi i consumatori, o un certo tipo di consumatori, poco importa, ma se questo avvolgesse anche i produttori e i titolari dei punti vendita potrebbe essere catastrofico. Il fatto è che la rivoluzione artigianale italiana è una fiamma che brucia impetuosamente. Nel giro di pochi anni sembra che da bevitori di Beck's e Corona ci siamo tutti trasformati in esteti del luppolo, vivisezionatori del lievito, ricercatori del vintage o della barrique o di quello che vi pare. Purtroppo, la massa del mercato è ancora su Beck's e Corona e avvicinarla con il gusto di certe birre, anche italiane, mi sembra un po' complicato. Comunque continuiamo così: sbraitiamo e litighiamo, nella costante ricerca dell'iperbole sia essa lessicale o birraria e, spesso, cadendo in contraddizione pure con noi stessi. Come credo di aver già scritto, siamo a metà strada tra il primo amore stile Il Tempo delle Mele e lo stato di permanente belligeranza alla ragazzi della Via Paal. Ma, io credo, questo non è uno stato permanente, che può insomma durare per sempre. Prima o poi la gente cresce, si stufa, trova altre cose di cui appassionarsi o sulle quali litigare. Ripeto, gli amanti della birra non corrono nessun rischio. I cosiddetti operatori sì.